Lezione di sopravvivenza a Napoli n. 6: la spiaggia (tratto da una storia vera).

Venerdì, 10 Agosto 2012 20:39
  

Per quest’anno non cambiare, stessa spiaggia stesso mare.

Sì ma cosa succede se quest’anno il salvadanaio è vuoto? Niente paura: esci la mattina presto, trascorri una rilassante giornata in compagnia del mare e del sole, torni a casa per farti una doccia e magari raggiungi gli amici (i cui salvadanai sono vuoti quanto il tuo) al bar.

Il risparmio è assicurato… e il divertimento pure!

La sveglia suona alle 7.00 del mattino. Sì, certo, è abbastanza presto e in un luogo di villeggiatura questa cosa sarebbe stata impensabile, ma il tuo non è l’unico salvadanaio vuoto, di conseguenza tu non sarai l’unico a raggiungere la spiaggia più vicina. D’altra parte, si tratta di un sacrificio minimo in confronto all’abbronzatura che sfoggerai la sera.

Quindi pronti, partenza e via! Tanto la spiaggia è vicina e per raggiungerla non ci vogliono più di quaranta minuti e… e non fai nemmeno in tempo a finire la frase che sei costretto a togliere il piede dall’acceleratore perché dopo la prima curva c’è una fila di macchine la cui lunghezza è pari solo alla Grande muraglia cinese. 

Suvvia, inutile abbattersi! Sarà il semaforo, ci sarà stato un incidente, un carro funebre. Cinque minuti e tutto riprenderà regolarmente. Cinque minuti, dieci minuti, un quarto d’ora, mezz’ora… e un dubbio ti assale: “Ma il carro funebre lo sto seguendo?”

No, tranquillo. E’ solo il traffico. Il traffico prodotto dalle persone che, come te, hanno il salvadanaio vuoto. Tutti in piedi dalle 7.00 del mattino e tutti pronti per andare al mare. E i quaranta minuti necessari per raggiungere la spiaggia diventano improvvisamente tre ore di orologio! Tre ore  passate a fare lo slalom tra macchine con ombrelloni e sedie sdraio sporgenti, auto che improvvisamente si spostano sulla destra (nella migliore delle ipotesi) per consentire al bambino di turno l’ennesimo vomito o l’ennesimo bisogno fisiologico.

 Poi, finalmente, arrivi a destinazione.

E intanto si sono fatte le 11.00.

“Il peggio è passato” penserai. “Adesso posso godermi una giornata di relax.”

L’unica cosa da fare è parcheggiare l’auto… Sì, ma dove? Cerchi freneticamente un pertugio nelle immediate vicinanze del lido ma, con grande stupore, ti accorgi che per circa 5 Km, le auto parcheggiate espongono tutte il disco H (che, per intenderci, altro non è che l’autorizzazione riservata alle persone diversamente abili). A questo punto la domanda sorge spontanea: “Vuoi vedere che il salvadanaio vuoto quest’anno è prerogativa mia e delle persone diversamente abili?”

L’unica cosa da fare, a questo punto, è parcheggiare l’auto in uno dei tanti parcheggi privati disposti lungo la strada.

“Uno vale l’altro” penserai. E subito entri in quello più vicino chiedendo un posto all’ombra. La domanda è la medesima: “Dotto’, a che ora andate via?” In realtà tu potrai andare via dieci minuti o dieci ore dopo, non importa. La risposta sarà sempre la stessa: “Mettetela là, non vi preoccupate.”

Parcheggi e, prendendo “pinne, fucili e occhialetti”, ti appresti a varcare la soglia del lido, dove finalmente potrai goderti la tua meritata giornata di riposo.

Nel frattempo, si sono fatte le 11.30.

L’impresa, che potrebbe sembrare semplice, in realtà si figura subito come un duello all’ultimo sangue. La scena è pressappoco questa: fila di circa quaranta persone, assortita da uomini carichi come somari, donne urlanti contro bambini che iniziano lo spogliarello indossando braccioli, salvagente e maschera. Il paparino tenta di risparmiare sull’ingresso al lido e, contemporaneamente, cerca di tenere a bada le richieste dei marmocchi: “Papà, me lo gonfi il canotto? ORA! Papà, mi dai un euro per comprare la pizzetta? Papà me lo compri il gelato? Papà…papà... papà!!!”

Finalmente arriva il tuo turno e ti vergogni un po’ perché 1) non hai figli al seguito; 2) non sei carico come un somaro; 3) non chiedi di risparmiare. Sei praticamente il cliente modello. Sborsi i tuoi 15 euro per un ombrellone e un lettino e, finalmente, accedi alla spiaggia.

A quel punto ti accorgi che svegliarsi alle 7.00 non è stata una decisione saggia. Sarebbe stato meglio avviarsi la sera prima. Ti ritrovi in fila davanti al bagnino con gli stessi uomini, donne e bambini di prima e con le medesime richieste da parte di tutti: “Scusi, vorrei l’ombrellone in prima fila, due lettini a riva e due tra la riva e l’ombrellone perché noi abbiamo i bambini piccoli.”

E tu? Ti starai chiedendo. Tu avrai il tuo lettino e il tuo ombrellone praticamente davanti al parcheggio dove hai lasciato l’auto, perché quello è l’unico posto disponibile.

Ma non fa nulla. D’altronde, tu non hai bambini e due passi a piedi per arrivare al mare li puoi fare tranquillamente.

Ti sistemi e ti ritrovi accerchiato da una serie di famiglie, per cui l’ennesima domanda ti sorge spontanea: “Se la famiglia a destra è imparentata con quella a sinistra, che è a sua volta imparentata con quella davanti, che conosce la famiglia dietro…perchè io mi ritrovo qui?”. In realtà, si tratta di un’unica grande famiglia: sei annegato fino al collo nel girone dei parenti, tutti che si conoscono e si parlano a distanza urlando, allietando la tua giornata di “riposo”, oh Dante dei miei stivali. Ma in fondo tu stai cercando solo un po’ di relax, cosa importa la disposizione?.

Sistemate tutte le tue cose, guardi l’orologio, ti accorgi che si sono fatte le 12.00 e pensi che prima di pranzare vorresti almeno farti un bagno. Ti giri e improvvisamente  realizzi che non solo il mare è lontanissimo da te, ma che per raggiungerlo devi essere un campione di salto in alto e passare tra lettini, ombrelloni, borse, palloni e secchielli. Ma non erano tutte diversamente abili le persone in spiaggia?!

Prendi coraggio e cominci a camminare. Uno, due, tre passi… Ma la sabbia scotta, e anche molto. Quindi cominci dapprima a saltellare e poi a correre. E gli ombrelloni che prima vedevi come ostacoli, diventano improvvisamente le tue uniche ancore di salvezza per cercare di non riportare ustioni ai piedi.

Arrivato finalmente a riva, esclami: “E ora, da che parte mi butto?.” Passi così i successivi cinque minuti a cercare uno spiraglio libero, evitando le onde, le persone che ti corrono incontro, quelle che arrivano velocemente da dietro, i bambini di lato con i canotti (finalmente gonfiati) e i palloni delle infinite comitive di ragazzi che ti tagliano la strada.

Finalmente i tre quarti del tuo corpo sono coperti da acqua salata che è inaspettatamente… calda!!!

Dopo dieci minuti di pseudonuoto (che in realtà somigliano più a dieci minuti di galleggiamento stile balenottero arenato), ti ritrovi a fare lo stesso percorso di prima a ritroso.

L’acqua è calda e la sabbia scotta. Ma non fa nulla. Vorrà dire che prenderai tanto di quel sole, da far invidia anche alla carnagione di Naomi Campbell.  

Il tuo traguardo “abbronzatura perfetta” viene però perennemente minato dai bambini degli ombrelloni vicini che stanno SIMPATICAMENTE giocando con la sabbia. Si alza un leggero venticello e la sabbia, prodotta da quelle mini pesti, abbandona palette e secchielli per venire a posarsi direttamente sul tuo corpo che, ancora umido, fa da collante perfetto ai piccoli granelli.   

Cerchi di cambiare angolazione, ma invano… Loro (i mocciosi) sapranno sempre come fare per impanarti come una cotoletta.

Passi così le successive tre ore sotto l’ombrellone. Di fare il bagno non se ne parla. Il solo pensiero di mettere un piede sulla sabbia che scotta ti fa rabbrividire.

Forse è meglio tornare a casa. Ti senti particolarmente "caldo" e ciò vuol dire che probabilmente hai raggiunto il color bronzo che tanto bramavi.

Raccogli le tue cose e vai via, lasciando bambini urlanti, mamme esasperate, padri che fanno finta di dormire, tornei di scopa e scopone e chi più ne ha più ne metta.

Arrivi al parcheggio e la vedi. La tua auto è lì. A momenti stentavi a riconoscerla, perché c’era tanto di quel sole da farla sembrare di un altro colore. Ti riconsegnano le chiavi e ti dicono: “Dotto’, non si poteva fare di meglio. Sono dieci euro.” E intanto tutte le altre trecento macchine del parcheggio, sono sotto alberi altissimi che producono una piacevolissima ombra.

Ti metti in macchina, ti avvii verso la strada di casa e incappi nello stesso identico traffico della mattina. Ci vogliono altre tre ore per tornare a casa. Quando approdi finalmente nella tua dimora, sembri reduce da un fronte di guerra: stanco, distrutto, sudato e… somigliante a un gambero! Altro che abbronzatura dorata! Un pomodoro, in confronto al tuo colorito, risulterebbe pallido.

Subito arriva una telefonata: “Caro, ci vediamo tra mezz’ora al bar?”

“No grazie, io passo. Ci vediamo domani. Non sai che giornata infernale ho avuto.”

“Ma scusa, non sei andato una giornata al mare?”

“APPUNTO.”

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