La filastrocca.

Mercoledì, 29 Maggio 2013 15:55
  

Sembra ormai una filastrocca. Quelle che i nonni tramandano ai figli e ai nipoti.  Quelle cose che si danno per certe, solo perché passate di bocca in bocca, da sempre. La cosiddetta vox populi. Quelle cose che si danno per certe, senza possibilità di alcun dubbio, “perché si sa che è cosi”.

Sono un paio di anni che una filastrocca accompagna i nostri giorni. Ogni qualvolta la gente comincia a farsi qualche domanda, alza la testa, alza la voce, ecco che compare la “filastrocca”,e un po’ a fatica un po’ no, tutto torna nella norma, tutto appare “normale” “accettabile”.

Ma quale è questa famosa filastrocca ?  Da quando lo Spread è impazzito, e i cosiddetti Derivati, sono entrati a far  parte del nostro lessico, la filastrocca che ci accompagna è sempre la stessa: C’E’ LA CRISI.

Le fabbriche chiudono? Vabbè è normale, c’è la crisi.

I contratti cambiano in peggio? Pazienza, è colpa della crisi.

Non si spende più come prima, il piccolo commercio muore? Si sa, si può fare poco, c’è la crisi.

Licenziamenti di massa e dislocazione aziende all’estero? È la crisi.

Tagli alla scuola, alla giustizia? È normale, c’è crisi.

Tagli alla Sanità? Non c’è ne è per nessuno, la colpa è della crisi.

Di solito nelle filastrocche c’è un fondo di saggezza, e di verità storica, su cui si fondano. Nel  caso della filastrocca dei nostri giorni, abbiamo molto da ridire, in quanto , la verità, in questa filastrocca, è tutta da discutere.

Un po’ di anni fa ebbe molto successo una serie di libri, dal titolo “tutto quello che sai è falso” in cui testimoni diretti di fatti, storici importanti , documentavano, verità totalmente sconosciute ai più, o meglio conosciute con una visione distorta.  La storia che si va a raccontare, ricalca un po’, i principi di quella serie di successo. Nell’immaginario collettivo, “ C’è la crisi,” e quindi tutto deve essere accettato in fatto di tagli alla spesa sanitaria, di precarizzazione delle regole del lavoro e della sicurezza. Ma cosa penserebbe il lettore, se si spiegasse che forse non è proprio cosi? È che a fronte di tanti tagli si poteva ovviare aumentando i servizi sul territorio a parità di spesa?

Pochi giorni fa un articolo di giornale  ha stupito molto, suscitando scalpore nel nostro ambiente.

Un’indagine giornalistica, che mirava a capire quale livello avesse raggiunto il disagio sociale in Italia, ha portato alla luce realtà sconvolgenti. Nell’immaginario comune la mensa della Caritas, così come le altre mense di beneficenza, sono luoghi a cui accedono persone senza fissa dimora, i clochard,  gli extracomunitari,  gli emarginati e i disagiati.  Ha procurato grande  sconcerto, invece, scoprire tra le file dei nuovi poveri italiani, giovani con  lavoro precario, disoccupati,  divorziati, persone con difficoltà ad arrivare a fine mese, persone che, per tagliare i costi al misero stipendio o pensione, per poter pagare l’affitto, o la parcella all’avvocato per il divorzio, o l’assegno di mantenimento per i figli, sono costretti a mangiare alla mensa dei poveri.

Ancor più scalpore ha suscitato scoprire tra le fila di queste mense, alcuni FISIOTERAPISTI, professionisti che appartengono ad una categoria che fino a 20 anni fa non conosceva disoccupazione, né precarietà. Vent’anni fa, infatti, non era realistico immaginare un fisioterapista “povero”, emarginato o addirittura disoccupato. Viene naturale chiedersi cosa sia accaduto in questi anni. La società non ha più bisogno di Fisioterapia? La scienza della Fisioterapia ha perso di importanza? Di riconoscimenti scientifici? non risponde più ai bisogni della salute pubblica? E’ ovvio che la risposta a queste domande è negativa. E’ vero invece l’esatto contrario. In una società industrializzata e così martoriata da ecomafie, le patologie a carico della popolazione aumentano, e di pari passo aumenta il bisogno di trattamenti riabilitativi fisioterapici, alla pari di altri rispettabili professioni sanitarie. Nell’ultimo ventennio la Fisioterapia ha avuto un’accelerazione dal punto di vista scientifico e di emancipazione nel mondo accademico. Di pari a tanto sviluppo scientifico, si è assistito ad un lento e inesorabile declino della professione, per quanto riguarda i  diritti, la giusta remunerazione, il riconoscimento dei diritti sindacali, un impoverimento che è strettamente legato all’organizzazione della Riabilitazione in ambito sanitario.

Questo articolo non vuole portare a capire e spiegare i motivi della crisi, ci vorrebbero giorni e forse poco interessa, al lettore. Ciò che invece può interessare, è invece un analisi critica, della gestione di questa crisi all’interno di alcuni settori importanti di questa società,  nello specifico, dell’ambito Sanitario, e ancor più specifico nel settore della Riabilitazione Pubblica(?), (che non esiste, perché di fatto la Riabilitazione in Campania è quasi tutta in mano all’imprenditoria privata.)

Dunque la Fisioterapia e la Riabilitazione tutta sta affossando, sta andando a chiudere. Licenziamenti, aumento delle ore lavorative con diminuzione del salario, a fronte di un costo della vita raddoppiato negli ultimi 10 anni. Viene facile alla mente la cosiddetta Filastrocca iniziale  “c’è crisi”.

Ed è proprio qui che inizia l’analisi critica della gestione dei fondi della sanità, per quanto riguarda la fetta destinata alla riabilitazione, “tutto quello che sai è falso”.

Liste di attesa interminabili per accedere alla Riabilitazione da una parte, Professionisti della Riabilitazione disoccupati  dall’altra. In mezzo a questa situazione contraddittoria, c’è un rigo di una legge che è stata fatta 21 anni fa e che avrebbe potuto risolvere in un colpo solo  questi due aspetti contraddittori della stessa medaglia, senza costi aggiuntivi sulla spesa pubblica, ma che negli anni avrebbe portato addirittura ad un risparmio. Stiamo parlano della legge 502\92 e nello specifico dell’articolo 8 quater.  Stiamo parlando dell’accreditamento diretto della riabilitazione.

Per gli addetti ai lavori l’Accreditamento Diretto della riabilitazione è qualcosa che si conosce da anni e  che potrebbe risolvere tutti i problemi in campo riabilitativo.

Per i non addetti ai lavori, invece, l’Accreditamento Diretto può essere spiegato con un semplice esempio. Ad oggi le Regioni stanziano, per la spesa della prestazione riabilitativa domiciliare, una quota di spesa fissa. Di tale quota di spesa, solo un quinto (nel migliore dei casi), è corrisposto al terapista che effettua la prestazione  (fisioterapista, logopedista etc.), e che prende in carico il paziente, assumendosi responsabilità del trattamento, con i relativi oneri e doveri. Il resto della quota è trattenuta dai centri di riabilitazione che semplicemente incaricano il terapista dello svolgimento della prestazione stessa.

L’accreditamento direttoprevede, invece, il pagamento diretto da parte dell’Asl di competenza all’operatore che effettua la prestazione e che si assume la responsabilità del trattamento stesso. In tal modo la Regione potrebbe quintuplicare il numero di prestazioni da autorizzare sul territorio, mantenendo ed addirittura aumentando i livelli occupazionali, a parità di spesa stanziata.

Ad oggi da quella famosa legge 502\92 , a livello regionale, sono state emesse diverse leggi, emendamenti, aggiusti, richiami, che danno la possibilità alle strutture che hanno fatto richiesta di potersi accreditare con le asl, e avere un proprio budget annuale per la riabilitazione (si parla di milioni di euro di soldi pubblici), ma che in modo “distratto” saltano un passaggio importante a livello dell’articolo 8 quater, che recita nella parte iniziale cosi; “Articolo 8-quater: “Accreditamento istituzionale”.

“1. L'accreditamento istituzionale è rilasciato dalla regione alle strutture autorizzate, pubbliche o private e ai professionisti che ne facciano richiesta” .

Stiamo dicendo che da oltre 21 anni c’è la possibilità di accreditare direttamente i professionisti, e quindi risparmiare aumentando i servizi sul territorio.

La domanda nasce spontanea. “ma perché tante amministrazioni regionali di diverso orientamento politico, non hanno mai preso in considerazione l’accreditamento diretto in Riabilitazione, pur essendo già attuabile, grazie all’indicazione dell’art 8 quater della legge 502\92?”

Una risposta ufficiale non c’è , si possono fare supposizioni, ma sulle supposizioni non si vive. Non si dà lavoro ai tanti professionisti della Riabilitazione che sono disoccupati, con le supposizioni non si eliminano le liste di attesa, non si aumentano i servizi sul territorio.

Lo Spif –ar (sindacato professionale dei fisioterapisti italiani e dell’area riabilitativa), chiede da sempre, in tutte le regioni l’applicazione dell’accreditamento diretto in Riabilitazione, finora inascoltato. Tutto prosegue spedito verso la totale scomparsa della Riabilitazione dalla Sanità pubblica, non perche “c’è la Crisi”, ma perché non c’è volontà politica di salvare questo prezioso ramo della Sanità.

Dr Esposito Paolo

Segretario Regionale Spif -ar

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