L’Italia che va Letta

Giovedì, 06 Giugno 2013 23:00
  

Come dice un noto proverbio in uso specialmente nell’Italia del Sud “allo scioglersi della neve, vengono fuori le cose peggiori.”
Siamo stati per decenni sotto strati di neve che facevano percepire tutto come candido, ricco, tranquillo.
Ora che la neve del benessere si è sciolta vengono fuori tutte le porcherie che si celavano sotto di essa.
Ma andiamo per ordine.
Game Over: la disoccupazione sfora il muro dei 40 punti percentuali. Nel 2013 l’Italia con buona probabilità si guadagnerà il gradino più alto dell’ignobile podio della disoccupazione giovanile tra i Paesi aderenti all’OCSE.
Il dato è così “disperato” (per citare il presidente di Confindustra Squinzi), che le ripercussioni sociali sono così temute che anche i media non evidenziano troppo il problema.
Aldilà dell’analisi sulle cause di natura macroeconomica, quello che è opportuno analizzare sono le cause di natura sociale, culturale quelle sulle quali indagare.
Come è possibile che uno dei Paese più industrializzati e ricchi al mondo sia retrocesso così violentemente? Semplicemente perché se la Cina, il Brasile e le altre tigri asiatiche crescono qualcuno deve diminuire?
Certo che no. Il motivo principale della stagnazione della nazione è dovuto più a motivazioni di natura oligarchica che non a motivazioni di natura elettorale/politica.
Chiaramente la politica a tutti i livelli ha le sue responsabilità, ma è la punta di un iceberg fatto di privilegi, di egoismo sociale, di gerontocrazia, di mentalità illuminista miope che si finge cristiana.
L’Italia è sempre più una terra dove i talentuosi finiscono ai servigi degli inetti, che però hanno l’amico del “Santo in Paradiso” o magari fanno parte di quel paradiso.
Cercano di mantenere un sistema oligarca nel quale chi era ricco rimane ricco e la classe media si avvicina sempre più verso il reddito 0, così come la classe povera.
Un sistema dove milioni di fuoriclasse dell’ingegneria, della chimica, dell’economia, della meccanica, della medicina, della biologia, dell’informatica, ecc. finiscono per essere riciclati in altre posizioni rispetto ai loro talenti naturali, perché le posizioni sono riservate a quell’Italia che a perdere la propria egemonia non ci sta.
Ma come mai i nodi sono venuti al pettine adesso? Semplicemente perché fin quando il mercato tirava, fin quando c’era il muro di Berlino, fin quando le economie protagoniste del nuovo millennio erano in fase embrionale, la nostra economia era meno minacciata e “l’acqua (il giro d’affari nazionale)” era alta.
Così succede che quei milioni di “nessuno”, talenti che all’estero apprezzano e chiedono come il pane decidono di fare le valigie e di andare laddove il loro talento può essere più apprezzato.
In Italia restano i lobbisti, i massoni e quelli che “è un amico di mio padre”, che quelle posizioni non se le sono sudate e quindi non le hanno nemmeno troppo meritate.
E agli altri non resta che fare i leccaculo o sperare di capitare nel posto giusto e al momento giusto…e che non ci sia un altro o altra considerata “più giusta” per virtù divine poco note ai comuni mortali.
Estendendo questo fenomeno a buona parte delle imprese e pubbliche amministrazione italiane si ha un effetto talmente tanto violento da fermare un’intera economia.
All’alba del 31 maggio 2013 il governatore Visco dichiara che l’Italia è in ritardo di un quarto di secolo (ma guarda un po’…) e che è a rischio la coesione sociale.
Il problema per il quale adesso l’oligarchia italiana sembra essersi svegliata non è la povertà del popolo, non è la disoccupazione giovanile, ma la coesione sociale.
Detto in altri termini il nuovo assetto italiano dove buona parte della classe consolidata alla fine degli anni ’80 sta bene così, ma teme che si scateni una guerra civile, e solo per questo adesso se ne preoccupa.
L’Italia è fatta di gente come Letta, che magari è anche capacissimo e bravissimo, ma che fa parte di quell’Italia da salotto che ricorda la Parigi pre-rivoluzione francese dove c’è solo da scegliere un posto di comando. Con l’aggravante poi del caso di essere quella sinistra che si pavoneggia di conoscere Pasolini ma che poi la fila alle Poste non l’ha mai fatta, che quando qualcuno cerca di parlare si approcciano con aria di sufficienza e arroganza.
Da questo punto d vista Letta è il premier perfetto per l’Italia di oggi, che non è banalmente l’Italia dei raccomandati, ma è l’Italia degli inetti al potere per virtù divina.
In un’Italia come l’odierna di Ferrero, Del Vecchio, Tanzi, Armani, Barilla, ecc. non ne nasceranno più, e non per capacità ma per scelta dall’alto.
Potremmo star qui per ore a parlare di evasione fiscale e concorrenza sleale, di tasse sul lavoro e cuneo fiscale, di stagnazione politica e politiche europee, ma tutti questi problemi sono niente in relazione ad un dramma sociale italiano: l’egoismo delle classi forti e dell’intellighenzia accademica dove hanno ragione in pochi, agli altri a malapena è consentito protestare.
Un sistema che si rinnova e del quale la legge elettorale è la cartina a tornasole perfetta.

Così ci si ritrova un po’ a sperare che almeno il Movimento 5 stelle dia una scossa alla macchina, ma poi è bastato guardare in faccia la maggior parte di loro per capire che erano peggio di quelli che c’erano prima, e che Grillo non poteva permettersi di lasciarli sciolti. Così che nemmeno un paio di mesi dopo la consacrazione già si sente aria di disfatta. 
Sarà colpa degli italiani? Si, o meglio della loro rassegnazione per un Paese nel quale la Speranza somiglia sempre più all’illusione.

Il campionato è finito e le coppe pure, ormai è quasi estate e non resta niente di meglio che andarsene al mare. 
Tanto l’Italia non cambia, e per qualcuno questo è un bene.

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