Sapessi com'è strano sentirsi innamorati a Milano

Martedì, 12 Novembre 2013 20:49
  

Può capitare di innamorarsi a Milano, quando le squadre stanno scendendo in campo e tra i bimbi che accompagnano la terna e i giocatori ci sono i nipotini dell’indimenticato Armando Picchi, bandiera della Grande Inter e del Livorno: già da lì capisci che sarà una serata speciale.

Può capitare di innamorarsi a Milano, quando la partita non è ancora iniziata e i giocatori salutano le tribune: applaudi i nerazzurri, poi, mentre fai lo stesso con gli avversari, ti rendi conto di quanta Inter c’è tra di essi: Bardi, Duncan, M’Baye, senza contare Benassi o Siligardi, che nerazzurro non è più.

Può capitare di innamorarsi a Milano, quando sette minuti dopo il fischio d’inizio senti gli applausi di San Siro anche se nessuno ha segnato o mostrato chissà quale numero da giocoliere. No, niente del genere: solo uno striscione che, nonostante qualche rima baciata un po’ naïf, sintetizza, come solo i poeti metropolitani della curva (e di tutte le curve d’Italia) sanno fare, diciotto anni di presidenza. Un ventennio, o quasi, di gioie e dolori, di torti, di polemiche e di momenti bui, ma anche di attimi incredibilmente belli, splendenti di una luce capace di fugare ogni tenebra.

Può capitare di sentirsi innamorati a Milano, quando un errore del portiere avversario ti porta in vantaggio, e poco importa che quel ragazzo sarà, con ogni probabilità, il post-Handanovic.

Può capitare di sentirsi innamorati a Milano, quando le leggi che governano il nostro Universo cessano di esistere. Accade al minuto 37 del secondo tempo, mentre fa il suo ingresso in campo Javier Adelmar Zanetti, il Capitano, che a quarant’anni suonati, torna a mostrare i muscoli sul rettangolo di gioco. «Le hasard – scrisse Anatole France – c’est peut-être le pseudonyme de Dieu quand il ne veut pas signer.» (Il caso è forse lo pseudonimo di Dio quando non vuole firmare), ed è stato particolarmente vero ieri sera: l’ultima di Moratti da Presidente, ha coinciso anche col ritorno di Zanetti, uno dei suoi primissimi acquisti. Quante partite abbia ancora nelle gambe il ragazzone argentino non ci è dato saperlo: forse smetterà alla fine del 2014, disegnando una parabola identica a quella del Patron, o magari firmerà per un altro anno, sorprendendo (ma neanche troppo!) i tifosi di tutte le latitudini e tutte le bandiere.

Può capitare di sentirsi innamorati a Milano, quando proprio Zanetti prende palla a centrocampo, va in percussione, serve Kovacic (che potrebbe essere suo figlio), che a sua volta tira fuori dal cilindro un assist delizioso per Nagatomo che insacca per il 2-0. È in quel momento che ti rendi conto del momento storico che stai vivendo, di cui quest’azione pare l’emblema. Il Vecchio Capitano passa il pallone, e con esso il testimone (e magari un giorno anche la fascia di Capitano) della Nuova Inter, a un ragazzo come lui: semplice, religioso e senza grilli per la testa, il quale da par suo disegna calcio per Nagatomo, l’uomo del Giappone, dell’Oriente lontano, ma non troppo, che rappresenta il futuro.

Può capitare di sentirsi innamorati a Milano, quando l’arbitro fischia e tu sai, tornando a casa o spegnendo la TV con mille e mille sensazioni nel cervello, che il tempo passa, i giocatori vanno via o si ritirano, persino i presidenti salutano a un certo punto… ma l’amore per l’Inter rimane.

Sempre.

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Gabriele Basile

I don't believe in many things, but I do believe in duct tape.

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