"Sin City 2": un sequel per cui "uccidere"

Mercoledì, 08 Ottobre 2014 21:45
  

Cominciamo dall’aspetto che più mi ha divertito di tutto il film: che vai a fare a giocare a poker con senatore Rourke se, quando vinci, lui ti scuoia la famiglia? “Capo io avrei tris, ma solo se me lo consente… ah no, lei ha solo coppia… vabbè dai foldo, si prenda tutto”. E’ inutile, e dà l’idea che i quattro fessi che stanno al tavolo con lui siano quello che effettivamente sono: comparse che servono a Gordon-Levitt per dimostrarsi l’unico figo (peraltro con uno stile di gioco che neanche Asso di Celentano). Andiamo avanti.

A livello cromatico, non ho capito se a un certo punto l’innovazione del genere si è fusa con un tutorial di After Effects, e non mi spiego perché una tricromia come bianco rosso e nero con pochissime variazioni sia improvvisamente diventata un bordello inenarrabile di colori come il rosa, l’arancione e il “blallo”. Sicuramente sono gusti, ma se io dico “faccio un film in bianco e nero”, e poi ci sono i colori, che film è?

Apprezzo molto la coralità, sin da quando ho visto la prima puntata di Game of Thrones anni orsono, e non ho niente da dire sulle performance dei singoli attori, solo che la vedo un po’ sprecata: la trama non ha un climax di nessun tipo, la gente muore e non si riesce ad apprezzarlo, e persino le sberle sono banali e senza fantasia (eccetto naturalmente la piccola ninja, che costituisce un punto fermo di qualsiasi approccio mazzatistico alla filmografia americana). Si poteva fare molto di più, imbastire un gioco molto più grande di singole storie con piccoli nemici, o quantomeno dare una scala di eventi che rendesse il finale un po’ meno scontato. Dio santo, Marv è riuscito a ferirsi a causa dell’inceppamento di una mitraglietta (lui che ha due metri quadrati di pugno), pur di lasciare Jessica Alba sola con il senatore. Questa è forzatura.

Un altro punto dolente, leggete tutto prima di urlare: la nudità. Beninteso, chi scrive non è un puritano e non si scandalizza certo per un paio di tette (in un film con decapitazioni e smembramenti, poi…), ma c’è un limite a quello che registicamente si può far passare per “metafora”. Spiego: in “Sin City” c’erano scene con Jessica Alba vestita in modo provocante, ed era giusto che ci fossero. Lei rappresenta l’angelo deviato che esiste nella mente di tutti gli sfigati del pub, che la vogliono ma non l’avranno mai, e i suoi movimenti sinuosi irretiscono la mente di tutti coloro che la considerano inarrivabile, perché vedono in lei non soltanto un paio di cosce, ma anche la metafora del perdono e dell’innalzamento (non inteso biblicamente, ma del sollevarsi dalla condizione di sfigato del pub). Nel secondo film invece l’idea che passa è completamente diversa: uomini spessi come il burro si fanno sbatacchiare da una donna completamente nuda salvo poi ricordarsi che sono uomini e “trovare la forza” di ammazzarle. Un messaggio che, a voler essere gentili, è fuorviante. Ed è un peccato perché Eva Green è un’attrice fenomenale, vestita e non, ma fa un ruolo che la butta nella stereotipia più cupa, compreso lo spiegone dopo che le ammazzano il marito.
La storia di Jessica Alba invece procede coerentemente rispetto al primo film, e alla fine è quasi godibile, pur essendo leggermente anticlimatica.

In definitiva un film che sarebbe stato anche bello se non avesse avuto un predecessore come “Sin City”, ed è un vero peccato perché le idee registiche ci sono e si vedono, il cast c’è e si vede, ma manca tutta quella voglia di indagare il profondo dell’animo umano che c’era nel primo film. Consigliato? No. “Ma io sono fan del primo”. Appunto. 

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