Homo Homini Zombus

Martedì, 14 Ottobre 2014 00:00
  

Lo zombie è un "mostro" assai particolare: non gode del fascino romantico di Dracula o della Creatura di Frankenstein, né possiede la forza di un lupo mannaro o l'astuzia tipica delle varie emanazioni demoniache; al contrario, è lento, stupido e preso singolarmente non costituisce poi una grande minaccia. Le cose cambiano quando i non morti diventano dozzine o centinaia, formando un'inarrestabile fiumana di carne putrefatta e ciondolante, che oltre che banchettare con i corpi dei viventi ha il merito di sollevare uno impietoso specchio verso il pubblico: pensiamo alle sciabolate al consumismo e al capitalismo che George A. Romero sferra, da più di cinquant'anni, nei suoi capolavori.

 

Sfortunatamente, uno degli effetti collaterali di ogni capolavoro è l'ispirare una pletora di insipidi cloni e di brutte copie,  prodotti talmente brutti da non essere nemmeno degni di essere menzionati, eppure, viene un momento in cui qualcuno riesce a trovare nuovi significati e ad infondere nuova linfa al genere: senza scomodare Harold Bloom e il concetto di "Anxiety of Influence", è un semplice fatto naturale che la generazione successiva provi a migliorare l'operato di quella che l'ha preceduta, rendendolo più attuale o semplicemente diverso.

 

Ebbene, con The Walking Dead siamo entrati nel Post-Romerismo se non addirittura nel Post-Zombismo: se già il Maestro aveva posto l'accento sul collasso delle istituzioni e sul successivo stato di caos che rendeva ipso facto i superstiti pericolosi quanto gli zombies, se non addirittura di più, con la serie della AMC compiamo un ulteriore passo verso la "deumanizzazione degli umani". Se infatti nei sei film romeriani i protagonisti (leggasi "i buoni") riuscivano in un modo o nell'altro a conservare la loro umanità rimanendo "eroi" nel senso classico del termine, la stessa cosa non si può certo dire di Rick Grimes e dei suoi compari.

 

La prima puntata della quinta stagione infatti tende a sfocare e a rendere quasi indistinguibili le vittime dai carnefici (in questo senso il titolo italiano Cacciatore e Preda rende molto più l'idea del blando No Sanctuary originale): i lettori del fumetto avevano già preso coscienza dei metodi sempre più drastici utilizzati dall'ex sceriffo per garantire la sopravvivenza della sua gente, ma ormai anche i telespettatori avranno ormai intuito che egli è passato, per così dire, dall'altra parte dello specchio. Se il dialogo tra Tyreese e il suo prigioniero sancisce infatti la fine di un mondo che non esiste più, fatto di Chiesa e football domenicali, l'epitaffio del Rick d'antan viene scritto col piombo nella scena in cui egli apre il fuoco alle spalle di un gruppetto di nemici: vero che in guerra tutto è lecito, ma lo sceriffo di una volta non avrebbe mai agito in questo modo. L'incarognimeno del mondo e di quello che resta della società si manifesta proprio nella comunità del Terminus: individui mossi da altruismo e nobili principi sono diventati – letteralmente – dei macellai e dei cannibali, non differenti dagli zombies, che da nemico comune, sono ormai ridotti a mero imprevisto negli scontri tra gruppetti di sopravvissuti.

 

Una serie TV incentrata sui non morti, in cui questi ultimi diventano una semplice variabile, le parole "buoni" e "cattivi" perdono progressivamente significato, e le chances di sopravvivenza crescono in base alla spietatezza e alla conseguente cancellazione di quanto di umano rimane in ciascun individuo (qualcuno ha detto Carol?), oltre ad aprire nuovi e interessanti scenari in un genere che cominciava un po' a puzzare di stantio, pone, ancora una volta, una domanda di considerevole importanza:

 

chi sono, davvero, i morti che camminano?

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Gabriele Basile

I don't believe in many things, but I do believe in duct tape.

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