"Interstellar": space opera dove grandiosità fa a volte rima con ingenuità

Domenica, 09 Novembre 2014 18:34
  

La cifra stilistica che meglio si addice a Christopher Nolan è l’ambizione: la fama ormai consolidata gli permette produzioni in grande stile per dare del tu ai grandi maestri, e “Interstellar” si pone sulla scia di “2001: Odissea nello spazio” e “Solaris”. Decenni dopo i capolavori assoluti di Kubrick e Tarkovskij lo spazio può essere ancora il luogo principe della meraviglia cinematografica? La risposta è sì, ovviamente.

Sia chiaro: “Interstellar” è un film non privo di difetti, anzi. Dopo il trittico di rara perfezione costituito da “The Prestige”, “Il cavaliere oscuro” e “Inception”, Nolan è già incappato in un mezzo passo falso, per sua fortuna non al botteghino, con il capitolo finale della sua saga di Batman, dove il cotè emozionale faceva premio sulla coerenza e sulla logica della trama, sconfessando dunque i precedenti intrecci non certo avari di sentimenti ma deliziosamente cerebrali: come dimenticare d’altronde DiCaprio alle prese con sogni dentro altri sogni per riabbracciare i figli?

In “Interstellar” ritorna in pompa magna proprio il tema dell’amore paterno: il protagonista, Cooper (Matthew McConaughey), si lancia nella missione più audace della storia col precipuo scopo di salvare l’umanità tutta e ricongiungersi ai figli, specie all’amatissima Murph (Mackenzie Foy, poi Jessica Chastain). Il contesto è quello di un futuro vicino in cui una piaga ha comportato una gravissima carenza di risorse alimentari. La salvezza è in un cunicolo spazio-temporale – wormhole – apparso nei pressi di Saturno, potenziale porta per nuovi mondi abitabili: architetto della missione l’anziano professor Brand, interpretato dall’immancabile seguace nolaniano Michael Caine; compagna di viaggio di Cooper la bella Amelia (Anne Hathaway), figlia dello scienziato.

Numerosi sono i plot twist lungo i 169 minuti della pellicola:  notevoli dilemmi morali, tradimenti, bugie, perfino una guest star a scompigliare le carte come e più degli effetti della gravità sullo scorrere del tempo, che rappresenta la risorsa più preziosa per i moderni Ulisse pronti a varcare le colonne d’Ercole rappresentate dal buco nero. “Interstellar” ha diviso i critici, ma ha pienamente convinto registi di spessore quali Tarantino e Paul Thomas Anderson, e il perché è semplice: misurandosi con progetti sempre più “larger than life”, Nolan presta facilmente il fianco a critiche, a volte fondate a volte no, quale prezzo dell’anelito alla perfezione nella complessità; tuttavia, incanta colleghi di chiara fama per la sua capacità di pensare in grande in senso letterale. Per quanto possibile, Nolan ha limitato l’uso della computer grafica, e ha evitato il green screen, andando, per esempio, a girare in Islanda le non facili sequenze sul pianeta d’acqua e su quello ghiacciato; ha fatto inevitabilmente ricorso alla tecnologia quando si è confrontato con il buco nero, cioè uno dei più grandi misteri della scienza, con un risultato eccezionale sotto il profilo estetico e perfino scientifico, tanto da scaturire una nuova scoperta sul tema grazie al profluvio di equazioni usate da chi ha maneggiato i software di rendering delle animazioni.

“Interstellar” è dunque un kolossal puro e duro, con le sue disarmanti ingenuità – l’enfasi sul rapporto padre-figlia, certi passaggi troppo didascalici intervallati da altri troppo oscuri – eppur capace di rispondere a tutte le principali domande chiudendo, e non in senso metaforico, il cerchio in un finale dove c’è un’affascinante commistione tra new-age e fisica quantistica, con una biblioteca dagli echi borgesiani e una radicata fiducia nelle capacità umane.

Nolan ha dunque pareggiato i grandi maestri della space opera? Purtroppo no: al di là dei riusciti omaggi, il film non ha la profondità filosofica necessaria per l’etichetta del capolavoro senza tempo: per compiacere il pubblico da blockbuster il regista ha annacquato l’apporto del consulente scientifico Kip Thorne senza portare alle estreme conseguenze riflessioni sui significati ultimi di tempo e spazio. La scoperta della teoria del tutto, che concilia relatività generale e meccanica quantistica, si risolve in un “eureka”, mentre fiumi di parole scorrono, talora a disturbare immagini tanto belle da meritare il silenzio, per reiterare ad nauseam l’importanza dell’amore quale unica cosa che trascende ogni dimensione.

Nulla da eccepire sul comparto tecnico: indolore il passaggio di testimone nell’universo nolaniano quale direttore della fotografia tra Pfister e Van Hoytema, mai una delusione dalla colonna sonora di Hans Zimmer, grandiose le immagini, anche quelle iniziali di una Terra sconvolta da inaudite tempeste di sabbia. Per apprezzare meglio il tutto è consigliata la visione in IMAX, che in Italia però è l’eccezione e non la regola.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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