Ragazzi di sistema.

Venerdì, 28 Novembre 2014 00:00
  

Giovani criminali  disposti a tutto per essere leader.  Minori che diventano “adulti” in un attimo. Il reclutamento di minori è sempre più imprescindibile ai fini della sopravvivenza delle camorre. I dati ci dicono che in un contesto socio-economico precario come Napoli e la sua periferia, la camorra riesce sempre di più a sfruttare il degrado non fronteggiato dallo stato, coinvolgendo i giovani nelle attività illegali. Conviene puntare sui giovani, sia per l’ impunibilità giuridica  dei ragazzini al di sotto dei 14 anni, sia perché possono essere sottopagati (si parla di circa 300 euro al mese). Vediamo come funziona. Inizialmente il loro primo incarico consiste nello spaccio di droga leggera in luoghi affollati. Poi vengono promossi allo smercio di pasticche e cocaina in locali pubblici notturni, ricevendo in concessione un motorino per gli spostamenti necessari. Dopo pochi mesi viene affidata loro una pistola, che li fa sentire padroni del mondo, finalmente importanti.

 La prima lezione consiste nel rapinare, poi si passa al trasporto di droga, alla riscossione del pizzo e alla nota “prova del giubbotto”:  cioè nell’esplosione a distanza ravvicinata di un colpo d’arma da fuoco sul petto del ragazzo dotato di giubbotto antiproiettile. Questi dopo essere caduto si rialza, intontito, ma pronto a ricevere la fiducia del clan. L’affermazione a pieno titolo arriva a seguito del primo omicidio. Uccidere è “na strunzat” come disse il boss Raffaele Abbinate al figlio. Se prendi qualcuno di striscio e non centri l’obiettivo è “na figur e merd”. Vietato parlarne.

 I ragazzi vedono la camorra come una possibilità di emersione in una società depressa. “ C’è gente che odia la camorra, io invece no, anzi a volte penso che senza non potremmo stare, perché ci protegge tutti, pure il fatto che tutti paghiamo il pizzo non è giusto, ma chi paga resta protetto”. Queste le parole inquietanti di una bambina di 13 anni di Miano, in provincia di Napoli.  Ci vorrebbero servizi sociali professionali, servizi di informazione e di consulenza al singolo e ai nuclei familiari, servizi per le emergenze sanitarie e personali e un perfetto coordinamento tra i diversi enti in periferia e non.   Tutti stimoli al cambiamento per iniziare ad utilizzare sempre meno la parola “utopia” ed impiegare sempre di più la parola “possibile”.

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