Viaggio a Vienna, dove il teatro dell'opera costa 4 euro

Venerdì, 26 Dicembre 2014 00:00
  

Esistono paesi, non lontani geograficamente dal nostro e con i nostri stessi principi politici ed economici, in cui la cultura è realmente alla portata di tutti. Uno di questi è l'Austria, patria orgogliosa dei suoi talenti artistici, dal maestro Beethoven a Mozart a Gustav Mahler, Richard Strauss e Herbert von Karajan. E Vienna li ha ospitati tutti divenendo così il centro internazionale della musica lirica e dell'orchestra sinfonica e permettendo oggi ai veri appassionati di assistere ad uno spettacolo del Teatro dell'Opera con soli 4 euro in tasca. Vedere l'opera in terra austriaca costa meno di un biglietto del cinema in terra italiana, in quanto il reale interesse dimostrato concretamente non è quello di apparire tra il pubblico di una platea extra lusso, ma è quello umile e sincero di consentire il linguaggio culturale anche a chi non può permetterselo economicamente. Per chi acquista il biglietto a soli 4 euro non è infatti obbligatorio l'abito scuro ed i posti, anche se in piedi, sono comodamente circondati da appoggiatoi e situati al centro dell'auditorium proprio sotto il palchetto reale. La visuale è quindi ottima e l'acustica ancora meglio. Vi starete chiedendo com'è possibile visto che i veri appassionati di lirica accettano lo scomodo loggione in cui si vede pochissimo e si sente benissimo. Ma nel paese  dell'arte, in cui tutto ma proprio tutto funziona alla perfezione, il restauro del teatro dell'opera avvenuto successivamente al secondo dopo guerra, ha permesso un'acustica ottima in tutto il complesso architettonico, dal balconcino più alto a quello più in basso. Certo la sala dell'auditorium austriaca ha molto da invidiare all'architettura barocca del nostro Teatro San Carlo, in quanto ricostruita nel 1946 in chiave moderna rispetto all'originale distrutta dai bombardamenti, ma che ha comunque conservato i suoi residui classici nello splendido Foyer, nella Sala da tè e nella Sala Gustav Mahler, rimasti per fortuna intatti in seguito alla guerra. Ma sicuramente non ha nulla da invidiare per quanto riguarda la trasmissione culturale dell'arte teatrale al suo pubblico, democratica, cosciente e consentita a chiunque ne abbia interesse. Abolire i privilegi culturali nelle location d'elite è il primo obiettivo se si vuole imporre l'immortalità dell'arte in tutti i suoi molteplici aspetti. Garantire anche ai giovani l'ingresso a teatro ad un prezzo più che popolare è il primo passo se si vuole creare il pubblico di domani disinteressato alle sfilate in prima fila e colmo fino all'orlo della passione artistica. Unico reale obiettivo che dovrebbe perseguire un ambiente di storia e cultura da cui noi siamo ormai drasticamente lontani, ma anzi ci ritroviamo vittime di istituzioni capricciose che hanno fatto del lamento la loro arma per ricevere continui finanziamenti da altrettante istituzioni. E dove sono i finanziamenti per coloro che dovrebbero rappresentare il futuro culturale di un popolo? E quelli per i meno abbienti?
Assistere alla Cenerentola di Rossini al Teatro dell'Opera di Vienna è un'esperienza che arricchisce sia sotto un piano culturale ma anche nell'aspetto sociale della questione. Un pubblico composto principalmente da giovani provenienti da tutto il mondo, vestiti con abiti casual, armati di binocolo e intenti a leggere i sottotitoli inglesi affissi su ogni posto è una gioia che premia la passione e la spontaneità della cultura e di chi la assiste. Sono circa 300 le diverse opere che vengono rappresentate in ogni stagione teatrale, ogni giorno una differente, ogni giorno una scenografia diversa, ogni giorno un cast di attori accompagnato dalla notevole orchestra sinfonica. In tre giorni trascorsi nella capitale austriaca puoi tranquillamente fare parte del pubblico di tre opere differenti, in lingua rigorosamente originale. Ed il prezzo per chi non può permettersi le prime file è sempre lo stesso: 4 euro.
Ed assistere ad un'opera italiana in terra straniera è un'esperienza che fa anche tanta rabbia. E' il solito fenomeno dell'emigrazione dei talenti a cui la nostra generazione è costretta ad assistere, espresso chiaramente nella metafora del mio viaggio culturale: obbligati ad “espatriare” anche per poterci permettere un biglietto dell'opera lirica. 

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