C'era una volta il "1992"

Venerdì, 27 Marzo 2015 00:00
  

L'Italia, anticamente considerata come la Terra degli intrighi e delle macchinazioni, del Cattolicesimo corrotto e dei complotti machiavellici (in particolar modo dopo la Riforma Protestante) continua ad essere percepita – ed apprezzata – come tale: dopo Roma e Napoli, il triangolo del male Made in Italy si chiude a Milano con 1992, la Serie TV ideata da Stefano Accorsi e trasmessa su Sky Atlantic.

 

Diciamo subito che il prodotto è molto diverso sia da Romanzo Criminale che da Gomorra non solo per la dimensione spaziotemporale, ma anche per le tematiche e i procedimenti narrativi utilizzati: i sei protagonisti non si conoscono, ma gravitano attorno alla vicenda principale descrivendo un'orbita più o meno stretta. Nessuna "banda", nessun "sistema", solo una serie di individui che cercano di raggiungere i propri obbiettivi in un determinato momento storico, lo spartiacque tra due repubbliche, una sorta di zona franca tra le appendici degli Anni '80 e lo slancio verso il 2000. Se infatti Romanzo Criminale era l'epopea del riscatto di una serie di ragazzotti di borgata, e Gomorra descriveva con pochi fronzoli uno scenario privo di ogni barlume di umanità in cui anche la minima possibilità di redenzione era negata, 1992 è decisamente la serie dell'ambizione. Ma per raggiungere il proprio scopo i personaggi non passano per sparatorie, inseguimenti o scazzottate, al contrario dovranno – proprio come in una tangente – dare qualcosa in cambio, ad esempio il poliziotto dalla faccia pulita dovrà trascendere i confini della legge per incastrare un imprenditore col quale ha dichiaratamente un conto aperto, o la stellina disposta a tutto pur di ottenere ruoli importanti.

 

Per quanto riguarda la recitazione, sugli scudi Accorsi, nel ruolo di un manager di Publitalia un po' Quel Tizio un po' Don Draper, davvero viscido in taluni frangenti, come la scena di Non è la Rai; buono il resto del cast da Alessandro Roja (il Dandi di Romanzo Crminale, qui saltato dalla parte della legge) a Miriam Leone e a Tea Falco, la cui interpretazione non ha però convinto tutti. Altrettanto buona la regia e la fotografia che restituisce una Milano livida e ingrigita, così come la colonna sonora che contribuisce a ricreare l'atmosfera del tempo spaziando dai R.E.M. a Lorella Cuccarini.

 

1992 è un prodotto atipico: a metà strada tra un impossibile verismo e un'inevitabile drammatizzazione, fa del suo meglio per restituire un quadro relativamente fedele del momento storico più importante nella storia recente del nostro paese; non mancano alcune forzature e clichés, ma il risultato finale è gradevole, anche per via dei personaggi reali che si muovono accanto a quelli di fantasia. Chiesa, Dell'Utri e Berlusconi (o almeno i suoi tacchi) e un ruspante Di Pietro aggiungono inoltre un tocco di unheimlich che non guasta (e che alimenterà sicuramente polemiche), accentuato dal calderone di riferimenti alla cosiddetta "cultura di massa" dell'epoca, dal martellante "Liberi Liberi" a Zemanlandia, passando per la giustapposizione tra Salvo Lima e Casa Vianello.

 

Tra tangenti, politica e propaganda, corsi e ricorsi storici («Li mandiamo tutti a casa, cazzo!»), vendette e oscuri passati che riaffiorano, 1992 è una serie con tutte le carte in regola per fare bene, come testimoniato anche dagli ottimi ascolti; nel corso dei prossimi otto episodi, sapremo se l'intuizione di Stefano Accorsi si rivelerà vincente.

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Gabriele Basile

I don't believe in many things, but I do believe in duct tape.

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