Il cuculo di De Giovanni/Gassmann come parabola di rivoluzione

Martedì, 14 Aprile 2015 00:00
  

Aversa 1982. La scritta ospedale psichiatrico è incisa nella pietra sul proscenio. Sul palco grandi finestre e un ambiente doppio, sviluppato sia in verticale che in obliquo, così come le luci, che giocano sulla prospettiva, sguardo di profondità su una scena molto realistica: - in alto ci sono i cronici - spiega il personale - in basso gli acuti-. Siamo tra i pazzi, i derelitti, gli ultimi, quelli che hanno 'troppa paura di affrontare il mondo', messi in riga dall'egida totalitaria di Suor Lucia,  magistralmente interpretata da Elisabetta Valgoi. Si entra nella quotidianità dell'ospedale psichiatrico, nella routine delle pulizie, della tenda della sala personale che, inesorabilmente,ogni mattina si deve aprire, della musica sempre uguale, delle umiliazioni fisiche nascoste e delle vessazioni psicologiche manifeste. Ogni personaggio è un mondo meraviglioso e terribile, una storia a sé che va raccontata tra le righe di una dimensione più alta e universale. Si entra nel mondo claustrofobico che doveva essere proprio di un manicomio negli anni '80. In questo contesto statico, rappresentato dal reiterato susseguirsi di azioni sempre uguali, entra l'elemento di disturbo, colui che scuote le coscienze. Non è improvviso, c'è un senso di attesa negli splendidi 'quadri' profetici, con proiezioni, di cui il gigante è protagonista: scende il telo e il mondo cambia, diventa musica, lì dove le parole latitano, movimento, dove la stasi impera. Entra l'eroe dell'epos greco, votato al sacrificio, che Di Giovanni, con scrittura immediata e sempre efficace, cala dall'alto e sconvolge tutto. Dario Danise, il Randle McMurphy che fu, perfettamente incarnato dalla mimica e dalla gestualità di Daniele Russo, è l'elemento esterno che irrompe e distrugge gli equilibri, porta gioia, terrore, sbigottimento e tragedia, in una parola rivoluzione: termine ripetuto spesso, come una nenia, il desiderio irraggiungibile di un gruppo di bambini. Sua è però anche la ubris, in una sfida uomo/donna, laico/profano, colto/popolare, rigido/molle.

Non vi è accezione negativa nelle posizioni dei due contendenti, sono scelte tra una libertà senza controllo, ma con la paura del mondo che attanaglia chi ne trae la gioia, o rigidità senza vita?

Grandissimo plauso alla regia di Alessandro Gassmann, dinamica e molto cinematografica, con rimandi al suo precedente lavoro, il Riccardo III di cui era anche protagonista.

La musica, il ritmo del racconto e il pathos sulla scena si contrappongono ad una stasi degli attori, bravi tutti, utile metafora dell’assenza del tempo, lì dove l’orologio non si muove e la non scelta impera, anche se non per sempre.

 

Qualcuno volò sul nido del cuculo
di 
Dale Wasserman 
dall’omonimo romanzo di 
K
en Kesey 
versione italiana 
Giovanni Lombardo Radice 
adattamento  
Maurizio de Giovanni

con
Daniele Russo 
Elisabetta Valgoi
Mauro Marino
Marco Cavicchioli
Giacomo Rosselli
Alfredo Angelici
Giulio Federico Janni 
Daniele Marino
Antimo Casertano
Gilberto Gliozzi 
Gabriele Granito
Giulia Merelli


scene 
Gianluca Amodio 
costumi
Chiara  Aversano
luci
Marco Palmieri
musiche originali
Pivio & Aldo De Scalzi
videografie
Marco Schiavoni 
aiuto regia
Emanuele Basso 

uno spettacolo di
Alessandro Gassmann

produzione 
Fondazione Teatro di Napoli

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Emma Di Lorenzo

I leave to others the conviction of being the best, for me I want the certainty that in life you can always improve.

 Marilyn Monroe

 

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