Sulle colline tra boschi e giardini, la luce radiosa di Luca Giordano

Sabato, 25 Aprile 2015 00:00
  

Sono sempre stata innamorata dall’arte in tutte le sue forme. Affascinata dagli infiniti modi che sa trovare l’essere umano per cercare di raggiungere il suo obiettivo più ambito.

Diventare immortale. 

 

Nei miei meravigliosi studi umanistici ho attraversato l’Inferno e il Paradiso insieme a Dante, ho rabbrividito in una nave spaziale mentre HAL 9000 recitava il suo “girotondo”, ho ascoltato in Dieci giorni cento novelle al riparo dalla peste del 1348, sono fuggita con Napoleone dalla furia del “Generale Inverno”, ho visto un’insonne Lady Macbeth strofinarsi sotto l’acqua mani lorde di sangue, ho guardato Euridice venire risucchiata per sempre negli abissi infernali.
E poi ho vissuto a Napoli, negli anni in cui era la capitale di un grande e ricco Regno, meta dei viaggi dei più facoltosi rampolli europei e fucina delle idee più innovative, per qualità e tecnologia.

 

È assopita adesso l’anima antica di quei luoghi. Il rapporto tra quell’immenso patrimonio culturale e i suoi eredi diretti si è interrotto. L’amara dimostrazione è la desertificazione delle sale dei nostri preziosi musei, ridotti a polverosi scrigni dei tesori più pregiati della città.
E allora rieccomi qua, a parlarti di un’altra storia napoletana e di un altro artista che la rese nota in tutto il mondo. Napoletano, grandissimo protagonista dell'arte barocca europea e uno dei pittori più prolifici di tutti i tempi: Luca Giordano. Conosciuto anche con il soprannome di "Luca fa presto" per la rapidità con cui realizzava le sue opere.

 

La sala 103 è una stanza molto grande. È meravigliosa. Ed è lucente.
Si trova al Secondo piano del Museo di Capodimonte, nella Galleria Napoletana ed è interamente dedicata alle grandi pale d’altare di Luca Giordano. È una sala in cui respiri luce, perché quella pittura, magniloquente e delicata insieme, è intrisa di una luminosità che attraversa le tele ed entra nei paesaggi, filtra attraverso le nuvole di cieli brillanti, illumina le bionde acconciature di giovani donne e sfrangia forme e contorni rendendo le figure come “fuori fuoco”.
Eppure il Giordano non rinnega mai le sue influenze giovanili, quando alla bottega di Ribera imparò a rendere la realtà così com’è, senza abbellimenti o guarnizioni. E infatti pur nell’ariosità della sua pittura, i gesti, le emozioni, le epidermidi, restano concreti e il rispetto per il dato naturale è sempre presente. Queste furono la caratteristiche che fecero di Luca Giordano uno dei pittori più richiesti del periodo, fino a diventare, in Spagna, pittore di corte.

 

San Gennaro intercede per la cessazione della peste

San Gennaro intercede per la cessazione della peste, olio su tela, 1660-61, Museo Nazionale di Capodimonte 

 

 

San Gennaro intercede per la cessazione della peste, mostra perfettamente entrambi i registri della sua pittura. È un dipinto di grande impatto poiché era destinato ai fedeli della chiesa di Santa Maria del Pianto e doveva essere quindi di facile lettura. Ex voto all’indomani della terribile pestilenza del 1656 che aveva dimezzato in pochi mesi la popolazione napoletana, l’opera è come divisa in due. Nella parte inferiore la tavolozza è scura, i colori sono intensi e il Giordano ritrae con un realismo crudissimo, tipico del primo periodo, le vittime della peste, soffermandosi anche su episodi particolarmente dolorosi come quello a sinistra in cui un bambino grida e cerca di scuotere il corpo livido senza vita della madre.
Nella parte superiore il registro stilistico cambia e diventa magniloquente e solenne. San Gennaro si rivolge alla Madonna e a Gesù chiedendo per la città di Napoli la cessazione della peste e la pittura perciò è cristallina, fatta di aria e nuvole e percorsa da una luce accesa. È evidente che il Giordano è già entrato in contatto con l'arte fatta di colore e di luce dei pittori veneti e di Pietro da Cortona, incontri decisivi che cambiarono radicalmente la sua pittura.
La leggenda vuole che la tela sia stata dipinta in 2 soli giorni ed che da qui gli sarebbe stato dato il soprannome di "Luca fa presto". 

 

La Chiesa della Certosa di San Martino è un altro fiore all’occhiello napoletano. Sontuosa e solenne da secoli custodisce, tra le preghiere dei fedeli e la curiosità dei turisti, le sue preziose ricchezze d’arte. Al suo interno Luca Giordano decorò la volta della Cappella del Tesoro Nuovo con uno dei suoi migliori capolavori. E toccò uno dei massimi punti della pittura barocca.
Il Trionfo di Giuditta.

 

Trionfo di Giuditta
Trionfo di Giuditta, affresco, 1703, Cappella del Tesoro Nuovo, Certosa di San Martino

 

Lo sfondamento illusionistico della volta è ardito e di grande efficacia, l’artista utilizza la tecnica del “sotto in su” in cui tutte le figure sono fortemente scorciate, attirando lo sguardo verso il cielo brillantissimo in cui la luce calda e dorata dona all’insieme grande leggerezza.
Il trionfo di Giuditta è al centro della volta e lungo i lati scorrono le storie del Vecchio Testamento. Il racconto è continuo, il ritmo è incalzante e la resa cromatica mostra un ultimo Giordano, quando ormai è superata l'influenza caravaggesca e riberesca e assimilata quella veneta, con i suoi colori brillanti e intensi, rischiarati da leggeri trapassi di luci e ombre.
L’opera fu realizzata quando il Giordano aveva quasi 70 anni e secondo la tradizione fu terminata in appena un giorno. Ispirò moltissimi artisti napoletani e stranieri e diventò un modello per le generazioni future, in particolare per De Mura e Solimena.  
Fu definito “il più diretto antecedente del roccocò europeo”. 

 

Questo breve viaggio tra luce e colore termina qui.
Le colline di Capodimonte e di San Martino continueranno a vigilare sulla nostra preziosa eredità, pronte a svelarcela ogni volta che vorremo riscoprirla. Perciò riappropriamoci di questi nostri tesori, vanti assoluti a livello internazionale, perché sarà la conoscenza del passato a darci consapevolezza della nostra identità e quell’apertura mentale necessaria per affrontare il nostro presente così critico e problematico. 

 

 Più si riesce a guardare indietro, più avanti si riuscirà a vedere (W. Churchill)

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