Materie scientifiche e umanistiche: un articolo a quattro mani da due esponenti dei fronti opposti

Lunedì, 31 Agosto 2015 12:04
  

 

Fatti non foste.

 

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 Di Davide Laurella, laureato in Ingegneria elettronica, lavora nel settore dell'Energia e dell'Automazione. Appassionato di Scienza e di divulgazione Scientifica, ama queste materie come strumenti per imparare sempre cose nuove.

 

Come ogni estate, anche quest'anno tengono banco le inevitabili polemiche sul dilemma che ogni generazione di diplomati affronta da sempre a fine agosto: quale facoltà scegliere? E soprattutto quale indirizzo: umanistico o scientifico?

 

In vario modo, però, il dibattito si limita spesso a valutare i pro e contro che le diverse scelte comportano per lo studente: pomo della discordia, argomentato con statistiche e voci di popolo, è la considerazione secondo cui le facoltà umanistiche siano accoglienti ma improduttive e quelle scientifiche fredde ma redditizie.

 

Lungi dal voler azzardare un consiglio su come affrontare questa decisione, che è bene resti alla sensibilità di ciascuno, vorrei piuttosto mettere sul tavolo un'altra domanda, che aggiunga al tema un'altra prospettiva, magari più ampia.

 

E la domanda è questa: che succede ad una società che sistematicamente decide di separare Scienza e Umanesimo e limita la prima a mera tecnica applicata e la seconda a futile velleità estetica? Corre dei rischi, questa società? E la Scienza?

 

Sembra sfuggire a molti cosa sia, davvero, la Scienza.

 

Spesso si confonde la Scienza con la conoscenza tecnica che essa genera; o con la disciplinata trasmissione di un sapere complesso ed elitario. Si ritiene sia appannaggio di prestigiose autorità e volta innanzi tutto al soddisfacimento dei desideri e dei bisogni di chi la pratica, al sicuro nel proprio fortino di solide certezze.

 

Nulla di più sbagliato!

 

La Scienza è innanzi tutto un metodo con cui imparare cose nuove e merita per questo un posto nel cuore stesso della nostra identità culturale. E' Scienza l'osservazione sistematica della Natura e l'umiltà di cambiare idea ogni volta che un'opinione viene contraddetta dai fatti e dall'esperienza. E' la disciplina di astenersi da conclusioni azzardate, per le quali manchino prove razionali soddisfacenti. E' l'abitudine a fare amicizia con l'ignoranza e il dubbio e, parafrasando Socrate, a dividere quello che sappiamo da quello che non sappiamo.

 

Vuol dire restare aperti alle sorprese ed essere disponibili a cercare prove contrarie alle proprie convinzioni con la stessa tenacia di quelle a favore.

 

La Scienza è insomma il suo stesso motore: quel bisogno di conoscenza che ci distingue dai nostri cugini primati; lo stesso che spinse Prometeo a rubare il fuoco agli Dei e condusse Ulisse oltre le Colonne d'Ercole.

 

Rispetto alle imprese di quegli esploratori, mitici e solitari, la Scienza però ha una dimensione aggiuntiva: quella collettiva. Se, infatti, la verità che pretende di afferrare è là fuori, non può essere dipendente dal singolo protagonista che la professa. E per questo non c'è Scienza senza comunità: le scoperte, le deduzioni, gli esperimenti di uno devono poter essere ripetute da chiunque sia interessato a metterle in dubbio.

 

Questo le attribuisce un potente ruolo pubblico, insieme ad un elevato valore civile e politico: ci abitua in quanto cittadini alla fatica di sottoporre a giudizio critico ogni affermazione che pretenda di avere un qualche contenuto di verità, prima di accettarla. Anche quando a sottoporcela è un'autorità; anche quando a insegnarla è la scuola. Anche quando ce la racconta un politico o ... un prete!

 

Insomma: il diritto e, insieme, la responsabilità di costruirsi un'opinione informata rende la Scienza il miglior alleato delle moderne società democratiche, in un circolo virtuoso in cui cultura e spirito critico sono insieme protagonisti e custodi del benessere collettivo e delle libertà civili.

 

Ed è per questo che, se una società perde il proprio vigore culturale, anche la Scienza, prima o poi avvizzisce, e con essa tutti i suoi benefici tangibili.

 

Con seri rischi. Materiali: perché una Scienza senza spirito critico perde presto il suo impeto e diventa, dopo un po', tradizione sterile, setta, corporazione, incapace di generare benessere e sviluppo. Sociali: perché come scriveva Thomas Jefferson: "se il popolo si disinteressa degli affari pubblici, tu, io, il Congresso (...), tutti noi ci ritrasformiamo in lupi. Perché questa sembra essere la legge della nostra natura". E perché, come già avvisava Carl Sagan, pensando al rischio di un'escalation nucleare, una società democratica come la nostra, così dipendente da scienza e tecnologia, in cui l'opinione pubblica non conosce né l'una né l'altra, è destinata al disastro.

 

E noi? Ci sono sintomi di questi rischi nella nostra società? Ecco: il dibattito in tema di università mi sembra un campanello d'allarme piuttosto importante. Perfino le parole che usiamo ogni giorno denunciano un arretramento su questo fronte: inseguiamo la crescita ma abbiamo smesso di desiderare l'umano progresso. Lodiamo le scienze applicate ma non capiamo che esse sono solo applicazione di una conoscenza faticosamente conquistata. Lodiamo la Ricerca ma sviliamo la Cultura che la muove.

 

Per questo, tornando alla domanda da cui siamo partiti, agli studenti che sceglieranno facoltà scientifiche, vorrei suggerire questo: insieme al sapere tecnico, pretendete di studiare la Storia di coloro che l'hanno conquistato per voi. Apprendetene i sacrifici e gli sforzi; gli errori e i dubbi. Leggete l'ultimo capitolo dell'Origine delle Specie di Darwin e assaporatene la poesia. Leggete l'italiano antico che Galileo utilizzò per spiegarci i massimi sistemi del mondo e fatevi raccontare del processo che subì. Ricordate le parole di Oppenheimer che, dopo Hiroshima e Nagasaki, disse, disperato: "sono diventato Morte, il distruttore di mondi"; chiedetevi, insieme a Carl Sagan: "Chi parla per la Terra?". E soprattutto: non lasciate che la vostra Scienza abdichi alla responsabilità della ricerca dei fatti e della verità e ai doveri sociali, etici e umani che questo implica.

 

A coloro che sceglieranno una facoltà umanistica, chiedo invece: non escludete la Scienza dal perimetro del vostro interesse. E' un potente strumento di ragionamento critico e di indagine. Inoltre, le verità cui ci ha condotto superano le più bizzarre fantasie mai concepite. E parlano di noi stessi oltre che della Natura. Hanno la potenzialità di sottrarci alla miopia delle nostre paure, dei nostri bisogni, del nostro egocentrismo e di liberarci dalle superstizioni e dalle ideologie. Ci ricordano che abitiamo un Universo vasto, in cui sembriamo semplici comparse, polvere di stelle raccolta in un pallido puntino azzurro, sospeso in un raggio di sole, alla periferia anonima di una galassia qualunque. E che per questo dobbiamo avere cara la vita: la nostra e quella degli altri. Perché sembra piuttosto rara.

 

Agli altri, spero di aver offerto almeno uno spunto di riflessione, utile a riconciliare due esperienze che si sostengono l'un l'altra e, dalla cui separazione artificiosa, abbiamo, collettivamente, solo da perdere.

 

 

 

Emisferi.

 

bianconero

 Di Francesca Paone, giornalista ed editor, ha studiato Lettere e Filosofia, è presidente dell'associazione culturale no profit MYGENERATION e direttore editoriale dell'omonima rivista, dedicata ai giovani e all'informazione libera.


Per una lunga serie di luoghi comuni e pregiudizi, è accaduto spesso, nel corso della storia, che si costruissero intere recinzioni e spesse mura di concetti errati, in base ai quali non v'era attinenza tra materie scientifiche e letterarie.

 

Nulla di più sbagliato!

 

Personalmente, farei partire l'equivoco dal periodo, fra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, nel quale lo sviluppo della società s'impenna in una brusca accelerata e molti aspetti della vita quotidiana vengono migliorati (fatta eccezione per i ceti sociali più bassi, naturalmente) dalle nuove invenzioni, tecnologie e scoperte. La media e alta borghesia comincia ad avere accesso ad aspetti sempre più ampi della cultura, cresce in maniera rilevante il numero di lettori e, in particolare, il numero di donne che si avvicina alla lettura.

 

Per spiegarla in termini molto semplici: dato l'alleggerimento della vita domenstica con le sue faccende, in conseguenza di un aumento di elementi meccanici che sostituiscono ciò che in precedenza era l'uomo (o meglio, la donna) a dover fare manualmente, molte mogli, madri, figlie si ritrovano, in questo periodo storico, con molto più tempo libero a disposizione.

 

La lettura si dischiude, così, a fasce sociali sempre più ampie, i romanzi diventano il passatempo preferito dalle signore (nonostante i volumi costassero cifre esorbitanti, così come le candele e le finestre! - per la tragica tassa sulle finestre, appunto -), che prediligono storie d'avventura, esotiche e d'amore e, in una serie di vicissitudini concatenate, nascono le biblioteche ambulanti, i romanzi d'appendice e le opere di alcuni autori che, per la prima volta, si ripropongono l'intento, non di arricchire lo scibile umano con la loro cultura e la loro penna, ma di arricchirsi, cioè di vendere libri e far felici dozzine di donzelle sulla scia delle loro predilizioni (e faranno parte della combriccola autori quali Defoe, Swift, Richardson, Fielding, Radcliffe, Voltaire, Rousseau, Choderclos e de Laclos).

 

Le opere letterarie cominciano a indirizzarsi verso una sempre maggiore riproduzione del vero e, tanto per fare un esempio, Pamela commuoverà frotte di cameriere, con accesso alle biblioteche dei loro datori di lavoro. Naturalmente, parliamo soprattutto di Inghilterra e Francia, in Italia la crescita del ceto medio sarà molto più lenta, ma ugualmente importante per i cambiamenti che interesseranno la letteratura.

 

Questa parentesi non ha semplicemente lo scopo di render nota un po' di storia del romanzo, bensì quello di segnare, in questo contesto, un apparente distacco delle materie umanistiche dal resto delle discipline e dei saperi e di mostrare come, in realtà, il legame fra di essi abbia solo cambiato forma: la trattazione di questi argomenti, e quindi il vincolo che li unisce osmoticamente, non è più affidata esclusivamente ad una ristretta élite di intellettuali e la penna non è più prerogativa di questi signori, con le possibilità materiali per intraprendere studi completi e di livello superiore.

 

Ora, la letteratura si diffonde a macchia d'olio e il suo legame con le scienze, la tecnologia, il progresso, è più solido che mai, non solo per i necessari aspetti meccanici della nuova produzione in serie, anche di un insollito prodotto come il libro, ma soprattutto in funzione di quel nuovo gusto per il "vero" o "verosimile", per cui non si parla più solo di mito, di eroi classici o religiosi, ma di uomini e donne comuni, influenzati da tutto ciò che accade nel mondo.

Arriveremo, così, ai precursori del naturalismo, Balzac e Flaubert, e poi a Gogol, Turgeniev, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov.

 

Nel frattempo, già nel 1784, Benjamin Franklin pubblica un'idea sul quotidiano francese Journal de Paris. Franklin propone uno spostamento delle lancette degli orologi in avanti, sul principio del risparmio energetico, ma non trova seguito. Oltre un secolo dopo, nel 1907, l'idea viene ripresa dal costruttore inglese William Willett, e questa volta trova terreno fertile nel quadro delle esigenze economiche provocate dalla Prima guerra mondiale: nel 1916, la Camera dei Comuni di Londra dà il via libera al British Summer Time, con lo spostamento delle lancette un'ora in avanti durante l'estate. Molti paesi imitano la Gran Bretagna, in quanto, in tempo di guerra, il risparmio energetico è una priorità. Si muovono i primi passi in direzione della globalizzazione dell'ora legale.

 

Qualche anno prima del British Summer Time, nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912, precisamente alle 24.15, il capitano del transatlantico britannico Titanic ordina al suo telegrafista di trasmettere il segnale di soccorso. La rivoluzione delle onde radio, in pochi minuti, rende un tragico e storico avvenimento per la prima volta di portata mondiale. Entro il 16 aprile tutto il mondo, da New York all'Europa, è venuto a conoscenza del terribile destino del Titanic e dei suoi passeggeri, i quotidiani hanno riportato una triste cronaca dei fatti, scandita minuto per minuto, e le popolazioni di tutti i paesi sono, come mai prima di questo momento, uniti oltre lo spazio e il tempo, per mezzo del ticchettìo del telegrafo.

 

Questi sono solo due piccoli esempi di come, a partire dal XVIII e poi dal XIX secolo, fino al XX, la società e la percezione che essa ha di se stessa e del mondo stiano cambiando molto rapidamente, con inevitabili ripercussioni anche sulla letteratura, senza contare la meccanica, l'industria, il cinema, le automobili, l'esaltazione futurista della velocità e così via.

 

In questo contesto, scrittori, pittori, scultori, registi cominciano a imitare la realtà circostante, operando le stesse rivoluzioni della società nelle proprie opere. Così, Proust, tra il 1909 e il 1922, scrive Alla ricerca del tempo perduto e Joyce, tra il 1914 e il 1921, ripercorre il viaggio di Ulisse, condensandolo nello spazio temporale di un unico giorno, il 16 giugno 1904.

 

Nel corso del XX secolo, infatti, il rapporto tra scienza e letteratura denota l'opposizione tra Logos - il flusso lineare della narrazione, la struttura razionale della trama - e anti-Logos - frammenti e momenti di introspezione personale, non necessariamente legati al contesto .

 

Il ragionamento scientifico confuta tutte le idee principali su cui è stata fondata la società moderna, privando l'uomo del suo ruolo attivo e centrale nell'universo.

 

La religione lotta per riorganizzare i suoi dogmi e, nel frattempo, i romanzieri abbracciano pienamente la rivoluzione scientifica: considerano la realtà come figlia di un'esperienza sensoriale e l'io come il padrone e custode della verità. Alle estreme conseguenze, essi si sono concentrati principalmente sull'analisi proprio dell'io, esasperando il lato fantasioso delle loro storie. La trama stessa è "otturatore", secondo la percezione soggettiva del tempo e dello spazio.

 

Inoltre, il romanzo si trasforma e si struttura attorno a due personaggi principali, che rappresentano la duplicità della natura umana: questo trucco, comunemente accettato ed utilizzato anche ai giorni nostri, era raro agli inizi del XIX secolo. Tuttavia, la sfida al metodo razionale del Logos scientifico non può essere completa, perché senza di essa i romanzieri non avrebbero trovato rifugio nella sua antitesi, l'anti-Logos, concentrandosi solo sulla più profonda interiorità.

 

Concludendo, voglio sottolineare che sono assolutamente consapevole di stare offrendo in questo articolo una carrellata fin troppo rapida sul tema: con fare anche piuttosto sacrilego, direi, sto scrivendo di grandi autori, grandi opere, raccontando la storia di secoli, fra scienza e letteratura, in maniera così superficiale, che probabilmente qualche grande personalità del passato si rivolterà nella tomba e verrà a bastonarmi. In verità, non basterebbe un'enciclopedia per rendere merito a questi argomenti, ma il mio scopo è semplicemente quello di far luce sul più indissolubile dei legami: quello fra realtà, metodo scientifico, tecnologia e le materie umanistiche, dallo studio della storia, all'arte, alla letteratura, allo studio dell'evoluzione e delle trasformazioni della lingua.

 

Un po' come succede per il cervello umano, diviso in emisfero destro e sinistro, in creatività e razionalità, ma non per questo capace di fare a meno dell'una o dell'altra parte.

 

Il problema, probabilmente, si trova, ancora una volta, nella percezione della società di massa di certe materie e di certi ruoli, considerati utili o inutili, a seconda delle richieste del mercato e delle mode del periodo. Tuttavia, non bisogna dimenticare che non è possibile dare rilievo solo ad alcuni aspetti, ad alcune materie e ad alcuni ruoli, a discapito di altri, dal momento che, per la vita dell'uomo e per la comprensione del mondo, essi sono tutti ugualmente importanti. Del resto, dal più illustre manuale di giurisprudenza, al più importante saggio di medicina, o astronomia, o fisica, mi piacerebbe rammentare che queste opere, tutte, fanno sempre e comunque parte di ciò che siamo soliti definire letteratura, che i concetti si sviluppano e si concretizzano attraverso la lingua, che molte forme di progettazione e creazione sono esse stesse arte e noi, che non siamo che un minuscolo granello di polvere nell'universo, non possiamo privarci di nessuno di questi elementi.

 

A mio modesto parere, una specie che rinunci alla propria crescita e alla propria evoluzione, impedendosi di dare valore al proprio sapere, qualunque esso sia, solo per perseguire la moda e gli scopi della monetizzazione, è una specie già estinta.

Ultima modifica il Lunedì, 31 Agosto 2015 15:38
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