Il grande esodo

Sabato, 12 Settembre 2015 13:53
  

È una traversata di proporzioni bibliche, una sorta di seconda fuga dall’Egitto, un esodo che per trovare precedenti deve farci tornare indietro di venti anni. All’epoca, era il 1992, si combatteva la guerra in Bosnia-Erzegovina a seguito del disfacimento della Jugoslavia ed il resto dell’Europa si preparava a fare i conti con migliaia di richieste d’asilo e con i propri scheletri nell’armadio.

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Oggi come allora, piuttosto che farci intorpidire dai soliti cori da stadio, dei vari “prima noi”, “aiutiamoli a casa loro” e altre bassezze del genere, converrebbe porsi delle domande e, a voler essere ottimisti, trovare delle risposte. La discussione, di fatto, potrebbe interrompersi nel giro di poche righe facendo notare il paradosso comportamentale degli esseri umani, che ci tengono a distinguersi dagli animali, poco importa se nel bene o nel male; basterebbe ricordare che le migrazioni nel regno animale avvengono nel perfetto equilibrio tra le specie, senza che nessuna di loro si senta derubata o qualcun’altra possa avvertire uno scomodo senso di estraneità. Per gli altri animali non esistono confini, barriere, riferimenti e definizioni come “rifugiato” o “migrante”. Gli altri animali convivono in un unico grande ecosistema che è di tutti e di nessuno.

Ma l’uomo fa storia a sé, riesce con il suo intelletto a pensare cose che non può materializzare, come le divinità, l’infinito… e la pace. Conviene dunque, preso atto della nostra natura, mettere in chiaro alcuni concetti di base.

Lo spostamento cui stiamo assistendo in questo periodo nasce dalla legittima possibilità degli abitanti di un luogo a lasciare un Paese in cui è in atto un conflitto armato. In questo caso si parla di “rifugiati”. Chi scappa da una guerra deve essere tutelato dalle nazioni verso le quali si sposta. Non è un favore, ma un diritto riconosciuto.

Un “migrante” invece lascia il proprio paese d’origine per trovare fortuna altrove.

Messa così, però, la differenza sembra voler rimarcare, distinguere, differenziare e infine giustificare lo spostamento di certi uomini e non di altri. “Se scappi da una guerra bene, altrimenti tornatene al tuo paese”, sarebbe l’illuminato slogan del primo strillone di piazza.

Eppure, senza neanche guardare troppo indietro, possiamo fare un piccolo gioco collegandoci al sito di Ellis Island (http://libertyellisfoundation.org/passengerhttp://libertyellisfoundation.org/passenger), l’isola di New York dove venivano accolti e registrati i migranti d’oltreoceano. Digitare il nostro cognome e ritrovare una lista di possibili parenti, o addirittura propri omonimi, dovrebbe sortire un certo effetto e farci capire che stavolta per caso, forse solo per caso, siamo dalla parte buona della faccenda. Ricordare di essere stati accolti prima di accogliere non deve servire a sviluppare un sentimento di debito nei confronti della Storia, ma più che altro deve renderci coscienti che chi va via, chi si sposta, chi migra, lo fa per disperazione, non certo perché la sua nazione è passata di moda e ne vuole una nuova.

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Rinfrescare la memoria, conoscere gli avvenimenti, serve anche a comprendere il presente. Nella lista di domande che bisognerebbe porsi in questo periodo dovrebbe esserci “Perché vengono in Europa?”, che più o meno è la domanda che si ponevano altri esseri umani quando si chiedevano perché andavamo in America.

Non si tratta solo di una questione di prossimità geografica, ma ancora una volta è la Storia che fornisce le risposte. Nel 1884 durante la cosiddetta “Conferenza di Berlino” per regolare il commercio in Africa nelle aree di Congo e Niger. Attraverso un sotterfugio diplomatico si cominciò a parlare di “sfera di influenza da consolidare”, che di fatto consentì alle grandi nazioni europee di dichiararsi proprietari della zona costiera occupata. Da lì in poi il Continente Nero è stato defraudato delle proprie ricchezze: metalli rari, metalli preziosi, petrolio; ma non solo: anche la cultura, le tradizioni e le credenze popolari o religiose dei posti furono sminuite e infine sostituite con quelle di stampo europeo.

Accade in situazioni come questa che l’oppresso, con il passare del tempo, si leghi all’oppressore e nonostante tutto finisca per prenderlo come punto di riferimento. Così, nell’immaginario collettivo di chi al tempo fu colonizzato, l’Europa è la terra promessa, il paese delle opportunità.

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Così il grande esodo è iniziato, sacche in spalla, pochi viveri e un carico di speranza ancor più grave da trasportare.

Dopo tragedie in mare, che pure non cessano, migliaia di persone si sono messe in marcia, passo dopo passo, con l’intento di attraversare l’Europa e giungere in Germania. La risposta di alcuni dei Paesi attraversati è stata al fulmicotone, con scene di amara memoria: l’apertura di centri per rifugiati dove accatastare e ghettizzare le persone, l’innalzamento di barriere fisiche al confine, l’uso della forza e della minacce per disincentivare l’avanzata. Principali indagati di quest’atteggiamento ostile i paesi dell’Europa dell’Est, ma anche la Norvegia. Per un momento è sembrato di essere tornati indietro di settanta anni, come se gli eventi del passato non ci avessero insegnato niente o, peggio, come se non fossero mai accaduti. Quanta poca umanità c’è in certi uomini di Stato.

E quanta immensa umanità c’è invece tra la gente comune. La speranza di vedere un mondo migliore si è ridestata nel vedere i bambini stremati dalla lunga marcia, fermi alla stazione ferroviaria di Budapest, tornare a sorridere mentre su uno schermo era stata organizzata la proiezione di Tom & Jerry; l’applauso al rientro delle decine di auto che dall’Austria partivano per andare incontro ai rifugiati che attraversavano l’Ungheria a piedi; l’apertura dell’Islanda e degli islandesi, pronti ad accogliere i richiedenti asilo fin nelle loro case, e con loro anche i tedeschi e gli italiani, rinfrancati anche dall’appello di Papa Francesco I di offrire ospitalità ai richiedenti nelle varie parrocchie disseminate lungo Lo Stivale.

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Il resto è storia di questi giorni, è tutto ancora in divenire. Possiamo stare sicuri che molti sono qui loro malgrado. Lo si legge nei loro occhi, nelle loro rughe, come nelle parole di un bimbo siriano che chiede: “fermate la guerra e noi torniamo a casa”. 



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