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"Arundo Donax - Suoni di canna": la tradizione come strada per mantenere viva la propria identità

Sabato, 10 Ottobre 2015 23:06
"Arundo Donax - Suoni di canna": la tradizione come strada per mantenere viva la propria identità
  

Martedì 8 settembre al teatro “R. Gentile” a Cittanova (RC) è andata in scena la prima assoluta dello spettacolo "Arundo Donax - Suoni di Canna”, curato dal polistrumentista e ricercatore di musica tradizionale Mimmo Morello.

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Appena entrati in teatro, la scena si presenta buia, priva di elementi decorativi, al centro un uomo e i suoi strumenti musicali, da cui proviene il lirismo dell’incarnazione umana nella natura. Il palcoscenico si trasforma simbolicamente in un’ara sulla quale viene celebrata, attraverso un perfetto connubio tra musica e danza, la Rinascita.

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Le immagini, proiettate in primo piano rispetto alla scenografia, mostrano le tecniche di costruzione di questi strumenti, fabbricati esclusivamente con l’impiego dell’Arundo donax (il nome botanico con cui viene indicata la canna domestica) e rievocano un background di tradizioni, colori e sapori. L’uso dell’Arundo donax fino a pochi decenni fa era ricorrente e in molti ambiti rappresentava una costante per ciò che riguardava le celebrazioni religiose, le festività, l’attività lavorativa, i racconti popolari. La proiezione accresce e integra l’apprendimento delle dinamiche artigianali nella lavorazione della canna. La struttura fisica che compone il caule è flessile e robusta, il chè la rende superiore rispetto a quella di altri materiali per la costruzione di ance per strumenti musicali a fiato quali oboe, fagotto, clarinetto e sassofono. I culmi di Arundo donax sono anche utilizzati nella realizzazione delle canne di molti tipi di cornamuse.

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In “Arundo donax – Suoni di Canna” gli arbusti vengono impiegati dalla ballerina/mimo Alessandra Mariano quali elementi percussivi, che sostengono le note degli strumenti, eseguite magistralmente dal poliedrico musicista Mimmo Morello il quale, attraverso le note del Corno ad Ancia, delle Ceramedde, dei Flauti doppi, del Flauto singolo, della Carriciola, della Raganella, la Ceramedduzza in canna, le Zambaredde, le Ramette, il Tamburello, la Lira Calabrese, il Catapù, e le Launeddas, tocca l’anima e la fa vibrare al ritmo dell’ancia. Durante l’esibizione il “suono della canna” delinea la musica tradizionale Mediterranea con particolare attenzione agli strumenti che interessano l’area dell’Aspromonte e di territori della cultura popolare sarda attraverso l’ uso delle Launeddas.

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La comunicazione corporea, attraverso una progressione di movimenti ritmici, sonori o coreografici, diviene espressione, descrive il passaggio dai quatti ai due piedi e percorre l’arte del mimo (tecnica Lecoq) con l’utilizzo della maschera neutra (nata dal genio di Amleto Sartori), approdando al Butō, tecnica propria della danza contemporanea giapponese, dove si alternano movimenti lentissimi e manifestazioni improvvise di frenesia.

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La ballerina, danzando, inizia a magnificare una dimensione di empirica liricità, dove il suo corpo si trasforma nel mezzo che, alla ricerca della sua identità, permette un flusso emotivo, che crea e disfa le pliche dell’Essere. Il Filo conduttore è rappresentato dall’estraneità al mondo materiale e a se stessi, la difficoltà di esistere/non esistere, il dolore, in quel momento in cui una cosa è essere con se stessi, mentre altra è essere al mondo: in un ruolo, in una forma concreta, che improbabilmente combacia con l’essenza. Alla fine dello spettacolo, chiusa la finestra sull’interiorità, il pubblico resta solo, nel silenzio, a vedersela con se stesso, con un‘intuizione, con un’emozione o con una piccola subitanea epifania.

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L’allestimento e la regia firmate da Nino Cannatà tendono ad accentuare la sensazioni soggettive, sublimate dalla finezza e ricercatezza della musica, della danza e degli elementi scenici.

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La verità è che, a mio parere, abbiamo avuto il privilegio di incontrare un sognatore, di quelli veri, che credevamo estinti, di quelli che non vedono, ma guardano, di quelli che non sentono, ma ascoltano, di quelli che, attraverso una modulazione della voce, individuano punti di contatto e creano empatia. Oggi possiamo dire di essere lieti di aver lavorato (sognato) un po’ insieme a lui.

 

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