La legge del mercato: premiato a Cannes, fischiato dal pubblico

Venerdì, 06 Novembre 2015 00:00
  

Qualche anno fa il ministro dell’economia italiana dell'epoca, Giulio Tremonti, disse che con la cultura non si guadagna nulla. Oggi, per qualsiasi spettacolo, non conta se sia interessante o meno, ma quanto abbia incassato al botteghino. La legge del mercato è l’unica legge che ormai sembra guidare il mondo e condizionare la nostra società, per questa ragione anche la qui presente recensione è soggetta a tali regole.

Se vogliamo essere ancora più precisi, si attiene al  giudizio ultimo dello spettatore pagante.

Lo spettatore pagante ieri sera in sala si è espresso in maniera chiara: otto spettatori hanno abbandonato la sala a metà proezione. Il restante pubblico ha applaudito con forza e sollievo alla fine del noioso supplizio.

I commenti più diffusi  sono stati "i critici sono tutti dei mercenari”, “come si fa a dare cinque palline a sto film. Le uniche palle gonfie sono le mie”.

Il pubblico, spinto in sala dalle ottime recensioni e dal premio come migliore attore attribuito a Vincent Lindon all’ultimo Festival di Cannes, è rimasto sconvolto dalla visione.

Se l’idea di base del testo è quanto mai attuale e drammaticamente interessante, tema centrale la perdita del lavoro tra uomini e donne di mezz’età, lo sviluppo narrativo, se così vogliamo definirlo, rende il film davvero ostico. Lo spettatore segue le vicende lavorative e umane di Thierry, uomo francese di 51 anni, da venti mesi disoccupato e alla disperata e tenace ricerca di un nuovo impiego per poter sostenere la propria famiglia.

La totale assenza di un vero ritmo incide sulla fruibilità del film, impostato su lunghe e lente scene di vita comune come i colloqui con il direttore di banca, il responsabile dei corsi di formazione o il preside della scuola del figlio. Una serie di scene volutamente girate in maniera spartana e diretta  dalla prospettiva del protagonista per renderle credibili e reali ma che, invero, risultano piatte e prive di emozioni. Una quotidianità rarefatta, costruita a tavolino che, invece di creare empatia con il pubblico, provoca noia e insofferenza.

La seconda parte del film, in cui Thierry trova lavoro come guardia giurata in un supermercato e, di conseguenza, è costretto a vigilare e denunciare i furti di clienti e degli stessi impiegati, non scuote lo spettatore, ma crea alienazione.

La regia convince poco nella scelta di coinvolgere lo spettatore nel vivere le emozioni del protagonista attraverso l’uso di una telecamera a spalla. La triste conseguenza è uno stile piatto e scialbo che rende impossibile creare tensione e pathos narrativo.

Chi scrive avrebbe potuto assegnare al film il biglietto “Omaggio” per merito della performance di Vincent Lindon, capace di reggere un ruolo da orticaria con disinvoltura e bravura, anche se non tali, a mio parere, da fargli guadagnare una Palma d’Oro, ma un finale davvero insulso e le colorite reazioni del pubblico non possono che constringere a piegarsi alla legge dello spettatore inferocito e deluso...

 

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