La lingua di Beirut non la parla nessuno

Giovedì, 19 Novembre 2015 00:00
  

Sous la Tour Eiffel. È successo di nuovo. Ancora una volta lo stato islamico è entrato di soppiatto nella gola del Vecchio Continente e ne ha soffocato le utopie. Che tutto sarebbe stagnato, che tutto sarebbe stato circoscritto, era e rimane una chimera, come d’altronde l’insperata pace della questione palestinese. Questo sconquasso dei paesi medio-orientali, va ricordato, è da attribuire a cause le cui radici si propagano dalla nota imprudenza occidentale.

Lasciando da parte gli accomodanti sentimentalismi anti-islamici che accompagnano le nostre giornate dopo le stragi di Parigi, varrebbe la pena soffermarsi, per un attimo, sulla visione bidimensionale del “nemico”. Al vertice, come sempre, un’organizzazione politica di integralisti islamici portatori della Jihad, nata in Iraq e spostatasi con il tempo prima in Siria, e poi anche in Libia, Egitto e Afghanistan. L’Islamic State of Iraq, ad oggi, è il maggior gruppo di potere terroristico islamista del mondo, arrivando a proclamare in brevissimo tempo un califfato nei territori conquistati dalla Sharia (sebbene,  a dispetto della denominazione "Islamic State", questo non sia uno stato geopolitico riconosciuto, ragion per cui, pur volendo seguire la linea 'occhio per occhio', non c'è NON ESISTE UN PAESE CUI DICHIARARE GUERRA, ma solo un gruppo di criminali da neutralizzare). Khalifa, in lingua araba, significa “vicario”, ed è esattamente la figura che tentano di trovare milioni di musulmani disperati in Asia, attorniati da bombardamenti, epidemie, guerre civili e povertà. Una guida che possa dare loro da luce profonda di cui hanno bisogno per riaggrapparsi alle ultime corde di dignità umana e sociale. Da quando furono distrutte le Torri gemelle, però, circa un milione di civili iracheni, duecentoventimila civili afgani e ottantamila civili pakistani hanno perso la vita sotto i bombardamenti “amici”.

Eppure la scritta “From Paris with love” ci rimanda piuttosto ad un’idea di moderazione, di educazione, garbo, correttezza, cortesia. Una bomba portatrice di diritti e valori sociali. Non come le affilate barbariche lame con le quali i talebani sgozzavano Zarmeena, madre di sette figli, o peggio quelle con cui giustiziavano piloti e giornalisti europei e americani, in tuta arancione, From Guantanamo with Love. Taleb in lingua araba vuol dire “studente”, proprio come lo studio di strategie del terrore mediatiche per seminare il panico tra le popolazioni oltreoceano. Eppure, nessun animo è stato turbato. Non sono bastati nemmeno i quarantuno morti e duecento feriti di Beirut, né l’aeromobile precipitato in Sinai qualche settimana fa. In effetti, come ha detto qualcuno in questi giorni, per noi è stato solo un grande spettacolo di intrattenimento. Avanspettacolo, nulla di più.

Ci voleva la Tour Eiffel, spenta per lutto. La verità è che almeno noi, in occidente, abbiamo qualcosa da spegnere. A chi mi chiede “che lingua si parla in Libano?” rispondo: Je Suis Charlie! Yes We Can! E tutto il resto è noia.

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