La banalità del male, di Hannah Arendt

Mercoledì, 27 Gennaio 2016 17:09
  

Il 27 gennaio ricorre il "giorno della memoria", associato dai più esclusivamente alla Shoah, sebbene personalmente estenderei a tutte le vittime innocenti della storia dell'umanità il prezioso concetto di "memoria", poiché nessuna di esse merita la condanna all'oblio. Sorvolando, ad ogni modo, su questioni spinose e trite e ritrite, direi che, volendo ridurre ai minimi termini l'ampiezza di respiro di questo articolo, si possono annoverare molti titoli fra le letture fondamentali sull'Olocausto, fra le quali ho scelto forse la meno semplice o la meno nota.


Hannah Arendt era ebrea e visse gli anni della guerra e della persecuzione del suo popolo. Fu giornalista, scrittrice e filosofa, anche se non approvò mai quest'ultima definizione per se stessa. Preferiva che la sua opera fosse annoverata fra le teorie politiche, piuttosto che tra le filosofie politiche.
Nacque ad Hannover e fu apolide dal 1937, quando il regime nazista le ritirò la cittadinanza, al 1951, quando ottenne quella statunitense.
Allieva di Martin Heidegger e sua amante segreta, si dissociò da quest'ultimo quando scoprì i suoi rapporti con il nazismo, anche se non potè mai dimenticare il forte legame con il maestro.


A guerra conclusa, il gerarca nazista Adolf Eichmann, rifugiato nel 1945 in Argentina, fu qui rapito dagli israeliani nel 1960, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962.

 

eichmann


Riporto questo episodio specifico poiché la Arendt presenziò al processo Eichmann come inviata del New Yorker e basò su questi fatti la sua opera La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trattato per il quale fu aspramente criticata e rispetto al quale molti contemporanei, con ancora negli occhi le orribili immagini dei campi di sterminio e del genocidio di massa, non poterono capirla.


C'è da dire che, da un punto di vista legale, furono molti gli aspetti oscuri delle modalità con cui Eichmann fu processato. Egli, infatti, non venne mai effettivamente arrestato, ma rapito dai servizi segreti israeliani in territorio argentino, dove godeva dell'asilo politico. Fu fatto passare clandestinamente in Israele, contro la volontà dell'Argentina e, inoltre, nonostante fosse accusato di crimini contro l'umanità, venne giudicato dallo Stato di Israele, il quale non poteva costituirsi parte civile, giacché non ancora esistente all'epoca dei fatti contestati ad Eichmann. Inoltre, dato che i crimini contro l'umanità commessi da Eichmann venivano considerati crimini contro gli ebrei, e dal momento che veniva giudicato in Israele, risultava contrario a qualunque diritto penale che le vittime (gli israeliani) giudicassero il carnefice, e non fosse un giudice imparziale a farlo.


Ad ogni modo, Hannah Arendt potè osservare, registrare, delineare la personalità di quell'imputato, macchiatosi di crimini terribili, il cui profilo, tuttavia, non rispondeva a quello di un efferato criminale. Egli sembrava essere giunto alla carriera militare fra le fila naziste per puro caso. L'autrice descrisse Eichmann come un uomo mediocre, che viveva di idee altrui e si attribuiva meriti che non aveva pur di sfuggire alla mediocrità. Anche in relazione all "soluzione finale", di cui fu messo al corrente nel periodo della sua carica, durante il processo descrisse solo un profondo senso di vuoto e nessun riferimento allo sterminio di esseri umani fu mai fatto.


Al di là delle effettive responsabilità di Eichmann nella messa in atto della "soluzione finale", l'autrice sostenne che la condanna per l'imputato fu giusta, ma raggiunta e applicata con mezzi sbagliati. Inoltre, ancora più interessante è la sua analisi degli effetti del totalitarismo sugli individui dotati di scarsa personalità, inseriti in una complessa e grande macchina militare cui essi sentono di appartenere come semplici ingranaggi, in un completo distacco dalla realtà e dalla capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Potè, all'epoca, apparire la teoria della Arendt come una sorta di giustificazione alle responsabilità di Eichmann nel compimento del genocidio, ma in realtà si tratta di una profonda analisi dell'animo e della mente umani, affrontando ciò che a un primo sguardo appare del tutto inspiegabile e che può essere interpretato come un vero e proprio delirio di potere, desiderio di aggregazione e accettazione.


Come si può distinguere il crimine quando si vive nel crimine? Quando ci si trovi di fronte a un massacro organizzato da uno Stato? Era questo che, secondo Hannah Arendt, il processo ad Adolf Eichmann avrebbe dovuto spiegare.


In realtà, però, nell'opera della Arendt non è in discussione semplicemente il totalitarismo, ma si ricerca la vera origine del male, del quale il regime totalitario può essere una delle potenziali espressioni.


Un volume essenziale, a parer mio, per poter approfondire, da un punto di vista del tutto nuovo, ciò che accadde in quegli anni terribili e ciò che spinse gli uomini nella più completa oscurità.

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