The Hateful Eight: l’odio vince su tutto

Martedì, 09 Febbraio 2016 00:00
  

Tarantino, si sa, ormai difficilmente sbaglia qualcosa. Che si tratti di un Bastardi senza gloria, dove si salvano comunque la recitazione degli attori e i dialoghi magistralmente scritti, o di un Pulp Fiction dove non si sa da dove cominciare a tessere le lodi, chi va al cinema a vedere una sua proiezione torna sempre a casa soddisfatto. Naturalmente, il trend non è destinato a cambiare. Affrontiamo queste tematiche in una prima metà di recensione senza spoiler, e un’altra a tutto tondo.

La trama essenzialmente è semplice: nell’America del dopoguerra civile, un cacciatore di taglie (Kurt Russell) deve portare, viva, una pericolosa ricercata (Jennifer Leigh) a Red Rock, dove l’attende inesorabile l’impiccagione. A causa di una tormenta, tuttavia, questi due individui sono costretti a rifugiarsi con altri due “colleghi”, conosciuti lungo la strada (Walton Goggins e Samuel Jackson) nell’emporio di una certa Minnie, dove si sono rifugiati per la notte altri personaggi, da un boia (Tim Roth) a un semplice mandriano (Michael Madsen), fino ad un ex generale nordista (Bruce Dern). Sono otto in tutto, ma in pochissimi riusciranno a vedere l’alba.

Tra i pregi della pellicola si presenta innanzitutto la trama, dal momento che Tarantino dipinge un western crudo e incentrato su come sia l’odio a muovere le persone, ancor prima della patria e di qualsiasi altro ragionamento possibile, figurarsi l’amore. Nel corso della pellicola il regista ci lascia numerosi indizi di questo, come il generale sudista che accetta la morte sfidando a duello il suo avversario nordista, colpevole di aver insinuato che suo figlio gli abbia praticato una fellatio. Al di là di quanto sia convincente ed eccezionale il monologo con cui Jackson narra le ultime ore di vita del figlio, quello che Tarantino vuole comunicarci è che il generale perde le staffe (e da dunque un pretesto all’avversario per sparargli legalmente) solo perché non può accettare che un “negro” abbia davvero obbligato suo figlio ad un gesto di “sottomissione”. Alcuni punti chiave della trama vengono risolti non perché gli individui compiano ragionamenti sensati, o guidati dalle emozioni positive, ma semplicemente perché il loro odio li porta ad essere così crudeli e spietati che talvolta imbroccano persino la decisione giusta! Sarà tutto più chiaro nella seconda parte.

A livello tecnico Tarantino è rimasto in forma smagliante e la sua narrazione cadenzata ed inesorabile lo provano, portando per mano lo spettatore in una sequela di scene raccapriccianti e geniali, dove si ride per poi rimanere attoniti, mano a mano che gli “odiosi otto” scompaiono alla nostra vista nei modi più tremendi e impensabili. La regia è impeccabile e le tre ore di durata del film fanno a tal punto appassionare ai personaggi, esplorati in numerose sfaccettature sia etiche che politiche, che arrivati allo show down finale si arriva a “tifare”, un atteggiamento che lo scrivente reputa il vero metro di misura per un film: se si arriva a sperare che qualcuno faccia qualcosa al punto da volerglielo urlare attraverso lo schermo, allora il film ha funzionato alla grande! Chiudiamo questa prima parte spoiler-free dicendo che il film è consigliatissimo ed è un must per chiunque, fan di Tarantino e non.

ATTENZIONE: la sezione spoiler-alert comincia ora, ma in realtà riguarda soltanto l’impiccagione della fuorilegge, ed è il capolavoro di tarantino, perché è la sublimazione dell’odio: su un letto che casualmente ha coperte bianche, sovraccoperte blu e strisce di sangue dei due protagonisti, Goggins legge la famosa “lettera di Lincoln”, un falso mirabolante scritto dal cacciatore di taglie interpretato da Jackson sui “valori americani”. Mentre lo leggono, il corpo senza vita della donna giace appeso in mezzo all’emporio: perché non sia mai che due individui, anche se uno è un sudista reazionario e l’altro un nordista di colore, non possano mettersi d’accordo sull’odiare di comune accordo una persona, e non sia mai che l’odio non possa cementificare anche le persone più distanti tra loro. Del resto l’America, sembra dirci Tarantino, è la terra dove tutto è possibile.

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