Falstaff nel segno di Ronconi al San Carlo

Sabato, 19 Marzo 2016 16:16
  

Falstaff è un'opera tanto scintillante quanto contraddittoria, luogo di “burle” (tanto per citare) e di amarezze, di vivacità sfolgorante e di velata angoscia. Un capolavoro godibile all'udito ma incomprensibile, indecifrabile come il Verdi autore: un Verdi estraneo e schivo, che compone come chi decide di godersi per l'ultima volta un tramonto. Un'energia, una freschezza quasi proibite attraversano la partitura, e non si può non sentirsi estranei alle vicende di quel “povero vecchio”, inimitabile personaggione che vive i suoi giorni godendosi le poche masserizie che gli rimangono, le piccole abitudini di una vita sbiadita, ormai anche nel ricordo. Nessuno può dunque sentirsi Sir John Falstaff, vecchio ed unico esemplare di edonistica malinconia; unico per le sue impressioni, i suoi accenti, le sue movenze: un'opera scritta in un periodo senza senso, per Verdi e per la storia stessa, un periodo di transizione indefinito e dunque inimitabile: in questo nuovo Verdi si distinguono l'antica verve trionfalistica e lo stile nuovo e rivoluzionario, quello pucciniano, così puramente impressionistico e sentimentale. Dov'è il Verdi che tutti noi abbiamo amato e cantato, quello dell'Aida, del Nabucco, della Traviata?È forse assente, rendendo così di difficile comprensione il suo rapporto con il vecchio matto e questa ridacchiante nostalgia che ancora suscita trionfi. Falstaff è un geniale schizzo musicale, nato dal flusso fulmineo di un'istantanea ispirazione, è un geniale pezzo d'arte, libero dalle convenzioni sociali e dalle leggi musicali che Verdi ha sempre fedelmente rispettato. Perché dunque cercare spiegazioni? Perché incatenarlo a superflue sovrastrutture che ne offuscherebbero la genialità? Ad un anno dalla sua scomparsa, il San Carlo celebra il genio Luca Ronconi, il Maestro del teatro Italiano, autore di un Falstaff illuminante in cui il significato supera l'immagine e la sensazione prevale sulla percezione. Il pericolo di incagliarsi in sovrastrutture ingombranti è deviato dall'intuizione brillante di mettere in scena ciò che il Falstaff è, e non ciò che sembra. La psicologia dei personaggi è limpida, i loro caratteri sono taglienti, vividi nella loro espressività. In scena solo pochi oggetti, estensioni artificiali dei personaggi, che completano perfettamente la loro caratterizzazione. L'osteria della giarrettiera è trasfigurata, il tempo è fermo: il passato glorioso di Sir John Falstaff é maturato in realtà precaria, a un passo forse dalla fine; anche il futuro,il tempo che rimane ,sembra consumarsi, declinandosi in realtà atemporale dove il tempo è fermo e tuttavia può arrestarsi. Poche masserizie di una vita, le più importanti e simboliche circondano Falstaff, pronto ad andarsene ma ostinato a restare, a convivere con l'unto delle pareti e la sensazione di allucinazione, di proiezione al sogno che diventa, per Falstaff stesso, inquietante. Roberto De Candia ritrae un Falstaff impetuoso, tuonante, imburberito dalla patina delle sue desolanti abitudini,affidandosi ad un timbro maturo ed a una vocalità massiccia, rifinita da una autentica proprietà espressiva che rende tale la recitazione.Il secondo cast vede in questo ruolo il giovane Elia Fabbian, corretto nel canto e dal fraseggio marcato da una tendenza macchiettistica, legata ad una tradizione opposta all'idea di Ronconi. Ford è Fabian Veloz, appassionato baritono impetuoso al pari di Falstaff, al fianco di un'affascinante e sensuale Mrs Alice Ford, Ainhoa Arteta, di una bellezza eterea e raggiante; la vocalità è limpida, di bel volume nel registro acuto e in quello centrale, godibile grazie ad una ricercata misura del suono e ad un timbro morbidissimo, compromesso solo da un registro grave stentato e poco udibile. Eva Mei è Alice nel secondo cast, reduce dell'ultimo Falstaff scaligero nello stesso ruolo. Lo scarso volume e la piatta vocalità reclamate dai frequentatori del Piermarini non emergono così platealmente nelle recite sancarliane, in cui la Mei sfoggia una vocalità godibile e di volume intenso, pur tuttavia stentando nel fraseggio leggermente appesantito,privo di brio e di interessante invettiva. La Mei conferisce comunque gran classe al personaggio, restituendogli allo stesso tempo la sfumatura nevrotica della lettura di Ronconi. Completano le “perfide” comari la Quickly di Enkeleida Shkoza, di spiritoso brio e la Page di Marina Comparato ed Annunziata Vestri, quest'ultima calorosamente accolta dal pubblico nell' ultima Carmen sancarliana, dal piacevolissimo timbro caldo e dalla dinamica vocalità: entrambe ritraggono una page eclettica, risultando ad ogni modo eleganti finanche nella loro civettuoleria. Le Comari sono dunque audaci nella loro aggressività, sottile ed edulcorata :progettano, pianificano

con dettagliato ingegno a bordo del loro velocipede, prendendo le distanze da un modo, quello degli uomini, distratto ed ottuso, che confonde la furbizia  delle donne "macchinatrici " con un'apparente e spensierata gaiezza. Una realtà del tutto estranea è quella dei due segreti amanti, Fenton e Nannetta, divoratori del loro amore.

Il Fenton di Antonio Poli è timido ed innamorato, dalle chiare sfumature vocali che traducono la dolcezza e l'ingenuità del personaggio, affiancato da Rosa Feola ,una perla del canto italiano: la Feola ritrae una Nannetta astratta, dissolta nei legato dolcissimi ed evanescenti. Sorprende il fraseggio delicatissimo ed una vocalità brillante, misurata con dettagliata ed intelligente cura. Cristiano Olivieri, Cajus, con il Bardolfo di Bruno Lazzaretti ed il Pistola di Gabriele Sagona regalano alla messa in scena esilaranti sprazzi musicali, che conferiscono all'allestimento l'autentico sapore di commedia lirica.

A dar voce (o musica) all'ultimo Verdi è il Maestro Pinchas Steinberg, già calorosamente accolto ad Ottobre alla guida della Nostra orchestra. La Musica di Steinberg , come da accordo con Marina Bianchi, “portavoce” di Ronconi, avvolge i sensi dello spettatore e descrive minuziosamente le dinamiche del Falstaff, riprendendone le impressioni e le atmosfere. Tutto ciò avviene però con stentata agogica, rendendo l'esecuzione severa, opaca oltre che leggermente imprecisa nel rapporto buca-palcoscenico. La partitura è ben eseguita, ma Falstaff non può e non deve sfiorare la noia.

Bene il coro diretto da Marco Faelli in versione Tolkien nell'ultima scena, sovrastata, tra l'altro, dall'imponente e spettacolare quercia di Herne, chicca assoluta delle scene di Tiziano Santi.

Suggestivi i costumi di Maurizio Millenotti e le luci di A.J Weissbard, che generano la vera grande ondata di emozioni che quest allestimento evoca.

“Tutto nel mondo è burla”, il sipario sta per calare, le ultime note della geniale fuga scorrono via ed il pubblico si rispecchia nei personaggi sul proscenio, ultima crudele trovata registica da cui qualcuno riesce frettolosamente a fuggire, ma a cui tutti gli altri sono obbligati.

Questo è stato il Falstaff.

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