Novantadue - Falcone e Borsellino 20 anni dopo: eroi, ma non per scelta

Domenica, 20 Marzo 2016 00:00
  

Eroi non lo si è mai per scelta. Si diventa eroi, per caso, mentre si percorre il cammino della vita, perseguendo le proprie idee e i propri valori.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, divenuti eroi moderni della recente storia italiana, sicuramente non scelsero di essere eroi e non immaginavano, agli albori della propria carriera di magistrati, di essere immolati sull’altare della patria. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano uomini, in primis, mariti, figli, fratelli, uno era padre, ed erano poi anche magistrati, per passione e ideali.

Non scelsero volontariamente di lavorare nel pool antimafia; “gli incartamenti”, le pratiche di mafia erano questioni legali come tante, affidate loro dalla Procura. Avrebbero potuto occuparsi di rapine, furti o omicidi passionali invece toccò loro la lotta alla criminalità organizzata, non potendo prevedere che quel lavoro si sarebbe trasformato nella missione della loro vita e nel segno distintivo delle loro identità.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino smisero, a quel punto, di essere gli uomini che erano, per diventare, agli occhi di tutti, i magistrati dell’antimafia, gli eroi italiani, i martiri dello Stato. Di uno Stato, o almeno di una parte di esso, che poi li abbandonò; anzi, che ad un certo punto della storia, li considerò eccessivamente integerrimi nella lotta alla mafia e incapaci di piegarsi ai “necessari” compressi, tanto da risultare scomodi e forse di troppo…

Lo spettacolo Novantadue - Falcone e Borsellino 20 anni dopo, nel mettere in scena la tragedia delle morti dei protagonisti, pone l’accento proprio su questi due aspetti: il conflitto interiore e dunque il dramma di due uomini chiamati dal destino a sacrificare se stessi per poter (paradossalmente) praticare i propri valori di giustizia, onestà e verità, e la solitudine di persone abbandonate, anzi osteggiate, proprio da quello Stato che li aveva resi degli eroi.

Il punto di vista del regista Marcello Cotugno e dell’autore Claudio Fava (noto al grande pubblico per la sceneggiatura del film I cento passi) è quello di uno sguardo postumo sugli eventi e sugli anni del maxi-processo alla mafia. È lo sguardo su un dialogo immaginario tra i protagonisti, tra i colleghi ma, soprattutto, tra gli amici Falcone e Borsellino, in una notte di lavoro all’Asinara; ma anche sulle confessioni immaginarie dei pentiti e sulle presunte conversazioni con i burocrati del ministero, della procura...

La scenografia, piuttosto essenziale, supporta l’intimità dei dialoghi tra i protagonisti; anche la recitazione asciutta, seppur appassionata in vari punti della rappresentazione, esalta la preminenza dei pensieri e delle conversazioni, quasi delle confessioni, tra i personaggi in scena.

Lo spettacolo Novantadue, al teatro Piccolo Bellini dal 15 al 20 marzo, si inserisce nel solco delle iniziative volte alla celebrazione della giornata nazionale contro le mafie del 21 marzo prossimo.

La celebrazione di questa giornata, e soprattutto l’augurio per il futuro, è lasciato alle parole che Bertolt Brecht in "Vita di Galileo" fa pronunciare a Galileo: "Felice il paese che non ha bisogno di eroi!".

 

Novantadue - Falcone e Borsellino 20 anni dopo

di Claudio Fava

con Filippo Dini, Giovanni Moschella, Pierluigi Corallo

Allestimento e Regia di Marcello Cotugno

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