Il Processo. Uno sguardo sul presente dal passato

Mercoledì, 01 Giugno 2016 00:00
  

Oggi si parla di un grande, intramontabile classico della letteratura in lingua tedesca: Il Processo, di Franz Kafka. Nel 1925, anno della prima pubblicazione dell’opera, lo scrittore cecoslovacco rivolse un profetico sguardo al futuro, individuando e raccontando la condizione dell’uomo contemporaneo con una lucidità del tutto estranea ai pensatori d’oggi. Si dice che per guardare le cose più da vicino, bisogna allontanarsi un po’. In tal senso, la presbiopia kafkiana cui si affida Il Processo, per parlare di oggi con lo sguardo di ieri, mette a fuoco aspetti della politica e della società moderna che spesso ci sfuggono.

 

Josef K., protagonista del romanzo, è sottoposto ad un lungo ed avvilente processo di cui non conosce l’accusa e in cui giudici, avvocati e impiegati d’ufficio giocano la loro partita indisturbatamente, senza mettere nessuno al corrente delle loro reali intenzioni (ammesso che ce ne siano). Il processo di Josef K. non si svolge in una normale aula di tribunale, ma perseguita il protagonista del romanzo in tutti i luoghi della sua quotidianità: a casa, in ufficio, in chiesa. Ovunque egli tenti di volgere lo sguardo si ritrova un dito puntato contro, un sguardo vigile, una voce che pronuncia il suo nome e che conosce la sua storia.

 

Di un profetismo disarmante - al pari solo di 1984, di George Orwell -, l’angosciante delirio del romanzo kafkiano spinge il lettore a porsi una domanda: “E se fossi io stesso sotto processo, senza saperlo?”.  Non serve essere dotati di grande acume per rendersi conto di quanto la storia di Josef K. sia vicina alla nostra. In un mondo dove ai piani alti della politica e della giustizia si decidono le sorti di tutti senza che il popolo riesca a dire la propria, in un Paese - presumibilmente democratico - dove governa un Presidente del Consiglio non eletto, un romanzo di circa un secolo fa, appare più attuale di una notizia al telegiornale. 

 

«Mai attirare l’attenzione! Restare sempre quieti, anche se a controcuore! Cercare di capacitarsi che questo grosso organismo giuridico è in certo modo condannato a uno stato di provvisorietà permanente, e che se uno si prende l’iniziativa di cambiarvi qualcosa in un determinato luogo, non fa che scavarsi la terra sotto i piedi e può finire col cadere, mentre il grosso organismo (poiché tutto si tiene) trova compenso altrove nella piccola perturbazione e rimane inalterato: quand’anche, cosa probabile, non esca più chiuso, più vigile, più severo, più malvagio.»

 

Come un’indistruttibile spada di Godric Grifondoro, ciò che non distrugge questo enorme sistema giuridico/politico in cui siamo tutti invischiati, lo rafforza. C’è una soluzione a quest’incubo kafkiano? Sì: la consapevolezza. E leggere Kafka, ovviamente.

 

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