Romeo e Giulietta tra virtuosismo e amore al San Carlo

Mercoledì, 06 Luglio 2016 00:00
  

Il più grande, celebre amore mai raccontato, il più straziato e desiderato, è andato in scena al San Carlo in una delle sue espressioni coreutiche più alte e celebri, firmata da Leonid Lavronsky.

Le belle scene di Nicola Rubertelli anticipano e sintetizzano l'aspetto narrativo unitario che il balletto presenta, conservando un'analoga omogeneità scenografica fatta di citazioni pittoriche, in particolare un pulpito sul fondo che ricorda le folle del Masaccio, e di intelligenti elaborazioni degli spazi, costruiti attorno ad una piccola loggia, uno scrigno gotico che racchiude i momenti principali dell'amore dei giovani amanti, dal pas de deux del balcone, alla notte d'amore fino alla tragica morte.

Di grande impatto le scene maestose della marcia dei Capuleti o del grande ballo, in cui la mimica gestuale ed espressiva del corpo di ballo supera ogni sforzo virtuosistico dell'orchestra.

 

Il Maestro Alexseij Bogorad guida l'orchestra con debole cura, lasciando le compagini in alcuni momenti nel frastuono totale, nella guerra di volumi e colori, di slanci espressivi e ugualmente calanti e di ottoni abbandonati. La bella partitura di Prokof'ev diventa così un agglomerato di suoni indistinti, vuotati della loro bellezza almeno per tutta la durata del primo atto. Nel secondo, l'orchestra soffre nuovamente nella parte degli ottoni, raramente coesi e spesso strappati e calanti, si veda la spinetta nella scena della morte di Mercuzio. Bene il terzo atto, di cui il pubblico gradisce sicuramente la prevalenza degli archi, sempre ben definiti seppur velocizzati, coreografia permettendo, nelle ultime scene della morte degli amanti.

In palcoscenico si distingue un numeroso e coordinato corpo di ballo diviso in popolani, guidati da una sempre splendida Luisa Ieluzzi, Montecchi e Capuleti: degni di nota sono il poliedrico e ispirato Mercuzio di Carlo De Martino e il Benvolio di Salvatore Manzo, di elegante presenza scenica, oltre che di meravigliose doti fisiche.

Carlo De Martino emerge come una delle proposte più interessanti del ricchissimo ventaglio del corpo di ballo del San Carlo, forte per agilità tecnica ed esperienza interpretativa, intensissima nel duello con Edmondo Tucci, un Tebaldo ammirevole nell'impostazione espressiva, divisa tra ira furiosa e fascino ombrato, affiancato dalla Lady Capuleti di Alessandra Veronetti, affascinante ed elegante nelle sue movenze austere.

Alessandro Staiano e Anna Chiara Amirante regalano al pubblico napoletano un pas de deux dei giovani trovatori ben calibrato nell'espressione e nella presenza scenica, rafforzata da una solida e policromatica tecnica, piacevolmente enfatica nel caso di Staiano, ben più sinuosa e dolce  invece nella sua partner.

Leonid Sarafanov e Olesja Novikova danzano i ruoli del titolo con estrema cura tecnica, sempre costante e impeccabile, sia nei momenti d'adagio che in quelli di ritmo e tensione più sostenuti, incarnando due amanti non sufficientemente giovani e avidi del loro amore, non quanto lo sono stati Alessandro Macario ed Anbeta Toromani, straordinariamente recitati ancor prima che danzati.

La divina coppia russa danza nell'impostazione tutta narrativa del balletto, non valorizzandone, specialmente nella parte maschile, i tratti espressivi che lo compongono. La spiegazione è, forse, nell'attitudine ad affrontare un repertorio in cui la grande tecnica stupisce più dello stesso impegno interpretativo, si veda il loro Lago dei Cigni, Don Quixote o Le Corsaire, fatti di pompose code di fouettés e grandi, stupefacenti salti. Tra i due, Olesja Novikova si distingue per una presenza scenica delicata ed elegante, raggiante all'inizio del primo atto e magistralmente caratterizzata nei seguenti due, lasciando trasparire, con geniale e moderata duttilità espressiva, stupore e terrore, tenerezza e angoscia.

Alessandro Macario e Anbeta Toromani catturano il pubblico del San Carlo per la perfetta caratterizzazione shakespeariana dei loro ruoli, particolarmente avvolgente nei pas de deux, in cui il dramma degli amanti è sempre vivo, seppur nascosto fino al tragico epilogo.

Non possono non catturare la grande coerenza drammaturgica di Macario, nella sua fisicità così come nella sua interpretazione sanguigna ed energica, oltre alla dolcezza della Toromani, in perfetta sintonia col partner.

Nel finale applausi calorosi per tutti ed inchino all'orchestra, salvata dagli archi e dalle note toccanti dell'ultimo atto.

 

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