Il ritorno di Gilmour e della magia floydiana a Pompei

Domenica, 10 Luglio 2016 10:45
  

La ripetizione della storia. Pur essendo passati oltre quarant’anni dallo storico evento tenuto dai Pink Floyd in una delle più suggestive località per un concerto, al leggere la notizia del ritorno dello storico polistrumentista della band britannica, che ha segnato –e continua a segnare- la storia recente del mondo musicale, è impossibile non lasciarsi percorrere da brividi lungo la schiena: David Gilmour è tornato a Pompei per proporre il suo nuovo tour, il Rattle That Lock Tour, nel quale è stato possibile ascoltare alcuni classici brani della progressive band della quale ha fatto storicamente parte e alcuni suoi recenti lavori come solista, proposti in un giusto mix. Chiaramente, per questioni organizzative, era abbastanza facile immaginare che i fortunati a poter assistere a tale evento sarebbero stati relativamente pochi: l’Anfiteatro Romano è infatti un luogo sì magico, ma ovviamente esclusivo e, di conseguenza, costoso; ma coloro che ne sono stati testimoni assicurano che i circa trecentocinquanta euro spesi per assistervi sono stati ben investiti. La sola Confortambly Numb, a chiusura del concerto, potrebbe valerli. L’evento, a causa dei suoi “poco umani” prezzi, ha attirato anche l’attenzione di fan che, a caccia dell’artista o di suoni da ascoltare da lontano, si sono riversati in massa a Pompei anche solo per vivere l’atmosfera ricreata dopo quasi mezzo secolo. Gli anni sicuramente passano per chiunque, ma le aspettative erano alte.
Non è certamente semplice paragonare i due eventi: il primo, il Live at Pompeii dei Pink Floyd, è stato un evento cinematografico realizzato a circuito chiuso, senza pubblico, di cui gettò le basi il manager della band, che avrebbe voluto associare alla musica immagini pittoresche. Dopo aver rifiutato l’idea di proporre un semplice e canonico film-concerto con sole immagini ad accompagnare le loro opere, la band scese proprio la località campana per realizzare l'idea. Il tour del chitarrista britannico, invece, si propone come una rivisitazione da regalare a chi è cresciuto con la psichedelia musicale tipica dell’epoca degli anni sessanta/settanta, che ha contraddistinto il suo passato, ma anche come un segnale da dare alle nuove generazioni: uno schermo gigante circolare, circondato da fari, sul quale si susseguivano le immagini dell’artista ad accompagnare alcuni classici come Wish You Were Here, Money e Run Like Hell, ma anche brani tratti dal suo personale repertorio, come Faces Of Stone, A Boat Lies Waiting, The Girl in The Yellow Dress. È così che Gilmour proclama e reclama ancora, ad oggi, la sua presenza sui palchi, per far scoprire la sua nuova musica e (ri)scoprire la magia floydiana, sia alle vecchie generazioni che a quelle nuove.

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