Assisi e San Francesco negli affreschi di Giotto

Sabato, 13 Agosto 2016 00:00
  

Assisi e San Francesco è un binomio indissolubile da secoli, non si potrebbe pensare all’una senza andare subito con la mente all’altro e viceversa. Il Santo è così presente ad Assisi che quasi l’aria stessa sembra impregnata del suo messaggio, la cui ricchezza spirituale conserva ancora oggi tutta la sua forza.

 

Se entriamo nella Basilica superiore di Assisi, Francesco è protagonista di storie che riguardano la sua vita, narrata nei ventotto riquadri dell’ordine inferiore della navata da un artista il cui linguaggio fu così straordinariamente nuovo da essere considerato, allora come oggi, rivoluzionario: Giotto.

Pittore, architetto e scultore, Giotto nasce a Colle di Vespignano nel Mugello da Bondone “lavoratore di terra” come ci dice il Vasari, nel 1267, allievo del grande Cimabue, comincia ben presto ad elaborare uno stile pittorico nuovo e moderno.

 

Interno della BasilicaInterno della Basilica

 

Dagli anni 20 dell’Ottocento alcuni critici misero in discussione l’attribuzione a lui del ciclo assisiate, ma altri, soprattutto italiani, lo riferirono invece con certezza a Giotto, anche recentemente. Indubbiamente le Storie di San Francesco introducono un modo nuovo di narrazione caratterizzato da un diverso rapporto con la realtà circostante, un’esperienza della natura umana e dell’ambiente più diretta. Ne nascono costruzioni spaziali nuove, sia che si tratti di ambienti naturali o architettonici, con soluzioni prospettiche certamente iniziali, ma non per questo meno rivoluzionarie. E ancora la verità di gesti, sguardi, espressioni, notazioni di costume tanto che a volte sembra di assistere a scene di vita contemporanea.

Eseguito a partire dal 1296, il ciclo francescano fu pensato e realizzato per interagire direttamente con l’architettura reale. Le singole scene sono unificate tra loro da un’incorniciatura architettonica dipinta costituita da colonnine tortili che, all’estremità di ogni campata, poggiano sui pilastri.Questa nuova concezione dello spazio dipinto superava la bidimensionalità della parete e per creare immagini che suggerissero la tridimensionalità del reale.

 

Francesco dona il suo mantello a un cavaliere povero

Francesco dona il suo mantello a un cavaliere povero

 

 

Francesco dona il suo mantello a un cavaliere povero

Il beato Francesco s’incontrò con un cavaliere generoso ma povero e malvestito; avendo avuto rispettosa compassione della povertà di costui, subito, spogliandosi delle proprie vesti, lo rivestì. (Leggenda maggiore di Buonaventura da Bagnoregio). Secondo alcuni studiosi è uno dei primi affreschi che furono realizzati nella basilica di Assisi, ma si delineano già caratteristiche assolutamente originali: l'essenzialità, la chiarezza compositiva e il senso della sintesi. La composizione si basa sull'incrocio delle diagonali e ogni forma è ridotta all'essenziale. Le figure tendono a volumi semplici e anche nello sfondo le rocce sono squadrate e semplificate.

 

Qui Giotto realizza già il sentimento nuovo di uno spazio concreto attraverso la disposizione delle figure, chiuse entro fermi contorni, e il loro rapporto con gli elementi del paesaggio. Anche il paesaggio sullo sfondo, gli alberelli arroccati si riferiscono alla realtà e la città murata che si vede a sinistra è Assisi.  
San Francesco è assoluto protagonista della scena e la sua figura di santo non è divinizzata, è riconoscibile solo per l'aureola e ha un aspetto molto umano. La sua testa è posta proprio all’incrocio di due gruppi montuosi in modo da dare al santo la massima evidenza.

 

Infine vediamo la naturalezza di gesti e atteggiamenti, come il cavallo che bruca l'erba, i gesti spontanei dei personaggi, il grande senso di umanità e una certa grazia negli atteggiamenti, che sono tra le qualità più personali e alte della  pittura di Giotto, oltre ad essere elementi assolutamente nuovi.
Le figure, più rigide e bloccate nei movimenti, sono ancora prive di volumetrie e i volti non hanno ancora l’espressività che raggiungeranno nelle storie successive.

 

La rinuncia ai beni paterniLa rinuncia ai beni paterni

 

La rinuncia ai beni paterni

Francesco restituì al padre ogni cosa e deposte tutte le vesti rinunziò ai beni paterni e transitori dicendo al genitore “D’ora innanzi potrò dire in tutta verità: Padre nostro che sei nei cieli, dal momento che Pietro di Bernardone mi ha ripudiato”. (Leggenda maggiore di Buonaventura da Bagnoregio)

Anche qui vi sono pochi personaggi essenziali, la composizione è chiara e ordinata in modo da dare la massima evidenza al racconto dell’episodio, condensato nel suo momento più drammatico e significativo.
La scena é nettamente divisa in due fasce verticali intervallate da uno sfondo neutro. A sinistra il padre di San Francesco, Pietro Bernardone, infuriato, dalla notevole espressività, viene trattenuto da un uomo, dietro di lui i concittadini borghesi da cui Francesco è ritenuto pazzo. 


Sulla destra San Francesco, spogliato e ricoperto alla meglio dal vescovo, invoca l’Eterno, che si manifesta in alto benedicendolo con la mano. Dietro di loro sono altri religiosi riconoscibili dalla tonsura.
La decisa spaccatura della scena, ideata da Giotto, è efficacemente simbolica delle posizioni inconciliabili dei due schieramenti, che sono il passato e il presente di San Francesco.

 

Notevolissima è la resa anatomica del corpo del santo, che definisce la muscolatura attraverso chiare lumeggiature con sorprendente modernità e che fa di Giotto un precursore di Michelangelo. Le scenografie architettoniche dell’affresco sono particolarmente sviluppate in altezza e creano complessi volumi con vuoti e pieni. Nonostante in questi edifici non siano mantenuti rapporti dimensionali coerenti con le figure presenti, essi hanno comunque la funzione di fare da quinta, di suddividere la scena dandole drammaticità e di porre in evidenza i due protagonisti, sottolineandone il ruolo opposto. 

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