Rigoletto e il "dramma" della tradizione al San Carlo

Venerdì, 03 Febbraio 2017 18:50
  

A cinque anni dalla morte del Maestro Giancarlo Cobelli, torna sulle tavole del San Carlo il suo Rigoletto bolognese, già a Napoli alcuni anni fa e ad oggi nuovo gingillo di celebrazione del teatro partenopeo, come se in assenza di una guida musicale si sia pensato bene di ripercorrere tutte le perdite degli ultimi vent'anni, citando registi, cantanti, attrezzisti e riesumando principi e regine.

Per questo Rigoletto in particolare, ove termina il teatro di riesumazione inizia il teatro di tradizione, in un miscuglio follemente interessante di ricordi e memorie, di scene polverose e instabili e puntature sfrontatamente volgari.

 

La necessità di eseguire il Rigoletto di tradizione (esecuzione che si risolve effettivamente in pochi passaggi) si spiega solo dopo due atti di perplessità e dubbio, quando all'attacco della canzonaccia del Duca di Mantova parte unanime un karaoke violento ed imperituro, di dignità musicale pari al miglior karaoke delle migliori adunate di provincia.

A parità di dignità, di valore musicale e di costume, la bistrattata cornice della tradizione acquista addirittura preziosità, come esaltazione (ci duole dirlo) della filologia musicale nella sua espressione più completa, il che la dice lunga sulla grande musica proposta in genere dai grandi teatri italiani. È leggenda poi che un teatro poco disposto ai gusti del pubblico, non importa se reazionari o d'avanguardia, sia un teatro vuoto, e che ci sia una diretta proporzionalità tra tradizione e incasso al botteghino, come se al pubblico  (che sia quello di Napoli, Busseto o Milano) interessi davvero qualcosa e come se il teatro celebri l'arte e se ne freghi del pubblico.

 

Mentre il mondo del teatro condivide interessi con il Duca di Mantova e la Netrebko posta ridenti  immagini su Instagram, il Maestro Jordi Bernacèr ricerca accuratamente, ignaro della distruzione del circondario globalizzato, una bella nitidezza di suoni, godibile in particolare nelle parti soliste. Accurato è anche l'equilibrio tra buca e palcoscenico, sempre costante in una esasperata esaltazione delle prime voci di cui si apprezzano una costante e perfetta sonorità, bella dizione e, comune a tutti, bel fraseggio. Ben presto ci si rende conto però che il perfetto slancio estetico che il direttore dà alla partitura (slancio di buonissime intenzioni, s'intenda) manca di contenuto effettivo, è privo di qualsivoglia mordente drammaturgico, vedi i turbinii inudibili dell'orchestra nei cortigiani - cosa più unica che rara - o la claustrofobica successione di staccati in caro nome, metricamente pesante, oltre che in parte vocalmente pasticciato. Ultima perla, anch'essa di grande preziosità filologica, ci viene offerta nella vendetta, vera esaltazione del virile teatro verdiano e celebrazione della musica bandistica nella sua più alta e nobile forma.

Alle voci, si diceva, è stata prestata particolare attenzione,  nel rispetto più che funzionale di sonorità e colori. Il Rigoletto di George Petean conferma ogni riserva sull'effettiva possibilità di impiego della sua voce nei ruoli verdiani di punta, pesantemente baritonali come quello del buffone alla corte di Mantova. Il timbro chiaro rammenta tutt'altro repertorio e rende di fatti “arrangiata” in partenza la buona esecuzione del cantante, capace di modellare l'intensità della voce astenendosi da soffocamenti e artificiosità, e di fraseggiare servendosi unicamente del mezzo vocale.

Piero Pretti è stato un godibile Duca Di Mantova, di quelli capaci di passare alla tessitura acuta  senza dover cancellare le repliche successive. Il suo canto è brillante e nitido seppur poco duttile nella caratterizzazione del personaggio, un Duca di Mantova più simile ad un Romeo pudico di memoria shakespeariana che ad un godereccio e libertino duca di provincia. Nel comparto femminile soddisfa la Gilda di Rosa Feola, soprano di risapute qualità vocali e abile fraseggiatrice, che fa della tenera Gilda verdiana una fanciulla stranamente venata di malizia. La serata della Feola va avanti nell'inerzia di canto e d'ascolto (manco fosse

cosa consueta poter ascoltare un buon canto) fino ad un caro nome letargico e vocalmente frammentato nel primo atto ed una stangata pericolante alla fine del secondo, coronata da un'emissione incerta come mai l'avevamo sentita dalla Feola. Nulla da dire sul canto opaco di Anna Malvasi, una maddalena sufficientemente iconografica e ben incastonata nel quartetto del terzo atto. La regia di Giancarlo Cobelli, ripresa da Ivo Guerra, sembra studiata sulla caratura del gesto e dell'elemento scenico  più che sulla successione di azioni, poche e sapientemente inserite sulla scena a formare piccoli cammei pittoreschi, come il tronco d'albero alla fine del primo atto ad incorniciare coi suoi rami la figura di Gilda, o la locandaccia di Monterone resa in una miniatura deliziosa a contornare lo slancio amoroso de' la donna è mobile.

 

Il tutto è affascinante, anche interessante alle volte, mancando però di quella limpidità necessaria per evitare che l'intreccio drammatico del capolavoro Verdiano diventi un miscuglio di impressioni frammentate. E così poco aiuta la presenza di un pannello in scena, ben piazzato in tutta la sua maestosa fatiscenza, a dividere azione e intrighi, amori (puri o dissoluti) e corruzione. Poco aiuta un' esasperata stilizzazione delle forme che, seppur molto suggestiva in particolare nel terzo atto, è sempre ingabbiata in un cubo di vetro sgarrupato che soffoca maestosità e invettiva.

 

Applausi calorosi al termine della recita da un pubblico che per buona parte non ha goduto nemmeno della tradizione.

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