Al San Carlo una "Lucia" di formazione

Venerdì, 31 Marzo 2017 13:08
  

Nel cuore di questa stagione “d'attesa” ci troviamo a dover discutere di un altro revival, un altro ingrediente di quel teatro di citazioni e riscoperte dal passato in cui il San Carlo si identifica magnificamente.

È il turno stavolta della Lucia di Gianni Amelio, che ricordiamo essere già stata rappresentata al San Carlo pochi anni or sono, con lo splendido canto di Jessica Pratt e la parsimoniosa direzione di Nello Santi.

 Ci sembra interessante notare quanto questa Lucia sia in effetti lontana dai canoni della tradizione romantica e dal gusto comune del pubblico, quanto a bamboleggiamenti e a letture freudiane di seconda mano.

La forza della regia di Gianni Amelio è nel lavoro attento sul materiale estetico che musica, intreccio e ambientazioni offrono al pubblico. L'introspezione forzata delle comuni Lucie si sostituisce ad una focalizzazione quasi fotografica, fatta di immagini e di gesti minuti, come l'intrecciarsi accennatamente nevrotico delle mani  di Lucia, o la figura imponente, monumentale del fratello Enrico, restìa a grandi gesti scenici. Si veda anche il gran ballo del terzo atto, che prende progressivamente le sembianze di una danza macabra, in cui i capi dei danzatori si intrecciano e le linee si distendono, evocando tristezza e angoscia e completandosi nell'ingresso di una Lucia in nero, che il pubblico vede avazarsi a passo funereo e luttuoso e che lascia cadere sulla scena un velo di morte scomodo, inquietante. La follia per questa Lucia è un traguardo, uno squarcio di libertà nella realtà lugubre delle convenzioni, politiche e sociali. La protagonista canta la sua follia agitandosi in un'aria di morte stranamente confortante, in cui la sua fosca vitalità stride con l'atemporalità della scena e l'aspetto lapideo di una corte asettica, spettrale, intuizione brillante di un ispirato Nicola Rubertelli che ha dato alle sue scene il fascino di una corte irresistibile e paradossale, urna spettrale di un dramma incantevole.

 

Solo indirettamente la regia lascia emergere le tenerezze e i drammi dei personaggi, con una naturalezza che ben si adatta all'invadenza delle scene e della loro macabra monumentalità.

In linea con questa naturalezza, la Lucia apparentemente stereotipata di Maria Grazia Schiavo è in  fondo priva di quello smalto romantico che ci sembra di avvertire nell'inquietudine della prima cavatina. Superata la certezza che pazzìa e Lucia siano sinonimi già dal primo atto, la Schiavo costruisce gradualmente il personaggio, partendo da un canto passabile, nitido e sonoro nei centri, forte di quella pastosità di origine barocca che della sua vocalità è il maggior pregio. La stessa vivacità di timbro e colori perde il suo smalto brillante nel passaggio all'acuto, in cui il suono si appiattisce per fissarsi progressivamente, causando per altro alla bella cantante precarietà di fiati e difficoltà espressive. La sua Lucia ha comunque un fascino ricco, magnetico, che focalizza su di sé tutte le energie sceniche. Lo spirito fanciullesco del primo atto diventa donna innamorata nel terzo in cui, superate alcune lacune tecniche, la pazzia della fanciulla si vela di un accenno di lucidità, nel canto e nei gesti.

 

Saimir Pirgu incarna perfettamente l'Edgardo di chiara tendenza romantica, disturbato da un'eroicità strappa applausi che lo allontana da quei surrogati di introspezione, quegli eroi ermetici e malaticci che spesso ammorbano le Lucie dei grand teatri. Quest'eroe vigoroso, capace di una bella morte, è disturbato, si diceva, da una paradossale vocalità, di bel colore ma di stentorei legati, che ben si esemplificano nella “bell-alm-a-in-na-mo­ra-ta” degli ultimi istanti dell'opera e che ricordano, volendo essere cinicamente poetici, un realismo d'espressione di cattivo gusto. Senza parlare del registro acuto tutto in forte, spinto e, in caso di arresa, ingolato come spesso si fa tra grandi tenori e semi divi. Eppure piace al pubblico del San Carlo, che lo delizia con lunghe ovazioni e palpitanti folle all'uscita artisti.

 

Applauditissimo l'Enrico di Claudio Sgura, fratello fosco di efferati accenti e di bella vocalità, il più autentico interprete di quella pesante atmosfera Scottiana, intrisa di intrighi politici e sovrastrutture morali.

Bene i comprimari Tonia Langella, una Alisa di nitida vocalità e coerente espressività, e Riccardo Zanellato, un Raimondo perfettamente caratterizzato nella sua tetra autorevolezza.

 

La perfetta sintesi di scene e interpreti, di atmosfere e drammi individuali è formalizzata dalla direzione statica, vitrea del Maestro Stefano Ranzani, uno dei più assidui lettori di Lucia e forse per questo avvezzo alla standardizzazione della direzione, democratica, modello per tutte le orchestre e tutte le compagnie di canto con tanto di chicca filologica quale la glassarmonica, con grande rammarico dei flautisti tutti. Peccato essersi limitati ad una direzione tirata avanti nella severità più assoluta, nel'abitudine formale stentorea di inventive e intuizioni brillanti, o quantomeno in linea con l'approfondita drammaturgia registica.
Applausi per tutti alla fine dell'opera da un teatro gremito e profondamente affascinato.

Vota questo articolo
(1 Vota)

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.