Elektra e il teatro magico al San Carlo

Sabato, 22 Aprile 2017 22:16
  

Il sipario del San Carlo si alza sulle scene misteriose e ciniche dell'Elektra  di Grübere Kiefer, celati alchimisti di un'opera estraniante e livida già dalle prime battute.

Il mondo di Elektra - musa sconosciuta, eroina selvaggia, confidente matura - è spaventoso. Il teatro, nel contrasto con il rifugio spettrale della dolce e bestiale Elektra, diventa la casa sicura del pubblico che benedice il riparo, il conforto, l'ospitalità della grande sala e delle poltrone comode. Benedice l'ordine esatto, la razionalità ferma e lucida, la catalogazione di tutte le cose: questo bello, questo brutto, questo giusto, quest'altro più che giusto, questo vero, quest'altro falso.

Tutt'altro è Elektra, in contatto intimo con una realtà razionale e inconscia, reale ed irreale, gloriosa, morale e depravata. A questo si limita - la brevità gran pregio - la lettura destabilizzante di Klaus-Michael Grüber e Anselm Kiefer, inventori di un'Elektra coinvolta razionalmente nei meccanismi del suo stesso inconscio, che  si materializza scenicamente  in un castello blindato, sintesi razionalista di un teatro greco bestiale in cui i giudizi si esprimono, come del resto accade nei nostri teatri, dall'alto.

Un castello, cosi ci piace definirlo, che si lascia modellare dalle luci e dalle ombre come fosse una tela di buona qualità nel momento in cui l'artista stende le prime campiture di colore. Le sue pareti sembrano inseguire progressivamente una realisticità estetica che si realizza quando la luce dolce del sole accarezza l'unico momento armonico dell'opera, il duetto di Elektra e Oreste. Per il resto il castello diventa spettro dell'inconscio di Elektra, dei suoi slanci bestiali, dei suoi sogni, la culla che ne raccoglie le vesti sudicie e l'accoglie come fosse il suo unico inquilino naturale.

Elektra porta con se tutto il dolore di un'umanità congenitamente mutilata, il cui germe stesso è infetto di dolore e inquietudine. Così la partitura di Strauss ci viene offerta nella sua più cruda esemplificazione da un più che ispirato Juraj Valcuha. Si distinguono splendidamente i ruoli bipartiti: quello lirico e prezioso degli archi, coesi e riscaldati in una trama di colori brillanti, a cui si oppongono i fiati barbarici e le suggestive percussioni che insieme si alternano nella continua giustapposizione di lirismi e spasmodiche invenzioni musicali.

Fosse fatta di musica e cartapesta, quest' Elektra entrerebbe di certo nell'olimpo degli allestimenti almeno Sancarliani. C'è di mezzo però anche il canto, che come d'abitudine spegne o affievolisce i successi in potenza più clamorosi. Ed è il caso di citare, primo fra tutti, il canto di Elena Pankatrova, un'Elektra vocalmente e fisicamente ben strutturata, che però stenta ad ottenere quella pienezza di suono e quella lucentezza timbrica che spesso si opacizza fuori dalla zona centrale. La complessità del fraseggio è risolta, come spesso accade, nella solita cantilena tedesca che è da imputare anche alla  bella Crisotemide di Manuela Uhl, spesso spoggiata e, appunto, cantilenante al limite della stonatura perfetta. Discorso a parte per la Clitemnestra di Renée Morloc, che concentra apprezzabilmente i suoi sforzi in una calcata presenza scenica, in cui il gesto spasmodico e tragicamente plateale supera per valore drammaturgico un buon canto. È suo il momento scenico più irresistibile, brillante dell'atto unico, lucidissimo nella sua splendida inconvenzionalità. Trascinando il suo corpo in un mantello di cartongesso, incarna un'eroina grottesca e psicotica votata all'espiazione della sua colpa crudele non solo attraverso la sottomissione alla realtà deforme del sogno, ma alla più che radicale destrutturazione del corpo, uno straccio impietrito che le è gabbia e rifugio, pateticamente impreziosito. Ottima la prova di Robert Bork, un Oreste lapideo, pervaso da un'eroicita romanza e cavalleresca esaltata da un'aura di luce incantata in cui egli si muove, di fronte alla sorella pudica. Della grandezza eroica che lo accompagna interessa la sua artificiosità, la sua spudorata e iconografica ovvietà, che sembra trasformare l'incontro dei due fratelli in una proiezione immaginaria di Elektra, infondo mai troppo autentica negli slanci verso Oreste. C'è poi il sole, che squarcia meravigliosamente la cortina del sogno e dà una cornice splendida al duetto tra i due. È qui che l'autenticità dei gesti e dei sentimenti sostituisce l'illusione di un teatro magico, dove la realtà scenica sembra invenzione irrazionale del protagonista. Applausi per tutti al termine.

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