Tre storie d'opera: alla ricerca di una svolta

Mercoledì, 31 Maggio 2017 10:06
  

E come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili, così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di casa Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa e tutta Combray e la campagna circostante, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè.

Così, dopo aver citato Proust (sono le poche righe che, se lette, ci danno il privilegio di poter sostenere di aver letto l'intera Recherche) procederemo per gradi - e per l'ultima volta - a cavallo della nostra memoria involontaria, alla ricerca di un istante, un frammento di tempo, un minuto, che ci parli della nascita di qualcosa di nuovo, di una salvezza imminente, di un approdo finale.
Nel cuore della primavera i nostri teatri ultimano i preparativi per le nuove stagioni, le seasons dai nomi allettanti che generano (noi stessi ne siamo rapiti) un'irresistibile allure, inzuppata di promesse brillanti, di smercio di emozioni a buon mercato dai mille colori e dalle infinite destinazioni. Allettante a dir poco.

Tre prime: Milano, Madama Butterfly. La Scala apre per ultima, dopo Il Tristano dell'Opera di Roma e il rossiniano Otello del San Carlo.

È divino il linguaggio delle linee, pure, splendidamente modellate sulla bella musica del maestro Chailly. Lo splendido japonisme essenziale si sostituisce all' Iconografia tradizionale, ed è un trionfo di evocazioni magnifiche, ricchissime, rivoluzionarie. È un nuovo linguaggio scenico che trascende la drammaturgia narrativa per giungere ad una nuova pittura scenica, che fissa l'immagine e la forma e ne esalta l'essenza. Un plauso ad Alvis Hermanis, capace di introdurre sulle scene italiane l'irresistibile forza d'attrazione dell'immagine, quella del Proust inventore di scorci paradisiaci.

È una svolta? Forse. Sicuramente poco gradita o a stento apprezzata dal pubblico milanese, incauto da sempre  nelle interpretazioni. Avevano forse un nuovo inizio tra le mani e non se ne sono accorti.

Fu singolare arrivare a Roma e sperare di vedere qualcosa di stuzzicante, d'altronde prevenuti come qualsiasi forestiero criticone; forse perché, ne siamo più che convinti, la rinascita di qualsiasi istituzione culturale in Italia, ad oggi sa di metafisica.

L'Opera di Roma è senza dubbio rinata, si veda la stagione di balletto (di solito il vero referto medico dei teatri nazionali) sebbene l'indicativa pima delle prime abbia rappresentato emblematicamente il livello medio di tutte le rappresentazioni operistiche italiane. Lo spettacolo medio, come Roma ci ha insegnato, è fatto di due linguaggi separati: quello musicale, presentato al pubblico pagante come una perla d'oltremare. Quello registico-scenico, figlio di una genialità spesso finta ma che passa per non capita. L'intuizione infondo è dono di pochi. Due direzioni diverse per un risultato ibrido e senza destinazione, con tanti applausi e successo di critica.

Il successo è poi clamoroso se la première diventa un logaritmo perfetto di filologia, oscar e grandi nomi, in pieno stile San Carlo, ad oggi l'unico teatro al mondo in cui il corso dialettico della storia ha annichilito il pubblico. L'unico teatro al mondo, si diceva, a proporre indifferentemente perle preziosissime e insipide oscenità senza che ci sia una sostanziale reazione di pubblico, tanto da farci gridare, appunto, all'annichilimento. Così il mal riuscito binomio Ferretti-Gitai non suscita una reazione diversa all'applauso ad inerzia nella corsa esasperata all'ultima goccia di champagne, prima che il gala finisca. Non che il binomio sia riuscito, anzi. Siamo difronte all'esempio più emblematico dell'attuale crisi di idee, laddove l'annichilimento si estende oltre i confini della società comune, fino agli artisti, ai titani che un tempo facevano dei teatri incubatrici di genialità.

L'unico spunto fondamentale che da questa ricostruzione è emerso, è la necessità di ristabilire il modo di  guardare o interpretare un'opera d'arte sempre uguale, come l'opera, che pecca di essere composta sempre dagli stessi materiali, ridefinire cioè i canoni di interpretazione, cogliendo l'essenza dei linguaggi che l'opera propone aldilà della narrazione nozionistica e sterile. Chiedete in giro per teatri che valore abbia la regia d'opera nel dibattito musicale contemporaneo; vi diranno che il libretto è sacro, che Michieletto è un folle e che Carsen va esiliato. Vi diranno di guardare indietro a Visconti, Zeffirelli, alla De' Nobili senza riconoscervi l'incarnazione di una rivoluzione che, in tempi remoti, hanno innescato. Il superamento della filosofia del “così è” o del “così si è sempre fatto” è l'antidoto della genialità e l'impulso, da sempre, dell'arte. La regia contemporanea, bistrattata e condannata, pecca del fraintendimento sistematico dell'idea di innovazione, che non è distruzione (diffusissima) bensì creazione illuminante. Ma la differenza tra le due strade, ad oggi, è troppo sottile per essere colta. E il crollo sembra imminente.

Vota questo articolo
(1 Vota)

Facebook Like

Accedi

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.