Punto e a capo. Dal carcere al reinserimento in società.

Lunedì, 26 Giugno 2017 00:00
  

È difficile per chiunque ricominciare da zero, ma se si vuole, si può rinascere. Ed è proprio partendo da questo presupposto che vi raccontiamo la testimonianza di due persone che hanno sbagliato e, dopo aver pagato il loro debito con la giustizia, sono prossime al rientro in società.

Il più giovane, di cui non possiamo svelare il nome, lo abbiamo incontrato al Viale della Resistenza (Scampia), presso la cooperativa sociale “L'uomo e il Legno”, dove sta seguendo un percorso di riabilitazione sociale. 

Per quale ragione sei stato arrestato?

Spaccio di droga. È successo dieci anni fa, ero ancora minore. Poi è arrivato il “provvedimento definitivo” e sto scontando un residuo di pena presso "L'Uomo e il Legno".

Com' è stata la vita in carcere?

Non so come esprimermi....posso solo dire che per resistere devi essere tuost'.

Adesso di cosa ti occupi in questo centro?

Mi occupo di un po' di tutto, per esempio se c'è bisogno do una mano in falegnameria, insomma faccio lavori socialmente utili, ovviamente non guadagno niente; ma sono consapevole di aver sbagliato e ho piacere a fare qualcosa per la società.

Alla base di queste tue considerazioni, valeva la pena spacciare?

Adesso che sono cresciuto, posso dirti che non ne valeva la pena, ma a 15 anni sei immaturo e certe cose non le capisci.

Incolpi la società per quello che hai fatto o pensi che sia tutto “merito tuo”?

È stato sicuramente “merito mio”, ma c'è da dire che lo Stato non aiuta chi, dopo la terza media, vuole fare un apprendistato per imparare un mestiere. Quando finisce la scuola dell'obbligo, te l' a chiagnere tu!

La disoccupazione ha influito sulle tue scelte sbagliate?

Non ho capito se abbia influito, l'unica cosa che ho capito è che devo cavarmela da solo, senza più delinquere. Sarà difficile perché non posso cercare lavoro presso un privato, visti i miei precedenti penali, potrò fare mercati o lavori autonomi.

La famiglia ti ha aiutato? 

Sì e mi sta ancora aiutando perché non sto lavorando, cosa che facevo prima che scattasse la sentenza definitiva. Riuscivo a guadagnare qualcosa.

Hai girato pagina consapevolmente?

Sì, ho chiuso definitivamente.

L'ambiente in cui ora trascorri le tue giornate ti è di supporto?

Sì, qui capisco tante cose perché passano tante persone bisognose a cui, nel mio piccolo, cerco di dare una mano.

 

Presso il centro “Alberto Hurtado”, gestito dai Gesuiti, abbiamo poi incontrato Salvatore, un uomo che non vuole guardare al passato, ma è deciso ad intraprendere una nuova strada.

Ciao Salvatore, raccontami quello che ti è accaduto.

Io sono stato in carcere tanti anni per motivi di spaccio ed una volta in semilibertà, disperato, mi sono rivolto a Padre Sergio del centro Hurtado per essere preso in affido. Padre Sergio ha avuto fiducia in me e mi ha permesso di svolgere nel centro lavori socialmente utili.

Perché spacciavi?

Non ho mai fatto reati contro il patrimonio, certo non sono stato mai un santo ed il quartiere mi offriva quell'unica opportunità di guadagno.

Non pensavi che vendendo droga facevi del male a tanti ragazzi?

Sì, lo pensavo, ma la vita non mi offriva alternative. Avevo perso il lavoro e non riuscivo più a mantenere la famiglia; c'erano le bollette da pagare,l'affitto di casa, la spesa giornaliera, le medicine…

Come scorre la vita nel centro, di cosa ti occupi?

Qui c'è aria pulita, aria di onestà che ti contagia. Da due anni respiro aria nuova, in un luogo dove ci sono persone che mi aiutano in tutti sensi. Qui ci sono la biblioteca, la sartoria, la “musica libera” e il doposcuola per ragazzi, così io cerco, laddove posso, di rendermi utile. Faccio un po' di tutto: manutenzione quando ce n'è bisogno, “servizio taxi” all'occorrenza. Logicamente non sono pagato, ma la provvidenza divina fa sì che padre Sergio si ricordi sempre di me, anche se il centro certo non naviga nell'oro.

Ma la cosa più importante per me è tenermi occupato, fa sì che io non pensi a quello che ho fatto e frequentare brava gente mi sprona a non cadere più in errore.

Ti va di raccontarci della tua esperienza carceraria?

La prima cosa che voglio dire è che in carcere si soffre e le persone che non hanno una famiglia alle spalle soffrono ancora di più.

Io sono stato “ospite dello Stato” in diverse città per scontare una pena detentiva di 10 anni. In tutto quel tempo mia moglie ha lavorato per mantenere me e mio figlio, perché in quel luogo bisogna comprare anche la carta igienica.

Così, quando mi è stato permesso, ho lavorato, sgravando un po' mia moglie, ma purtroppo non è stato sempre possibile farlo.

Come ha reagito la tua famiglia quando sei stato arrestato?

Malissimo, perché i miei familiari hanno sempre vissuto onestamente. 

Abbiamo capito che sei deciso a rinascere. Qual è l'elemento principale che ti dà la forza di farlo?

Mia moglie e mio figlio. Purtroppo attualmente mia moglie non sta lavorando e i padri gesuiti e i volontari del centro stanno cercando in tutti i modi di ricollocarla al lavoro. La mia speranza più grande è di riscattarmi agli occhi di mio figlio e anche per questo mi affido alla provvidenza. 

È un ragazzo di 17 anni che frequenta il centro e che partecipa con entusiasmo ai corsi di musica. Tutti gli vogliono bene e quando sento dire “o' figlio e Totore è nu bravo guaglione” io sono felice e mi sento realizzato.

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