“Figli di un Bronx minore”, la Napoli degli anni ’90 nei racconti di Lanzetta

Mercoledì, 12 Luglio 2017 10:57
  

Nel 1993, Feltrinelli dava alla luce la prima edizione nell’ "Universale Economica" di Figli di un Bronx minore, uno dei primi testi a portare la firma dell’attore, drammaturgo, scrittore-e da non molto anche cantautore napoletano-Peppe Lanzetta.

I ventisei racconti di Figli di un Bronx minore narrano Napoli e la sua provincia, al più si spostano verso nord raggiungendo il casertano, Mondragone, oppure scendono verso Maratea, Cosenza, Reggio Calabria, ma restano sempre intrisi di un napoletanità forte, radicata e aggressiva.

Fin dagli esordi, Peppe Lanzetta definisce uno stile personale ricco di volgarità e violenza, appropriandosi di un linguaggio scurrile e da strada, con una variazione di toni che va dall’aggressivo al rassegnato, dall’arrabbiato al disperato. Attraverso questa scelta stilistica, la prosa di Lanzetta si adatta alle storture di certe misere realtà “da Bronx”, raccontando un’Italia – soprattutto quella del sud – che non ha nulla da invidiare ad uno dei quartieri più malfamati di New York.

Dopo i primi racconti si entra, però, in una sorta di monotonia della violenza: trame sviluppate sempre allo stesso modo, finali tragici, cliché della povertà e del degrado. Ripetitivo fino a diventare banale è anche l’uso costante di neologismi creati dalla fusione di una o più parole allo scopo di dare maggior enfasi ad un concetto o semplicemente per considerare come un unicum un modo di dire: bruttostronzo, grandenapoliaffanculo, annonuovovitanuova, freddofreddo.

Di Figlio di un Bronx minore vale la pena leggere alcuni racconti come La casa di Mondragone, L’immensità, Jimmy Cocaina, Edelweiss e La città impossibile, che regalano delle immagini forti e delle riflessioni molto intense, ma nel giudizio complessivo non si può di certo definire un capolavoro.

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