Quando il gioco diventa una malattia. Intervista a un ex ludopatico che ha deciso di dire la sua versione dei fatti. E del gioco.

Martedì, 07 Novembre 2017 00:00
  

Fabio ha 52 anni ed è una persona felice, ha una moglie, un figlio e un bellissimo cane nero. Fabio è da sette anni che non gioca più perché ha intrapreso un percorso con una associazione che, sia moralmente che psicologicamente, è riuscita a tirarlo fuori da questo modus vivendi. La famiglia non l’ha mai abbandonato ma anzi, hanno partecipato attivamente alla sua “rinascita”, non pensando nemmeno una volta di abbandonarlo e lasciarlo solo nel suo mondo.

Fabio come sei entrato nel mondo del gioco?

Avevo 14 anni quando feci la prima scommessa: fu col calciobalilla che iniziai. Ma poi scommettevo su qualsiasi cosa, dalle partite di calcio tra di noi al poker a qualunque gioco di carte. Poi sono arrivate le slot…

Con le slot-machine cosa è accaduto?

Le slot-machine fu Raffaele Bambù a portarle a Napoli negli anni ’80, il camorrista che aveva in casa una tigre e dove ora per fortuna c’è la sede della Fondazione 'A voce d''e creature, di don Luigi Merola. Il problema delle slot è che c’è una vincita o una perdita che è immediata, è meccanica e non c’entra la bravura della persona che ci sta giocando. Solo il 7% vince attraverso le macchinette collegate alla Camorra (i Casalesi sono coloro che gestiscono questa fetta di mercato)La velocità mette adrenalina nell’essere umano ed è per questo che giocarsi anche una sola moneta viene vista come una azione innocua, presa con molta, troppa leggerezza.

Qual è il gioco più pericoloso?

Sicuramente il Poker, le Slot e il Bingo. E in questi lunghi anni ne ho viste di tutti i colori. Dalle casalinghe che si prostituivano nei centri di Bingo per acquistare una scheda alle Slot a forma di Totò. Non c’è limite allo scempio.

Quali sono le cose che più ti fanno arrabbiare oggi?

Vedere tanti giovani che spendono il loro tempo davanti a un centro di scommesse sportive. Le partite virtuali invece hanno aumentato ancora di più il fenomeno. La domenica soprattutto, ma anche il mercoledi mattina presto ci trovi i ragazzi asiatici o srilankesi che giocano in diretta per le partite del proprio Paese d’origine. Non conta l’etnia, purtroppo con l’età e l’esperienza si capiscono certe cose. 

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