MyGeneration intervista Calaciura

Domenica, 13 Maggio 2018 00:00
Zen di Palermo Zen di Palermo
  

Ancora letteratura d'autore a Scampia dove, presso la Scugnizzeria, il giornalista e scrittore Giosuè Calaciura, finalista del Premio Campiello (2002), ha presentato il suo ultimo romanzo, Borgo Vecchio, edito da Sellerio, con cui ha vinto il Premio Lettarario Nazionale Paolo Volponi (2017).

Nella sua opera, ambientata a Palermo, sono presenti storie e personaggi inventati che rispecchiano pienamente la realtà di una qualunque periferia, dove malessere, disagi, miseria, arretratezza culturale sono all'ordine del giorno.


Protagonisti del libro sono anche gli animali perché, come ha spiegato lo scrittore, attraverso la favola è più semplice raccontare realtà allucinanti, quelle rifiutate da taluni lettori che non vogliono essere ammorbati da problematiche sociali.
Lo sguardo di Calaciura si sofferma in quelle strade, in quei vicoli, in cui non esiste la legalità, non esistono regole del buon vivere e dove la mancanza delle istituzioni favorisce la criminalità.
Con l'autore palermitano abbiamo voluto approfondire qualche argomento:

 

 

 

Calaciura

 

 

 

- I vicoli di Palermo, anche se non è mai citata, sembrano la fotocopia di quelli napoletani dove si respira la stessa aria problematica. C'è speranza per i figli di queste terre?

Palermo e Napoli sono molto simili. Nelle vele vedo l'architettura dello Zen, quella stessa architettura che è speculare alla marginalità, come se fosse costruita apposta per rendere le persone distanti e ghettizzate. In questi luoghi la speranza intanto è per chi ce la trova. Appartiene a quelli che rimangono e a quelli che si impegnano a raccontare storie così tenebrose.


- Il suo è un racconto corale, ma senza scomodare Verga, quanto ha inciso nella stesura del libro il suo essere giornalista di strada?
Ha inciso molto il fatto che il giornalista deve dare conto di tutte le voci in gioco. L'elemento corale è una scelta letteraria, dovuta alla volontà di dare un andamento tragico al mio racconto.

 

- Lei racconta un universo spietato, fatto di prostitute, di malviventi e malaffare. Lo fa solo per puntare il dito su una realtà che esiste o per denunciare l'assenza delle istituzioni?
Per entrambe le cose. Per dare voce a chi da molto tempo non ne ha e per denunciare la totale assenza delle istituzioni in realtà così depresse e marginali, dove anche l'architettura è nemica. I bambini in queste periferie non vedono il bello, il mondo attorno a loro è orribile, allora mi chiedo: perché devono scegliere la legalità?


- Molti di quelli che hanno letto il suo libro potrebbero pensare di trovarsi davanti al solito scritto che mette in luce solo gli aspetti negativi di un territorio e che addirittura li amplifichi. Lei a queste critiche cosa risponde?
A me sembra che le uniche storie da raccontare siano quelle di cui parlo. Le altre mi interessano poco. Voglio raccontare le ferite. Perché? Per sanarle. Le storie che raccontano di una borghesia e di una realtà pacificata e serena, spesso a scapito di altri, non mi interessano, anzi mi indignano.


- Nel suo libro i carnefici sono anch'essi vittime delle circostanze?
Nei miei libri non ci sono vittime e carnefici. I miei personaggi sono tutte vittime. Anche chi fa il male è una vittima. L'importante è che gli uomini sappiano scegliere con giustizia tra bene e male, tra chi commette il male per il proprio tornaconto e chi lavora per la comunità.

 

 

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Ultima modifica il Domenica, 13 Maggio 2018 12:32
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