“I did the best I could with what I had”, addio Philip

Giovedì, 24 Maggio 2018 15:00
  

Figura iconica e controversa della narrativa statunitense, Philip Roth si è spento questo 22 maggio per un arresto cardiaco all’età di ottantacinque anni. «Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo», è stato riprendendo la frase del pugile Joe Louis che Roth aveva dato il suo addio alla scrittura nel 2012. Prima di quell’anno, il suo contributo alla narrativa statunitense è stato tra i più intensi e significativi.

 

I suoi romanzi sono un unico grande racconto di personaggi nevrotici e ossessivi. Il sesso, il dramma della borghesia americana sono tra i temi più cari alla narrativa rothiana, che si avvale di personaggi iconici che tornano sempre uguali a se stessi in più di un romanzo: Nathan Zuckerman (Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana) e David Kepesh (Il Seno, Il professore di Desiderio, L’animale morente) sono americani di origine ebraica, uomini borghesi e di cultura, tormentati da segreti e ossessionati dal desiderio.

 

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Nel 1998 Roth aveva vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua Pastorale. Al Nobel era stato candidato più di una volta, senza vincerlo mai: la sua è una narrativa troppo feroce, troppo ruvida per l’Accademia svedese. Le storie di Roth hanno una fisicità ingombrante e oscena. L’autore ha fatto parlare di sé fin dal suo romanzo d’esordio, Lamento di Portnoy (1969), che gli procurò una denuncia e che fu definito dal New Yorker uno dei romanzi più sporchi mai pubblicati.

 

Le ossessioni, la manie, i tormenti ricorrenti nella scrittura di Roth rendono la sua opera un monumento della letteratura contemporanea statunitense. Uno dei più brillanti esempi di narrativa yiddish in lingua inglese.

 

«Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui» (La macchia umana, 2000).

 

 

 

 

 

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