IL CEPPO DI SANT'ANTONIO: TRA FOLCLORE ED ILLEGALITÀ

Venerdì, 18 Gennaio 2019 08:11
  

C'è chi lo chiama “focarazzo”, chi più semplicemente “falò”.Usanza vuole che il 17 gennaio di ogni anno nei rioni e nei quartieri popolari di Napoli e provincia (ma anche in altri comuni campani), si accendano dei falò in cui far bruciare roba vecchia di ogni genere, oltre agli alberi di Natale, per salutare l’anno concluso e dare il benvenuto all’anno nuovo. Una festa folkloristica in onore di San Antonio Abate, il santo del fuoco e protettore degli animali. Una festa finché rimane tale. Ed ecco ancora una volta Napoli divisa, Napoli tra due fuochi. I “fuochi per la legalità e la filosofia” presentati nel cortile del Maschio Angioino con parole e canti di Eugenio Bennato e Pino Ferraro ed i “focarazzi” delle guerriglie dei ragazzini. Negli ultimi anni le “paranze” dei bambini sono sempre più frequenti nei quartieri di Napoli. Da tradizione si è passata a guerra fra bande. Ieri , verso le 18.30 ragazzini, quasi tutti minorenni, hanno dato fuoco a cassonetti dei rifiuti tra l'incrocio nevralgico di via Salvator Rosa e via M. Imbriani. Hanno bloccato il traffico e colpito con delle spranghe le auto parcheggiate, tutto secondo la tradizione. Panico tra i residenti e passanti che sono stati spinti via solo per aver tentato di spegnere le fiamme. Così in tanti altri quartieri, dove i vigli del fuoco hanno cercato di evitare simili scenari , ma il loro intervento è stato preso di mira dai piccoli delinquenti. Ciò che desta preoccupazione è la giovane età di questi ragazzi, quando un tempo era una festa per famiglie. La loro voglia di usare violenza gratuita. La "guerra del legno" che porta tutti a scendere in strada e a sentirsi , per un giorno, importante. E si ricade sempre lì: la violenza e la guerriglia di strada. Si ricade sempre in quel vortice di discorsi triti e ritriti. Si ricade nel soffermarsi sui volti di quei bambini, sulle loro mani già adulte e sulla loro voce già cupa. Soffermarsi per capire. Capire che a 10 anni non bisogna stare per strada a bloccare una strada per sentirsi parte del mondo, capire che queste non sono tradizioni sane e rappresentative di Napoli. Usanza sbagliata tramutata, in molte zone della città, in atti di teppismo e azione di devastazione urbana. Un folclore che, praticato in maniera inadeguata, porta interi nuclei familiari allo sbaraglio. Tutto ciò può eclissarsi dietro l'immagine ormasi sfocata di questa tradizione?

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Giulia Compagnone

Nata a Napoli,frequenta la facoltà di giurisprudenza. Da sempre innamorata della sua meravigliosa città, nonostante i suoi difetti e le sue contraddizioni. Ogni giorno cerca di impegnarsi , di lottare per lei, attraverso azioni pratiche e attraverso la sua scrittura. Non finisce mai di stupirsi di quanto possa dare questa città, malgrado sia un vero e proprio paradiso abitato da diavoli.Ama la cultura e tutto ciò che è legato ad essa ,ha uno spiccato senso civico ed è appassionata di musica e di danza.

Le due sue citazioni preferite sono:" raccontare le cose come stanno vuol dire non subirle" di Roberto Saviano e " vi sono momenti nella vita in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale,un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre" di Oriana Fallaci.

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