"Praeda" di Francesco Mucci: col pubblico per il pubblico.

Mercoledì, 23 Ottobre 2019 22:52
  
Intraprendente, umile e anche un po’ pagliaccio -come lui stesso suole definirsi-, questi
sono i primi aggettivi che ci vengono in mente quando parliamo di Francesco Mucci:
regista, sceneggiatore e musicista, pronto a mettersi in gioco con il suo ultimo lavoro
Praeda.
 copertina
Figlio unico Di Nunzia Schiano e Niko Mucci, Francesco è cresciuto in un ambiente
fortemente artistico, assistendo da sempre alle imprese teatrali dei genitori ed, in qualche
modo, ciò ha favorito a far sorgere in lui un amore, si può dire, disinteressato per l’arte in
più forme. Laureatosi all’Università di Salerno in Discipline delle arti visive, della musica e
dello spettacolo, ha concluso il suo percorso con la specializzazione in Scienze dello
spettacolo e della produzione multimediale, diplomandosi, inoltre, in sceneggiatura presso
la Scuola italiana di Comix, e conseguendo un master di Cinema e televisione presso
l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli: una formazione tutta partenopea a 360
gradi.
Non solo il cinema, dunque, o il teatro, ma anche la musica e i fumetti: tutti interessi e
capacità che si possono ritrovare nei suoi lavori, di cui il suo blog Il Grigio, si fa tramite
verso noi, appassionati lettori.
Noi di MyGeneration abbiamo intervistato questo “bravo ragazzo”, come direbbe lo zio
Martin, in concomitanza con l’ideazione del suo nuovo progetto di crowdfounding, Praeda
appunto, e di cui siamo curiosi di vedere lo sviluppo, cosa che non può accadere se non
attraverso il vostro aiuto. Ma lasciamo spazio alle parole del regista stesso.
 
Direi di partire da quello per cui siamo qui: Praeda. Di cosa si tratta più nello
specifico?
In sostanza Praeda è un progetto di campagna crowdfunding per la raccolta di fondi per
il mio prossimo cortometraggio, mio e della mia squadra. Questa del crowdfunding è
sostanzialmente una sfida, data dalla necessità economica soprattutto -non riusciamo ad
arrivare a bandi o finanziamenti pubblici, non avendo una casa di produzione vera e
propria-, ma anche umana e artistica: il nostro obiettivo, infatti, è incontrare il pubblico,
cercare di avere un contatto diretto col referente finale a cui l’opera è indirizzata.
Praeda, col progetto che lo comprende, è stata più una scoperta in itinere, perché in realtà
non avevo idea di come potesse funzionare, ma devo dire che è stato ed è bello vedere
come il tuo pubblico, che sembra il peggior critico delle tue opere è proprio quello che ti
tende una mano. Ci tengo anche a ringraziare quelli di Produzioni dal basso che mi hanno
aiutato nel percorso, essendo io neanche definibile alle prime armi: con uno stuzzicadenti
sono andato in battaglia. Quindi grazie, davvero.
 
Da dove è nata l’idea di Praeda?
L’idea di Praeda ha cominciato a prendere piede dal ragionamento circa una frase:
homo homini lupus, l’uomo è lupo per gli altri uomini. Da qui mi sono interrogato sul
significato che questa frase può assumere all’interno di una relazione, soprattutto
amorosa. Ho voluto giocare su una sovrapposizione di ruoli, in cui quella che sembra un
cacciatore, potrebbe essere in realtà una preda e viceversa.
In questo lavoro, ho voluto dare uno sguardo più da regista che da sceneggiatore,
lasciandomi affiancare alla scrittura da Alessandro Amato, potendo così lavorare più sulle
immagini e cercando di osare di più con questo corto dalla natura fantascientifica,
raccontando universi distanti, un po’ come fanno grandi scrittori come Lucas o King.
 
Quindi direi che Stephen King e George Lucas hanno influenzato sicuramente sul
tuo lavoro. Oltre loro quali altre influenze ritieni ci siano?
Trattandosi ovviamente di una storia post-apocalittica sicuramente c’è The Last of us, un
videogioco che mi ha folgorato, The Road, Children of Men, o The walking dead, più che
la serie tv, il fumetto, che è un mondo che mi appartiene probabilmente di più.
 
Chi sono i membri della tua squadra?
I membri di quella che io chiamo Praeda squad o anche Il Grigio squad, a seconda delle
cose che facciamo, sono soprattutto Francesco Buonocore, conosciuto tramite il Master al
Suor Orsola, dove in realtà è venuto a fare una lezione di fotografia e da lì è nato questo
grande amore, digerito oramai anche da sua moglie Mabel Beltrán ed entrambi collaborano con me
come direttori alla fotografia. Oramai si può dire che siamo una vera e propria famiglia, con loro, con Elena,
assistente operatore, con Pasquale, che abbiamo conosciuto sul set di Hear, e Rossana Giugliano,
la mia makeup artist di fiducia.
È anche grazie a loro, che lavorano nel cinema a livello internazionale -perché in realtà loro
lavorano, io mi diverto-, che siamo riusciti ad aggiungere vari tasselli che sono andati ad
ampliare la squadra stessa, come Livio Montanaro, il mio aiuto regista, che già sta
impazzendo a darmi una mano: anche perché nelle piccole produzioni devi essere un po’
factotum.
 Mucci- 1
 
Mentre i protagonisti del tuo corto, chi sono?
Il protagonista maschile, Blue, è Raffaele Ausiello, una sorta di fratellone acquisito, che
adoro come attore e come persona, mentre la protagonista femminile è Maria Vera Ratti,
ragazza talentuosissima oltre che bellissima, che studia al Centro Sperimentale di
Cinematografia, che ha interpretato una delle protagoniste nella seconda stagione di
Rosy Abate. Lei interpreta Andrea, un nome ambiguo per un personaggio anch’esso
ambiguo -tra l’altro Andrea, versione femminile, è un nome che mi manda ai matti: infatti
uno dei miei feticci della televisione è Andrea Delogu, lo dico così, nel caso dovesse
leggere questa intervista, sappia che l’aspetto!
 
Ovviamente, a questo punto, essendo un crowdfunding, mi viene scontato chiederti,
mettendomi nei panni di chi dovrebbe e vorrebbe investirci, perché dovrebbe farlo?
Diciamo che l’idea è quella di creare qualcosa di seriale, una trilogia di cortometraggi in
particolare, riuscendo ad evitare il circuito festivaliero ed arrivare direttamente al pubblico:
qualcosa di diretto per chi ha poi contribuito allo sviluppo di questa storia: una sorta di
anarchia e ribellione verso un mercato che di solito mortifica le opere stesse. Mai come in
quest’epoca c’è una fame di storie, quindi perché devo rivolgermi a case di produzioni che
diventano dei ponti col pubblico, piuttosto che non fare riferimento a chi l’opera stessa è
indirizzata?!
 
Si potrebbe dire che tutti questi progetti sono un po’ figli di Corduroy, la tua prima
vera opera?
Bhe si. Corduroy è stato un po’ come gettare il cuore oltre l’ostacolo. Il cuore è infatti
l’elemento centrale del corto, basandosi su una ricetta che su carta è fatta con un cuore
umano: mi diverte un po’ questa vena Horror kit(s)ch(en). Questo lavoro mi ha permesso
di capire più a pieno come realizzare davvero qualcosa ed affrontare un vero e proprio
percorso registico, che a dire il vero non avevo mai preso in considerazione se non da
piccolo: volevo realizzare un film su Batman, ovviamente!
Si, in un certo senso è nato tutto da lì, da questa sorta di tappo che ha aperto questo vaso
di Pandora e mostrando una realtà che è limitante: Corduroy l’ho distribuito da solo,
rendendomi conto di quanto i circuiti di produzione siano chiusi.
 
Pensi che tutta questa “tendenza” verso il mondo dello spettacolo derivi
direttamente dai tuoi genitori o loro sono solo un oblò su questo mondo?
Rischiando di cadere nella banalità, possiamo dire che la verità sta nel mezzo. È chiaro
che essendo figlio unico ho vissuto molto con loro il teatro, le prove, gli spettacoli, le
tournée. Non mi hanno mai spinto a far parte di quest’universo, ma mi hanno sempre
sostenuto, anche in maniera ipercritica: ogni volta che mi insinuavo in questo mondo loro
mi trattavano spesso come un pari e questo da un lato, forse, ti fa fare troppa autocritica e
ti mette nella condizione di essere perennemente in dubbio rispetto alle cose che fai. La
cosa che mi fa piacere ora è che con il mio avvento verso la regia non sento il bisogno di
dovermi sentir dare un ok, ma so da me che è una cosa che mi fa stare bene.
 
Per concludere vorrei chiederti di parlare de Il Grigio, il tuo blog, così da dare uno
sguardo un po’ più ampio sui tuoi progetti.
Il Grigio nasce durante il periodo di conclusione della laurea magistrale con l’esigenza di
raccontare tutto quello che mi piaceva, dare uno sfogo alle mie energie incanalate per la
scrittura della tesi – grigia era anche la copertina -, che però avesse un punto di vista non
polarizzato, a metà tra il bianco e il nero.
 
Il grigio rappresenta per me una sorta di firma, dove raccogliere me stesso, le mie opere e
anche creare un collegamento con Unici Magazine, con cui sto collaborando attraverso
una serie di recensioni cinematografiche. Diciamo che Il Grigio è essenzialmente uno
sfogo, un tramite o un simbolo, in attesa di non sentirmi egocentrico nel poter fare le cose
col mio nome, senza pseudonimi, come Francesco Mucci e basta.
 
 2
 
Link di riferimento per la campagna di crowdfunding:
 
immagini di Martina Gonzalez Reyero
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