"Aspettiamo": una storia non solo per bambini

I genitori spesso non riescono ad affrontare con i propri bambini argomenti che riguardano temi dolo...

Intervista “serissima” alla nuova leggenda del Rock: “Lillo e i Vagabondi"

Oggi abbiamo avuto l’onore di intervistare per primi in esclusiva, il fenomeno musicale del momento,...

O tempora, o mores!

Ormai non ci stupisce più niente. Siamo davvero abituati a tutto, ma non appena avrete finito di leg...

Mina Welby e la legge sul fine vita

Vicende come quella di Piergiorgio Welby e soprattutto la visibilità della sua sofferenza hanno spin...

L'addio a Tom Petty: leader degli Heartbrekers

Tom Petty, leader degli Heartbrekers, si è spento nella tarda serata del 2 ottobre nell'ospedale UCL...

Overture di Napoli Città Libro: Francesco Durante direttore artistico del progetto

Work in progress per Napoli Città Libro, il progetto a cui lavorano gli editori Alessandro Polidoro,...

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"Aspettiamo": una storia non solo per bambini
Ottobre 18
I genitori spesso non riescono ad affrontare con i propri bambini argomenti che riguardano temi dolorosi e cadono nell'errore o di nasconderli o di edulcorarli eccessivamente. Bisogna invece avere il coraggio di trattare con loro anche i temi difficili purché si usino parole giuste e delicate, affidandosi, se non si è in grado di farlo da soli, ad un aiuto esterno che può avere le sembianze di un terapeuta o, molto spesso, di un libro. Così, in modo semplice e colorato, viene affrontato da Giovanna Pignataro il tema dell'adozione con Aspettiamo, un libro, edito dalla Marotta & Cafiero, che ha le dimensioni di un album da disegno in cui sono magnificamente illustrate, da Tiziano Squillace, le emozioni, le ansie e le gioie di due mondi diversi e distanti che, dopo una lunga attesa, fatta di speranze, di angosce e di domande senza risposte, di desideri affidati ad una bottiglia, si incontrano e danno vita ad una famiglia. Abbiamo incontrato l'autrice di questo libro, abituata a dialogare con i bambini e le abbiamo posto qualche domanda.   Di cosa tratta e come nasce questo libro?Il libro nasce per caso. Mi avevano così colpito le email ricevute da un papà che aveva adottato una bimba, da scriverne un racconto che, in seguito, ha preso vita nelle illustrazioni di Tiziano Squillace, che ha saputo cogliere e colorare le emozioni scaturite da quello che avevo scritto. A lavoro finito, abbiamo dato un prosieguo al tema trattato mediante un documentario, con la regia di Francesco di Martino, visualizzabile tramite il codice QR. Aspettiamo è un testo che tratta in maniera leggera un tema difficile da spiegare ai bambini: quello delle adozioni. È una storia vista in parallelo: da una parte due genitori che sperano di adottare e dall'altra due bambini che sognano di essere adottati; due mondi a confronto, due mondi lontani che alla fine si incontreranno.   Quando i bambini sono in libreria spesso scelgono un libro perché sono attirati da una bella copertina. Ma al di là di questa , perché il suo libro dovrebbe essere letto?Bisogna dare sempre una risposta ai bambini, sopratutto su argomenti difficili. Un libro come questo, così grande e che dà tanto spazio all'immagine e all'immaginazione, è un modo per avvicinare i piccoli, in maniera serena, ad un discorso che può essere anche drammatico.   Lei parla di immaginazione, ma crede che i bambini, senza la guida di un adulto, siano capaci di andare oltre ed afferrare il significato del suo racconto?Penso che i bambini ci riescano. Oggi spesso sono lasciati in balia di oggetti digitali, ma ciò non vuol dire che se messi a confronto con "cose concrete" non riescano a capirle. Siamo un po' noi che facciamo la scelta; proprio per questo con "La Casa dei Conigli" sviluppiamo film per bambini usando materiali comuni, pupazzi fatti con oggetti veri che il bambino può anche riprodurre da solo, ed è questo un modo per avvicinarlo alla realtà.   In questi anni si è dedicata a realizzare tanti progetti. Qual è la cosa che le ha dato più soddisfazione?Lavorare a stretto contatto con i bambini e vedere la loro meraviglia quando in televisione vedono animati i pupazzetti che loro stessi hanno realizzato.
Intervista “serissima” alla nuova leggenda del Rock: “Lillo e i Vagabondi"
Ottobre 16
Oggi abbiamo avuto l’onore di intervistare per primi in esclusiva, il fenomeno musicale del momento, quello che segnerà una pietra miliare nella storia del rock universale, della serie "I Rolling Stones ci spicciano casa” per intenderci. Abbiamo incontrato Pasquale Petrolo aka Lillo, la figura leggendaria del Rock Metropolitano dell’ odierna scena mondiale e Paolo Di Orazio, il batterista che fa imbottire di ansiolitici Terry Bozzio e che gli ha tolto il sonno per l’invidia. Le Icone Rock stavano per esordire con la primissima data di una lunga serie di concerti e durante le prove, hanno comunque trovato il tempo di concederci un’intervista. La Prima intervista concessa ai Media. Di seguito il link dove potrete vedere la versione integrale del nostro incontro.   Lillo e Paolo,durante la vosta carriera, insieme alla vostra band, avete spaziato tra quasi tutti i generi musicali: Pop, Blues, Swing; Credete esista un netto confine tra il rock e tutti gli altri o siano tra loro un variegato intreccio di tili e tendenze? Lillo: Si, tutti fatti malissimo però tanti, tantissimi generi. In questo mondo le musiche ti influenzano tutte, quindi puoi trovare nella musica pop delle influenze rock, come nel rock influenze pop, reggae,punk, fetish punk,nel senso che la musica è bella per questo, perchè spesso puoi non variare nei generi assoluti e poi puoi variare per creare un genere tutto ispirato dai generi che ti piacciono, puoi mischiare tutto e fare nuove cose. Paolo: L’importante è rimorchiare , questo è il fine ultimo della musica Lillo: esatto il fine ultimo è rimorchiare dopo il concerto,per cui va bene qualsiasi musica in quel senso.   E’ risaputo che siete la Rock Band del momento, come vi collocate nel panorama mondiale della musica? Lillo: Mah guarda, dicono che siamo i numeri  UNO, questo è quello che dicono gli altri però... Paolo: Beh sì, dicono proprio così... Lillo: Io non so cioè, non ritengo che la nostra band sia la prima al mondo, ritengo che siamo tra le più importanti del mondo ma non la prima insomma, nonostante quello che dicano la maggior parte dei giornalisti. Giusto no, Paolo? Paolo: Giusto... ma quale mondo? Primo o terzo? Lillo: Mondo... mondo conosciuto   Ozzy Osbourne afferma che : “fare la rockstar è un fottuto dono di Dio”, voi siete dello stesso parere o pensate c’entri la concorrenza, come afferma Marylin Manson? Si consiglia la visione del video in questo punto per capire quale sia stata la risposta.   Link al video youtube   Siete tra virgolette nati da pochissimo, ma avete già un seguito straordinario, qual è la chiave del vostro successo e l’entusiasmo che smuova ile folle in evidente visibilio? La chiave del nostro successo è la fantasia, noi infatti immaginiamo quando ci sono i nostri concerti, delle folle per cui anche se sono venti persone per noi è una folla, cioè possono essere anche in quattro ma per noi sempre folla è. Lillo: Guarda la risposta è facile, io lo dico sempre, secondo me noi siamo identificabili con questi due artisti, che sono Riccardo Fogli e Marylin Manson cioè se tu fai l’unione tra loro due vengono fuori “Lillo e i vagabondi”    Ci sono tantissime Leggende nella storia del Rock e racconti incredibili, come ad esempio Keith Richards che sniffò le ceneri di suo padre o la presunta morte di Paul McCartney per arrivare a Gene Simmons, che si dice si sia fatto trapiantare una lingua di mucca. Qual è il mistero che aleggia attorno ai membri della vostra band? Lillo: Ce l’abbiamo tutti, abbiamo questa cosa in comune ma è sconveniente mostrarla adesso. Non possiamo. Paolo: Poi i miei non lo sanno neanche...   Volete dire qualcosa ai lettori di MyGeneration? Lillo: Pubblico di MyGeneration ciao a tutti da Lillo e da... Paolo: Paolo? Mi sembra... Lillo: Paolo, mi sembra Paolo si, Paolo  Di Orazio Paolo: Anche ieri era così Lillo: Ma anche oggi mi sa, Paolo Di Orazio   Qui l'intervista completa
O tempora, o mores!
Ottobre 12
Ormai non ci stupisce più niente. Siamo davvero abituati a tutto, ma non appena avrete finito di leggere questo articolo resterete carichi di meraviglia! A Londra, terra del neoliberismo, presso il Data Dollar Store, hanno sperimentato per due giorni un nuovo metodo di pagamento: i propri dati personali! Nel negozio si suscitava l'interesse del cliente proponendogli di acquistare opere e gadgets dell'artista di strada Ben Ein senza mettere mano al portafoglio. Ma è davvero così conveniente barattare beni e servizi con il proprio nome e cognome, indirizzo, data di nascita? La risposta è ovviamente no, poiché quotidianamente siamo invasi da spam e da attacchi informatici che cercano in ogni modo di accedere alle nostre informazioni e di spiare le nostre abitudini; naturalmente quando siamo davanti ad un computer ci armiano continuamente di antivirus, di antispam e chi più ne ha più ne metta, per difendere la nostra privacy; ma non appena abbassiamo la guardia facilmente cadiamo in tranelli o in offerte accattivanti e forniamo i nostri dati spontaneamente. Infatti il fine di questo esperimento era quello di verificare la capacità degli utenti di difendersi da furbate o da truffe normalmente schivate online. Si dirà che oggi siamo immersi in una sorta di Grande Fratello Online, dove è difficile distinguere il reale dal virtuale, in un mondo in cui postiamo continuamente sui vari social le nostre ansie, le nostre paure o addirittura segnaliamo al mondo le nostre abitudini e nostri desideri. Per alcuni potrà sembrare paradossale che oggi si sia persa la voglia di relazionarsi con le altre persone; basti pensare al fatto che in metropolitana o addirittura al bar tutti, continuamente, guardano le notifiche arrivate sullo smartphone. Sorge così spontaneamente un'ultima domanda: è davvero questa la società in cui vogliamo vivere?
Mina Welby e la legge sul fine vita
Ottobre 09
Vicende come quella di Piergiorgio Welby e soprattutto la visibilità della sua sofferenza hanno spinto il parlamento ad occuparsi dell'eutanasia. Hanno fatto da gancio di traino i radicali italiani e l'associazione Luca Coscioni con manifestazioni e dibattiti ai quali non è mancata la presenza di una piccola e instancabile donna: Mina Welby che, con grande tenacia e forza di volontà, ha lottato e lotta per una legge di civiltà. Filomena Gallo, segretaria nazionale dell'associazione Luca Coscioni, ha affermato, in una recente intervista sulla Stampa, che in un recente sondaggio circa il 60% degli italiani è favorevole alla legge sul fine vita, legge che ha avuto l'approvazione, a larghissima maggioranza, alla Camera dei Deputati, ma che tutt'ora è ferma al Senato dove, si spera, venga approvata senza modifiche entro la fine della legislatura. In occasione dell'inaugurazione della Scugnizzeria a Melito, dove per altro ci sarà una stanza intitolata alla memoria di Piergiorgio, abbiamo incontrato la signora Welby che, gentilmente, ci ha concesso una breve, ma significativa intervista.   Chi era Piergiorgio Welby? La storia di Piergiorgio è molto bella. All'inizio era uno sconosciuto, ma alla fine è stato conosciuto da tutti e come politico e come colui che ha richiesto per sé e per gli altri la libertà di decidere di non soffrire più quando, alla fine della vita, le cure diventano troppo difficili. Insieme abbiamo avuto una vita normale, molto bella. Ci siamo sposati nel 1980 e abbiamo vissuto felicemente. Abbiamo aiutato molti giovani a studiare, a diplomarsi e a laurearsi. Piergiorgio si è dato molto da fare con fotografie, dipinti e scritti che sono la sua memoria, memoria che porto avanti con il mio impegno per cercare di ottenere una legge sul fine vita, oggi bloccata in Senato, ma che spero vada in aula e che venga discussa e votata.   Pensa che in Senato ci saranno ostacoli?       Il futuro è imprevedibile. Il PD e il M5S avevano promesso il loro appoggio. Però, sui diritti civili, i Cinquestelle si sono dimostrati inaffidabili. Quando si è votato il testo sulle unioni civili hanno fatto marcia indietro proprio all'ultimo momento. Spero che la legge sul fine vita riesca a passare perché tutti sanno come fare per farla passare: chi non vuole votare contro, ma allo stesso tempo vuole farla passare, esce dall'aula. Spero però che tutti si mettano una mano sulla coscienza e votino perché questa non è una legge di partito, ma una legge che tutela i diritti di tutti. Pensa che il Vaticano possa esercitare la sua influenza sui partiti? A questo ci credo poco. Lo zampino del Vaticano credo che sia un qui pro quo. Sono i politici che devono essere laici, anche se sono religiosi. In un paese laico la laicità deve prevalere, la religione è un fatto personale, intimo, e deve restare fuori dal Parlamento. Sappiamo che i suoi impegni la portano un po' dappertutto, instancabilmente testimonia nei dibattiti pubblici l'importanza di temi come quella sulla scelta di fine vita, l'autodeterminazione della persona, l'assistenza alle persone malate. Da dove deriva questa energia?  Deriva dall'amore per la mia Italia e dalla promessa fatta a mio marito: avrei continuato a portare avanti la sua battaglia.  
L'addio a Tom Petty: leader degli Heartbrekers
Ottobre 06
Tom Petty, leader degli Heartbrekers, si è spento nella tarda serata del 2 ottobre nell'ospedale UCLA Medical Center di Los Angeles, dove era stato trasferito nel reparto di terapia intensiva e dove i medici hanno accertato la causa del decesso: arresto cardiaco. Lo ricordiamo non solo per i suoi di indimenticabili successi quali: “Learning to Fly; “The Waiting”; “American Girl”, ma sopratutto per essere stato e stato uno dei migliori chitarristi americani incantando, tra l'altro, con il suo stile Rock & Country, musicisti del calibro di Bob Dylan e George Harrison che con lui formeranno l'ossatura dei Traveling Wilburys: uno dei più grandi super gruppi della storia della musica contemporanea, in cui suonarono, tra l'altro, anche Jeff Lynne e Roy Orbison. Era dotato di una tecnica sopraffina e non banale, una tecnica tutta sua coniugata ad un sound tutto suo, che molti hanno definito “Petty Sound” anche se è da rilevare che la sua  musica evocava quella della South Coast americana come quella dei Byrds e dei Lynyrd Skynyrd. Tanti musicisti lo hanno ricordato sui vari social con affetto tra cui Bruce Spingsteen che in un post ha dichiarato di aver sempre sentito una profonda affinità con la musica del suo caro amico scomparso. Con gli Heartbreakers ha pubblicato 13 album, mentre da solista ci ha regalato 3 album, tutti di grande successo, apprezzati sia dalla critica che dal pubblico, ma i lavori più belli, sono a nostro giudizio, “Damn The Torpedoes” e “Southern Accents” contenenti le stupende “Don't Do Me Like That” e "Dogs On The Run. Nonostante ciò il nostro consiglio è sempre quello di scoprirlo o di riscoprilo ascoltando i suoi dischi secondo la cronologia di uscita.  Il suo ultimo concerto si è tenuto lunedì scorso all'Hollywood Bowl di Los Angeles dove  stava  affrontando, probabilmente, l'ultima tournée visto che aveva espresso, da tempo, il desiderio di trascorre più tempo con la sua nipotina. A noi appassionati resta in eredità la sua musica.
Overture di Napoli Città Libro: Francesco Durante direttore artistico del progetto
Ottobre 04
Work in progress per Napoli Città Libro, il progetto a cui lavorano gli editori Alessandro Polidoro, Diego Guida e Rosario Bianco, lo scrittore napoletano Maurizio de Giovanni e il neoeletto direttore artistico, Francesco Durante. Restituire a Napoli il suo ruolo di città della letteratura nonostante i numeri delle vendite in campo editoriale siano tra i più bassi in Italia, vuol dire mettere in moto una rinnovata fiducia, la possibilità di regalare ai cittadini un nuovo stimolo a riavvicinarsi al mondo della carta stampata. La serata di overture, svoltasi il 27 settembre scorso a Posillipo, ha presentato al pubblico il nuovo direttore artistico e ha visto la partecipazione, tra gli altri sostenitori del progetto, del Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris. Francesco Durante ha parlato della necessità di riportare a Napoli una manifestazione del libro dopo l’ultima scomparsa di Galassia Gutenberg e si è lasciato sfuggire già alcuni nomi. Si parla di Vinicio Capossela e di due presenze internazionali: la scrittrice turca più venduta nel proprio paese e tradotta in più di trenta lingue, ElifShafak e l’autrice siriana esule a Parigi e impegnata nella difesa dei diritti umani,Samar Yazbek. Tra un reading animato di Maurizio de Giovanni e musica live, il Napoli Città Libro - previsto per maggio 2018 - ha aperto la sua prima porta al pubblico, ha fatto promesse e diffuso idee nuove. L’attesa sarà lunga e il risultato, si spera, grandioso.
Nell'area Nord di Napoli nasce "La Scugnizzeria"
Ottobre 02
Il 23 Settembre 2017 a Melito, periferia a Nord di Napoli, è stata inaugurata "La Scugnizzeria", uno spazio di 140 metri quadrati nel Parco "Prima Casa", proprio dove hanno sede sia la "Marotta & Cafiero" che la "Coppola Editore", e che diventerà, a partire dai prossimi mesi, un polo aggregativo per tutti quei ragazzi di periferia che vogliono realizzare i propri sogni artistici, anzi questa piccola realtà servirà ad abolire le differenze territoriali tra centro e periferia poiché tutti potranno usufruire dei suoi servizi. La Scugnizzeria vuole essere uno spazio di cultura; informazione e creatività faranno da padrone perché ci saranno laboratori e workshop teatrali, cinematografici e musicali per offrire uno sbocco artistico a persone di ogni età con costi finalmente accessibili e popolari o uno sbocco formativo-artigianale nella stanza dedicata alla memoria di Piergiorgio Welby, e qui, chi vorrà, potrà intraprendere corsi di legatoria, cartotecnica, tornitura del legno, manipolazione del cemento, pittura creativa e tanto altro ancora, ma soprattutto sarà una piazza di spaccio di libri terroni, dove la gente potrà acquistare o presentare opere tutte Made in Sud; inoltre ci sarà uno spazio per registrare podcast radio e il "TG delle belle notizie" di Scampia. Ma non finisce qui, perché la Scugnizzeria ospiterà l'ospedale dei libri, in modo da rigenerare quelle opere destinate al macero e darà anche una seconda chance agli ex carcerati, che potranno imparare così un nuovo mestiere per integrarsi nuovamente nella società. Bisogna perciò superare gli stereotipi su Scampia perché è in atto una vera e propria rivoluzione dal basso e chi verrà in questo quartiere non crederà ai propri occhi. Infatti da anni operano su questo territorio decine di associazioni che hanno un unico intento: cambiare la solita cartolina dipinta dai media nazionali.   
Gothic Netflix: arriva "Crimson Peak"!
Settembre 30
Questo 2017 è stato l'anno di maggior successo per Netflix, che ha registrato un boom di nuovi utenti. Ciò è stato ricavato da statistiche, sondaggi e indagini di mercato. In realtà per capire questa cosa bastava essere presenti al mio esame ieri. L'unica cosa che ha distolto me e le mie compagne di sventura dalla ripetizione ossessiva e dall'ansia è stato proprio il parlare delle serie viste sul colosso dello streaming.   Tuttavia, come tutti sapete, Netflix non è solo serie tv, ma anche film. E ogni mese ci dà carne fresca. Tra i film aggiunti questo mese quello che ha attirato la mia attenzione è stato Crimson Peak. Il film è del 2015 e personalmente l'avevo già visto al cinema, ma un rewatch dell'opera di Guillermo del Toro, fresco di vittoria alla Mostra del Cinema di Venezia di quest'anno (Leone d'oro al miglior film per The Shape of Water) era d'obbligo. Soprattutto se nel cast c'è il mio amatissimo Tom Hiddleston.     L'affascinante attore inglese, però, non è l'unico pregio del film, che risulta un vero capolavoro. È la storia della giovane e ingenua ereditiera Edith (Mia Wasikowska) che, in un '800 dal sapore estremamente gotico, alla ricerca dell'amore, si invaghisce di Sir Thomas Sharpe (Hiddleston) e va a vivere con lui e la sorella di lui (Chastain) in Inghilterra, nella tenuta di Allerdale Hall, soprannominata Crimson Peak per le fuoriuscite di argilla rossa, che gronda come sangue.     Protagonista indiscussa è proprio la tenuta, una casa che ha molto da raccontare tramite i caratteristici scricchiolii di una casa antica e maltenuta e le innumerevoli presenze: dei fantasmi terrificanti, neri, ossuti e giganti, che solo un maestro come Del Toro poteva regalarci. Tramite questi insoliti complici, Edith scoprirà l'oscuro passato di questi due fratelli, legati anche da un sentimento incestuoso.     A parte gli scherzi, il film è ben strutturato in ogni sua parte: cast, fotografia, trama, regia, colonna sonora, è tutto perfetto. Un film che fonde horror, thriller e dramma in modo armonico e piacevole. Su, iniziate a fare i pop corn!     Le foto provengono dai siti www.consequenceofsound.net, www.amctheatres.com, www.leganerd.com, www.cdn.meme.am.
Chi è “Madre!”? Le interpretazioni più diffuse dell’ultimo film di Aronofsky
Settembre 28
Venezia 2017 accoglie il nuovo film di Darren Aronofsky con un’imbarazzante cascata di fischi. Perché il pubblico non ama il nuovo lavoro del regista de Il cigno nero (2010)? Madre! è un film di una violenza sconcertante, che viola lo spettatore con una malvagità oscura e perversa in cui sembra non esserci altro da leggere se non una vanitosa provocazione registica. Sarà veramente così? Alcune riviste statunitensi propongono delle interpretazioni interessanti, ma andiamo con ordine. La storia, così come ci è presentata sullo schermo dai due Premi Oscar Javier Bardem e Jennifer Lawrence, è quella di una coppia: lui, fanatico scrittore che vive per il mito di se stesso e lei, una donna silenziosa e condiscendente che vive dell’amore per suo marito e ne porta in grembo il figlio. La casa della coppia, una meravigliosa villa in stile coloniale immersa in un paesaggio campestre di un’innaturale bellezza, è la restaurazione della vecchia casa di famiglia di lui andata distrutta in un incendio.     Lui, lei, nel film non ci sono nomi. Né per i due protagonisti né per i loro ospiti inattesi, Michelle Pfeiffer e Ed Harris, pronti a alterare gli equilibri della vita della coppia con i loro commenti inopportuni e la loro invadenza. I due ospiti si muovono nella casa come due fantasmi dispettosi, mettono in disordine, toccano e rompono cose, esplorano tutte le stanze senza mai bussare alla porta e ad un certo punto è come se lievitassero, moltiplicandosi da due a quattro, fino a diventare centinaia di presenze ignote e moleste. Chi è Madre! ? Chi sono queste persone che violano la sua casa, che mangiano la sua cena, che osannano suo marito come un poeta dal verbo sacro? L’interpretazione più diffusa corre su due binari: naturalistico-ecologico e religioso. Secondo la prima prospettiva, la casa rappresenta la Terra e la coppia il Dio Creatore e Madre Natura. Gli uomini martorizzano il pianeta nello stesso modo in cui quelle “presenze ignote e moleste” del film invadono la casa della coppia ne occupano tutto lo spazio a disposizione, ne strappano pezzi e ne divorano il cibo come se tutto gli fosse dovuto. Parallelamente a questa denuncia ecologica, il regista ricostruisce alcuni passaggi biblici fondamentali: il primo uomo che bussa alla porta, un Adamo malato con una ferita all’altezza della costola mancante e la prima donna, un’Eva seducente e maliziosa, che tocca ciò che le è stato impedito di toccare. I due fratelli, Caino e Abele, e quell’ultimo sacrificio di Cristo – il figlio - offerto al popolo in una disgustosa eucarestia, scena ultima di un farneticante spettacolo di violenza in cui il fanatismo sfrenato e ottuso dell’essere umano si riversa in un’orgia di immagini raccapriccianti.     La rilettura del film in questa chiave ridimensiona le intenzioni registiche a cui, molto probabilmente, occorrevano una forza e una violenza non minori perché la sua denuncia arrivasse con clamoroso impatto allo spettatore. Ma quali che fossero i fini da raggiungere, i mezzi restano sgradevoli e, una volta abbandonata la sala, il film lascia un profondo senso d’orrore e smarrimento.
L’Università di Copenaghen ha dedicato un corso di studi a Beyoncé!
Settembre 28
Dopo il – sicuramente rispettabilissimo – corso in Scienze e Tecniche Equine, pensavamo di aver visto veramente tutto. Eppure, ci sbagliavamo! Il Dipartimento dArte e Studi Culturali dell'Università di Copenaghen ha deciso di dedicare un intero corso di studi nientemeno che a Beyoncé. Le lezioni si baseranno su di uno studio meticoloso del significato recondito di canzoni e videoclip della star statunitense. Il tutto per comprendere quanto i messaggi contenuti nei suoi testi abbiano influito sul femminismo e la cultura contemporanea.   È stato il professor Erik Steinskog, grande fan della cantante, a promuovere il corso. Alla BBC ha, infatti, dichiarato che «Beyoncé è importante per capire il mondo in cui viviamo. È una delle più grandi artiste pop di oggi, tanto da essere fondamentale per comprendere la contemporaneità. Ci fa, ad esempio, capire cosa significa essere femminista, anche se la sua 'lezione' è di fatto rivolta per una audience non accademica. È difficile non rimanere impressionati da lei, è davvero brava in ciò che fa.» Il corso conta ben 75 studenti, richiedendo così lo spostamento in un'aula più ampia. Non ci resta che attendere i risultati di questa stravagante scelta formativa! Del resto, chi non è Drunk in Love per Beyoncé?     Le foto dell'articolo sono tratte dai siti www.huffingtonpost.com e da www.spotify.com  
“L’inganno”, il nuovo film di Sofia Coppola premiato a Cannes 2017
Settembre 25
Sfumature di colori pastello su abiti taffetà. Fruscii, scalpiccii, respiri e niente musica. Ecco i primi elementi distintivi del nuovo film di Sofia Coppola, L’inganno, con cui a Cannes 2017 si aggiudica il suo primo Prix de la mise en scène (il premio alla migliore regia).     L’inganno vanta un ottimo cast, spaziando tra l’imperturbabile flemma di Nicole Kidman, il fascino beffardo di Colin Farrell e le delicate movenze di Kirsten Dunst. Sofia Coppola sa giocare perfettamente con la fotografia, l’uso dei colori e dei suoni. Sa come accattivare lo spettatore, curando con un gusto raffinatissimo i costumi e gli arredi. L’inganno trae la sua storia dal romanzo A Peinted Devil (1966) di Thomas P. Cullinan, a cui la regista regala una trasposizione cinematografica intensa e carica di pathos, in equilibrio su una tensione sottile e pronta ad esplodere. Durante la Guerra di Secessione americana Martha Farsworth (Kidman) gestisce un collegio femminile in Virginia per badare alle poche, cinque, ragazze che non hanno una famiglia da cui tornare. Ad assisterla in questa missione, è un’insegnante cupa e malinconica Edwina Morrow (Dunst). L’arrivo di un soldato ferito (Farrell), il ventre blu, lo yankee – come amano chiamarlo le ragazze - scompone la routine del collegio messo su da Madame Farsworth e sottopone le sette donne ad un duro ricatto morale: prendersi cura di un uomo ferito o denunciarlo ai confederati? La pietà vince, infine, sul patriottismo e lo yankee viene curato e rimesso in forze, ospite – o forse prigioniero – nella sala musica. L’arrivo di una presenza maschile non può che alterare gli equilibri del collegio. Nessuna delle sette donne può dirsi immune al fascino del soldato, e il ventre blu – che, secondo ciò che si narra in giro, potrebbe essere un violentatore di sudiste – finisce per credersi in un harem in cui donne sole e spinte da una curiosità maliziosa competono per ottenere la sua attenzione. Si parla di “inganno”, ma durante il film viene da chiedersi continuamente: chi inganna e chi è ingannato?
Napoli tra sacro e profano
Settembre 24
Si dice che i napoletani siano un popolo scaramantico ed è vero. Tra riti propiziatori, scongiuri e superstizioni si potrebbe riempire un'intera enciclopedia. Le origini della superstizione a Napoli si perdono nella notte dei tempi. Già in epoca romana, come ci racconta Cicerone, si usavano talismani per scacciare la cattiva sorte, che per molti napoletani è causata dal “fatidico malocchio”, superstizione che si combatte, a detta popolare, con il famoso corno rosso di cui le bancarelle napoletane sono piene. Altra ancòra di salvezza sono le capuzzelle dei morti che si trovano al cimitero delle fontanelle ed in molte altre chiese di Napoli: ci si affida ad esse, con preghiere ed adozioni, mai come in questo caso a distanza, nella speranza di essere aiutati. Ma i napoletani hanno lo sguardo lungo perché accanto a corni e preghiere votive rivolte alle anime purganti, che potrebbero non portare risultati positivi, accomunano per un senso di sicurezza il culto e la devozione verso i santi. Per i credenti ci sono santi per ogni esigenza: la Santa delle cause impossibili, la protettrice della vista, la protettrice degli ammalati, il protettore degli automobilisti, il protettore degli innamorati… Ma il santo più amato a Napoli è senza dubbio il patrono della città, San Gennaro, a cui i partenopei danno del “tu” rivolgendosi a lui  confidenzialmente chiamandolo anche “faccia gialla” per il colore bronzeo del volto della statua portata in processione. Le sue reliquie, ossa e sangue contenuto in due ampolle, custodite nella Chiesa Cattedrale, il Duomo, vengono esposte alla venerazione dei fedeli 3 volte l'anno (il sabato che precede la prima domenica di Maggio, il 19 Settembre e il 16 Dicembre). Durante l'esposizione i fedeli aspettano in preghiera la liquefazione del sangue che, se non avviene, secondo la credenza popolare, per la città di Napoli è mal'acqua. Il miracolo di Settembre, fortunatamente, è avvenuto e la cittadinanza potrà rilassarsi  per almeno 3 mesi!
"Il verde oltre il portone". Presentazione del docu-libro "Danze Orientali dall’interno del carcere. Cinque anni nell’Harem di Pozzuoli”
Settembre 19
Domani, 20 Settembre, si terrà a partire dalle ore 18:00 presso l’Atelier Antonelli a Palazzo Leonetti (Via dei Mille 40, Napoli) un evento esclusivo durante il quale sarà presentato il docu-libro “Danze Orientali dall’interno del carcere. Cinque anni nell’Harem di Pozzuoli”. Curato da Annalisa Virgili e Ornella d’Anna, con prefazione dello scrittore Maurizio de Giovanni e postfazione di Piero Avallone, magistrato del Tribunale per i Minorenni di Napoli, il volume tenta di dare una risposta ad alcune domande, tra cui: Cosa vuol dire, per una donna, essere “libera”? E cosa accade alle “diversamente libere” che si trovano, all’improvviso, rinchiuse in una casa circondariale? “Il libro disegna uno spaccato umano sulla vita del carcere femminile, raccontando storie, progetti, speranze e paure di un gruppo di donne alle prese con un’esperienza drammatica che sognano di costruire una vita diversa al di fuori della struttura”, dichiara Nappi, consigliere regionale della Campania, che interverrà insieme a numerosi altri ospiti nel corso della serata.  “Il nostro intento era quello di mostrare le difficoltà delle ‘diversamente libere’ da chi le vive quotidianamente” – aggiungono le autrici – “provando a ipotizzare anche nuove politiche di intervento affinché il loro recupero possa essere reale”. Durante la serata, oltre al volume, saranno messi in vendita dei preziosi foulard dipinti a mano, creati appositamente per l’occasione da Raffaela D’Onofrio. In questo modo, gli ospiti potranno portare a casa manufatti unici, in edizione limitata, ma soprattutto contribuire a realizzare un'area verde per i bambini delle detenute all’interno della casa circondariale femminile di Pozzuoli. I proventi delle vendite, sia del libro che dei foulard, saranno infatti interamente destinati a questo nobile scopo. Quello di domani è solo il primo di una serie di 4 appuntamenti; i prossimi avranno luogo il 27 Settembre, il 4 e l’11 Ottobre, tutti con il patrocinio morale della Direzione della Casa Circondariale di Pozzuoli. Per conoscere location e partner e per maggiori informazioni, potete consultare la pagina Facebook https://www.facebook.com/danzeorientalidallinternodelcarcere/. 
Io e Oriana - Intervista a Magdi Cristiano Allam (II^ parte)
Settembre 10
Da 14 anni ormai vive sotto scorta, come affronta i rapporti familiari, amicali e lavorativi e come vive la sua quotidianità? Molto serenamente. Intanto la mia famiglia non ha le mie stesse misure di sicurezza, sono solo io ad averne. Io parto dal convincimento che questa è casa nostra, che dentro casa nostra noi dobbiamo essere pienamente noi stessi. Non sono io a dover avere paura casomai sono quelli che mi minacciano che devono sentirla, perchè noi rappresentiamo la maggioranza, loro sono la minoranza. Non dobbiamo vivere con o sottometterci alla paura. Io sono preoccupato più che altro per il fatto che per esprimere in libertà delle idee, io debba essere cotretto ad avere la scorta, ecco questo è quello che mi rammarica, perchè significa che c’è qualcosa che non va nella società. In una società civile, in uno stato di dirittto uno deve potersi esprimere liberamente, senza ovviamente offendere nessuno, non bisogna diffamare le persone, però le idee possono essere criticate, le religioni possono essere criticate rispettando sempre la persona; poi posso aggiungere anche che essendo abbstanza avanti negli  anni, a me non pesa il fatto, che ne so, di poter andare in giro fare shopping o andare al cinema o al teatro, per me la libertà ormai è una dimensione interiore, dell’ animo. Io mi sento libero se posso scrivere liberamente, se posso tenere degli incontri con delle persone che scelgono di ascoltarmi. Ecco questa è per me la libertà. E’ preoccupato del clima di rifiuto e razzismo che sta sempre più prendendo piede non solo in Italia ma in tutta Europa? Io non credo affatto che gli italiani siano razzisti, casomai l’errore che commettono gli italiani è quello di accettare delle situazioni a discapito della sostenibilità di queste azioni, perchè se ad esempio qualcuno dovesse bussare alla porta di casa tua  e chiedere di essere ospitato, di essere accolto, tu ti faresti due conti in tasca, ti chiederesti se te lo puoi permettere, ti chiederesti se hai una stanza in più dentro casa tua, se hai 200 euro in più da poter devolvere all’ospite e poi ti chiederesti se questa persona è disposta a rispettare delle regole che sono alla base della civile convivenza perchè diversamente la convivenza diventerebbe impossibile. Ebbene, gli italiani questi conti non li fanno, cioè accolgono centinaia di migliaia di persone nonostante il fatto che l’Italia non se lo possa permettere, perchè ci sono milioni di italiani poveri e così anche il governo italiano non chiede a queste persone di rispettare le nostre leggi o le nostre regole, di condividere i nostri valori ed è questo il problema che poi rischia in prospettiva di far esplodere il razzismo, non perchè gli italiani siano razzisti ma perchè si consente ad altri di fare ciò che non è consentito agli italiani stessi questo è il vero problema, ma gli italiani storicamente e ad oggi sono fin troppo generosi. Qual è il messaggio da rivolgere ai giovani di quest’ epoca, giovani che vivono in un costante atteggiamento di rassegnazione e inerzia invece di sperare in un futuro? Hai ragione, hai ragione è così. Allora, io voglio innanzitutto fare una critica ai genitori che hanno cresciuto i figli dando loro solo diritti e libertà senza dare loro la cultura dei doveri, delle regole della responsabilià e del sacrificio che sono fondamentali per essere forti dentro, quindi i giovani di oggi sono cresciuti fragili dentro, sono svantaggiati rispetto ad altri giovani che provenendo da aree del mondo dove c’è poco o niente, sono disposti a tutto pur di conquistarsi un posto alla luce del sole. I giovani italiani ad esempio non sono disposti a fare dei lavori manuali, non sono disposti a fare un lavoro dove c’è sacrificio perchè comunque hanno sempre avuto di tutto e di più e il risultato è che finiscono per non apprezzare nulla. Ecco, io dico ai giovani, ai miei figli -sono anche nonno- che bisogna rimboccarsi le maniche per salvaguardare il nostro inalienabile diritto ad essere pienamente noi stessi dentro casa nostra, affinchè non venga mai meno il nostro diritto alla vita, alla dignità e alla libertà, e quindi mi auguro che i giovani oggi, possano essere messi nella condizione di condividere un processo di riscatto della nostra sovranità e di salvaguardia della nostra civilità. Esiste qualcosa da fare, uno stratagemma per bloccare questa avanzata di odio-non si parla solo più di terrorismo-nel resto del mondo? Noi dobbiamo comprendere qual la causa e qual è l’effetto, e per risolvere l’effetto noi dobbiamo risolvere la causa; cioè se l’odio è la conseguenza del terrorismo, ciò che va risolto è il terrorismo. Dobbiamo comprendere che oggi c’è una guerra che si scatena attraverso il terrorismo, con la modalità del terrorismo e dobbiamo capire che questa guerra è particolarmente insidiosa perchè si svolge dentro casa nostra e chi perpetra queste atrocità sono cittadini europei e l’Europa è diventata tra virgolette una fabbrica del terrorismo islamico. Noi dobbiamo scardinare le cause che generano questo processo affinché non ci sia poi la conseguenza dell’odio di questa realtà e di ciò che la genera, cioè l’Islam, proprio perchè dobbiamo salvaguardare una civiltà che si fonda sulla pari dignità e sul rispetto delle persone. Dobbiamo prevenire l’eventualità che ci possa essere un odio nei confronti dei musulmani come persone, quella sarebbe una catastrofe. Dobbiamo garantire che tutte le persone possano essere rispettate, ma al tempo stesso noi dobbiamo avere l’onestaà intellettuale, il coraggio umano di guardare in faccia la realtà dell’Islam e di comprendere che quelli che si fanno esplodere, quelli che sgozzano decapitano, sono sicuramente persone che hanno subito un lavaggio del cervello, sono persone che sono state modificate mentalmente e affettivamente. Nel momento in cui perpetrano le loro atrocità non sono persone sane, sono persone che hanno subito un trauma. Questo trauma avviene perchè c’è un’ ideologia che lo ispira che è incompatibile con la nostra civiltà, non possiamo continuare a far si che ci siano delle prediche dove si legittima l’odio nei confronti del prossimo. L’odio vero sta in quelli o in ciò che trasforma le persone, che le rende dei robot della morte. Se hai perso la prima parte dell'articolo clicca qui!
Voglia di mare. Sì, ma quante difficoltà!
Settembre 09
L'estate 2017 non sarà ricordata solo per i “simpatici” nomi dati agli anticicloni arrivati dall'Africa o dalla crescita del PIL dovuto alla continua accensione dei condizionatori o dai razionamenti d'acqua causati dalla siccità, ma sarà ricordata soprattutto per il caldo afoso. Chi ha potuto, è fuggito verso lidi freschi e lontani, mentre chi è rimasto in città, sfortunatamente senza condizionatore ad affrontare la canicola estiva, ha solo potuto sperare che la danza della pioggia rendesse la temperatura un po' più sopportabile. Io, armato di buona volontà, sono partito sperando di rinfrescarmi in piscina o al mare, ma poiché come si dice a Napoli, “O' cane mozzeca semp' o stracciato”, ho faticato non poco per esaudire questo desiderio, poiché chi vuole superare i limiti imposti dal proprio fisico deve affrontare scalette, sabbie mobili, pietre e naturalmente farsi spazio tra orde di turisti accaldati. Sembrerà strano a dirlo, ma in Italia, terra famosissima per il turismo balneare, è più facile essere bombardati da asteroidi mentre si fa merenda che trovare luoghi attrezzati per i disabili; se vogliono immergersi nell'acqua devono munirsi di buona volontà e di coraggio perché solo raramente troveranno scivoli o sedie che permettano l'entrata o l'uscita in modo agevole. Quest'anno ho deciso di ritornare sulla costa ionica, da cui mancavo da circa vent'anni, poiché avevo un ricordo di spiagge meravigliose che non presentavano disagi nella discesa a mare, ma con mio sommo rammarico ho constatato che i paesaggi erano cambiati e che in molti punti era difficile, anche per un normodotato, tuffarsi poiché l'erosione della costa ha modificato il fondale marino facendo scomparire la sabbia, così utile per immergersi senza problemi, per far emergere lastroni calcarei scivolosi. Fenomeni di erosione costiera si verificano quasi dovunque e non solo per cause naturali, ma soprattutto perché lungo le coste aumenta la pressione umana con alberghi, locali notturni, campeggi, stabilimenti balneari, porti turistici che provocano la distruzione delle dune e della loro vegetazione, che sono la vera difesa della natura contro l'erosione. La musica è sempre la stessa, sentiamo ripetere in continuazione che bisogna rispettare l'ambiente, ma quando qualcuno tenta di abbattere le costruzioni abusive viene destituito dal suo incarico e le spiagge continuano a scomparire. E noi continuiamo a lamentarci!    
Settembre, tra inizi e responsabilità
Settembre 05
Settembre. Il mese in cui si ritorna, il mese dei buoni propositi. Quanti di voi hanno pensato almeno una volta nella vita di intraprendere un nuovo percorso, una sorta di restyling? Mi risponderete quasi tutti "sì!", ne sono certa. Da piccoli, settembre equivale a “uffa, si torna a scuola”. Fuori al portone, abbronzatissimi, con gli zainetti in spalla, pronti ad abbracciare tutti i nostri amici. Al liceo l’emozione scema, ma in fondo il primo giorno di scuola ha sempre avuto un sapore diverso, gli anni che passano e l’odore pungente di un nuovo inizio. Chi frequenta l’università vede settembre come l’acme di esami e preoccupazioni, di ritorni e di persone nuove. Infine c'è chi aspetta i bandi dei concorsi, chi aspetta un colloquio di lavoro, chi aspetta di trovare finalmente una casa e chi aspetta di andare in pensione. A settembre si tirano le somme, quasi come a capodanno. Le cose che si sono sempre rimandate ora vanno fatte, le cattive abitudini devono terminare e l’impegno deve prendere il sopravvento. Ti fermi ad un certo punto, durante le prime giornate in cui il sole non scotta più ed i jeans sono inevitabilmente necessari, e ti chiedi se questo settembre sarà decisivo, diverso. Ti fermi di nuovo e pensi invece a quante persone hanno prospettive e speranze diverse per settembre. In cima all’elenco il desiderio e l’obiettivo della fine della guerra, fine del dolore e del sangue. Ti manca il respiro giusto quell’attimo necessario per realizzare che sei terribilmente occidentale e allo stesso tempo terribilmente fortunato. Il settembre di noi italiani dovrebbe incentrarsi sul vivere per la collettività, sullo smettere di coltivare il proprio giardino ed incominciare ad affacciarsi in quello dei consociati. Ora mi direte, ma a che serve? L’unica risposta che posso darvi è interessarsi al bene altrui senza discriminazioni, al bene del nostro paese è e deve essere un nostro pensiero. A settembre deve esserci questa preoccupazione, deve rientrare tra la lista delle cose da fare. L’accoglienza e l’emergenza migranti riguarda tutti noi, soprattutto noi giovani. Loro, come noi, hanno diritto ad una vita degna di essere chiamata con questo nome. Sarà sporco e marcio questo mondo, ma noi abbiamo il dovere di renderlo civile. Far rispettare i diritti fondamentali è il punto di partenza. Settembre può essere un momento per riflettere riguardo i problemi della comunità, quei problemi che sembrano lontani, ma che sono al centro della nostra vita. 
Premio Strega 2017. "Le otto montagne" e la meritata vittoria di Cognetti
Settembre 04
“Fu un vecchio nepalese, tempo dopo, a raccontarmi la storia delle otto montagne […] L’uomo raccolse un bastoncino con cui tracciò un cerchio nella terra. Gli venne perfetto, si vedeva che era abituato a disegnarne. Poi dentro al cerchio, tracciò un diametro, e poi un secondo perpendicolare al primo, e poi un terzo e un quarto lungo le bisettrici, ottenendo una ruota con otto raggi” Si parla ancora una volta e con rinnovato entusiasmo di Paolo Cognetti, stavolta vincitore del Premio Strega 2017 con un romanzo intitolato Le otto montagne (Einaudi 2016). Il disegno del vecchio nepalese è quello di un mondo con al centro un monte altissimo, il Sumeru, attorno al quale sorgono otto montagne e otto mari: “Questo è il mondo per noi” continua l’uomo “E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?” Con Le otto montagne siamo definitivamente fuori da quella realtà urbana incontrata nei testi di Cognetti recensiti precedentemente per MYGENERATION (https://www.mygenerationweb.it/201611193461/articoli/biblioteca/libri/3461-essere-donna-le-istruzioni-per-luso-di-paolo-cognetti; https://www.mygenerationweb.it/201608013265/articoli/biblioteca/libri/3265-paolo-cognetti-e-la-sua-sofia-un-ritratto-dei-nostri-giorni). Pietro è nato in una Milano congestionata dallo smog, lontana dall’idillio della montagna dove sono cresciuti i suoi genitori. Ma il richiamo della vetta, del senso di ebrezza oltre i 2500 metri, spinge la piccola famiglia ad acquistare una casa a Grana. Le otto montagne è prima di tutto una storia di rapporti: quello tra padre e figlio e quello tra due amici. Nel primo, il padre di Pietro è ossessionato dalla vetta, dall’impellenza di volersi trovare il più in alto possibile, un’urgenza che a lungo andare lo porterà sempre più lontano, anche dal suo stesso figlio. Il secondo nasce, invece, lungo le rive di un torrente dove Pietro incontra per la prima volta Bruno, pastore di mucche, con il quale costruirà un’amicizia destinata a durare nel tempo, sebbene Bruno, fin da ragazzo mostri una semplicità e irremovibilità di principi che a Pietro sembra mancare. L’amicizia tra i due ragazzi, unitamente e indissolubilmente alla montagna, è il nerbo di una storia di crescita, riflessione, ambizione, solitudine. Le montagne di Grana non dipingono lo sfondo di questa crescita, ma ne fanno parte: la vita dei due ragazzi si modella attorno ai laghi, sotto i larici, lungo le pietraie, a ridosso dei ghiacciai, segue le stagioni dell’altitudine, sempre in ritardo rispetto a quelle della città e meno mansuete. La montagna è una sfida ad andare sempre più in alto, per ritrovare in cima qualcosa che non si sapeva neanche di aver perso: un ricordo, un pensiero, una lettera, la propria natura. Un romanzo di grande spessore, con il quale Cognetti celebra la sua maturità di scrittore, con una prosa essenziale, cucita intorno alla storia, senza sbavature o pomposi esercizi di stile. Senza dubbio, una ragione di vanto per la letteratura italiana contemporanea.
Death Note - La Caporetto di Netflix
Agosto 31
Erano le 02:00 del 24 ottobre 1917. Dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio nota come “quando gli italiani le presero di brutto”. La Battaglia di Caporetto, infatti, è passata alla storia come la più disastrosa sconfitta italiana di sempre, non solo della Prima Guerra Mondiale. Si tratta ormai di un’espressione proverbiale. Tuttavia, dato che l’esame di Storia Contemporanea già l’ho dato e che non devo impressionare Alberto Angela, vengo al punto.Death Note. Il colosso dello streaming più amato al mondo ha da pochi giorni rilasciato la sua versione del famosissimo manga e anime giapponese anni 2000. La Caporetto di Netflix è avvenuta proprio quel giorno. Il remake di Netflix, sotto forma di film, è stato bocciato quasi all’unanimità. Per rinfrescarvi la memoria (e con questo caldo ne abbiamo bisogno), la storia era quella del giovane e brillante studente Light Yagami, che trovava un quaderno della morte – il Death Note, appunto – e da allora, accompagnato dal dio della morte Ryuk, inizia una campagna di “purificazione” del mondo dai malvagi, cercando di sfuggire alle ricerche della polizia e del geniale superdetective L. La versione di Netflix compie innanzitutto una “americanizzazione” e ciò non è necessariamente un difetto: è interessante vedere una ricontestualizzazione. Se fatta bene. La rigida società giapponese era perfetta per la trama: il forte senso di ordine e di giustizia provato da Light era sotto gli occhi di tutti e le conseguenze della sua deformazione, o meglio assolutizzazione, rendevano interessante la storia e vivo il confronto con L. In America la situazione è diversa, la società è diversa, ma si poteva comunque ottenere un buon risultato, se gli autori del remake non avessero deciso di rendere Light Turner uno sbarbatello piagnucolone. Innanzitutto non credo che il casting sia stato dei migliori: il serioso, introverso e – ma sì, dai – cervellotico protagonista è interpretato da Nat Wolff, che pare nato per i ruoli comici. Le sue smorfie sono divertentissime, ma non adatte al prodotto. Oltre al distribuire i compiti per casa già fatti, il Light di Netflix non mostra alcun segno di genialità, ma anzi fa venire un leggero senso di nausea. Probabilmente l’insuccesso del film è dovuto anche e proprio alla sua natura di film: il manga e l’anime permettevano di esplorare a fondo, nei numerosi episodi, le ragioni della trama, le motivazioni e i caratteri dei personaggi; il film ha un ritmo così rapido e veloce da lasciar disorientati e da non permettere un’immedesimazione col protagonista o con gli altri personaggi, come invece accadeva nell’originale giapponese.Altri personaggi che, ad eccezione di L (Lakeith Stanfield), ugualmente pessimo come Light, non sono poi così male. Ryuk, amatissimo dalla sottoscritta nell’anime, è interpretato da Willem Dafoe, un gigante nell’interpretazione dei “cattivi”. Peccato che lo si veda per sì e no dieci minuti. Mia Sutton (Margaret Qualley), che dovrebbe essere la versione americana di Misa Amane, è molto diversa da quest’ultima: ha perso la caratterizzazione misogina e stereotipata dell’originale giapponese e ciò la fa apprezzare di più ad un pubblico occidentale contemporaneo. Tuttavia il giudizio sul prodotto di Netflix non può essere che negativo. E pensare che per far spazio a questo mostriciattolo hanno tolto dal catalogo l’originale. Che amarezza!
Io e Oriana - Intervista a Magdi Cristiano Allam (I^ parte)
Agosto 30
Se dovesse dare una definizione al suo rapporto con Oriana quale sarebbe? Come nasce il vostro rapporto d’amicizia? Nasce nell’estate del 2003 quando Oriana mi telefonò per avere dei chiarimenti su alcuni aspetti del libro che in quel momento stava scrivendo “La forza della ragione”, il secondo volume della sua trilogia, individuando in me l’esperto, che a suo avviso era più affidabile, più credibile ed è nato attraverso delle lunghe telefonate. Lei mi telefonava solitamente poco dopo essersi  svegliata, era abbastanza mattiniera. Si svegliava verso le 6 del mattino, ora di New York, quando in Italia è più o meno l’ora in cui ci si appresta a mettersi a tavola per pranzare e fu così che di pranzi ne saltai tanti, perchè quando telefonava bisognava mettersi sull’attenti, e obbedire. Il nostro è stato un rapporto dialettico, perchè tra noi c’era una grande convergenza sui fondamentali, sulla condanna del terrorismo islamico, del radicalismo di chi predica odio, violenza e morte, ma io da musulmano continuavo a salvare e ad assolvere l’Islam, cioè non ritenevo che l’Islam fosse responsabile del terrorismo mentre lei era fermamente convinta che la radice del male fosse la religione islamica. Sappiamo che lei e Oriana avete collaborato alla stesura di un libro, da dove e da chi nasce la scelta di non pubblicarlo? Da Oriana, ha fatto tutto quanto lei, lei ha deciso di scrivere il libro, lei ha deciso l’impostazione e successivamente ha deciso di non  pubblicarlo. Io mi sono attenuto a quelle che erano le sue indicazioni, ovviamente per me era motivo di grande orgoglio poter condividere un libro con Oriana, ma poi quando lei mi chiese anche di eliminare ogni traccia di questo libro sul mio computer, di portarle tutto il materiale che era stato stampato, io l’ho fatto e ho voluto rispettare la sua volontà. Era un libro sottoforma d’intervista, io facevo le domande e lei rispondeva, è stata una lunga conversazione, ad un certo punto lei ritenne che le domande fossero aggressive, evidentemente non è riuscita ad esprimere pienamente ciò che voleva. Ha ritenuto che quelle domande in qualche modo la limitassero, lo ha concepito come un libro in cui lei non era pienamente Oriana e siccome lei, la sua firma, l’aveva sempre apposta laddove lei era totalmente se stessa, decise di non pubblicarlo. Oriana era un personaggio amato e contestato dall’opinione pubblica a causa delle sue convinzioni, qual è il punto di snodo tra i diversi punti di vista? Innanzitutto il valore della verità e della libertà, cioè se c’è qualcosa che ci ha unito sempre è la convinzione che si debba perseguire la verità salvaguardando la libertà costi quel che costi, questa è la base che ci ha sempre unito. Ci ha unito la condanna del terrorismo islamico, la condanna delle moschee dove si predica l’odio, la condanna anche di un’immigrazione senza regole che all’epoca aveva numeri molto più contenuti rispetto a quelli attuali ma già rappresentava fonte di problematicità e poi ci ha diviso il fatto che io continuavo ad immaginare che ci potesse essere un Islam moderato compatibile con le nostre leggi, con i nostri valori, mentre lei aveva un’idea chiara di netta condanna dell’ Islam . Come si pone nei confronti di Terziani, e le sue critiche ad Oriana? Terziani è stato uno scrittore relativista, nel senso che ha messo sullo stesso piano le religioni, è stato espressione di una ideologia buonista, dove si accredita la bontà del prossimo a prescindere dal comportamento del prossimo. E’ stato un autore che piaceva alla sinistra, fece poi la scelta di andare a vivere in Asia e seguire delle scuole mistiche e considerò Oriana come espressione di una ideologia radicale, bellicosa. Io sono ovviamente in sintonia con Oriana Fallaci, non ritengo che sia stata espressione di una ideologia radicale, ma ritengo che l’Islam e il terrorismo islamico siano la realtà radicale. La reazione di Oriana Fallaci è stata la reazione di chi non si è voluta piegare, di chi ha voluto denunciare a viva voce quel terrorismo. Terziani, come dire, era un’ anima pia che viveva in un contesto illibato, che non aveva compreso che qualora dovesse l’Europa perdere questa civiltà, che è l’unica che si fonda e legittima la sacralità della vita, la pari dignità tra le persone e la libertà individuale di scelta, persone come lui non potrebbero avere spazio. Non ha compreso che per poter esprimere in libertà delle opinioni diverse bisogna difendere questa civiltà che è minacciata dal terrorismo e dalla diffusione dell’Islam. Questo terrorismo è ancora una guerra di fede o la fede Islamica viene usata come scusa adesso? Ci sono due livelli nell’ambito della realtà del terrorismo islamico. I burattinai e le marionette. I burattinai sono quelli che manovrano e sicuramente perseguono obiettivi di potere; ecco, a quel livello c’entra la finanza, c’entra il denaro, c’entra il business del petrolio, poi c’è il livello dei burattini, che è pura fede. Ciò che consente di praticare lavaggi di cervello e trasformare le persone in robot della morte è il convincimento che ciò che Allah prescrive debba essere ottemperato lettermente e integralmente, quindi la fede c’entra assolutamente, cioè nessuno accetterebbe con il sorriso sulle labbra di morire se non fosse convinto o non venisse convinto che quella sua morte così violenta gli garantirebbe il paradiso di Allah. In quale misura la cultura italiana e i valori del Cristianesimo hanno influenzato le sue scelte giornalistiche e politiche? Io ho avuto la fortuna di studiare in scuole italiane dall’età di 4 anni, quindi posso dire che l’italiano è sempre stata la mia lingua madre e la cultura italiana mi è sempre appartenuta. Io sono cresciuto con una concezione della vita che attingeva a piene mani dalla cultura italiana e anche dalla cultura cristiana, poi al tempo stesso essendo nato musulmano e avendo vissuto i miei primi 20 ani in Egitto ho chiaramente avuto una realtà che è anche musulmana. La cultura italiana mi ha dato una visione del mondo che mette al centro la persona, mentre la cultura islamica mette al centro la comunità, questa è una differenza fondamentale. Nella cultura islamica la persona è subordinata alla comunità e di conseguenza la donna, che viene vista come l’anello debole, finisce per contare meno. Nella cultura cristiana, italiana ed europea la persona è centrale e le persone beneficiano di pari dignità. Credo che questo abbia per me rappresentato la conquista più importante, io sono sempre cresciuto con la convinzione che la persona debba essere il punto di partenza e il punto d’arrivo del nostro percorso umano, l’elemento centrale. Quindi la libertà, la dignità, la vita le ho sempre considerate come valori inalienabili. Il movimento dei fratelli musulmani può essere paragonato ad una sorta si scientology terrorista? Diciamo  che come scientology è una realtà strutturata, presente ovunque nel mondo, è una realtà che al pari del comunismo persegue l’obiettivo della conquista del potere radicandosi sul territorio, controllando dei gangli vitali nella società, a partire dal’istruzione, dalla giustizia, dalla cultura. E’ quello che ha fatto il partito comunista anche in Italia nel dopoguerra. La differenza rispetto a delle ideologie che comunque sono laiche è che loro hanno il vantaggio di poter imporsi sostenendo che tutto ciò che fanno è un ordine che viene da Allah, quindi non c’è libero arbitrio, non ci sono margini d’ ambiguità su ciò che deve essere fatto.
Ci sarà mai la verità per Giulio Regeni?
Agosto 23
La definizione di “cittadino del mondo” calzava perfettamente su Giulio Regeni, un ragazzo udinese che già a 17 anni studiava in un college del New Mexico per poi trasferirsi in Inghilterra a completare i suoi studi. Il dottorato svolto presso lʼUniversità di Cambridge lo aveva portato a svolgere le sue ricerche al Cairo, ricerche risultate, come sappiamo pericolosissime: la sua salma, con evidenti segni di tortura, fu ritrovata il 3 Febbraio del 2016 in un fosso lungo lʼautostrada Cairo-Alessandria. Le autorità egiziane garantirono una piena collaborazione con quelle italiane, smentita da azioni che portavano a sviare le indagini e proprio per questo motivo lʼambasciatore italiano, in segno di protesta, fu richiamato in patria. Finora le relazioni tra i due stati sono state tese, ma è di pochi giorni fa la notizia che sarà riaperta al Cairo lʼambasciata italiana, grazie ad unʼapertura egiziana sotto forma di “interessanti” documenti di cui non si conosce ancora il contenuto. «A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina», forse lʼItalia aspettava un segnale che le permettesse di superare lʼimpasse per poter riprendere un dialogo con una nazione strategica dal punto di vista economico e per i traffici marittimi. Per ragioni di interesse nazionale, lʼItalia ha bisogno dellʼEgitto non solo per il rifornimento di gas e petrolio, ma anche perché può rivelarsi il partner giusto per il controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo. Certamente quello di Regeni è un caso particolare poiché in gioco non cʼè solo la verità che soprattutto i genitori del ragazzo meritano di sapere, ma in gioco ci sono interessi più forti che scavalcano lo stato di diritto. I genitori di Giulio sono consci di questa situazione, ma hanno assicurato di essere pronti di andare al Cairo per fare pressioni sul governo egiziano affinché si sappia chi ha dato lʼordine di torturare e uccidere il proprio figlio. Non è da escludere la possibilità di un buco nellʼacqua se si considera che la stampa egiziana elogia il ritorno dellʼambasciatore italiano, una sorta di assoluzione  dello stato egiziano.    
Quando Tinder si appassiona alla tua storia e ti spedisce alle Hawaii!
Agosto 18
Tutto è cominciato con un banalissimo "swipe right" su Tinder, la celebre app di incontri on line. Josh e Michelle, due studenti universitari, quel "match" l'avevano lasciato lì, senza un particolare interesse ad una conversazione. Fino a quando, un bel giorno, Josh non ha deciso di contattare la ragazza. Michelle non era solita utilizzare l'app di frequente; a detta sua, spesso le capitava di cancellarla. E dunque, per una risposta della studentessa, il giovane tinderiano ha dovuto aspettare ben due mesi!   L'attesa è valsa tutta. Michelle, dinanzi al messaggio di Josh, ha scelto di rispondere ironicamente, scusandosi per il ritardo, "è che si era scaricato il telefono". Ma Josh le ha retto il gioco, osservando come la ragazza avesse fatto molto presto: in genere, a lui servivano cinque mesi per ricaricare la batteria! Ed ecco partire da qui una serie di messaggi esilaranti, in un intervallo medio di sei mesi\un anno, pieni di scuse assurde: "Perdonami, ero sotto la doccia", "Ho avuto una settimana impegnata".     È bastato pubblicare uno screen della chat su Twitter, e i due hanno raggiunto una popolarità inaspettata! Al punto che Tinder ha deciso di premiarli con un appuntamento in una destinazione a scelta dei ragazzi. E quale posto migliore per un perfect date, se non le Hawaii?   Il popolo dei social si è prontamente mostrato in visibilio, tifando a gran voce per la coppia: non ci resta che aspettare che le rose (o le ghirlande) fioriscano!     Le foto sono tratte dai siti www.boredpanda.com www.ilpost.it www.floptv.it e indiatoday.in
"Narcos 3": Trailer clamoroso, Pedro Pascal e altre cose
Agosto 14
«Per smantellare il Cartello di Calì devi essere matto, stupido, coraggioso e fortunato allo stesso tempo». Con queste santissime parole, Pedro Pascal, aka Agente Peña, chiude il sipario sul primissimo Trailer Ufficiale della terza stagione di Narcos, in onda su Netflix a partire dal primo settembre. Paura e delirio sono le parole più idonee a d esprimere la massiccia dose di adrenalina che questo trailer ha infuso in tutti noi amanti di Narcos. La terza stagione, e qui c'è lo SPOILER ALERT per i maleducati che non hanno ancora approcciato alla serie, ripartirà dalla morte di Pablo Escobar per focalizzare l'attenzione sul Cartello di Calì. Pacho Herrera e i fratello Orejuela erano già stati introdotti con gradualità progressiva nelle prime due stagioni per poi diventare gli assoluti protagonisti della nascitura. Damian Alcazar, Francisco Denis e Alberto Ammann avranno il pesante onere di introdursi nell'occhio di bue che era stato di Wagner Moura.   Under pressure, mates?   Saldo come un giunco è invece Pedro Pascal, l'agente più figo del mondo, e non solo per il suo cognome, che continuerà a dare la caccia ai migliori stinchi di santo della Colombia. Sarà di nuovo DEA contro Narcos, ma chi ha già percorso su streaming codeste carreteras sa bene che la dinamica di questa dicotomia è molto fluida e gioca sugli aghi della zona grigia formata da chi sta un po' di qua e un po' di là.   La vera novità di questa terza sfida a guardie e ladri sta nel fatto che i secondi si sono evoluti: dimentichiamoci i modi barocchi e rusticani di un Patron casereccio. Il Cartello di Cali è formato da gentleman sofisticati, che non gradiscono sporcarsi l'Armani con il sangue che hanno versato per poterselo permettere: Calì non nasconde i verdoni nel divano e, per carità di Dio, mai e poi mai li sotterrerebbe nelle campagne locali. Il nuovo cartello ricicla i soldi macchiati di bianco e rosso in catene di ristoranti, alberghi, squadre di calcio, banche private e statali. Pacho Herrera e i fratelli Orejuela si assicurano che il mulino giri, e poi lo guardano ruotare assettati papali davanti a un Martini agitato, non shackerato. Spritz life!       Foto tratta dal sito www.bleedingcool.com
L’elettricità può produrre cibo: che si combatta la fame nel mondo?
Agosto 11
L'Università di Tecnologia di Lappeenranta e il VTT Technical Research Centre hanno creato un lotto di proteine semplici che presenta un apporto energetico tale da poter costituire un pasto per un essere umano. E realizzando il tutto attraverso un sistema alimentato con energia rinnovabile: il cibo sintetico è stato creato con energia elettrica, diossido di carbonio, acqua e microbi. I ricercatori hanno esposto i materiali all'elettrolisi di un bireattore, e da lì hanno ottenuto una polvere formata dal 25% di carboidrati e dal 50% di proteine. Lo studio si inquadra nel progetto Food From Electricity ("Cibo dall'elettricità") che si propone di trovare delle soluzioni alternative alla problematica della fame del mondo. La macchina che produce cibo sintetico, a detta degli scienziati finlandesi, potrebbe essere trasportata nel deserto o in altre aree caratterizzate dalla scarsità delle risorse alimentari. Tuttavia, l'invenzione non è ancora giunta ad un completamento: il processo di sinterizzazione appare ancora troppo lento, costando di due settimane per produrre un grammo di proteine.
Il Pan di Francesco Dimitri, tra la fiaba e la metafora sociale
Agosto 08
“Noi siamo i bambini perduti: questa è la notte in cui comincia la nostra festa. E voi, signori miei, non sarete mai più al sicuro”. A sentir parlare di bambini sperduti, la mente vola inevitabilmente al celebre personaggio di fantasia ideato nel 1911 da J.M. Barrie, Peter Pan. Pan è infatti il titolo del romanzo di Francesco Dimitri, pubblicato con Marsilio Editori nel 2008, da cui è tratta la citazione appena riportata. Una storia di bambini sperduti e magia, di fate e violenza, di pirati e antichi dei. Sicuramente, non il classico Peter Pan. Dimitri utilizza l’espediente della storia di Barrie per ricamare una trama molto più fitta e complicata, in cui l’epocale lotta tra Capitan Uncino e Peter Pan, pirati e bambini sperduti, si colora di una metafora sociale: quell’interminabile conflitto tra forze conservatrici e spiriti libertini, tra oppressione e ribellione. La Roma di Francesco Dimitri assorbe il fascino e la violenza della magia, muovendosi attorno ai protagonisti come un corpo vivo e dotato di un’anima, o meglio di spiriti. Wendy, Gianni e Michele sono, ancora una volta, i prescelti per affiancare Peter nella sua missione, ma tutto è molto lontano dalla storia così come la conosciamo. Il fantasy di Dimitri è del genere che non rifugge da esplicite e fantasiose scene di sesso etero, omo, orgiastico e onanista. Una lettura sopra i diciotto e talvolta persino inappropriata. L’autore utilizza il sesso, l’abuso di alcool e droghe come ornamenti di una vita libera dal giogo della società. Ma – e non per fare i bacchettoni! – talvolta sembra che calchi troppo la mano. La morbosità sessuale, del resto, è una delle più appetibili per il pubblico e Dimitri non è certo il primo a farne abuso (si pensi a Game of Thrones o a Cinquanta sfumature di grigio). Al di là dell’eccesso di erotismo, Pan può essere considerato come un’interessante rilettura della storia di Barrie e di miti neopagani, il tutto unito ad uno sguardo attento ai movimenti della società contemporanea. Una lettura piacevole per gli amanti del fantasy, forse un po’ lunga e difficile da digerire per i poco allenati al genere. 

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