BELVEDERE DI VIA CESARIO CONSOLE: DEGRADO IN PIENO CENTRO

Il belvedere di via Cesario Console, con annessi giardini, versa in uno stato di completo abban...

"Manhunt", la serie bomba!

Affascinante. Avvincente. Emozionante. Coinvolgente. Suggestiva. Attraente. Aggiungeteci tutti i si...

A Napoli non esiste solo il caffè sospeso. C'è anche il cantiere sospeso…

La storia si ripete almeno due volte diceva Marx: la prima in tragedia, la seconda in farsa. Una ma...

"La Linea Verticale" tra opposti inconciliabili

Diciamolo: a volte siamo troppo esterofili.   Il che non è necessariamente un male, poiché ne...

Anche "Devilman" sbarca su Netflix!

Lo confesso, tra le mie passioni ci sono anche gli anime giapponesi. Per questa ragione, trovare ne...

20 volte Roger!

Carissimi Nerd! Capisco che il tennis possa essere espressione di un life style da circolo pettinato...

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BELVEDERE DI VIA CESARIO CONSOLE: DEGRADO IN PIENO CENTRO
Febbraio 12
Il belvedere di via Cesario Console, con annessi giardini, versa in uno stato di completo abbandono. Passeggiando lungo la strada che collega piazza del Plebiscito ed il lungomare, si resta estasiati data la vista mozzafiato sul golfo, ma ciò non basta per attutire il degrado antistante. Non basta, anzi non deve bastare. È vergognoso dover assistere ad uno scempio simile: aiuole senza piante e in stato fatiscente, transenne e reti di protezione abbandonate lungo la strada, spazzatura e quant'altro. Cestini obsoleti e panchine in preda al degrado. L'area era stata interdetta nel maggio 2015 per imminenti lavori, mai avvenuti.  Un'amministrazione allo sbando, sommersa di debiti ed in piena crisi. Una città che gode di bellezze immense, ma che allo stato attuale non è in grado di valorizzarle come dovrebbe. Sperando che in futuro, tra gli interessi primari del Comune, vi sia quello di provvedere alla messa in atto dei lavori di ristrutturazione progettati anni fa.
"Manhunt", la serie bomba!
Febbraio 12
Affascinante. Avvincente. Emozionante. Coinvolgente. Suggestiva. Attraente. Aggiungeteci tutti i sinonimi possibili e immaginabili. Il risultato è Manhunt, la serie prodotta da Discovery e disponibile dal 12 dicembre scorso su Netflix. La serie è così bella che la sottoscritta si è vista, anzi gustata – se non bruciata –, gli 8 episodi di cui è composto in meno di 5 giorni!   Ok, bellissimo, ma di che parla? La trama è incentrata sulle indagini compiute dall'FBI nei primi anni '90 per acciuffare il terribile Unabomber, il criminale che terrorizzò gli States a partire dal 1978 spedendo bombe in giro per la nazione. Incredibilmente intelligente e scaltro, Unabomber riuscì a rimanere nell'ombra e a sfuggire alle forze dell'ordine per anni e anni, fino a quando non venne chiamato a collaborare al caso l'agente Jim Fitzgerald. Quest'ultimo riuscì a capovolgere la situazione, portando un nuovo approccio alle indagini che ormai erano impantanate in un vicolo ceco. A lui si deve infatti l'introduzione della linguistica forense: tramite lo studio degli usi linguistici riscontrabili in lettere e documenti di vario genere attribuibili al colpevole, si risale alla sua identità e lo si può inchiodare perché considerabili come prove. Unabomber spediva quantità enormi di lettere e aveva anche diffuso un suo Manifesto (infatti così doveva chiamarsi originariamente la serie), in cui esplicava tutta la sua "filosofia", concernente la situazione di sudditanza in cui si trovava ormai (e forse si trova ancora) il genere umano nei confronti della tecnologia, che da strumento è divenuta padrona dell'uomo.     Tutto è curato nei minimi dettagli, come la saggia alternanza del "presente", ovvero il 1993 delle indagini, e del "futuro", cioè il 1995 del pre-processo a Unabomber. La serie procede rivelando lentamente ma con saggezza gli elementi delle indagini, approfondendo anche il lato umano, ovvero la frustrazione degli agenti di fronte alle piste errate, la paura degli americani, ecc. Un cast di volti abbastanza noti che in questa serie ha dato davvero prova di grande abilità e talento: nel ruolo dell'agente Fitzgerald c'è Sam Worthington (Avatar), mentre Paul Bettany (il Visione degli Avengers) è il temuto criminale; capo della divisione FBI che si occupa del caso è Chris Noth, meglio conosciuto come il Mr. Big di Sex and the City.   Su su, andatela a vedere!             Link originali alle foto:  http://collider.com/manhunt-unabomber-review/  
A Napoli non esiste solo il caffè sospeso. C'è anche il cantiere sospeso…
Febbraio 11
La storia si ripete almeno due volte diceva Marx: la prima in tragedia, la seconda in farsa. Una massima che rispecchia in pieno le “faccende napoletane”. Il Comune di Napoli ha comunicato, tramite agenzie, che il cantiere della Facoltà di medicina, sito a Scampia, verrà chiuso. Il costo complessivo della struttura è stato di circa 30 milioni d'Euro, sostenuto gran in parte dalla Comunità Europea. La Regione Campania ha mancato di erogarlo provocando, da parte di Palazzo San Giacomo, l'ordine della sospensione immediata dei lavori con il conseguente allungamento dei tempi di consegna del cantiere, con la crescita dei costi e l'azzeramento di posti di lavoro.  Per la periferia a Nord di Napoli è stato un brutto colpo poiché i politici, in campagna elettorale e non, avevano sempre asserito che il polo universitario sarebbe stato il perno attorno a cui avrebbero ruotato attività della nuova città metropolitana. É una tragedia perché non è la prima volta che Napoli è invasa da cantieri di cui è certa solo la data di apertura e il disagio per traffico cittadino. La tragedia tende poi a trasformarsi in farsa perché i napoletani sanno a priori che i lavori, conseguenti all'apertura dei cantieri, si prolungheranno all'infinito a causa di rimpalli burocratici tra enti locali, regionali e nazionali. Enti che invece di collaborare tra loro cercano di non assumersi appieno l'onere delle spese da sostenere. In questa zona piove sempre sul bagnato.  Non vi sono solo lungaggini causate da lotte intestine, ma anche quelle dovute a strane fatalità che hanno interessato per esempio la riconversione della caserma Boscariello, situata tra Scampia e Secondigliano. Le istituzioni avevano parlato di una riqualificazione della zona grazie alla trasformazione della dismessa caserma in una Cittadella dello Sport. Il progetto fu annunciato in pompa magna, la ruspa sferrò qualche colpo ad un edificio, ma a tutt'oggi la situazione è bloccata perché in quell'area è stata collocata ad interim una tendopoli per i Rom. Sembra quasi che lo sport preferito dei nostri politici sia quello di presenziare alle inaugurazioni e  promettere, promettere e promettere. foto da : https://pixabay.com/it/agrimensura-cantiere-teodolite-232550/
"La Linea Verticale" tra opposti inconciliabili
Febbraio 09
Diciamolo: a volte siamo troppo esterofili.   Il che non è necessariamente un male, poiché nell'ambito delle serie TV la parte del leone la fa sicuramente l'America, tuttavia questa ipermetropia può farci trascurare taluni prodotti il cui unico problema è quello di essere Made in Italy. Che poi è ciò accade anche nel calcio; quante volte abbiamo sentito frasi del tipo:«Tizio è forte, ma se si chiamasse Tiziovic giocherebbe nella Juve/Inter/Milan!»   Certo, ci sono eccezioni come Gomorra o Romanzo Criminale, veri e propri "profeti in patria", ma al di là di questi giganti c'è una pletora di prodotti di ottima fattura che passano un po' inosservati.   La Linea Verticale, trasmessa su Rai3 e disponibile su RaiPlay è uno di essi.   Tratta da un romanzo di Mattia Torre, la serie narra di Luigi, interpretato da Valerio Mastandrea, un uomo a cui viene diagnosticato il cancro. Il tema della malattia viene sì affrontato in maniera ironica (alcune scene ricordano molto da vicino Scrubs), ma l'aspetto "drama" è tutt'altro che in secondo piano: il ritmo della narrazione è infatti scandito da un'alternanza perfetta tra momenti leggeri e altri decisamente cupi. Semplificando al massimo: quando ci sta per scappare la lacrimuccia, giù una bella risata e, viceversa, se l'atmosfera è troppo leggera, una sottolineatura drammatica tutta archi e/o piano ci rammenta che, dopotutto, sempre di malattia parliamo.   Una simile struttura contrappuntistica si riscontra anche nel realismo: taluni momenti e situazioni della vita in ospedale sono restituiti in maniera talmente efficace da far risuonare più di un campanello in chi l'ha vissuta. Dal lato opposto, iperboli o momenti surreali, come la Morte con la falce che accompagna l'oncologo, contribuiscono a diluire questa sensazione.      Tra solitudine, vessazioni, incompetenza/arroganza dei medici (dei quali curiosamente si conosce solo il cognome, mentre pazienti e infermieri vengono chiamati col nome di battesimo) e quant'altro, c'è spazio anche per lo spirito di cameratismo e per la sincerità dei rapporti che si vengono a creare in situazioni così difficili e che rendono l'ospedale/prigione un luogo più umano e meno spersonalizzante. Forse per questo motivo, Amed (Babak Karimi) pare sviluppare una sorta di sindrome di Stoccolma e una volta dimesso, non vuole più uscire.     La Linea Verticale tocca estremi apparentemente inconciliabili, eppure riesce a riconciliare e ad armonizzare tali opposizioni, suggerendo un modo di rapportarsi alla vita e alle sue prove più dure con sguardo diverso, facendoci apprezzare ciò che, alla fine del giorno, davvero vale. Con le parole di Luigi:«Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore sarei senz'altro morto.»         Link alle immagini originali: https://www.spettacolandotv.it/wp-content/uploads/2018/01/la-linea-verticale-660x330.jpg https://pbs.twimg.com/media/DUnrTwqWkAEE6T9.jpg http://www.rai.it/resizegd/640x-/dl/img/2018/01/04/1515077249388_vlcsnap-2018-01-04-15h48m11s174.png  
Anche "Devilman" sbarca su Netflix!
Febbraio 06
Lo confesso, tra le mie passioni ci sono anche gli anime giapponesi. Per questa ragione, trovare nel catalogo di Netflix Devilman Crybaby, è stata una bella emozione che mi ha riportato all'infanzia quando vedevo, spensierato davanti alla TV, la serie Devilman e leggevo il relativo Manga di Go Nagai. L'anime fu trasmesso per la prima volta in Giappone quarant'anni fa e probabilmente fu tra i primi a mostrare personaggi alquanto svestiti e a trattare tematiche horror: diavoli uccisi e decapitati, nudità a tutto schermo e tanta violenza! I giapponesi non erano però sadici, volevano educare i più piccoli con le tematiche del Bushidō: lealtà, onestà, dedizione, coraggio e compassione. In Italia il messaggio dell'anime fu totalmente travisato e per questo motivo venne totalmente censurato sulle reti nazionali, mentre su quelle regionali venne ridotto a prodotto scialbo e privo di personalità; divenne però un must per i teenager degli anni '80 forse anche grazie alla stupenda sigla dei Cavalieri del Re Fu grazie al mercato dell'Home Video che Devilman poté essere visto e apprezzato nel Belpaese, prima con gli OAV e oggi con il nuovo cartone voluto e prodotto da Netflix. Nella nuova serie non c'è più il diavoletto verde che si schiera contro il male per salvare l'umanità, ma ci troviamo davanti alla storia di Akira, combattuto tra la sua parte umana e quella diabolica. La distinzione tra il bene e il male c'è sempre, ma non è palesata da figure specifiche dell'immaginario collettivo: il diavolo riesce a provare sentimenti di compassione e tristezza che taluni essere umani, nel cartone, rinnegano. Non c'è più il politicamente corretto, lo spazio è concesso alle luci psichedeliche, alle scene di sesso, alle parolacce e al sangue a go-go, tutto coerente con il fumetto originale. Dal punto di vista tecnico si poteva puntare ad un risultato migliore poiché le animazioni hanno pochi momenti d'azione e molti momenti statici e ripetitivi; certo, il prodotto può piacere o non piacere, ma rispecchia in pieno lo stile fantasy-horror dell'animazione giapponese.         Link all'immagine originale: https://blog.screenweek.it/2018/01/devilman-crybaby-recensione-593212.php
20 volte Roger!
Gennaio 31
Carissimi Nerd! Capisco che il tennis possa essere espressione di un life style da circolo pettinato. Niente di più lontano da noi maestri zen del binge watching netflixiano , me ne rendo conto. Mea culpa dunque se col tempo mi sono avvicinato tantissimo a questo sport da fighetti, ma la verità è che l'Inter perdeva sempre e io a un certo punto mi ero fatto paonazzo. Emergeva quindi l'esigenza di lasciar decantare il dolore per una difesa a quattro formata da Jonathan, Rolando, Juan Jesus e Nagatomo. Il tennis doveva servire sostanzialmente a questo. Poi però la caducità materiale del panta rei delle cose ha lasciato spazio all'immanenza trascendente del rovescio in top spin del Re e mi sono innamorato. I suoi serve & volley assortiti con reverse smash a piacere mi hanno mandato in brodo di giuggiole. Il dritto in contro balzo sulle risposte profondissime dei vari mestieranti fondo campisti è libidine pura. Eleganza e leggiadria, soavità e incanto: finezze aristocratiche la cui sintassi non può certo manifestarsi a pieno a noi sciatti, indegni bipedi del Centro Storico. Roger Federer è tutto questo e molto più di tutti quegli aggettivi che da tempo abbiamo finito. La nostra fantasia non regge la sua grandezza e lo ha dimostrato quando nel 2016 tutti noi credevamo che non fosse più in grado di competere al meglio dei cinque set.   Blasfemi! Questo siamo stati.   Dopo aver battuto Rafa Nadal in finale agli Australian Open del 2017 per poi RIDICOLIZZARLO a Indian Wells e Miami, ha vinto l'ottavo Wimbledon: mai nessuno come lui. Non contento ha cominciato questo 2018 vincendo in Australia il suo ventesimo Slam, battendo al quinto set Marin Čilić, un bombardiere croato che serve la prima di servizio a oltre 240 km/h.   A questo punto è necessario spiegare agli analfabeti della pallina che vincere venti slam è tanto ordinario quanto vedere, senza aver mai frequentato un parchetto di Amsterdam, un elefante rosa che viaggia in tangenziale su un monopattino a benzina.   Sono un poeta.         Link originale all'immagine:  https://ichef.bbci.co.uk/onesport/cps/624/cpsprodpb/9ACC/production/_99782693_roger_federer_getty.jpg
"Grey's Anatomy" denuncia la violenza domestica
Gennaio 30
Dopo una pausa di metà stagione durata più di un mese, torna con un'esplosione di emozioni indescrivibile la serie TV targata BBC di Shonda Rhimes Grey's Anatomy. Arrivati ormai alla XIV stagione dovremmo essere abituati a qualsiasi tema sia stato affrontato nella serie, ma quello scelto per la nona puntata sembra toccare più di qualche corda del cuore. Stiamo parlando della violenza domestica, in particolar modo quella sulle donne. Protagonista assoluta la dottoressa Jo Wilson, interpretata da una meravigliosa Camilla Luddington, che si vede costretta con le spalle al muro alla vista del marito Paul Stadler, interpretato da Matthew Morrison, (mai diventato "ex," essendo ancora legalmente sposati), che in passato  la malmenava brutalmente.     La Wilson, all'epoca delle violenze, divenne perciò costretta a scappare da quell'uomo che tanto la terrorizzava, decidendo di cambiare città e identità per far si che egli non avesse più di avere sue notizie, né tantomeno la possibilità di rintracciarla.Una pace che a quanto pare la Rhimes non ha voluto far durare a lungo, facendo riapparire dal nulla il "mostro" dal quale la Wilson scappò. Tante sono le lezioni che ci sono state impartite dal medical drama, e forse questa è una di quelle che, in un secolo come il nostro, di certo più ci lascia un segno indelebile. Non a caso la puntata è stata intitolata 1-800-799-7233, ovvero il numero della National Domestic Violence Hotline, la linea telefonica nazionale che negli Stati Uniti fornisce supporto alle donne che subiscono violenze domestiche. Ma Paul non sembra essere solo, con lui c'è la sua fidanzata e futura moglie Jenny, che, caduta nella stessa trappola infernale della Wilson, nega l'evidenza sulle violenze da lei subite per paura delle ripercussioni che una sua confessione potrebbero comportare sugli attacchi di rabbia di Paul.     Ricca di insegnamenti ma anche di spunti di riflessione questa prima puntata che apre la seconda metà di stagione che si riallacciano a quanto detto da Luciana Littizzetto: «Un uomo che ci picchia è un maledetto. Sempre. E dobbiamo capirlo subito. Al primo schiaffo. Perché tanto arriverà anche il secondo, e poi un terzo e un quarto. L'amore rende felici e riempie il cuore, non rompe costole e non lascia lividi sulla faccia. Pensiamo mica di avere sette vite come i gatti? No. Ne abbiamo una sola. Non buttiamola via.» Ed è proprio questo il più grande degli insegnamenti: non buttiamoci mai via per nessuno.         Link alle immagini: http://www.tvspoileralert.com/2018/01/greys-anatomy-14x09-critica-1-800-799-7233.html https://www.tvserial.it/greys-anatomy-14x09-violenza-sulle-donne-jo-paul-divorzio/2/ https://www.hallofseries.com/recensioni/greys-anatomy-15x09/
"Poop Squad": la squadra di eroi che stavamo aspettando!
Gennaio 29
Una nuova squadra di eroi è arrivata in città. Il suo nome è Poop Squad e i suoi membri sono più determinati che mai. Altro che Spider-Man e Lanterna Verde, la Marvel dovrà fare tanto di cappello al suo nuovo rivale: RT Poop, il canale youtube autore di questo nuovo team esplosivo. Lino Banfi, Jon Snow, Don Matteo, Alberto Angela, sono solo alcuni degli eroi messi insieme da RT Poop per combattere il male. L'arcinemico Trump e la sua banda di scagnozzi (Gerry Scotti, Al Bano e Cersei Lannister), sono pronti ad attaccare, ma la Poop Squad ha già in mente un gioco di alleanze che rovescerà le sorti del conflitto: Harry Potter, Genny Savastano e Daenerys , la regina delle giument... ehm, dei draghi.   RT Poop ha messo insieme gli eroi del piccolo e grande schermo per una serie di video che stanno spopolando sul web. Si tratta ovviamente di fotomontaggi, realizzati però con intuito e fantasia. Un risultato esilarante, che farà morire dal ridere anche al meno esperto di serie e programmi TV. Ecco l'indirizzo del canale per non perdersi neanche una delle avventure dei nuovi eroi del bene: https://www.youtube.com/channel/UCku3sa0v5Pja2639fG5qxJg           Link originali alle immagini:  http://ilsitodellozoo.com/uploads/images/posts/2273/col12_ewefwfew-74ea6a59fa1e6dfdee807016abfb29b0.jpg https://i.ytimg.com/vi/lhlyTBETCuU/mqdefault.jpg https://i.ytimg.com/vi/HUp7qFE32SA/maxresdefault.jpg
Baby gang a Napoli: la situazione odierna. Le aggressioni di queste settimane hanno portato i cittadini nello sconforto.
Gennaio 25
Non si placano a giungere da ogni dove notizie su qualche baby gang che agisce sempre più come un branco spietato. Lo abbiamo capito, è la moda del momento. Oramai è una gara a chi è il più stupido ad imitare le mode di Gomorra o a comportarsi come un animale. La violenza tra i minori c’è sempre stata, non è una novità. I bambini creano scompiglio da quando è nato il mondo. Non è una giustificazione, ma un memento mori. Si sa che quando scatta una qualche emergenza, Napoli non si fa mai trovare impreparata ed è lì che spunta sui giornali. Incredibilmente l’ultima, di martedì pomeriggio non è stata segnalata dai quotidiani: una coppia che si trovava in auto a via Foria, ha passato dieci minuti di panico per coppia di quattro motorini che si sono avvicinati; tutta questa agitazione per un cellulare e un portafoglio (di lui). Ma è passato in sordina anche un altro dato: quasi tutte le aggressioni avvenute al centro storico di Napoli, sono state in una determinata zona, via Foria. Via Foria è oramai terra di nessuno, ovvero di nessun clan. Dove non c’è l’occhio della camorra che vigila, a quanto pare, ci sono le paranze dei bambini. Per l’accoltellamento del giovane Arturo ci sono 200 indagati; la maggior parte di loro è figlio di pregiudicati. La violenza giovanile potrebbe essere fermata una volta e per tutte se le Istituzioni davvero facessero qualcosa a tal proposito. Per esempio servizi sociali dovrebbero lavorare più a stretto contatto con le scuole per ricevere le segnalazioni da parte dei docenti di qualche soggetto che tende a diventare un bullo. I ragazzini possono essere educati e salvati. Il problema è abbandonarli per una questione di “mancanza fondi”.
"Because of my Body": un documentario sul bisogno di amare delle persone disabili
Gennaio 25
Spesso si guarda al mondo della disabilità con preconcetti ed equivoci. Le persone disabili vengono tutt'oggi considerate, quando va bene, angioletti da proteggere e a cui voler bene; da commiserare, da scansare o da etichettare come handiccappati, dimenticando che si sta parlando innanzitutto di persone, quando va male,. Persone che hanno gli stessi diritti, gli stessi doveri e le stesse esigenze dei normodotati. Sono proprio specifiche esigenze, di cui non si parla mai, che nel documentario Because of my Body per la prima volta in Italia non vengono nascoste o considerate tabù, ma si manifestano esplicitamente: il bisogno di amare e di essere amato, di tenerezza, di vicinanza e di intimità. Al regista di questo documentario, Francesco Cannavà, abbiamo rivolto alcune domande: Come nasce l'idea di realizzare il suo ultimo documentario Because of my Body?Durante gli anni del'Università ho avuto una cara amica, disabile motoria, e con lei ho trascorso una parte del tempo della mia giovinezza. Abbiamo scoperto alcuni aspetti della vita insieme, guardando la realtà che ci veniva incontro con gli stessi occhi ingenui di due ventenni. Alessandra però aveva uno sguardo più luminoso rispetto al mio, più entusiasta e fiducioso della vita. Non ho mai trascorso un giorno con lei senza notare sul suo viso il suo splendido sorriso. Non l'ho mai sentita lamentare qualcosa, anzi ero io che spesso mi rivolgevo a lei per sfogare i miei malumori e chiederle consigli. Poi, all'improvviso, a ventotto anni, Alessandra è morta. Non sapevo che avesse una malattia genetica così terribile da rischiare la vita da un giorno all'altro; non me lo aveva mai detto. Grazie a lei, alla sua presenza e al suo impegno, l'università che frequentavamo e dove ci siamo laureati ha realizzato dei servizi a sostegno degli studenti disabili che prima di lei non c'erano. E non solo: esiste anche una fondazione che porta il suo nome, W Ale Onlus, per lo studio e la cura delle anomalie vascolari, voluta dai suoi splendidi genitori. Alessandra ha portato nella mia vita, tra i miei pensieri, la consapevolezza che dobbiamo vivere in una realtà integrata, senza barriere che limitino o ostacolino tutti i bisogni, soprattutto quelli primari, delle persone. Ci illustra per sommi capi di cosa parla?Il documentario racconta cosa sta accadendo in Italia nell'ambito dell'assistenza sessuale per le persone disabili, cosa prevede la legge, cosa sta facendo l'associazione LoveGiver per far sì che questa figura venga riconosciuta dallo Stato, quali drammi vivono le famiglie che subiscono impotenti questo problema. Il mio film prova a raccontare come alcune persone stiano provando a fare una rivoluzione culturale su questo tema. Ha incontrato ostacoli della realizzazione di questo documentario?No, vedo che la gente è molto attenta e sensibile a questo tema. Sto trovando feedback positivi da parte di produttori ed editor di società audiovisive importanti. Sappiamo che questo documentario si sta realizzando grazie ad una raccolta fondi su internet. Questa è una necessità che nasce dal fatto che il tema trattato non trova investitori oppure è un bisogno che investe tutto il settore cinematografico italiano? O ancora è una moda che investe più campi?Abbiamo avviato il crowdfunding perché quando si realizza un documentario devi girare una serie di riprese preliminari e montarle in un teaser per proporlo ad un produttore che deciderà se gli interessa sviluppare il progetto. Le riprese del corso di formazione per Operatore all'Emotività, Affettività e Sessualità per persone disabili che si è svolto a Bologna sono state finanziate da due piccole e coraggiose società, la 8 Road Film di Renata Giuliano e la Recplay di Roberta Putignano e Vincenzo De Marco. Grazie a loro sono riuscito ad avviare il progetto. Adesso servono i soldi per riprendere le sessioni di tirocinio del corso, quando gli O.E.A.S. incontreranno le persone disabili. Questi incontri si svolgeranno in tutta Italia, e la campagna di crowdfunding serve a sovvenzionare queste riprese in diverse città, da Nord a Sud. Ha mai pensato di girare un documentario sulla giornata tipo di un disabile?Questo documentario mostrerà anche alcuni momenti della giornata tipo di una persona disabile per raccontare quale sia il peso della sessualità nella vita di tutti i giorni. Cosa risponderebbe a quelle persone che pensano che i disabili si lamentino troppo: pensione da fame, tagli all'assistenza domiciliare, barriere architettoniche e mentali. Adesso pretendono anche il sesso?Quello che mi ha insegnato Alessandra, rispondere con un sorriso. Qual è il ruolo dell'assistente sessuale? Come viene formata questa figura?L'assistente sessuale è un operatore professionale (uomo o donna) con orientamento bisessuale, eterosessuale o omosessuale che deve avere delle caratteristiche psicofisiche e sessuali "sane". Attraverso la sua professionalità supporta le persone diversamente abili a sperimentare l'erotismo e la sessualità. Questo operatore, formato da un punto di vista teorico e psicocorporeo sui temi della sessualità, permette di aiutare le persone con disabilità fisico-motoria e/o psichico/cognitiva a vivere un'esperienza erotica, sensuale e/o sessuale. Gli incontri, infatti, si orientano in un continuum che va dal semplice massaggio o contatto fisico, al corpo a corpo, sperimentando il contatto e l'esperienza sensoriale, dando suggerimenti fondamentali sull'attività autoerotica, fino a stimolare e a fare sperimentare il piacere sessuale dell'esperienza orgasmica. L'operatore definito del "benessere sessuale" ha dunque una preparazione adeguata e qualificante e non concentrerà esclusivamente l'attenzione sul semplice processo "meccanico" della sessualità. Promuoverà attentamente anche l'educazione sessuo-affettiva, indirizzando al meglio le "energie" intrappolate all'interno del corpo della persona con disabilità. Pensa, con questo documentario, di sfatare un tabù o di ricevere le critiche dei "bacchettoni" nel raccontare i desideri affettivi e sessuali delle persone disabili?Penso solo alla necessità di raccontare quello che sta accadendo e di farlo nel rispetto di tutte le sensibilità. Affrontare questa tematica potrebbe essere occasione di dibattito sulla legalizzazione della prostituzione?Sicuramente sì. Durante le riprese sicuramente avrà preso coscienza del tormento interiore di un disabile. Pensa che la presenza dell'assistente sessuale possa lenire questo tormento?Se l'O.E.A.S. riuscirà ad aiutare il soggetto disabile a rendersi protagonista maggiormente responsabile delle proprie relazioni sia sentimentali che sessuali, favorendo una maggiore conoscenza e consapevolezza di sé ed una più adeguata capacità di prendersi cura del proprio corpo e della propria persona, allora sì, verranno risolti anche certi tormenti interiori.             La foto è stata presa dal sito www.wikipedia.org
Shakespeare sospeso tra il classico e il soprannaturale
Gennaio 18
Può Shakespeare portato in scena da sempre, in tutto il mondo stupire ancora? Ebbene si e a tal proposito abbiamo incontrato un'innovativa e alternativa compagnia di ballo che sotto la guida di Alessia Filippi, porta in teatro una versione di un classico del tutto particolare intitolata I Segreti di William Shakespeare. Alessia, parlaci di questo spettacolo:Si tratta della famosa tragedia Romeo e Giulietta rivisitata in chiave estremamente moderna, perché a scontrarsi non sono i Montecchi e i Capuleti, bensì una famiglia di vampiri e una di licantropi. Si segue il loro dramma in maniera molto più leggera se vogliamo, poiché alla fine la tragedia non si compie. Grazie infatti all'intervento di alcune streghe e all'aiuto di entrambe le famiglie, unitesi per salvare i figli, la situazione si risolve e alla fine il bene trionfa. Siamo stati meno tragici di Shakespeare, che spero non si rivolterà nella tomba, ma abbiamo preferito lasciare una speranza. Credo sia un modo per avvicinare il pubblico giovane ad un classico, senza contare che licantropi e vampiri vanno per la maggiore, essendo protagonisti in serie TV con streghe, spettri, zombies, e così via. Attraverso la storia i giovani riescono a comprendere in maniera più semplice il classico e come è nato. Il linguaggio è in prosa, quindi più diretto, c'è della comicità, perciò alcune situazioni arrivano in maniera diversa. Nonostante questo c'è tutto l'amore di questi due ragazzi così come il rapporto padre/figlia (che qui si chiama Dalia): un rapporto burrascoso poiché padre è un vampiro originale (il creatore di tutti i vampiri) e potente che governa il suo popolo e la città di New Orleans in maniera assoluta. Come nasce l'idea di portare in scena un classico del teatro in chiave psichedelica e soprannaturale?Ho sempre portato favole Disney e quant'altro, ma mi affascinava l'idea di mettermi alla prova con qualcosa di così grande e importante quale è Shakespeare. Essendo molto attratta dal mondo di streghe e vampiri ho notato che proponendo questo affascinante connubio ai ragazzi (che hanno tutti 10/15 anni meno di me), si sono esaltati vedendo il classico in maniera più fruibile, e si sono voluti mettere alla prova entrando nei personaggi. Inoltre, quando scrivo per loro, amo farlo ispirandomi alle loro caratteristiche e lavorando su ognuno di loro. Ed è così si sono appassionati. Quanti ragazzi partecipano allo spettacolo?Circa 16, e qui con noi c'è Sara Puglisi la Femmina Alfa dei licantropi, colei che guida il branco, la mamma di Romeo. Lo scontro vero e proprio, così come nella tragedia, avviene tra gli adulti, però mentre lì la rivalità viene vissuta anche da Mercuzio e dai ragazzi, qui questi ultimi non comprendono l'odio eterno e ancestrale che intercorre tra le famiglie, quindi trovano assurdo dover vedere per forza il nemico nell'altro.   Una domanda a Sara, cosa ti è piaciuto di più di questo spettacolo e come è stato interpretare il ruolo della suocera guerriera?Sicuramente è stata una bella esperienza in quanto è stata la prima volta che ci siamo messi completamente in gioco, perché prima i canti principali erano sempre presi dai classici Disney, ed essendo ispirati ai cartoni avevamo già una figura su cui impostare la voce o le movenze. Questo spettacolo invece è stato scritto completamente da Alessia ed è lei che ci ha dato le caratteristiche, l'indirizzamento che poi abbiamo fatto nostro. È stato bello perché, in un'opera shakespeariana confrontarsi con un personaggio come il mio, il capobranco dei licantropi, una figura che si scontra in prima persona con il vampiro originale, è risultato facile e complesso allo stesso tempo. Complesso perché ho dovuto assumere una presenza importante, quindi dovevo calarmi nel personaggio e rapportarmi con quello del vampiro originale che è un uomo. Inoltre, sotto questo punto di vista ci abbiamo lavorato ampiamente a livello recitativo: anche le coreografie, ideate sempre da Alessia e dal maestro Caleb Eli sono state molto difficili. In alcune danze eravamo corpo di ballo mentre in altre abbiamo dovuto rappresentare i nostri personaggi, quindi anche l'interpretazione variava. Al momento la compagnia di recitazione e coreografica di Alessia non ha date fruibili per quanto riguarda I Segreti di Shakespeare, ma se ci si vuole fare un'idea del fantastico lavoro di questi ragazzi li si potrà ammirare presso il Nuovo Teatro San Paolo con il musical tribute I Figli dei CATTIVI. Chissà che presto non si potrà godere di questi spettacoli innovativi e unici nel loro genere nelle città più importanti d'Italia. Per ulteriori informazioni, rivolgersi al centro culturale "Insieme per" via della Magliana Nuova 230/232 Roma tel. 06.55281105 o 389.8909259 o mandare una mail all' indirizzo mail: alessia321af@gmail.com           Le foto appartengono alla compagnia teatrale.
Vecchi videogiochi: che passione!
Gennaio 17
Ve le ricordate le avventure grafiche? Quei videogiochi che facevano sognare e qualche volta imbestialire gli aspiranti nerd davanti ad uno schermo? Chi è cresciuto a pane e George Lucas non potrà non ricordare i capolavori della LucasArts: vere e proprie storie che rivaleggiavano con quelle dei film. Chi ha qualche capello bianco ricorderà, tra i tanti videogiochi pubblicati, le avventure ambientate a Monkey Island che tenevano incollati alla scrivania fino a tarda notte. Trent'anni fa si aspettava con impazienza l'uscita del supporto materiale, che poteva essere anche un un nuovo manageriale o una nuova ed esilarante avventura grafica di Guybrush Threepwood. Invece oggi si acquista tutto in rete con un semplice click. Infatti per l'acquisto si può ricorrere al collaudato Steam, ma i nostalgici, in mancanza dei vecchi computer (Amiga, Atari, Commodore...), che ormai appartengono alla storia dell'informatica, possono utilizzare gli emulatori per i vecchi videogames a 8 e 16 bit che hanno scaldato i cuori dei millennials. La notizia di questi giorni è che uno di questi emulatori, lo ScummVM, ha potenziato il suo motore grafico per permettere anche ad altri videogiochi di entrare nella lista di quelli già supportati dal famosissimo programma. Si potrà giocare finalmente anche con Cranston Manor, con Full Pipe e con tanti altri games diventati abandonware. È possibile scaricare la nuova versione cliccando qui che potrà essere utilizzato su tutti i PC Windows, su Linux, su Mac Os e finalmente anche su Playstation3 e Dreamcast. Non dite che non vi avevo avvisato!   I videogames attuali sono senz'altro spettacolari, ma purtroppo freddi. Gli odierni sviluppatori, bravissimi nella parte grafica, magnifica, realistica e piena di colori, lo sono meno nel riuscire a coinvolgere e a far appassionare i giocatori, cosa che riuscivano a fare gli sviluppatori dei vecchi cari videogiochi. Ridatemi il vecchio SimCity e Prince of Persia. Ridatemi quei giochi che mi trascinavano nel computer, quelli che mi scatenavano l'adrenalina, quelli che mi facevano ridere e quelli che mi facevano sognare.
I Classici della Alessandro Polidoro Editore: intervista al direttore di collana Antonio Esposito
Gennaio 16
La Alessandro Polidoro Editore di Napoli presenta in occasione della Fiera del Libro di Roma, Più Libri Più Liberi, la sua nuova collana di classici. A parlarci di questo e di altri interessanti realtà del mondo editoriale è il nuovo direttore di collana Antonio Esposito. Typee di Herman Melville e I gioielli indiscreti di Denis Diderot, due primi romanzi e due celebri autori. Da dove nasce l’idea di riportare alla luce le opere “minori” di autori che hanno conosciuto la gloria, ma per altri capolavori (Moby Dick per Melville e L’Encyclopedie per Diderot)? Siamo partiti dal presupposto che in letteratura non esistono opere o autori minori. Piuttosto esistono testi trascurati eppure di grande dignità. La scelta è caduta sulle prime opere di Melville e Diderot perché ci tenevamo a recuperare, per l’inizio di collana, lo spirito delle prime volte. La Alessandro Polidoro Editore è al suo quarto anno di attività, e in questo suo momento storico, si sta impegnando a ridefinire il proprio catalogo e a percorrere nuove vie; dopo aver dedicato tanto spazio a pubblicazioni sulla storia e le tradizioni del suo territorio. Come avviene la scelta di un’opera da ri-editare? Non esiste una formula. Volevamo una collana di classici che ci permettesse di definire al meglio il nostro progetto culturale così da poter, da un lato, delineare la nostra identità e, dall’altro, renderci più riconoscibili ai lettori. In particolare, per quest’ultimo aspetto, si è ragionato tanto sulla veste grafica, realizzata da Adriano Corbi. Siete partiti da vecchie traduzioni per la redazione delle due opere. Come si sceglie la migliore proposta di traduzione e in che occasione si operano delle modifiche al testo? Per il titolo del libro di Melville, ad esempio, si è scelto di conservare la grafia inglese “Typee” piuttosto che adottare la grafia italianizzata “Taipi” di alcune edizioni nostrane (Mondadori, Feltrinelli e Rizzoli tra gli altri), da cosa è dipesa questa decisione? Per lo più è stata una scelta pratica, per trovarsi in accordo con la lingua del lettore moderno. La traduzione di Typee è di Bice Pareto Magliano e risale al 1931. Gli interventi attuati sul testo quindi sono stati tutti orientati all’ammodernamento linguistico, compresa la trascrizione dei nomi propri. In cosa consiste il lavoro editoriale di un direttore di collana e nel caso specifico di una collana di classici ristampati? La direzione la percepisco soltanto come nominale. Infatti dopo aver avuto l’approvazione dell’editore ho lavorato a stretto contatto con Adriano Corbi e Cecilia Laringe. Io sono intervenuto per la scelta dei testi e dei curatori. Ma l’intera casa editrice ha contribuito a ogni passaggio della filiera, dal recupero dei testi al visto si stampi. È stato un lungo percorso di confronto che, se ha dato dei frutti, è stato proprio grazie alla giusta combinazione delle singole competenze. Dal rapporto della Buchmesse sullo stato dell’editoria in Italia si evince che il nostro Paese registra la più bassa percentuale di lettori a confronto con le altre editorie europee e statunitensi. Quella di editare classici è sicuramente una scelta interessante, ma, a questo punto, diventa un po’ azzardata. Cosa pensi che potrebbe invogliare un lettore non forte a riprendere un classico della letteratura? I dati sulla lettura in Italia sono questi da circa un decennio e l’editoria non sembra aver reagito con criterio alla cosa. Nel tentativo di conquistare i non lettori la produzione editoriale ha subìto in questo lasso di tempo un drastico abbassamento della qualità, avendo come conseguenza anche una disaffezione, e quindi un calo, dei lettori forti. In questo scenario la scelta di riportare i classici sullo scaffale può essere un tentativo per attuare un’inversione di tendenza. La scelta è, sì, azzardata, ma forse necessaria.    Parlando di rapporto con il pubblico e di invogliare alla lettura, la Polidoro Editore è impegnata nell’organizzazione di Napoli Città Libro, puoi parlarci del progetto? Su cosa si lavora e quali sono le aspettative? Napoli Città Libro è un progetto nuovo per la nostra città, ed è già in atto. Da settembre sono cominciati eventi mensili che hanno visto una forte partecipazione, con ospiti come Maurizio De Giovanni, Luca Briasco e l’algerino Kamel Daoud. Altri ce ne saranno fino ad aprile. E a maggio, dal 24 al 27, ci sarà il salone vero e proprio nel cuore del centro storico, al complesso di san Domenico maggiore, con la presenza degli editori e di tutte le altre forze messe in atto per realizzare l’evento.  Due frasi ad effetto per concludere: perché leggere Melville e perché leggere Diderot? Melville è per gli amanti del romanzo d’avventura e Diderot per gli innamorati delle atmosfere da mille e una notte. Ma più che con una frase a effetto, concluderei con un pensiero di Italo Calvino: “Se la scintilla non scocca, niente da fare: non si leggono i classici per dovere o per rispetto, ma solo per amore”.                                                           
15 gennaio 2018, il nostro saluto a Dolores O’Riordan
Gennaio 16
Era il 2008, l’anno del mio primo viaggio all’estero da sola: vacanza-studio in Irlanda. Le pareti delle aule al Maynooth College erano un altare ai due miti della musica nazionale: i più datati – ma evergreen – U2 e una band più moderna, i Cranberries, che le nostre insegnanti ci facevano ascoltare nelle sue varianti parascolastiche (Karaoke, “Aggiungi la parola che manca”). C’erano anche quelle feste, durante gli anni del liceo, in cui amici alla chitarra ancora inesperti si rifugiavano nella comfort zone dei pochi accordi di Zombie.  Erano i primi anni duemila, eppure quelli che all’epoca erano adolescenti non potevano non conoscere la musica di uno dei gruppi irlandesi più in voga nel decennio precedente. Con Dolores O’Riordan se ne va il ricordo di quelle feste, di quei prati verdi d’Irlanda; si spegne il canto di protesta contro le ingiustizie del conflitto nordirlandese (Zombie), quell’inno all’amore vero, incorruttibile, istintivo (Animal Instinct). Ieri, 15 gennaio 2018, si spegne a Londra una delle icone più significative della musica Rock. Sulle cause del decesso vige ancora il diritto di riservatezza richiesto dalla famiglia. È probabile che si tratti dell’aggravarsi di una condizione di salute che aveva spinto il gruppo a rimandare alcune date del tour. Dolores O’Riordan non era soltanto la voce dei Cranberries – una voce inconfondibile, potente, calda, nasale -, ne era le parole, le idee, il simbolo inconfondibile, nonostante i suoi continui cambi di stile. Ce n’è uno, tra gli altri, che varrà la pena ricordare: quello del 1999, con i capelli cortissimi e l’audace reggiseno rosso che fa da capolino nell’abito nero. È il concerto in cui la cantante di Limerick brucia il palco di Parigi in una versione dolcemente stonata di Dreams. Non perdetevene neanche un secondo: https://www.youtube.com/watch?v=etbzmEk6FTk Ciao, Dolores.  
"Immaturi - La serie"... che non ci voleva!
Gennaio 16
"Maturità, t'avessi preso prima..." cantava Antonello Venditti. "Notte prima degli esami" è la canzone che tutti canticchiamo – o a cui pensiamo – almeno una volta nella vita, in un momento particolarissimo: la notte che precede l'esame di maturità. La fine del liceo è così vicina, ma manca la sfida più grande. Devi andare lì a esporre tutto quello che sai in tutte le materie a una commissione messa lì per giudicarti e darti un voto. Un voto che in quel momento per te è tutto, ma dopo di accorgi che è solo un numero che non conta niente e che, sicuramente, non ti rappresenta affatto.   Senza impegolarci in discorsi filosofici ed esistenzialisti, diciamo che l'esame di maturità è una cosa che la maggior parte di noi non ripeterebbe neanche per dieci miliardi di dollari! Ma se all'improvviso, dopo 20 anni dalla fine del liceo, dopo aver costruito un'intera vita, vi arrivasse una letterina dal Ministero dell'Istruzione che vi comunica di dover rifare l'esame?   Ed è subito infarto.   Questa è l'idea alla base del film Immaturi, simpatica commedia che vide la luce nel 2011. Tuttavia è anche ciò che anima Immaturi – La serie, il cui primo episodio è andato in onda lo scorso 12 gennaio su Canale 5. Ora, la sottoscritta potrebbe racchiudere tutti i suoi pensieri in un'unica frase. La frase è la seguente: ce n'era proprio bisogno? Il film di Paolo Genovese fu simpatico, divertente e piacevole da guardare. L'idea era estremamente originale e il risultato fu ottimo anche perché quei ruoli sembravano cuciti perfettamente addosso al cast. Immaturi, se ricordate, ha avuto anche un sequel. Farne anche una serie creava legittimamente dei dubbi. Tuttavia, il caso di Gomorra – in cui la serie, a mio modestissimo parere, è mille volte meglio del film – mi ha convinto a dare una chance alla serie.     Serie che presenta molti punti di contatto col primo film, certo, ma se ne distacca anche per alcuni elementi. Innanzitutto non tutto il cast originale è presente: restano Ricky Memphis, Luca e Paolo, ma mancano ad esempio Raoul Bova, Ambra Angiolini (sostituita da Nicole Grimaudo) e Barbora Bobulova (nella serie Irene Ferri). Calmi, ciò non è necessariamente un male, anzi. Introdurre personaggi diversi dà una ventata d'aria fresca. Tuttavia, nel caso specifico, si è perso molto della qualità originaria. In più, riproporre le stesse dinamiche tra i personaggi – che hanno solo cambiato volto – non ha aiutato. In secondo luogo, mentre nel film si trattava solo di rifare la maturità, qui i protagonisti decidono di frequentare nuovamente le lezioni. Quindi rifaranno l'intero ultimo anno di liceo. Scusate la franchezza, ma dobbiamo sorbirci un intero anno di scuola appresso a loro? Dovremmo rivivere ogni compito in classe e ogni interrogazione? No, grazie.   Voi cosa ne pensate?             Link originali alle foto: http://www.mediaset.it/quimediaset/comunicati/al-via-su-canale-5-immaturi-la-serie_23475.shtml e http://tvzap.kataweb.it/news/218380/immaturi-la-serie-il-ritorno-al-liceo-di-luca-e-paolo-e-ricky-memphis/
"I delitti del BarLume": crimini e sorrisi
Gennaio 10
Quando si parla di indagini si pensa sempre a Sherlock Holmes, è istintivo. Si immaginano, dunque, un omicidio, una serie di indizi misteriosi o la totale mancanza di essi, diverse persone fornite di movente e con un alibi discutibile, infine uno scaltro detective che riesce vedere più lungo degli altri e a risolvere il caso. Non ci sarebbe spazio per la comicità. Al massimo vi può essere un sottile umorismo da cogliere in una battuta ad effetto dello scaltro detective nel finale. Non è possibile che un poliziesco sia divertente? Miei cari, tenetevi forte, perché la risposta è sì!   Ci hanno pensato I delitti del BarLume ad unire indagini e risate in un unico prodotto leggero, divertente ma anche molto curato dei dettagli e non banale. Neanche dopo 10 episodi! Per chi non lo sapesse, si tratta di una serie tv dove ogni stagione è composta da 2 episodi, che si caratterizzano come dei film apprezzabili sia in sequenza sia in modo autonomo perché autoconclusivi. Tratti dai romanzi omonimi di Marco Malvaldi, i 10 episodi vengono a costituire 5 stagioni e sono prodotti dalla Palomar e trasmessi da SKY Cinema a partire dal 2013.   Protagonista è Massimo Viviani (Filippo Timi), un barista dell'immaginaria cittadina toscana di Pineta, che per la centralità del suo bar si trova coinvolto nelle indagini della polizia, capitanate dall'austera ma affascinante commissario Vittoria Fusco (Lucia Mascino). Spiccano tra i simpatici ma non (troppo) stereotipati, cittadini di Pineta la collega di Massimo, la procace Tizzy (Enrica Guidi), e i quattro "bimbi", ovvero quattro buffi e bizzarri anziani convinti di poter proteggere Massimo e aiutare la propria comunità come nessun altro può (interpretati da Alessandro Benvenuti, Atos Davini, Marcello Marziali, Massimo Paganelli). Vi anticipo solo che col progredire delle puntate, nella serie, sono apparse delle guest star molto particolari!   [SPOILER ALERT]La puntata andata in onda lo scorso 8 gennaio è stata forse una delle migliori. Un grande sorriso lo hanno strappato Mara Maionchi, ritornata a vestire i panni della parrucchiera, e la new entry Corrado Guzzanti, nelle vesti di uno stravagante perito assicurativo. A inchiodarci allo schermo è stata però la scomparsa dello stesso Massimo! Non capita tutti i giorni di vedere una serie orfana del suo protagonista principale. Tornerà? Come cambieranno le cose a Pineta? Ci tocca aspettare per scoprirlo. Come già detto, la serie non è mai banale, neanche dopo 10 episodi/film e si fa apprezzare per la sua originalità nell'unire una notevole cura dei dettagli a un tono alternativamente leggero e serio quando serve. L'interpretazione di tutto cast, nonostante sia un prodotto TV neanche molto noto, è perfetta. Il prossimo episodio è previsto per il 15 gennaio. Che aspettate?!?           Link all'immagine originale: http://www.iodonna.it/personaggi/cinema-tv/2017/01/09/i-delitti-del-barlume-torna-in-televisione-con-due-nuove-avventure-per-il-barrista-filippo-timi/
"Dignità autonome di prostituzione": il teatro necessario
Gennaio 09
Oggigiorno la parola "teatro" è sempre più spesso accostata a ciò che di più noioso esiste, col risultato che i giovani osservano il fenomeno, se così vogliamo chiamarlo, con un freddo distacco. Nella vasta gamma di attività serali, il teatro non è quasi mai contemplato. Se ci domandiamo il perché allora dovremmo sviscerare i fattori scaturenti di questa sorta di assenteismo contagioso e finiremmo inevitabilmente per cadere in un discorso triste e prevedibile. Possiamo però analizzare il perché tramite Dignità autonome di prostituzione, di Luciano Melchionna, tratto dall'omonimo format di Betta Cianchini e Melchionna stesso e andato in scena al teatro Bellini di Napoli dal 26 Dicembre al 7 Gennaio. Più che spettacolo, sarebbe meglio definirlo esperienza di vita. Ci si immerge in un "bordello" surreale in cui l'attore, la prostituta di turno, adesca e si fa adescare dagli spettatori/clienti che , muniti di "dollarini", dovranno contrattare il prezzo delle singole prestazioni, le cosiddette " pillole di piacere", monologhi classici e contemporanei scritti per lo più dall'attore. Lo spettatore si trova catapultato in una esperienza inusuale che vuole intrattenere e al tempo stesso far riflettere attraverso la capacità degli attori nel coinvolgere il pubblico. Tutto questo in un teatro in festa, dove la platea si trasforma in una piazza, dove non ci sono più segreti e dove lo spettatore è partecipe nel vero senso della parola, a un percorso itinerante che gli permette di non percepire più alcuna parete con l'attore, ma che gli consente di vivere tutto a pieno scoprendo luoghi generalmente non accessibili. Ci si può ritrovare all'ultimo piano del teatro o in un piccolo camerino, guardando negli occhi la prostituta di turno. Via i telefoni, via tutto ciò che può essere di impedimento nel percorso conoscitivo dell'arte. Ed è quando si resta in questo status, in questa atmosfera elettrizzante, che per un attimo scompare la musica e restano solo le parole. Dritte allo spettatore, mirate al trattamento di una tematica attuale e volte a far sorgere indignazione per tutto ciò che accade in Italia dal punto di vista culturale. Parole vere, che rispecchiano tutto quello che ci circonda. Le condizioni dell'attore oggi, tra difficoltà di inserimento ed il desiderio di crederci ancora. Non è facile raccontare Dignità autonome di prostituzione, forse è quasi impossibile. Un cast che compie 10 anni , con le sue 42 edizioni e 387 repliche è diventato un imperdibile novità che ogni anno coinvolge il pubblico delle città italiane con i suoi quasi 50 attori. Non basta partecipare solo una volta, ma è necessario viverlo anno dopo anno. Si ripromette a se stessi di ritornare, di partecipare di nuovo a quel teatro necessario che non ha bisogno di un vestito elegante o un tacco alto. Un teatro che porta avanti un sogno e che lo fa vivere in ogni minuto, come se fosse una magia. Che scuote al punto da travolgere completamente. Diventa una esigenza che forse può essere annoverata tra i motivi per il quali un giovane d'oggi si avvicina poco al teatro. Questa generazione chiede questo, ha bisogno di un teatro aperto a tutti, che li faccia sentire a casa e che riesca a trasmettere fiducia. Fiducia nel coltivare i propri sogni, nonostante la nostra società lanci quasi sempre messaggi superficiali e che non aiutano a guardare oltre, in profondità.   Dignità guarda oltre, è oltre.
"Studio Legale cerca praticante". Sì, ma donna, single e con tacchi a spillo!
Gennaio 08
"Bella presenza, vestimento elegante, si privilegiano donne single". Sembrerebbe il tipico testo di uno degli annunci decisamente kinky che le pagine cultrici del trash amano pubblicare di tanto in tanto. E invece proprio no, amici miei; l'inserzione proviene da Bakeca.it, ed è stata pubblicata da un ben noto studio legale del casertano! Il "Ricerchiamo giovane avvocatessa da inserire della nostra struttura" non lascia spazio a dubbi; e men che meno la descrizione del "vestimento", che dovrebbe presentarsi come "consono alla professione legale (tailleur, tacchi a spillo etc.)". Non c'è che dire: si tratta davvero di un'offerta di lavoro!   A qualsiasi studente o laureato in Giurisprudenza verrebbe da chiedersi se tutti gli anni passati sul Codice Civile siano stati sprecati. A quanto pare, indossare scarpe con tacco conferisce tempestivamente la capacità di redigere un atto! Altri, invece, si chiederanno che cosa mai sottenderebbe quell' "etc." non poco sibillino. Il popolo del web, tuttavia, non è stato così superficiale da porsi futili domande: ha immediatamente provveduto a linciare il post, tacciandolo di compiere delle vere discriminazioni. E come avrà risposto l'avvocato, autore del chiacchieratissimo annuncio? «La mia era una provocazione! So bene che ci sono le leggi, le conosco perfettamente». Non sappiamo esattamente chi e cosa l'inserzione avesse il proposito di provocare; ci resta solo da pensare che si tratti di una strategia pubblicitaria. Se così fosse, allora l'avvocato conoscerà perfettamente le leggi del nostro ordinamento; ma a quelle del marketing sarebbe opportuno che desse una rinfrescata!         Le immagini provengono dai siti https://www.silhouettedonna.it e http://www.adiconsum.it
Indovina indovinello, dove sta l'Alberello?
Gennaio 05
I romani si sono lamentati di Spelacchio, ma forse dovrebbero ritenersi fortunati perché nessuno penserebbe mai di rubare il loro povero abete! Invece a noi napoletani è toccato, come ha detto qualcuno, Sparicchio. L'albero di Natale che, allestito annualmente nella Galleria Principe Umberto, dopo poco scompare, non per magia, ma per colpa di mariuoli che non rispettano nemmeno una delle tradizioni più amate da adulti e bambini. Quello dell'albero non è un semplice furto, ma è una sfida alle istituzioni. É il modo in cui la malavita dimostra la sua presenza sul territorio, il modo in cui dice:«andiamo a comandare». Purtroppo, come dimostrano le ultime cronache, la presenza sul territorio di baby gang fa sì che non si possa passeggiare tranquillamente per le vie di Napoli e che addirittura dopo una certa ora sembra scatti il coprifuoco. Qualcuno sosterrà che questa situazione è il frutto di una povertà causata dalla disoccupazione, problema mai risolto né dalle vecchie amministrazioni né dalle nuove. Ma non è possibile pensare che questo degrado culturale e morale si avvalga delle solite attenuanti che spesso si invocano nei processi. Né è pensabile restare impassibile, girarsi dall'altra parte e rassegnarsi al fatto che Napoli «è na carta sporca,e nisciuno se ne importa, e ognuno aspetta a 'ciorta». Occorre un forte cambio di mentalità che può avvenire solo se si parte dal basso, solo se si ha il coraggio di prendere in mano le redini di questa città, così come stanno facendo i tanti movimenti associativi e universitari che si muovono sul territorio. Presenze che trovano poco spazio sui media, che preferiscono dare più risalto a notizie che possono cavalcare e che fanno vendere. Napoli è la città che amiamo e soffriamo a vederla maltrattata. In questo periodo, per la sua bellezza, potremmo paragonarla ad un presepe pieno di pastori, ma molti di questi ne faremmo volentieri a meno, così se un ipotetico Luca ci chiedesse: «Te piace 'o presepe?» potremmo rispondere affermativamente.           Foto con licenza Creative Commons.
Arte e follia, il binomio perfetto della mostra napoletana a cura di Sgarbi
Gennaio 04
Da Goya a Maradona recita lo slogan pubblicitario, ma l’allestimento del Museo della Follia a cura di Vittorio Sgarbi riserva molto più di un classico dell’arte preromantica e di un mito del folklore napoletano. C’è un impegno, una competenza, una cura dei dettagli e un gusto assolutamente innovativi. Istallazioni che stimolano tutti i sensi e che esplorano il carattere ambivalente della follia. C’è chi, nell’esteriorizzare il proprio squilibrio psichico, ha dato vita ad un’arte diversa, svincolata dalle forme classiche, capace di creare innovazione. E c’è chi, invece, incapace di declinare quello stesso slancio in una forma piacevole all’occhio, ha pagato le conseguenze della propria diversità. Di queste due opposte testimonianze si popola il museo eretto in onore di una delle più insidiose delle muse: la follia. Goya, Maradona (ebbene sì, anche l’osannato Pibe de oro), ma anche Pietro Ghizzardi, la natura variopinta di Ligabue e i movimenti vorticosi nei ritratti urlanti di Francis Bacon. La mostra attraversa diverse espressioni artistiche che spaziano dal classico olio su tela alla fotografia, dal plasticismo al disegno. Ma ciò che ipnotizza lo spettatore è senza dubbio la capacità di creare una sorta di porta infernale, attraversata la quale, le pareti nere, i suoni, le immagini generano l’effetto di un lungo, irresistibile incubo. Dove? A Napoli, Basilica di Santa Maria Maggiore alla Pietrasanta. Quando? Dal 3 dicembre 2017 al 27 maggio 2018. Una mostra originale, rivelatrice, intelligente. Insomma, imperdibile.
"Gomorra 3": Ciro Di Marzio uber alles!
Dicembre 30
Carissimi amici Nerd, dopo esserci augurati buone feste in modo algido ed essenziale veniamo subito al dunque: Non c'è niente da festeggiare. Il finale della terza stagione di Gomorra ha mandato il panettone di traverso anche ai più natalizi. Se vi sentite tristi per questo motivo, vi invito a pensare che, se a voi non è giunto alcuno spoiler, al qui scrivente è toccato l'amaro calice, preparato con sapiente cattiveria dalla disgraziata bacheca di Facebook che infiniti lutti mi addusse già al tempo di Don Salvatore Conte. Si rifletta infine che al momento della perfida soffiata, abbracciavo il concetto di tristezza e solitudine in un Bed & Breakfast a Foggia. Il Tavoliere delle Puglie è divenuto d'un tratto luogo dell'anima che si impregna del lutto per la morte dell'"Immortale". Ciro Di Marzio, l' "Highlander" di Scampia-Secondigliano è muort! A questo punto, senza perdere quella lucidità che ci rende consci del fatto che il successo di una serie televisiva di lungo corso vive di drastici colpi di scena che ne corroborano lo splendore, si guardi umilmente al passato e si faccia retrospettiva coi controca...voli. Il personaggio interpretato in modo magistrale da Marco D'Amore, non è stato soltanto uno dei protagonisti, ma il noumeno essenziale di un fenomeno complesso e sfaccettato quale è Gomorra - La serie. Ciro è stata l'icona di un progetto che ha ingigantito l'appeal artistico e cinematografico di Napoli in Europa e nel mondo, lanciando legioni di giovani promesse, il Nostro in primis. Se come tutti, forse più di tutti, "l'Immortale" deve tantissimo alla serie TV che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, è anche il personaggio a cui Gomorra deve di più. Checché se ne dica, Ciro Di Marzio è stato l'uomo immagine di queste prime tre stagioni, al di là del peso specifico (altissimo) che ha rivestito effettivamente nell'economia della sceneggiatura e che condivide con Genny Savastano.   La prima stagione proponeva la narrativa dell'ascesa al potere criminale, la seconda si soffermava sulla disgregazione distruttiva delle sottili alleanze mentre la terza si è incentrata sul concetto di rinascita e ricostruzione. Tale ciclicità ha seguito in modo coerente il percorso intrapreso da Ciro Di Marzio, le cui vicende dettano i percorsi narrativi essenziali che poi si sono giustamente arricchiti attraverso l'intreccio di storie che riguardano gli altri protagonisti. Sarà perciò interessante capire in che modo gli sceneggiatori gestiranno un cambio di baricentro così drastico senza perdere l'equilibrio.         Link all'immagine: https://www.veb.it/wp-content/uploads/2017/12/gomorra-3-ciro-di-marzio-non-muore.jpg
"Bright": magia, razzismo e attualità
Dicembre 29
Quando si parla di magia, due sono le immagini che ci vengono subito in mente: quella di un ragazzino occhialuto e con una particolare cicatrice e quella di un anziano con barba lunga e cappello a punta. La magia è una cosa delle favole, del medioevo, del passato comunque. Inserire la magia in un contesto contemporaneo è difficile. Come fare a relazionare gli infiniti poteri e i numerosi non-sense della magia con la costante necessità della contemporaneità di controllare e spiegare tutto? Qui sta la difficoltà. Bisognerebbe fare un atto di fede, crederci e basta.   Proviamo a crederci allora. E facciamolo guardando Bright, il film prodotto in casa Netflix e aggiunto al catalogo lo scorso 22 dicembre. La pellicola, che vanta tra i protagonisti Will Smith, Joel Edgerton e Noomi Rapace, si presenta come un fantasy rivisitato in chiave urban action/poliziesco. Si tratta della produzione Netflix più costosa di sempre, dato il budget di 90 milioni di dollari. E il risultato è ... deludente. Nonostante il notevole – se non assillante – sforzo promozionale e il cast stellare, il film non conquista.   Tema di fondo è quello del classismo, messo in luce in una società costituita da uomini, elfi, orchi, centauri, fate e chi più ne ha più ne metta. Una società che dovrebbe rispecchiare, in modo distorto ma non troppo, la nostra. Tuttavia, più che criticare questo classismo che potremmo tranquillamente chiamare razzismo, viene solo mostrato: vi sono tante razze – e proprio di razze si parla – quante discriminazioni. Abbondano le violenze verbali e le battutine taglienti. Se l'intento era quello di far ridere, la missione è fallita. Viene semplicemente fuori il peggio che una società può dare, in un mondo degradato e carico di tensioni, dove intolleranza, tradimenti e complotti sono all'ordine del giorno.   L'unico personaggio positivo, il semi-orco Nick (Joel Edgerton), che è ligio al dovere, onesto, buono e sensibile, viene emarginato, discriminato e vessato da tutti, perfino dal suo collega, il poliziotto Daryl (Will Smith), che lo considera una sorta di sottoposto, una specie di bodyguard, e non un suo pari. Addirittura le fate vengono considerate come degli insetti da uccidere a colpi di scopa, nonostante la battuta precedente avesse rimarcato l'uguaglianza di tutte le razze.   La pellicola si può considerare come un fantasy politico distopico, poiché è in atto una sorta di ribellione contro il predominio/dittatura degli elfi ad opera di gruppi emarginati, orchi ma anche elfi rinnegati. Il tutto però condito da rare bacchette magiche, antiche profezie e collegamenti con una sorta di altra dimensione. Il risultato non può che essere caotico e davvero difficile da apprezzare.Tuttavia, è stato annunciato un sequel per la fine del 2018.   De gustibus.         Link alla foto originale: http://www.fantascienza.com/imgbank/zoom/201712/32191-this.jpg
Una parte in "Narcos" per Cristiano Malgioglio!
Dicembre 28
Si è (auto) definito "regina" innumerevoli volte. Non possiamo azzardare titoli nobiliari, ma certo è che almeno il fare da grande diva non gli manchi. E di chi mai potremmo parlare, se non del conturbante (o con turbante) Cristiano Malgioglio? Pare proprio che, con la mezza età, il suo fascino da star non andrà sprecato. Sul paroliere delle grandi voci della musica italiana ha infatti messo gli occhi nientemeno che Narcos!   Il regista del prodotto made in Netflix è rimasto ammaliato dal carisma e dalla peculiarità del personaggio. È indubbio che l'outfit, le movenze aggraziate e le perle di saggezza di Cristiano non lo lascino passare inosservato. Fatto sta che, secondo il settimanale Spy, il regista della famosa serie TV avrebbe deciso di contattare il Malgioglio nazionale, affinché sostenga un provino per la quarta stagione. Il tutto dopo esser rimasto affascinato dalla visione del videoclip Mi sono innamorato di tuo marito, che ha raggiunto ben 9 milioni di visualizzazioni! Il parere di Malgioglio al riguardo? Dopo Natale volerà a Los Angeles per un incontro con la regia. Chissà che ruolo avranno in serbo per lui gli sceneggiatori: interpreterà un pericoloso trafficante, o l'Amore saporoso di qualche personaggio?                   Le foto sono tratte dai siti: tgcom24.mediaset.it il.sussidiario.net e wikitesti.com
“Mentre dorme il pescecane”, l’audace primo romanzo di Milena Agus
Dicembre 18
Nella famiglia Sevilla Mendoza, sarda “sin dal Paleolitico superiore”, non mancano imprevisti e disgrazie. E come potrebbe essere diversamente con una madre che ha un pessimo rapporto con le cattive notizie, un padre eccessivamente altruista verso tutti ma non con i propri cari, una zia ostinatamente devota alla ricerca di un fidanzato, un fratello silenzioso e curvo, una nonna perennemente insoddisfatta e la voce narrante di una figlia adolescente incline al melodrammatico? Mentre dorme il pescecane (Nottetempo 2005) è il primo romanzo di Milena Agus, scrittrice di origini sarde che dopo essere cresciuta a Genova, torna nell’isola natale - a Cagliari - per insegnare italiano e storia. Milena Agus fa il suo ingresso nel mondo della letteratura con un romanzo audace dotato di uno stile originale e impulsivo; mordace nel linguaggio, ma delicato nella definizione dei ritratti. Le sciagure della famiglia Sevilla Mendoza diventano, nella scrittura di Agus, una sorta di gioco, una sfida a cui i cinque personaggi si sottopongono con uno sciatto istinto di sopravvivenza che li rende comici e disperati allo stesso tempo. Un romanzo originale, capace di istillare ilarità con incredibile naturalezza.

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