Editoriale

Editoriale (17)

Anche questo Natale è passato. Come spesso avviene, superato il 25 dicembre, il grosso calderone delle emozioni viene finalmente riposto nel cassetto. Basta pensare agli altri, ai regali ed al consumismo sfrenato. Stop, ora è il momento di orientarci verso l’anno che verrà. Magicamente si volta pagina, i social vengono inondati di pensieri filosofici scopiazzati da un libro ingiallito sullo scaffale, ed ecco che in un batter di palpebre, nuove correnti di pensiero iniziano a prendere corpo. Il web, le serate tra amici e le telefonate, diventano teatro dello scontro titanico tra “disfattisti” e “sognatori”.

I primi, sono catalogabili con quel genere di persone avvezze alle lamentele. Sono gli irriducibili distruttori dell’anno che sta per finire, sono i portatori sani di pessimismo cosmico sul futuro prossimo e remoto. Identificarli è facile, il loro esordio in una conversazione tipo sarà: “il 2016 è stato un anno di m….” per poi continuare con: “questo 2017 lo vedo nero…mamma mia il 17 porta sfortuna…”.

Passiamo ora alla seconda categoria. I “sognatori” sono delle efficientissime macchine del tempo. Sono qui ed ora, ma con la testa già rivolta al 2030. Pronti a fare promesse da marinaio, si trasformano in dispensatori di progetti irrealizzabili.

Diffidate dai disfattisti e dai sognatori. Pensare al passato ricordano solo gli eventi negativi è da perdenti. In un anno avvengono milioni di cose che fanno comunque parte di noi e della vita che ci circonda. Focalizzarsi solo su ciò che c’è di negativo fa perdere di vista il bello e la grandezza di ciò che ci  circonda. Dagli errori e dalle disgrazie si deve imparare, solo in questo modo smetteremo di essere spettatori degli eventi.

Altrettanto pericoloso è sognare volgendo il proprio sguardo unicamente verso il futuro. Il futuro non esiste. Non fraintendetemi, bisogna programmare il lavoro ed alcuni aspetti della vita. Essere previdenti è una virtù, ma progettare il domani dimenticando l’oggi ci rende inconcludenti.

L’augurio che faccio ai nostri lettori è quello di essere ben centrati sul presente. Bisogna far tesoro di ciò che ci ha insegnato l’anno che sta per concludersi, tuttavia per avere un 2017 migliore non basta sperare, bensì bisogna agire. Auguro a tutti di fare oggi qualcosa di buono e concreto. Solo agendo sul presente si può in un certo senso valorizzare il passato ed interferire sul domani. 

Ebbene sì, parliamo di elezioni. Ancora e come se non si fosse blaterato abbastanza. Ma mettiamo per un attimo la politica fra parentesi e solleviamo il sipario per sbirciare dietro le quinte. Cosa succede nei seggi durante e subito dopo le votazioni? In questo articolo, vorrei proporre una piccola riflessione sui seggi ospedalieri. Per chi non lo sapesse, ci sono dei seggi destinati alle strutture ospedaliere, il cui scopo è tutelare il diritto al voto dei degenti. Ai seggi ospedalieri possono essere associati dei seggi speciali, i cui responsabili hanno il compito di raccogliere i voti dei pazienti allettati e che si trovino nell'impossibilità di raggiungere autonomamente il seggio stesso.
Benissimo.
Ma come funzionano esattamente questi seggi?
Naturalmente, i pazienti devono fare richiesta di poter votare presso il seggio ospedaliero della struttura in cui sono ricoverati o per poter usufruire del seggio speciale, in modo che la loro richiesta venga comunicata al comune e il loro nome depennato occasionalmente dall'elenco del loro seggio di appartenenza.
Questa procedura si compone di varie fasi: 1. Il paziente compila un modulo disponibile presso il reparto in cui è ricoverato; 2. Il paziente consegna la richiesta al caposala responsabile della procedura in occasione delle elezioni; 3. Il caposala trasmette la richiesta via fax alla direzione sanitaria dell'ospedale; 4. la direzione sanitaria trasmette via fax la richiesta al comune; 5. Il comune accerta che il paziente possa votare e si assicura che il suo nome sia cancellato dall'elenco del seggio di appartenenza; 6. Il comune invia il permesso via fax alla direzione sanitaria dell'ospedale dove è ricoverato il richiedente; 7. La direzione sanitaria fa pervenire l'elenco dei pazienti autorizzati a votare ai responsabili del seggio ospedaliero.
Sì, si tratta di una considerevole trafila, ma tutto sommato necessaria.
Se funzionasse.
Abbiamo avuto la possibilità di assistere in prima persona al lavoro dei seggi ospedalieri del Secondo Policlinico di Napoli.
Innanzitutto, il sabato e la domenica sono giorni di riposo per la maggior parte dei capisala dei reparti. O almeno, questo accade al Policlinico. Ma se i capisala sono responsabili delle procedure burocratiche per le votazioni, perché non viene garantita la loro presenza IN OCCASIONE DELLE VOTAZIONI? Soprattutto se i pazienti hanno la possibilità di fare richiesta di votare fino alle 22.59 (in questo caso, i seggi dovevano essere chiusi entro le 23.00. Naturalmente, nessuno sarebbe riuscito ad avere un permesso tempestivo facendo richiesta alle 22.59, ma tutti ne avevano diritto fino all'ultimo secondo).
Tuttavia, facendo un passo indietro, neppure nei giorni precedenti al fine settimana erano state fornite tutte le informazioni necessarie: in qualche reparto era girata una circolare che avvertiva i pazienti dell'istituzione del seggio ospedaliero, ma nulla di più. In altri reparti neanche la circolare. Qualche paziente ci ha poi raccontato di aver chiesto informazioni a medici e infermieri, ma senza risultati, perché molti di questi non ne sapevano nulla.
Morale della favola, molti pazienti, malati, stanchi, deboli, provati, affaticati, ma comunque desiderosi di esprimere il loro voto, si sono presentati alle urne provvisti solo di tessera elettorale, ma senza il permesso del comune, requisito indispensabile per poter accedere al seggio ospedaliero.
Potete immaginare cosa significhi mandare via un malato, che con fatica abbia raggiunto il buio sottoscala dove è stato allestito il seggio?
Noi sì, perché abbiamo visto la delusione e lo smarrimento, a volte anche la mortificazione e l'imbarazzo per non aver capito cosa andava fatto. Ma, in realtà, c'era ben poco da capire, dal momento che le informazioni erano state assai scarse o inesistenti e, in alcuni casi, i reparti erano persino sprovvisti dei moduli da compilare.
Abbiamo visto i ragazzi dei seggi adoperarsi in ogni modo, chiamare e richiamare la direzione sanitaria e il comune, chiedere e richiedere quei benedetti moduli, gli elenchi dei pazienti ammessi al voto, spiegare e rispiegare ai pazienti come fare la domanda. Ma era compito loro? E soprattutto bisognava aspettare il giorno delle elezioni per tentare di dare qualche indicazione agli ammalati?
Certo, nel complesso c'era molto da fare: tanti candidati, tante liste elettorali, un'esplosiva combinazione di elezioni comunali e municipali che ha mandato in crisi anche i presidenti di seggio più esperti. Eppure, presso questi nostri seggi ospedalieri si è faticato a raggiungere i venti voti, in una struttura che si estende su una superficie di 400.000 m², con 21 edifici a destinazione assistenziale e un totale di circa 1200 posti letto. Inoltre, il totale di impiegati, tra medici, infermieri, tecnici, ausiliari e amministrativi è di circa 3400 unità. Com'è possibile?
Purtroppo non abbiamo risposte, possiamo solo raccontare la storia di pazienti messi alla prova ogni giorno dalla vita e, in questo caso, anche dalle amministrative. Come biasimarli quando le parole di rincorrono e compongono sempre le stesse frasi? In questo paese non funziona mai niente, non si riesce neppure a votare, non si fa mai niente come si deve, nessuno sa niente, eccetera eccetera.
Fra pochi giorni ci sarà il ballottaggio e noi ci auguriamo di poter scrivere qualcosa di diverso.

Il 15 marzo di quest'anno, poco più di un mese fa, mi accingevo a pubblicare due interviste realizzate a Napoli, una presso l'ex ospedale psichiatrico giudiziario (opg), oggi occupato e trasformato dal movimento di estrema sinistra in centro sociale con il nome di Je so' pazzo, e l'altra presso la sede di Casa Pound.

Come ho precisato anche agli intervistati, i violenti scontri avvenuti fra alcuni ragazzi dei centri sociali e di Casa Pound il 29 gennaio scorso mi hanno dato lo spunto per realizzare queste due interviste.

Due articoli che non pretendevano di essere niente di più di quel che sono, due finestre aperte su due visioni distinte dello stesso avvenimento; due articoli che non avevano lo scopo di ricostruire i fatti (cosa per la quale è stato avviato un procedimento penale, in seguito ad alcune denunce), né prendere le parti dell'uno o dell'altro schieramento politico; due articoli che non promettevano altro se non un resoconto fedele.

Che ci fosse il desiderio di realizzare un confronto fra i due estremi politici? Assoloutamente no.

Che dai due articoli sia effettivamente scaturito tale confronto? Assolutamente sì, ma non certo per volontà di chi scrive.

Potrei velatamente alludere a quanto accaduto dopo la pubblicazione delle interviste, ma non ho mai amato i giri di parole, specialmente in un articolo di giornale. In sostanza, la doppia intervista non è stata gradita dai responsabili dell'ex OPG e questo perché le risposte dei due soggetti intervistati sono incredibilmente simili. Che tali risposte siano ben calibrate, politically correct, ponderate, moderate, mi pare piuttosto ovvio, ma nel loro essere tanto equilibrate, risultano anche praticamente uguali, o meglio, prendendo in prestito un'espressione usata dagli stessi ragazzi dell'ex opg, sembrano "due facce estreme della stessa medaglia".

Che dietro ci sia qualche oscuro artificio, qualche raggiro, qualche rielaborazione dei discorsi fatti per avere questo risultato? Ancora una volta, assolutamente no (e per fortuna ho le registrazioni che possono confermarlo): le persone con cui ho parlato hanno fatto tutto da sole.

Questo articolo doveva essere, in origine, un'introduzione alle due interviste, ma data l'importanza dell'argomento, ho pensato fosse necessario uno spazio autonomo e, inoltre, ho preferito lasciare le interviste così come le avevo pubblicate la prima volta, senza nessun ritocco, modifica o aggiunta. Tuttavia, in seguito alle richieste che mi sono state inoltrate di eliminare l'intervista realizzata presso l'ex opg occupato, desideravo chiarire, oltre che i motivi per i quali gli articoli sono stati archiviati (anche se non eliminati) per alcune settimane, anche come funziona il diritto di cronaca: una volta ottenuto il consenso degli interessati a queste benedette interviste, vivaddio, il mio dovere era riportare con cura ciò che era stato detto. Fine. Inclusi nel pacchetto, ci sono anche il diritto di critica politica e il diritto di satira, ma questo importa poco, perché in discussione non era ciò che avevo scritto, ma come io avessi scelto di scriverlo, cioè, paradossalmente, il fatto che io avessi voluto ascoltare entrambe le campane. In realtà, il nocciolo della questione è che io non ho l'obbligo di concordare con nessuno le modalità con cui intendo strutturare i miei articoli, gli eventuali commenti che vorrò fare, insomma, il mio modo di lavorare.

In caso contrario, si tratterebbe di propaganda.

In caso di cancellazione dell'intervista, si tratterebbe di censura.

Già.

Se ora, qui, accanto a me e mentre scrivo, ci fosse un Bruno Vespa qualsiasi a chiedermi l'origine di queste righe così ispirate, citerei certamente un passo dell'introduzione di Federico Rampini a Intervista con la storia (edizione BUR), in cui lo scrittore descrive così Oriana Fallaci: "è antifascista, è risolutamente non-comunista, diffida dei cattolici in politica, è avversa a ogni forma di totalitarismo" e di seguito, usando le parole della giornalista stessa: "parlando con un non-comunista, i comunisti italiani avevano un'abitudine odiosa: trattarlo con ironia o condiscendenza, quasi avessero dinanzi a sé un cretino sul quale non era scesa la Pentecoste del marxismo, la Rivelazione".

In tutta franchezza, non credo sia cambiato molto ai giorni nostri.

Per non dare l'idea di prendermi troppo sul serio, preciso che mi permetto di fare la Fallaci dei poveri proprio per la consapevolezza di non essere lei, che i miei articoli non sono i suoi e che non hanno e forse non avranno mai lo stesso peso o lo stesso seguito. Anticipo così eventuali altre polemiche, dal momento che quelle già fatte mi hanno molto stupita, non aspettandomi che queste interviste potessero turbare qualcuno o qualcosa.

Evidentemente, avevo sottovalutato l'importanza dei miei interlocutori o me stessa.

C'è da dire anche che, e mi duole ammetterlo, ormai non siamo più abituati al giornalismo in quanto tale, forse non siamo più abituati ad ascoltare.

Siamo assuefatti a un bombardamento di informazioni dal web, gettate alla rinfusa fra blog che fanno da giornali e giornali che fanno da social, il cui obiettivo resta quello di seguire le mode e le tendenze della maggioranza e ottenere visualizzazioni e condivisioni. Ma il giornalismo non dovrebbe guidare, piuttosto che seguire? Non dovremmo raccontare alla gente anche quello che non vuole sentirsi dire? Certo, l'obiettività delle notizie riportate non va confua con l'oggettività del giornalismo, una chimera, un'illusione anche piuttosto inutile, direi. La differenza tra l'esprimere un'opinione al bar e farlo in un articolo di giornale sta nel dovere che un giornalista ha di superare le proprie convinzioni, agendo secondo l'etica del proprio lavoro, giudicando il prossimo in base alla morale e informando le persone col solo scopo del bene comune.

Non che questo risultato sia facile da ottenere, ma dovrebbe essere l'ideale cui tendere. Cos'è che, invece, oggi guida la penna dei giornalisti (o presunti tali)? Il desiderio di far colpo sulle masse, la solita vecchia brama di successo. Per questo, alcuni movimenti, per il solo fatto di raccogliere un cospicuo numero di consensi, sono abituati ad averla vinta, a giostrare con disinvoltura (più o meno) ciò che li circonda, fosse anche l'informazione, ad essere sempre assecondati, a fagocitare e digerire ogni cosa attraverso l'intestino della politica e, beh, bisogna tenerseli buoni per avere qualche voto in più e qualche "like" su Facebook.

Che questa scia possa essere seguita anche da personalità quali il sindaco e affini può stupire, ma non poi così tanto.

Assaporato il retrogusto amaro delle mie considerazioni, ho riletto le interviste e mi sono chiesta: cosa vuol dire, oggi, essere fascisti o comunisti? Quali realtà questi ragazzi si trovano a vivere in nome della lotta di estrema destra o estrema sinistra? Sono davvero tutti ragazzi, studenti, o ci sono interessi più grandi e burattinai più potenti, capaci di strumentalizzare ogni costola rotta di questi giovani dopo che se le sono date di santa ragione? E le persone che appartengono o accordano le proprie simpatie all'uno o all'altro schieramento, conoscono davvero la storia? Sanno davvero di cosa parlano o seguono semplicemnete delle mode?

E la domanda più importante, nel nostro caso specifico: sono davvero così diverse fra loro?

Per questi miei articoli, ho incontrato ragazzi entusiasti, volenterosi, animati dalla fiamma dell'ideale, ma anche molto sospettosi, guardinghi e immersi totalmente in una guerra che definirei anacronistica. Si impegnano sul territorio con attività per il sociale, in favore dei cittadini (soprattutto all'ex opg, grazie agli immensi spazi di cui usufruiscono), a compensazione delle mancanze della municipalità, ma le loro azioni sono completamente slegate dalla loro politica, cristallizzati come sono in un mondo parallelo, in cui il tempo non è mai passato e la storia non ha fatto il suo corso (e i suoi morti). Somigliano ai giocatori di Live Action Role-Playing (i GRV, giochi di ruolo dal vivo): c'è l'esercito degli elfi e quello dei maghi, solo che qui, al posto degli incatesimi immaginari, si usano mazze da baseball e martelli. Si chiamano "compagni" o "militanti", tengono il pugno alzato o la mano a mezz'aria, combattono per il popolo italiano, per i diritti dei lavoratori. Combattono, insomma, e lo Stato li perseguita o non li riconosce, ma combattono e molti dei loro ideali sono condivisibili, oggettivamente giusti. Tuttavia, come mi ha detto un amico avvocato, una volta, mentre parlavamo di programmi politici, anche Cristo promuoveva l'uguaglianza, la fratellanza, la giustizia sociale, la carità. Si tratta di ideali di massima, ma il problema è quanto si riesce ad essere coerenti con essi e quanto a farli coincidere con la politica. Da questo punto di vista, soprattutto per quanto riguarda la coerenza, temo di essere rimasta molto delusa.

Naturalmente, le opinioni degli intervistati non rispecchiano quelle della redazione né, nello specifico, le mie, ma questo non vuol dire che io non abbia il diritto, anzi il dovere di prendere una posizione, soprattutto su una questione: la violenza non deve mai essere punto di partenza, né di arrivo, non deve mai essere mezzo, né fine, non deve essere mai giustificata, legittimata o approvata.

La violenza non è politica, non è giustizia, non è cambiamento.

La violenza non è mai vittoriosa, ma è solo un modo per rivivere i momenti più bui della storia, per ridursi a strumenti del potere, per essere schiavi.

 

Fatti non foste.

 

11950857 10207290573569975 1893065200 n

 Di Davide Laurella, laureato in Ingegneria elettronica, lavora nel settore dell'Energia e dell'Automazione. Appassionato di Scienza e di divulgazione Scientifica, ama queste materie come strumenti per imparare sempre cose nuove.

 

Come ogni estate, anche quest'anno tengono banco le inevitabili polemiche sul dilemma che ogni generazione di diplomati affronta da sempre a fine agosto: quale facoltà scegliere? E soprattutto quale indirizzo: umanistico o scientifico?

 

In vario modo, però, il dibattito si limita spesso a valutare i pro e contro che le diverse scelte comportano per lo studente: pomo della discordia, argomentato con statistiche e voci di popolo, è la considerazione secondo cui le facoltà umanistiche siano accoglienti ma improduttive e quelle scientifiche fredde ma redditizie.

 

Lungi dal voler azzardare un consiglio su come affrontare questa decisione, che è bene resti alla sensibilità di ciascuno, vorrei piuttosto mettere sul tavolo un'altra domanda, che aggiunga al tema un'altra prospettiva, magari più ampia.

 

E la domanda è questa: che succede ad una società che sistematicamente decide di separare Scienza e Umanesimo e limita la prima a mera tecnica applicata e la seconda a futile velleità estetica? Corre dei rischi, questa società? E la Scienza?

 

Sembra sfuggire a molti cosa sia, davvero, la Scienza.

 

Spesso si confonde la Scienza con la conoscenza tecnica che essa genera; o con la disciplinata trasmissione di un sapere complesso ed elitario. Si ritiene sia appannaggio di prestigiose autorità e volta innanzi tutto al soddisfacimento dei desideri e dei bisogni di chi la pratica, al sicuro nel proprio fortino di solide certezze.

 

Nulla di più sbagliato!

 

La Scienza è innanzi tutto un metodo con cui imparare cose nuove e merita per questo un posto nel cuore stesso della nostra identità culturale. E' Scienza l'osservazione sistematica della Natura e l'umiltà di cambiare idea ogni volta che un'opinione viene contraddetta dai fatti e dall'esperienza. E' la disciplina di astenersi da conclusioni azzardate, per le quali manchino prove razionali soddisfacenti. E' l'abitudine a fare amicizia con l'ignoranza e il dubbio e, parafrasando Socrate, a dividere quello che sappiamo da quello che non sappiamo.

 

Vuol dire restare aperti alle sorprese ed essere disponibili a cercare prove contrarie alle proprie convinzioni con la stessa tenacia di quelle a favore.

 

La Scienza è insomma il suo stesso motore: quel bisogno di conoscenza che ci distingue dai nostri cugini primati; lo stesso che spinse Prometeo a rubare il fuoco agli Dei e condusse Ulisse oltre le Colonne d'Ercole.

 

Rispetto alle imprese di quegli esploratori, mitici e solitari, la Scienza però ha una dimensione aggiuntiva: quella collettiva. Se, infatti, la verità che pretende di afferrare è là fuori, non può essere dipendente dal singolo protagonista che la professa. E per questo non c'è Scienza senza comunità: le scoperte, le deduzioni, gli esperimenti di uno devono poter essere ripetute da chiunque sia interessato a metterle in dubbio.

 

Questo le attribuisce un potente ruolo pubblico, insieme ad un elevato valore civile e politico: ci abitua in quanto cittadini alla fatica di sottoporre a giudizio critico ogni affermazione che pretenda di avere un qualche contenuto di verità, prima di accettarla. Anche quando a sottoporcela è un'autorità; anche quando a insegnarla è la scuola. Anche quando ce la racconta un politico o ... un prete!

 

Insomma: il diritto e, insieme, la responsabilità di costruirsi un'opinione informata rende la Scienza il miglior alleato delle moderne società democratiche, in un circolo virtuoso in cui cultura e spirito critico sono insieme protagonisti e custodi del benessere collettivo e delle libertà civili.

 

Ed è per questo che, se una società perde il proprio vigore culturale, anche la Scienza, prima o poi avvizzisce, e con essa tutti i suoi benefici tangibili.

 

Con seri rischi. Materiali: perché una Scienza senza spirito critico perde presto il suo impeto e diventa, dopo un po', tradizione sterile, setta, corporazione, incapace di generare benessere e sviluppo. Sociali: perché come scriveva Thomas Jefferson: "se il popolo si disinteressa degli affari pubblici, tu, io, il Congresso (...), tutti noi ci ritrasformiamo in lupi. Perché questa sembra essere la legge della nostra natura". E perché, come già avvisava Carl Sagan, pensando al rischio di un'escalation nucleare, una società democratica come la nostra, così dipendente da scienza e tecnologia, in cui l'opinione pubblica non conosce né l'una né l'altra, è destinata al disastro.

 

E noi? Ci sono sintomi di questi rischi nella nostra società? Ecco: il dibattito in tema di università mi sembra un campanello d'allarme piuttosto importante. Perfino le parole che usiamo ogni giorno denunciano un arretramento su questo fronte: inseguiamo la crescita ma abbiamo smesso di desiderare l'umano progresso. Lodiamo le scienze applicate ma non capiamo che esse sono solo applicazione di una conoscenza faticosamente conquistata. Lodiamo la Ricerca ma sviliamo la Cultura che la muove.

 

Per questo, tornando alla domanda da cui siamo partiti, agli studenti che sceglieranno facoltà scientifiche, vorrei suggerire questo: insieme al sapere tecnico, pretendete di studiare la Storia di coloro che l'hanno conquistato per voi. Apprendetene i sacrifici e gli sforzi; gli errori e i dubbi. Leggete l'ultimo capitolo dell'Origine delle Specie di Darwin e assaporatene la poesia. Leggete l'italiano antico che Galileo utilizzò per spiegarci i massimi sistemi del mondo e fatevi raccontare del processo che subì. Ricordate le parole di Oppenheimer che, dopo Hiroshima e Nagasaki, disse, disperato: "sono diventato Morte, il distruttore di mondi"; chiedetevi, insieme a Carl Sagan: "Chi parla per la Terra?". E soprattutto: non lasciate che la vostra Scienza abdichi alla responsabilità della ricerca dei fatti e della verità e ai doveri sociali, etici e umani che questo implica.

 

A coloro che sceglieranno una facoltà umanistica, chiedo invece: non escludete la Scienza dal perimetro del vostro interesse. E' un potente strumento di ragionamento critico e di indagine. Inoltre, le verità cui ci ha condotto superano le più bizzarre fantasie mai concepite. E parlano di noi stessi oltre che della Natura. Hanno la potenzialità di sottrarci alla miopia delle nostre paure, dei nostri bisogni, del nostro egocentrismo e di liberarci dalle superstizioni e dalle ideologie. Ci ricordano che abitiamo un Universo vasto, in cui sembriamo semplici comparse, polvere di stelle raccolta in un pallido puntino azzurro, sospeso in un raggio di sole, alla periferia anonima di una galassia qualunque. E che per questo dobbiamo avere cara la vita: la nostra e quella degli altri. Perché sembra piuttosto rara.

 

Agli altri, spero di aver offerto almeno uno spunto di riflessione, utile a riconciliare due esperienze che si sostengono l'un l'altra e, dalla cui separazione artificiosa, abbiamo, collettivamente, solo da perdere.

 

 

 

Emisferi.

 

bianconero

 Di Francesca Paone, giornalista ed editor, ha studiato Lettere e Filosofia, è presidente dell'associazione culturale no profit MYGENERATION e direttore editoriale dell'omonima rivista, dedicata ai giovani e all'informazione libera.


Per una lunga serie di luoghi comuni e pregiudizi, è accaduto spesso, nel corso della storia, che si costruissero intere recinzioni e spesse mura di concetti errati, in base ai quali non v'era attinenza tra materie scientifiche e letterarie.

 

Nulla di più sbagliato!

 

Personalmente, farei partire l'equivoco dal periodo, fra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, nel quale lo sviluppo della società s'impenna in una brusca accelerata e molti aspetti della vita quotidiana vengono migliorati (fatta eccezione per i ceti sociali più bassi, naturalmente) dalle nuove invenzioni, tecnologie e scoperte. La media e alta borghesia comincia ad avere accesso ad aspetti sempre più ampi della cultura, cresce in maniera rilevante il numero di lettori e, in particolare, il numero di donne che si avvicina alla lettura.

 

Per spiegarla in termini molto semplici: dato l'alleggerimento della vita domenstica con le sue faccende, in conseguenza di un aumento di elementi meccanici che sostituiscono ciò che in precedenza era l'uomo (o meglio, la donna) a dover fare manualmente, molte mogli, madri, figlie si ritrovano, in questo periodo storico, con molto più tempo libero a disposizione.

 

La lettura si dischiude, così, a fasce sociali sempre più ampie, i romanzi diventano il passatempo preferito dalle signore (nonostante i volumi costassero cifre esorbitanti, così come le candele e le finestre! - per la tragica tassa sulle finestre, appunto -), che prediligono storie d'avventura, esotiche e d'amore e, in una serie di vicissitudini concatenate, nascono le biblioteche ambulanti, i romanzi d'appendice e le opere di alcuni autori che, per la prima volta, si ripropongono l'intento, non di arricchire lo scibile umano con la loro cultura e la loro penna, ma di arricchirsi, cioè di vendere libri e far felici dozzine di donzelle sulla scia delle loro predilizioni (e faranno parte della combriccola autori quali Defoe, Swift, Richardson, Fielding, Radcliffe, Voltaire, Rousseau, Choderclos e de Laclos).

 

Le opere letterarie cominciano a indirizzarsi verso una sempre maggiore riproduzione del vero e, tanto per fare un esempio, Pamela commuoverà frotte di cameriere, con accesso alle biblioteche dei loro datori di lavoro. Naturalmente, parliamo soprattutto di Inghilterra e Francia, in Italia la crescita del ceto medio sarà molto più lenta, ma ugualmente importante per i cambiamenti che interesseranno la letteratura.

 

Questa parentesi non ha semplicemente lo scopo di render nota un po' di storia del romanzo, bensì quello di segnare, in questo contesto, un apparente distacco delle materie umanistiche dal resto delle discipline e dei saperi e di mostrare come, in realtà, il legame fra di essi abbia solo cambiato forma: la trattazione di questi argomenti, e quindi il vincolo che li unisce osmoticamente, non è più affidata esclusivamente ad una ristretta élite di intellettuali e la penna non è più prerogativa di questi signori, con le possibilità materiali per intraprendere studi completi e di livello superiore.

 

Ora, la letteratura si diffonde a macchia d'olio e il suo legame con le scienze, la tecnologia, il progresso, è più solido che mai, non solo per i necessari aspetti meccanici della nuova produzione in serie, anche di un insollito prodotto come il libro, ma soprattutto in funzione di quel nuovo gusto per il "vero" o "verosimile", per cui non si parla più solo di mito, di eroi classici o religiosi, ma di uomini e donne comuni, influenzati da tutto ciò che accade nel mondo.

Arriveremo, così, ai precursori del naturalismo, Balzac e Flaubert, e poi a Gogol, Turgeniev, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov.

 

Nel frattempo, già nel 1784, Benjamin Franklin pubblica un'idea sul quotidiano francese Journal de Paris. Franklin propone uno spostamento delle lancette degli orologi in avanti, sul principio del risparmio energetico, ma non trova seguito. Oltre un secolo dopo, nel 1907, l'idea viene ripresa dal costruttore inglese William Willett, e questa volta trova terreno fertile nel quadro delle esigenze economiche provocate dalla Prima guerra mondiale: nel 1916, la Camera dei Comuni di Londra dà il via libera al British Summer Time, con lo spostamento delle lancette un'ora in avanti durante l'estate. Molti paesi imitano la Gran Bretagna, in quanto, in tempo di guerra, il risparmio energetico è una priorità. Si muovono i primi passi in direzione della globalizzazione dell'ora legale.

 

Qualche anno prima del British Summer Time, nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1912, precisamente alle 24.15, il capitano del transatlantico britannico Titanic ordina al suo telegrafista di trasmettere il segnale di soccorso. La rivoluzione delle onde radio, in pochi minuti, rende un tragico e storico avvenimento per la prima volta di portata mondiale. Entro il 16 aprile tutto il mondo, da New York all'Europa, è venuto a conoscenza del terribile destino del Titanic e dei suoi passeggeri, i quotidiani hanno riportato una triste cronaca dei fatti, scandita minuto per minuto, e le popolazioni di tutti i paesi sono, come mai prima di questo momento, uniti oltre lo spazio e il tempo, per mezzo del ticchettìo del telegrafo.

 

Questi sono solo due piccoli esempi di come, a partire dal XVIII e poi dal XIX secolo, fino al XX, la società e la percezione che essa ha di se stessa e del mondo stiano cambiando molto rapidamente, con inevitabili ripercussioni anche sulla letteratura, senza contare la meccanica, l'industria, il cinema, le automobili, l'esaltazione futurista della velocità e così via.

 

In questo contesto, scrittori, pittori, scultori, registi cominciano a imitare la realtà circostante, operando le stesse rivoluzioni della società nelle proprie opere. Così, Proust, tra il 1909 e il 1922, scrive Alla ricerca del tempo perduto e Joyce, tra il 1914 e il 1921, ripercorre il viaggio di Ulisse, condensandolo nello spazio temporale di un unico giorno, il 16 giugno 1904.

 

Nel corso del XX secolo, infatti, il rapporto tra scienza e letteratura denota l'opposizione tra Logos - il flusso lineare della narrazione, la struttura razionale della trama - e anti-Logos - frammenti e momenti di introspezione personale, non necessariamente legati al contesto .

 

Il ragionamento scientifico confuta tutte le idee principali su cui è stata fondata la società moderna, privando l'uomo del suo ruolo attivo e centrale nell'universo.

 

La religione lotta per riorganizzare i suoi dogmi e, nel frattempo, i romanzieri abbracciano pienamente la rivoluzione scientifica: considerano la realtà come figlia di un'esperienza sensoriale e l'io come il padrone e custode della verità. Alle estreme conseguenze, essi si sono concentrati principalmente sull'analisi proprio dell'io, esasperando il lato fantasioso delle loro storie. La trama stessa è "otturatore", secondo la percezione soggettiva del tempo e dello spazio.

 

Inoltre, il romanzo si trasforma e si struttura attorno a due personaggi principali, che rappresentano la duplicità della natura umana: questo trucco, comunemente accettato ed utilizzato anche ai giorni nostri, era raro agli inizi del XIX secolo. Tuttavia, la sfida al metodo razionale del Logos scientifico non può essere completa, perché senza di essa i romanzieri non avrebbero trovato rifugio nella sua antitesi, l'anti-Logos, concentrandosi solo sulla più profonda interiorità.

 

Concludendo, voglio sottolineare che sono assolutamente consapevole di stare offrendo in questo articolo una carrellata fin troppo rapida sul tema: con fare anche piuttosto sacrilego, direi, sto scrivendo di grandi autori, grandi opere, raccontando la storia di secoli, fra scienza e letteratura, in maniera così superficiale, che probabilmente qualche grande personalità del passato si rivolterà nella tomba e verrà a bastonarmi. In verità, non basterebbe un'enciclopedia per rendere merito a questi argomenti, ma il mio scopo è semplicemente quello di far luce sul più indissolubile dei legami: quello fra realtà, metodo scientifico, tecnologia e le materie umanistiche, dallo studio della storia, all'arte, alla letteratura, allo studio dell'evoluzione e delle trasformazioni della lingua.

 

Un po' come succede per il cervello umano, diviso in emisfero destro e sinistro, in creatività e razionalità, ma non per questo capace di fare a meno dell'una o dell'altra parte.

 

Il problema, probabilmente, si trova, ancora una volta, nella percezione della società di massa di certe materie e di certi ruoli, considerati utili o inutili, a seconda delle richieste del mercato e delle mode del periodo. Tuttavia, non bisogna dimenticare che non è possibile dare rilievo solo ad alcuni aspetti, ad alcune materie e ad alcuni ruoli, a discapito di altri, dal momento che, per la vita dell'uomo e per la comprensione del mondo, essi sono tutti ugualmente importanti. Del resto, dal più illustre manuale di giurisprudenza, al più importante saggio di medicina, o astronomia, o fisica, mi piacerebbe rammentare che queste opere, tutte, fanno sempre e comunque parte di ciò che siamo soliti definire letteratura, che i concetti si sviluppano e si concretizzano attraverso la lingua, che molte forme di progettazione e creazione sono esse stesse arte e noi, che non siamo che un minuscolo granello di polvere nell'universo, non possiamo privarci di nessuno di questi elementi.

 

A mio modesto parere, una specie che rinunci alla propria crescita e alla propria evoluzione, impedendosi di dare valore al proprio sapere, qualunque esso sia, solo per perseguire la moda e gli scopi della monetizzazione, è una specie già estinta.

In questi giorni, si è molto parlato di università in riferimento ad alcuni articoli di Stefano Feltri su "il Fatto quotidiano". Un polverone, una bufera, una tempesta di sabbia.

 

Sinceramente, non saprei dire se l'articolo fosse volto a mera provocazione o se il vicedirettore del noto quotidiano fosse davvero convinto delle..."considerazioni" che stava scrivendo e, del resto, non sono particolarmente interessata a controbattere, anche perché lui è un bocconiano laureato in Economia e io una semplice studentessa di Lettere, ragion per cui lo scontro sarebbe certamente impari.

 

Certo.

 

feltri

[Fonte immagine: articolo "Ma davvero le facoltà umanistiche sono un pessimo investimento?", sul sito www.roars.it]

 

Il fatto è che MYGENERATION è una rivista dedicata ai giovani, da tutti i punti di vista, sia per i giovani che vi scrivono, che per quelli che la leggono e, visto l'avvicinarsi del periodo delle immatricolazioni, sono felice di aver trovato lo spunto per parlare di questo argomento così importante.


Ovviamente, non starò qui a dirvi cazzate su quanto sia bella l'università, su come i dipartimenti (non esistono più le Facoltà, Feltri!) siano tutti uguali, tutti ugualmente importanti e difficili, perché significherebbe prenderci reciprocamente per i fondelli e non mi sembra il caso.


Detto questo, ci sono studenti e studenti e stupidi e stupidi.

 

Il che significa che, così come non approvo il finto buonismo di chi afferma che studiare Lettere e Filosofia è la stessa cosa che studiare Fisica nucleare, allo stesso modo non tollero certe frasi tipo:

 

- "Ah, studi Lettere! Anche a me piace molto leggere".

 

oppure

 

- "Ah, studi Lettere! Anche io avrei voluto, ma poi ho pensato che non avrei trovato lavoro".

 

A mio modesto parere, piuttosto che sminuire il lavoro altrui o cercare di gonfiare il proprio ai massimi livelli con un occhio sempre fisso sul vicino, bisognerebbe concentrarsi di più su se stessi.

 

Perché nessuno, nemmeno tutti gli studiosi del pianeta Terra, può dire di conoscere davvero e quindi giudicare obiettivamente tutti i pro e i contro dello studiare Lettere e Filosofia o Fisica nucleare, se non quelli che studiano Lettere e Filosofia o Fisica nucleare.

 

Ma passiamo oltre, questa era una semplice premessa.

 

Come dicevo, lo scopo di questo articolo non vuole essere quello di innalzarmi a illuminata paladina della giustizia, in difesa dei più deboli (alias, gli studenti dei dipartimenti di Studi umanistici), ma semplicemente quello di ristabilire un po' d'ordine. Un ordine che serve a me, badate bene, nel senso che, di tanto in tanto, quando affronto letture troppo difficili per la mia piccola mente da studentessa di Lettere, ho poi bisogno di mettere nero su bianco la mia opinione.

 

In tutti i miei 26 (quasi 27) anni di vita, ho sempre pensato di essere una persona abbastanza democratica, ragion per cui sono ben disposta ad accettare le diversità e consapevole del fatto che esistono persone per le quali il mondo può essere distinto in due grandi categorie: bianco e nero. Purtroppo (o per fortuna), non faccio parte di questa tipologia di persone: per me, l'universo è composto da un infinito caleidoscopio di grigi, che caratterizza la nostra speventosa, ma anche meravigliosa umanità.

 

Scusate, un attacco di sentimentalismo acuto, ma adesso arrivo all nocciolo della questione.

 

Cosa volevo dire?

 

Ah, sì!

 

Ecco la mia teoria: non esiste nessuno studio scientifico che possa riassumere le infinite sfumature che definiscono le scelte umane, le infinite possibilità che si dispiegano dinanzi a chiunque compia quelle scelte e le infinite sfaccettature che ci caratterizzano e ci rendono così diversi, eppure così simili.

 

Retorica scadente?

 

Può darsi.

 

Ma può darsi anche che chi ha guardato la questione solo attraverso il bianco o il nero non abbia considerato il rovescio della medaglia: i dipartimenti di Studi umanistici sono più semplici di altri, per certi versi, ma più difficili per certi altri, elemento che riequilibra, dal mio punto di vista, la disparità che può esserci fra i vari tipi di didattica.

 

In particolare, a proposito di quegli studenti davvero motivati, davvero portati, davvero amanti delle materie umanistiche, essi devono affrontare vari tipi di difficoltà "supplementari", a partire proprio da quella mancanza di lavoro che fa apparire la loro scelta tanto stupida, ma che per me rientra nel panorama dei sacrifici volti ad inseguire l'impiego dei propri sogni, probabilmente con fatica doppia rispetto ad altri.

 

Sorvolando sul fatto che, per alcuni, può risultare più semplice studiare Ingegneria Aerospaziale e Astronautica, piuttosto che Storia Romana, Filologia Romanza o Linguistica Generale, etc. etc. (anche se può capitare più raramente che non il contrario), davvero c'è chi ritiene che gli studenti delle materie umanistiche siano o semplicemente stupidi o semplicemente pigri?

 

Onestamente, ritengo questa la peggiore offesa: non quella di giudicare il loro operato, ché, come già detto, non sarebbe comunque un giudizio oggettivo, ma di pensare che essi non siano consapevoli di ciò che fanno o che semplicemente non gli importi.

 

Maddai.

 

Io, invece, credo che la scelta dell'università sia una scelta che riguarda tutto il nostro futuro e trovo che fare quella scelta solo in base alla "convenienza" dello stipendio ipotetico sia davvero cinico e non necessariamente condivisibile.

 

Uno studio scientifico può analizzare e presentare alla comunità un certo dato statistico, considerando un solo aspetto per volta quale, ad esempio, il rapporto tra investimento iniziale, obiettivi raggiunti e relativo guadagno, il che vorrà dire far riferimento al piano economico che, tuttavia, non è certamente l'unico da tenere presente e questo anche un bambino sarebbe in grado di capirlo.

 

Servirsi di un dato statistico simile per le proprie deduzioni arbitrarie, per me non solo non può essere considerato giornalismo (ci mancherebbe), ma neppure mi pare degno di una persona che rifletta con intelligenza, lucidità e buon senso. Essì, che ci siamo laureati alla Bocconi, Feltri (lo so, lo so, avevo promesso di non fare riferimento all'articolo de "il Fatto Quotidiano")!

 

Infatti, è ovvio che, se si sceglie di studiare delle materie che non si amano, si conseguirà un titolo (dopo tempo X) che non si ama, per poi impiegarsi in un lavoro che non si ama per tutta la vita, probabilmente con pessimi, o comunque molto scarsi risultati.
E se tutti ragionassero così, vivremmo in una società fatta di lavoratori mediocri e privi di qualsiasi amore o interesse per ciò che fanno.

 

Questo, per me, rappresenta uno scenario apocalittico degno di un film dell'orrore.

 

[CONTINUA...]

 

corporate-zombie

Devo ringraziare innanzitutto la mia amica e collaboratrice Valeria Pietroluongo, la quale mi ha ricordato che alla redazione di MYGENERATIONWEB non piacciono gli estremismi, le esagerazioni, le prese di posizione drastiche e immotivate. E perciò eccomi qui, a scrivere la nostra prima pagina di editoriale e a spiegare perché abbiamo ideato la campagna #donnetuttolanno.

 

Semplice: la Giornata internazionale della donna, che ricorre l'8 marzo di ogni anno, ci stava davvero troppo stretta. E sento di poterlo affermare a cuor leggero, senza ipocrisie e falsi buonismi, perché la nostra rivista si occupa di donne tutto l'anno. Davvero. Non come certi opuscoli da sala d'attesa di studio dentistico, che allo spuntare delle mimose si ricordano di quella figura di contorno al "maschio alfa".

 

Certo, su questa base avremmo anche potuto decidere di ignorare completamente la festa e quella sì che sarebbe stata una presa di posizione controcorrente! Ma, come dicevo, noi di MYGENERATIONWEB non siamo per gli estremismi. La nostra rivista non vuole togliere, ma aggiungere e per questo abbiamo dedicato una giornata alle donne (perché ci andava, perché è giusto, perché è bello), ma una giornata che non fosse l'8 marzo, perché questa storia della data predefinita ci sembra davvero banale, una scusa, un pretesto per ricordarsi dei problemi e delle disparità un solo giorno l'anno.

 

Anzi, dedicare quel singolo giorno alla donna, per noi equivale proprio a riconoscere la disparità: a qualcuno risulta, forse, una festa dell'uomo (sì, è vero, Save Indian Family, un'importante associazione per i diritti degli uomini in India, ha dato il via alla raccolta di adesioni, da parte di altri enti internazionali, ad una celebrazione simile, che dovrebbe avvenire il 19 novembre, ma non mi pare se ne parli molto in giro)?
E non venitemi a dire che i problemi ce li hanno solo le donne.

 

Di sicuro, il femminismo ha dovuto sudare un bel po' per far ottenere alle donne diritti che agli uomini erano stati concessi con secoli d'anticipo. Basti pensare al fatto che Eva fu creata dal Padreterno come evoluzione della costola di Adamo e non certo come essere umano indipendente. Per non parlare della sciagurata cacciata dal Paradiso. Insomma, i nostri complessi di inferiorità sono cominciati piuttosto presto. Ma i problemi ci sono e ci sono per tutti, come nel caso della violenza domestica, che spesso è degli uomini sulle donne, ma sarebbe medioevale negare che non si verifica anche il contrario.
Già.


Insomma, vorrei fosse chiaro il concetto di #donnetuttolanno: siamo donne, esseri umani, non alieni, non strani fenomeni da baraccone, non cuccioli abbandonati da proteggere. Siamo donne ogni singolo giorno dell'anno. E il non riconscerci dei diritti, usare violenza contro di noi, vuol dire vivere in un mondo di ignoranza e barbarie, ogni singolo giorno dell'anno.

 

Siamo donne, forti, deboli, simpatiche, antipatiche, sensibili, capaci, timide, intelligenti, non molto intelligenti, istruite, ignoranti, promettenti, impaurite, insicure, coraggiose, pazze, altezzose, modeste, buone, cattive, belle, brutte. Esattamente come gli uomini.

 

E l'8 marzo non deve servire a ricevere tanti complimenti e tanti fiori e addio. Non deve servire a sentirci tipe toste su Facebook, "Non sono un oggetto!", e poi ad usare il nostro corpo, piuttosto che la nostra intelligenza, per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissate (come scrive la nostra Maria Marobbio nel suo articolo, pubblicato oggi nella sezione "Al femminile" di www.mygenerationweb.it, dal titolo Donna oggetto? No grazie). Non deve servire ad inventare strane storie di incendi e massacri di operaie per suscitare pietà. Non deve servire a giustificare uscitone serali di gruppo per ballare ubriache sui tavoli (anche quello si può fare tutto l'anno).

 

L'8 marzo non è "festa", è memoria. Memoria di quello che tante donne hanno subito in passato e continuano a subire, non solo a causa di culture diverse dalla nostra, non solo in paesi lontani, non solo al telegiornale, ma anche sotto i nostri occhi, accanto a noi: una madre, una sorella, un'amica, una vicina di casa, una collega. Ricordiamo, ricordiamo tutto l'anno, non chiudiamo gli occhi. Noi di MYGENERATION ricordiamo oggi, 7 marzo 2015, perché vogliamo che il simbolo di una giornata qualunque, non stabilita a tavolino, non etichettata come "festa", ricordi a tutti di ricordare. Ogni singolo giorno dell'anno.

 

Ricordare che noi donne siamo umane, abbiamo una dignità e, nonostante questo, spesso siamo discriminate. Ma lottiamo. Tutto l'anno.

 

Siamo #donnetuttolanno.

 

o-DOMESTIC-VIOLENCE-BARBIE-facebook

11021266 10205108250819150 5328810512168527551 n

Una parte delle donne di MYGENERATIONWEB, #donnetuttolanno.

È in programma per Giovedì 17 Maggio alle ore 9.30 presso l'aula Arcoleo, nella sede centrale di Corso Umberto I della facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli studi Federico II, l’incontro dal titolo "Orientamento Post-Laurea: Giuristi e Futuro tra aspettative e prospettive."
L'associazione Gli Amici di Giurisprudenza, in collaborazione con la prof.ssa Giuliana Di Fiore, docente presso la Federico II, ha organizzato l’evento.

L'incontro ha come finalità l'orientamento degli studenti sugli sbocchi professionali dopo la laurea in giurisprudenza, attraverso la voce diretta di diversi professionisti.

L'incontro si articolerà in due fasi: a moderare il dibattito sarà Alessio Savarese, consigliere della Facoltà di Giurisprudenza. Dopo i saluti del prof. Lucio De Giovanni, preside della Facoltà di Giurisprudenza, vi sarà l’introduzione del prof. Settimio di Salvo, direttore della scuola di specializzazione per le professioni legali. Interverranno, rispettivamente, sul tema del notariato il dott. Paolo Guida,direttore scuola "Emanuele Casale", sul tema della magistratura ordinaria il dott. Francesco Cananzidella "Giunta Associazione Nazionale Magistrati", sul tema della magistratura amministrativa il dott. Paolo Corciuloconsigliere del T.A.R. di Napoli e la prof.ssa Giuliana Di Fiore.

Coffee break previsto per le ore 11.45, presso l'aula Fadda. La seconda fase della manifestazione è incentrata sul tema dell'avvocatura, sul quale interverranno l'avvocato giuslavorista Pasquale Mautone, l'avvocato di Stato Paolo Del Vecchio, l'avvocato civilista Pasquale Fuccio ed il penalista Catello Vitiello.

L'orario di conclusione dei lavori è previsto per le ore 13.30.
La partecipazione all'incontro è aperta a tutti gli studenti e rilascia un attestato che consentirà la visita guidata nei tribunali. Sarà così possibile assistere ai processi e recarsi presso gli altri luoghi, sedi delle professioni presenti (Scuola notarile, Scuola di Specializzazione delle professioni legali, T.A.R. ecc.).

Alessio Savarese, consigliere della Facoltà di Giurisprudenza, dichiara:
«E' un'iniziativa interessante, ma soprattutto proficua per gli studenti. La tavola rotonda sarà l'occasione giusta per dare delle risposte concrete a noi studenti, sul percorso che si prospetterà dopo la laurea, ma anche per chiarire gli aspetti della nuova riforma che consentirebbero la possibilità di anticipare il tirocinio per l'esame d'avvocatura durante gli studi universitari. Dunque invito gli studenti e tutti coloro che fossero interessati a partecipare all'evento, a cui verrà rilasciato un attestato che consentirà la visita guidata dei luoghi di concreto esercizio delle professioni legali».

Chi sono?

Marzo 21

Dario De Natale e Maria Maffei

 

Chi sono?

(Aldo Palazzeschi)

Chi sono?

 

Son forse un poeta?

No, certo.

Non scrive che una parola, ben strana,

la penna dell’anima mia:

<<follia>>.

Son dunque un pittore?

Neanche.

Non ha che un colore

la tavolozza dell’anima mia:

<<malinconia>>.

Un musico, allora?

Nemmeno.

Non c’è che una nota

nella tastiera dell’anima mia:

<<nostalgia>>.

Son dunque... che cosa?

Io metto una lente

davanti al mio cuore

per farlo vedere alla gente.

Chi sono?

Il saltimbanco dell’anima mia.

Son forse dell’ETA?

Son certo!

Nocive come tagliola che sbrana

e spenna la democrazia.

Parìa!

Son dunque accattone?

Son bianche?

Lo spero di cuore.

Dalla tinozza di malinconia

-a bagnomaria-

un tossico affiora.

Rumeno.

Non è un compatriota:

vada in galera nella Romania!

Polizia!

Ovunque… A iosa!

Io netto l’ambiente

con lo sgrassatore

col visto del mio Presidente.

Chi sono?

Sono un campione di xenofobia.

 

Ci sono volte che bisognerebbe dire un “grazie” enorme come una casa perché qualcuno trova due biglietti per il concerto di Ivano Fossati, il 6 Febbraio al Teatro San Carlo di Napoli, a 5 giorni dalla data fatidica (un miracolo, sicuro!). Poltrona, nona fila. Da quella postazione lo vedi, Fossati; ti è davanti, vedi bene tutto, stai comoda e ti emozioni in santa pace.

C’è da dire che questa stessa persona, poco tempo prima, aveva comprato i due biglietti per sé e il suo amore ma tu gli avevi chiesto di rivenderteli perché al suo amore piace abbastanza ma a lui, alla persona, non tanto e perché tu (io) ci volevi proprio stare, lì, ieri sera. La persona non ti rivende i biglietti ma ti trasporta col suo amore (sei una disturbatrice e ne sei consapevole) in auto, a Napoli, perché ha fede che troverete il terzo biglietto (ma se è da un mese e più che è tutto esaurito!). In caso contrario, ti dice, cederà a te il suo posto e aspetterà fuori, passeggiando, la fine del concerto. Il terzo biglietto, invece, lo trovate! Un gentile signore rivende quello della moglie influenzata: è il posto num. 3, in uno dei palchetti laterali del secondo ordine. Non ci puoi credere perché cominciavi davvero a sentirti male per i sensi di colpa. Paghi.

Ora, la persona che già ha fatto molto ti dice: “No, stai col mio amore giù, in poltrona, perché a te piace tanto (almeno più di me) e così te lo godi meglio”.

Non è la favola di Cenerentola, è tutto vero.

Il concerto dura tre ore, dalle ventuno circa a mezzanotte e Ivano Fossati pare proprio non voler lasciare il palco napoletano volutamente alleggerito nelle scenografie poiché la bellezza del luogo basta e risplende da sé (ipse dixit). C’è solo un fondale, che poi è lo scorcio pubblicato sulla copertina del suo ultimo album “Decadancing”, e luci molto sobrie.

L’artista genovese canta e suona con chitarra, flauto, armonica a bocca, pianoforte e bacchette sulle corde del pianoforte (sic!) brani dal ’79 agli anni novanta (La costruzione di un amore, E di nuovo cambio casa, Di tanto amore,La crisi, La musica che gira intorno, Viaggiatori d’occidente, Ventilazione, Una notte in Italia, Chi guarda Genova, La pianta del tè, Lindbergh, Il disertore, Mio fratello che guardi il mondo, Carte da decifrare, Stella benigna, L’orologio americano),i più recenti degli anni duemila tratti dai dischi “Lampo viaggiatore” e “L’arcangelo” (L’amore fa, Ho sognato una strada, Cara democrazia, L’amore trasparente, C’è tempo,Il bacio sulla bocca) e, ovviamente, i recentissimi dal nuovo disco“Decadancing”“Decadancing”, 2011 (La decadenza, Quello che manca al mondo, Settembre, Tutto questo futuro). Più i bei Treni a vaporecon una storia su quanto certe piccole parole - come certa letteratura o del buon cinema - ci rimangano dentro o smuovano qualcosa di positivo. E quando tutto ciò succede è contento chi ne ha scritto com’è contento chi ne ha letto (in questo caso, chi ha ascoltato).

Con lui, sul palco: Andrea Fontana (batteria e percussioni), Pietro Cantarelli (produzione artistica e arrangiamenti, pianoforte, tastiere, hammond, chitarre elettriche, fisarmonica e voce), Riccardo Galardini (chitarre acustiche, nylon, elettriche, mandola), Fabrizio Barale (chitarre elettriche e acustiche, voce), Max Gelsi (basso elettrico e acustico), Martina Marchiori (violoncello, fisarmonica, organetto, tastiere).

Fossati parla, anche. Poco, con grazia e con misura. All’inizio dello spettacolo si sente la sua voce fuoricampo leggere un brano ispirato a Marco Polo e Il Milione (un modo per rendere plastico il suo, di viaggio? Un modo per dire: ho girato tanto, vi faccio un resoconto e il peregrinare finisce qui?). Dopo però parla dello spread, fa domande ai musicisti (che, semplificando, diventano: a sinistra rockettari, a destra musicisti classici), omaggia Napoli infilando una marionetta di Pulcinella sulla lampada che illumina il pianoforte; dice della speranza, dice di non invocarla solo nelle grandi occasioni ma sempre, per ogni cosa, ad ogni età. Ma racconta anche di come si sentisse, a venticinque anni, quando diventò l’autore un po’ ombroso de La costruzione di un amoree che se avesse scritto lo stesso testo, oggi, sarebbe stato un disadattato (risate dal pubblico). E dice, invece, che l’amore maturo è quello de Il bacio sulla bocca, è l’amore degli adulti, quello che mette in conto non certo il non rivedersi e incrociarsi mai più (come il “crollare addosso”, la fine assoluta della costruzione di un amore…) ma di rincontrarsi e seppure questo dovesse comportare un piccolo dolore, sarebbe una pena minuscola che “ci può stare”, perché l’adulto che ha già amato più volte ha conosciuto tanto, ha imparato quasi tutto.

Ancora qualche brano che rilegge l’avventura di Polo, stavolta dalla voce di un’attrice.

Per tre volte Fossati saluta, lascia il palco senza dire niente. E con lui anche i musicisti. Silenzio dal palco, standing ovation dalle poltrone e dai palchetti, su, fin su. Ritorna per altrettante volte. Qualcuno urla: “non ci lasciare, ripensaci”, qualcun altro: “Ivano, sei un babà”. Lui si emoziona, si porta la mano al petto. Ringrazia “per tutti questi anni di affetto”. Suona il suo flauto(un assolo di oltre quarant’anni fa, quando suonava nei Delirium) come se stesse tra amici: musicisti seduti attorno, il pubblico in piedi, accanto al palco. Fa uno dei suoi sorrisi caldi, si inchina. Va per davvero, stavolta.

È mezzanotte, si torna a casa. Tu (io) ringrazi ancora la persona che ti ha ceduto la sua poltrona. Lei risponde: “ma non dirlo nemmeno”. Non sei Cenerentola, nossignore. Si esce dal teatro, fa molto freddo, nevica un po’. A voi tre – tu, la persona che ha permesso tu potessi raccontarne e il suo amore - non importa poi tanto.

 

Anna Ruotolo

Prima di tutto, due giorni fa intorno alle 23:00 i minori e poi i maggiori blog italiani di poesia ne davano notizia prima che ne scrivessero le testate nazionali: la poetessa polacca W. Szymborska ci ha lasciati. Blog piccoli e medi, per quel momento: tanto sono accesi e acuti i radar di chi la poesia, nel suo spazio piccolo o medio (non stiamo parlando del grande, no) la fa ma, soprattutto, la legge, seguendone le sorti e i movimenti. E questo sarebbe piaciuto, forse, alla Szymborska che sulla questione piccolo-medio-grande avrebbe risposto: ho letto con interesse “senza preoccuparmi in anticipo / se sia poesia / e quale poesia”. Dunque qui noi già avremmo potuto ringraziarla e sentirci più sollevati, adatti e meno impacciati.

In secondo luogo, davvero poca roba potrei aggiungere a tutte le cose già scritte, dette, quotate, ritwittate e condivise in facebook, tratte da Wikipedia o tirate fuori da cassetti, librerie, file word e cartelle di pc. Sono tutte vere (almeno nessuno, finora, è venuto a sconfessarle con teorie o notizie più convincenti) anche se, a volte, lacunose. Ad ogni modo, chi volesse farsi un’idea generale e abbastanza certa sulla poetessa polacca potrà, a questo punto, trovare moltissimo materiale nel web, persino appassionati necrologi e frasi di affetto così commoventi da far riflettere su quanto un estraneo che faccia poesia possa diventarti così familiare e così amato. La Szymborska, al riguardo, risponderebbe che forse non è amore e che noi crediamo di doverle delle cose, delle parole e dei pensieri perché, in fondo, non è che l’amassimo come si ama una persona reale che ci vive accanto o che possiamo vedere, conoscere per davvero e frequentare. Probabilmente direbbe che con lei - leggendola insomma - “i viaggi […] vanno sempre bene, / i concerti sono ascoltati fino in fondo, / le cattedrali visitate, / i paesaggi nitidi”. Quindi sentiamo di doverle qualcosa perché non l’amiamo veramente, altrimenti ci comporteremmo in modo diverso. E chi può obiettare! Molti di noi nemmeno la conoscevano dal vivo, non l’avevano mai vista o ascoltata, mai l’avevano incrociata in reading, festival e cose del genere.

Però, per onestà, devo poter scrivere di quando ho lasciato il mio “adelphone” (Wisława Szymborska, La gioia di scrivere – Tutte le poesie [1945 – 2009], Adelphi 2009, ndr) in giro per casa e la mia famiglia, che notoriamente legge altro e non fa che ricordarmi di quanto la poesia non porti il pane in tavola, ha cominciato a sfogliare e leggere con interesse; qualcuno ha addirittura tenuto per molto tempo il “mio” libro sul suo comodino, nonostante ne reclamassi la piena e sacrosanta proprietà. Ma va bene, perché al riguardo la Szymborska avrebbe detto: “Poteva accadere. / Doveva accadere. / È accaduto prima. Dopo. / Più vicino. Più lontano. / È accaduto non a te”. E anche qui non le si sarebbe potuto obiettare alcunché perché se la poesia sfonda una finestra, una porta o un muro (che non siano i soliti malfermi finestre, porte e muri di cartone di chi si riconosce appassionato del genere) sarà stato un piccolo miracolo il quale, prima o poi, è augurabile accada.

Oppure dovrò raccontare di quel pomeriggio a parlare di poesia in una scuola di Benevento. Mi dicevano che la canzone funziona di più, che non c’è motivo di mettersi a leggere una poesia se la canzone ti stuzzica cuore, mente e orecchie. Allora ho preso il solito “adelphone” e ho letto “Amore a prima vista”, la poesia su due che si innamorano all’istante e non sanno di essere il risultato di una somma di tanti piccoli eventi. Arrivata ai versi: “Vi furono segni, segnali, / che importa se indecifrabili” ho chiesto di ricordarsi di due interpreti bellocci, vincitori del Festival di Sanremo di qualche anno fa con una canzone che si intitola “Colpo di fulmine” (e che perde, certo, nel confronto con l’originale che ha “ispirato”) e ho chiesto se sapessero chi fosse l’autore della suddetta canzone. È la Nannini, lo sapevano. Ma non sapevano, però, che la canzone vincitrice canticchiata da tutti fosse la riscrittura di una poesia che vince cento a zero con la rielaborazione canora. A ben vedere non lo sapevo neanche io prima di imbattermi, qualche anno più tardi, nella poesia. Nessuno, praticamente, aveva citato l’illustre precedente. Ma Wisława Szymborska forse avrebbe detto: è bene “conoscere altri mondi, / non fosse che per un confronto”, mentre io – prendendo a prestito – avrei probabilmente sbottato: “Non riesco a ricordare / dove, quando e perché / ho permesso che aprissero / questo conto a mio nome”.

In ultimo, sarebbe opportuno raccontare di quando è uscito, poche settimane fa in edicola, come supplemento a un quotidiano, un volume con le sue poesie a prezzo incoraggiante. Ho mandato un po’ di messaggini agli amici, non tanto perché mi interessasse appoggiare l’iniziativa commerciale, quanto perché erano le poesie della Szymborska! E le sue scritture - lo ripeto sempre – devono per forza piacere anche a chi la poesia l’ha sempre bellamente ignorata. Una sfida che la signora W.S., almeno con le mie conoscenze, ha sempre stravinto. In poco tempo l’amico al quale avevo detto della cosa ha acquistato il libro, ha letto ad un suo amico una poesia e questo ne ha parlato con un’amica in comune che ha riferito alla sorella che ha riportato alla sua amica... Qualche giorno dopo qualche persona in più si trovava d’accordo sul fatto che la Szymborska fosse “figa”.

Lei - forse divertita, forse compiaciuta, forse soddisfatta - avrebbe detto: “A che serve qui chiedersi / sotto quante stelle nasce l’uomo / e sotto quante dopo un attimo muore”.
Appunto, risponderei, a che serve? Lei, signora Szymborska, l’ha spiegato per bene. Non devo aggiungere niente, alla questione. Lei ha scritto: “Non c’è vita / che almeno per un attimo /non sia immortale”. È quello che vorremmo dirle, confermarle. Perché ne parleremo ancora, di lei. Ne parleranno ancora, dopo di noi. Non sappiamo per quanto, ma è sempre lei che ci ha detto della gioia di scrivere.

In effetti la vendetta – dolce, direi – di quella mano mortale, il potere di perpetuare, paiono, ad oggi, almeno con lei, funzionare.

Anna Ruotolo

 

nota: i versi di W. Szymborska citati sono tratti da “La gioia di scrivere – Tutte le poesie (1945 – 2009)” (Gli Adelphi, 2009)

Pagina 1 di 2

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.