"Dallas Buyers Club" e "A proposito di Davis": piccola grande Hollywood

Mercoledì, 19 Febbraio 2014 21:38
  

C’è chi recentemente ha dichiarato la morte del cinema a causa della narcotizzazione dell’inventiva causata dall’overdose di supereroi fumettistici; per fortuna, c’è già chi in passato ha decretato perfino la “fine della storia” e ciò non è avvenuto, ergo si può tranquillamente pensare che il cinema possa vivere più che sopravvivere, e fin quando da Hollywood usciranno film come “Dallas Buyers Club” o “A proposito di Davis” (“Inside Llewyn Davis”) tale convinzione è fondata.

Due pellicole apparentemente diverse: da un lato la regia di un semi-esordiente come Jean-Marc Vallée, dall’altro i fratelli Coen, ovvero due monumenti viventi; eppure, due pellicole con forti analogie, entrambe focalizzate su due magnifici “loser”, perdenti nei confronti della vita, tuttavia vincenti agli occhi di ogni spettatore per la loro capacità di combattere, reinventarsi, adattarsi al mutevole capriccio del Fato. Soprattutto, due protagonisti ispirati, tramite opportuno romanzamento, a personaggi realmente esistiti.

“Dallas Buyers Club” è la storia di Ron Woodroof (Matthew McConaughey), un texano dagli occhi di ghiaccio, tutto sesso, droga e rodei, che nel 1987 scopre di avere l’AIDS; si trova all’improvviso ad affrontare insieme le terribili manifestazioni della malattia, i pregiudizi di natura sociale e sessuale a questa legati, le difficoltà opposte dal sistema sanitario e dalla case farmaceutiche all’accesso universale alle prime cure.2631453-a proposito di davis

“A proposito di Davis” è invece la storia di un cantante folk, Llewyn Davis (Oscar Isaac), che orbita attorno al Greenwich Village newyorchese e tenta la scalata al successo in un gelido inverno del 1961; nella sua piccola odissea incontrerà una galleria di personaggi molto coeniana, ma sfiorerà solo il desiderato plauso del grande pubblico, perdendo così l’appuntamento con la Storia a cui invece non mancherà un certo Bob Dylan, che si intravede nel finale.

La pellicola di Vallée pecca spesso di ingenuità: per essere troppo politically correct finisce con l’essere troppo faziosa, poco equilibrata nel giudizio su case farmaceutiche, diritto alla cura, sperimentazioni e terapie alternative; tuttavia questi difetti di “storicizzazione”, da un punto di vista puramente cinematografico, scoloriscono dinanzi alla monumentale interpretazione di McConaughey, e a seguire a quella di Jared Leto, entrambi opportunamente trasformati nel fisico, come si conviene ad Hollywood per vincere l’Oscar.

Il film dei Coen è un meccanismo quasi diabolico nella sua piccola perfezione: cura dei dettagli, ricostruzione elegante di un periodo che era anche un mood, fotografia intonata al pessimismo della vicenda, colonna sonora che è un viaggio nell’anima folk americana, snodi narrativi costruiti attorno tanto a cose importanti quanto a facezie come scambi tra felini.

Il cinema non è morto, e se anche fosse moribondo non saranno i supereroi a salvarlo: saranno film come quelli che Hollywood sa, per fortuna, ancora produrre.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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