"Il capitale umano": non più commedia, ma tragedia all'italiana

Domenica, 12 Gennaio 2014 18:43
  

Le proteste sollevate da alcuni sedicenti rappresentanti del comunità brianzola contro “Il capitale umano” di Paolo Virzì farebbe quasi pensare che il regista toscano sia stato particolarmente sagace nello scegliere tale zona per la trasposizione italiana del romanzo di Stephen Amidon, ambientato in Connecticut, “Human Capital”. Tuttavia sarebbe un peccato svilire il film di Virzì, infilandolo nel tunnel polemico aperto da persone con evidente coda di paglia. Si deve invece elogiare un lavoro che, pur non esente da imperfezioni, lascia il segno.

Si sa che il miglior ingrediente per una commedia di livello, che sappia graffiare, è la perfidia: in “Tutta la vita davanti” Virzì, capace allora di regalare alla Ferilli il miglior ruolo della sua carriera, già ne fece uso massiccio, ma qui ha “esagerato” virando decisamente nel dramma, seppur alleggerito da squarci di grottesco e riso amaro, incarnati di volta in volta da qualche personaggio in particolare o da qualche situazione in generale.

La vicenda inizia con un incidente stradale: chi ha investito in un fredda notte invernale uno sfortunato ciclista? Il colpevole chiaramente si annida nelle pieghe di due famiglie intrecciate: da un lato ci sono Dino Ossola (Bentivoglio), con la figlia Serena (Gioli) e la compagna incinta Roberta (Golino), dall’altro Carlo Bernaschi (Gifuni) con la moglie Carla (Bruni Tedeschi) e il figlio Massimiliano (Pinelli). I due giovani sono fidanzati, e ciò permette all’immobiliarista Dino di convincere il ricco finanziere Carlo ad ammetterlo in un fondo ad alto rischio, per il quale si indebita pesantemente con la banca.

Con tecnica non certo nuova ma raffinata, Virzì racconta la storia secondo i punti di visti di tre personaggi, a cui sono intitolati altrettanti capitoli – che preludono al quarto, quello conclusivo – in cui è diviso il film. Ogni volta si ricomincia dunque daccapo: per accumulo si scoprono dettagli e fatti che, tra piccoli e grandi colpi di scena, portano alla verità.

Non ci sono ambiguità né zone grigie: d’altronde l’incidente in sé è solo un pretesto, l’esca per far abboccare l’Italia cattiva di spietati squali della finanza, di borghesi piccoli piccoli capaci di azioni poco meno che abiette, di donne tanto ricche quanto frustrate dalla vacuità della propria posizione. Buona la performance del cast, con particolare menzione per gli esordienti Gioli e Pinelli; un appunto forse va a Bentivoglio, talora a rischio caricatura, e alla Bruni Tedeschi, malgré soi condannata dai registi ad interpretare sempre lo stesso tipo.

La vicenda narrata rispecchia ovviamente solo una fetta della società, ma quando la scritta d’epilogo svela il significato dell’espressione “capitale umano” si capisce che il film parla dei tempi d’oggi, in Italia e non solo. Virzì, bravo in passato a ritagliarsi il suo spazio nella commedia scansando le formule stantie tipiche dei cinepanettoni oppure dei one-man-show di divi del piccolo schermo, ha fatto il salto di qualità, a tinte fosche, se non nere.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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