"Lei": originale racconto dell'amore 3.0

Giovedì, 20 Marzo 2014 18:58
  

Nella notte degli Oscar un film apparentemente piccolo ha fatto sommessamente capolino, aggiudicandosi con merito una statuetta prestigiosa, quella per la miglior sceneggiatura originale: l’opera in questione è “Lei” (“Her”), scritta e diretta dal regista di culto Spike Jonze.

In una Los Angeles di un futuro non troppo lontano, Theodore Twombly (Joaquin Phoenix) è uno scrittore di lettere sentimentali: presta la sua bravura con le parole a chi vuole scrivere un pensiero d’amore o d’amicizia ad una persona cara. La sua sensibilità non ha però uno sfogo nella vita privata, dove c’è un vuoto enorme lasciato dalla moglie Catherine (Rooney Mara), con cui è prossimo al divorzio: questo vuoto viene imprevedibilmente colmato da un sistema operativo, “OS 1”, a cui dà una voce femminile e che si auto-ribattezza Samantha. Lo strano rapporto uomo-software prenderà pieghe inaspettate, costituendo un viaggio davvero vertiginoso nell’animo del protagonista, fino ad un epilogo delicatamente e dolcemente triste, ma non privo di speranza.

Jonze lavora per sottrazione immaginando, per esempio, un futuro dove il vestiario è privo di accessori – mancano cinture, cravatte – tuttavia l’assenza maggiore è quella della corporeità della protagonista: Samantha è solo una voce (Scarlett Johannson in originale), priva perfino di una qualsivoglia rappresentazione per immagini, eppure la sua interazione con Theodore riempie il film completamente, senza lasciare vuoti, se non uno schermo nero a coprire, in modo pudico e comico, uno degli amplessi più anomali della storia del cinema.

“Lei” è un film pieno di intuizioni geniali: una Los Angeles ibridata con Shangai – le riprese sono state effettuate in entrambe le città – a creare quell’effetto di commistione multietnica tipica dello sci-fi; il racconto della solitudine e dei sentimenti nell’epoca della tecnologia 2.0, se non oltre, declinato in maniera originale; spunti di riflessione mai banali su concetti quali coscienza e conoscenza, mente e materia.

Nel 1968 Philip K. Dick si domandava se gli androidi sognassero pecore elettriche; quasi cinquant’anni più tardi Spike Jonze fa un passo avanti, e parla di intelligenze artificiali che prendono così rapidamente consapevolezza di sé, delle proprie capacità e infinite potenzialità da desiderare di andare “in space we’re here a million miles away”, come recita la deliziosa “The Moon Song” di Karen O, che, cantata da Scarlett Johansson – e qui si “sente” la differenza con la doppiatrice Micaela Ramazzotti – e da Joaquin Phoenix, crea un momento di rara bellezza e commozione.

Grande performance del cast, includente anche Amy Adams, come il solito impeccabile, nei panni della migliore amica di Theodore; riuscitissima colonna sonora, il cui score originale è stato curato nientemeno che da Will Butler degli “Arcade Fire”; fotografia e scenografia avvolgenti e affascinanti: difficile trovare una vera grande pecca ad un film che alterna abilmente vari registri, quali il comico, il drammatico, il melò e la fantascienza, e che pone sottili interrogativi sulla natura umana e delle intelligenze artificiali – tra differenze a analogie, entrambe inquietanti – nonché una dirompente domanda cinematografica: si può premiare una voce? Il Festival Internazionale del Film di Roma, intelligentemente, ha risposto in modo positivo, conferendo alla Johansson il riconoscimento della migliore interpretazione femminile.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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