Per salvarsi dal diluvio di "Noah" l'ideale è il "Grand Budapest Hotel"

Giovedì, 17 Aprile 2014 17:25
  

In principio era la Bibbia, nella fattispecie i capitoli della Genesi che vanno da sei a nove: il racconto, con la tipica solennità veterotestamentaria, accompagnata da una notevole capacità di sintesi, del diluvio universale che sommerse un mondo popolato da un’umanità corrotta, la cui palingenesi è affidata a Noè e alla sua progenie.

Darren Aronofsky ha deciso di misurarsi con l’argomento biblico, che ai tempi d’oro di Hollywood attirò veri e propri giganti come Cecil B. De Mille, con un approccio temerario: non magari un’elegante rilettura di un episodio, quello del diluvio, condiviso con tante altre religioni e culture, bensì un impasto con ingredienti alquanto vari, dai disaster movie à la Emmerich o à la Bay, passando per una spruzzata de “Il Signore degli Anelli”, fino ad Aronofsky stesso, specie nella sua variante ultra-kitsch, spiccatamente new-age e misticheggiante.

Il risultato? “Noah” è un pasticcio decisamente apocalittico, dove il protagonista (Russell Crowe) diventa insensatamente un eroe proto-animalista, sprezzante dell’umanità e tutto dedito alla sola salvezza delle varie bestiole portate sull’arca: ma Aronofsky, che si è tanto auto-lodato per aver descritto l’episodio della famosa “ebbrezza di Noè”, ha letto di quando il patriarca, al termine del diluvio, fa “olocausti”, ovvero sacrifici, al Signore di alcune delle sue bestie – dato che degli animali puri ne aveva in abbondanza, avendogli Dio ordinato di portarne sette coppie? Il meglio del peggio sono i cosiddetti “Guardiani”, angeli caduti, con sembianze a metà tra “Transformers” e gli “Ent”, i giganteschi alberi umanizzati immaginati da Tolkien.

Per salvarsi dal diluvio, quindi, più che l’arca di Noè nella versione di Aronofsky il rifugio ideale è il “Grand Budapest Hotel” (“The Grand Budapest Hotel”) creato da Wes Anderson, che il regista texano ha effettivamente concepito come oasi protetta, ultimo baluardo nei confronti della barbarie, del cattivo gusto, e di tutto ciò che di brutto porta la modernità, in omaggio allo scrittore austriaco Stefan Zweig, cantore appunto di quel mondo mitteleuropeo il cui magico equilibrio e il cui asburgico splendore furono spazzati via dalle due guerre mondiali.

Nell’immaginaria repubblica di Zubrowka, l’hotel del titolo spicca per lusso ed eleganza: la mente di tale raffinata struttura è l’impeccabile concierge Gustave (Ralph Fiennes); questi, tuttavia, suo malgrado si troverà incastrato in un vero e proprio intrigo, mentre la vecchia società a lui cara va in pezzi sotto il tallone di una forza che è parodia del nazismo, ma ad aiutarlo c’è il garzoncello immigrato Zero Moustafa (Tony Revolori), che da adulto (F. Murray Abraham) racconta in forma di flashback tutta la storia ad uno scrittore interessato (Jude Law).

C’è mezza Hollywood nella pellicola: impossibile elencare tutti gli attori che hanno partecipato all’ennesima chicca della filmografia di Anderson, sempre colto e raffinato, purtuttavia mai pesante. Ogni inquadratura trabocca della sua “weirdness”: movimenti rigorosamente geometrici della mdp, profusione di colori, conversazioni all’insegna dell’eloquio forbito. Impeccabile l’apporto per la colonna sonora di Alexandre Desplat, e per i costumi di Milena Canonero, un nome – italiano – una sicurezza, dai tempi di Kubrick. Diceva Zweig: “inerme e impotente, dovetti essere testimone della inconcepibile ricaduta dell'umanità in una barbarie che si riteneva da tempo obliata e che risorgeva invece col suo potente e programmatico dogma dell'anti-umanità”. Similmente, Wes Anderson è testimone della decadenza del tempo attuale, e il suo antidoto all’anti-umanità è il suo anti-naturalismo, la sua meravigliosa e fiabesca capacità di catapultare lo spettatore in un mondo smaccatamente finto ma con emozioni decisamente autentiche e reali.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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