"The Wolf of Wall Street": fuori capolavoro, dentro cinema onanistico

Giovedì, 30 Gennaio 2014 21:59
  

“The Wolf of Wall Street” è un film che nasce con coordinate ben precise: la biografia del broker truffaldino Jordan Belfort; il cinema dell’ultimo di ventennio di Scorsese, cioè “Quei bravi ragazzi”, “Casinò” e il rapporto preferenziale col suo attore feticcio DiCaprio; il grande carisma di quest’ultimo, mattatore davanti alla cinepresa e produttore dietro le quinte.

In ben tre ore, per fortuna scorrevoli, sono condensate le vicende romanzesche eppure non romanzate di questo squalo della finanza che, respinto da Wall Street al suo esordio il 19 ottobre 1987, lunedì nero che rappresentò la peggior crisi dal 1929, si rifece rapidamente con gli interessi da vero self-made man all’americana: la sua vertiginosa ascesa sociale ebbe però tutto fuorché i crismi della legalità, e l’FBI implacabilmente gli diede la caccia.

La storia non ha colpi di scena: è tutto notorio; per dirla con le altisonanti parole dello stesso DiCaprio è “l’epitome dell’avidità dell’America”. Al centro il Dio Denaro, la droga principale, la dipendenza dal quale fa scolorire quella legata a sesso, sostanze d’abuso varie, lusso sfrenato. L’accumulare soldi su soldi gabbando clienti, in uno stato d’eccitazione costante in un ambiente urlante e ultra-competitivo, con l’abbondante uso di propellenti farmacologici, diventa l’essenza stessa della vita per Belfort e i suoi accoliti.

Il film è sicuramente un kolossal moderno: Scorsese non ha per nulla perso la sua notevole mano, tra accelerazioni e decelerazioni di ritmo, dolly spericolati in orge finanziarie e sessuali, maniacale cura dei dettagli, provocazioni quali la ripetuta rottura della quarta parete; DiCaprio è monumentale e ottimo è il supporto del resto del cast, a partire dall’impagabile Jonah Hill; numerosi sono gli effetti così speciali da essere invisibili, com’è giusto che sia; la colonna sonora all’insegna del rock e del vintage è indovinatissima.

Dov’è l’errore, o, meglio, il difetto che impedisce alla pellicola di fare veramente la Storia? È nell’incapacità, da parte di Scorsese e dell’apprezzato sceneggiatore Terence Winter, di trovare una sintesi: vero è che non è un film con intento moralistico; vero è che si rifugge da ogni spiegazione tecnicistica, in stile Oliver Stone alle prese col pur citato Gordon Gekko; tuttavia, in quasi centottanta minuti, di cui un buon terzo finale esclusivamente dedicati all’irreversibile crisi personale del protagonista, non si poteva trovare un modo quantomeno per chiarire meglio, tramite l’esempio negativo di Belfort, il grande dramma dell’economia mondiale, ovvero la sua finanziarizzazione gestita da persone incapaci, se non fuori di testa?

In questo senso il film diventa ambiguo e sfuggente: d’altronde, la stessa Wall Street non è che uno specchietto per le allodole, l’iniziale paradiso perduto da cui il protagonista cade per non rientrarvi concretamente mai più, eterno parvenu alle porte del vero empireo nonostante il fiume di soldi fatto altrimenti. “The Wolf of Wall Street” ha i contorni del capolavoro, ma nel profondo è cinema onanistico, puro autocompiacimento nell’esibizione di grandi performance che divertono, intrattengono, senza tuttavia rapire menti e cuori.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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