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"World War Z": una catastrofe di film

Giovedì, 11 Luglio 2013 23:00
"World War Z": una catastrofe di film
  

“World War Z” di Marc Foster è stato innanzitutto un’odissea produttiva prima ancora che un film del genere apocalittico: da quando la casa produttrice di Brad Pitt ha soffiato i diritti dell’omonimo libro di Max Brooks, figlio del grande Mel, alla casa di DiCaprio, è nato un percorso estremamente difficoltoso, fatto di riscritture di sceneggiatura, reshoot, rinvii dell’uscita e quant’altro. Risultato? Un lavoro ricco nell’impianto, molto povero nella resa effettiva, che tradisce sia la forma che la sostanza del romanzo di partenza, probabilmente più adatto, per la sua struttura, ad una conversione su grande schermo in stile mockumentary.

Max Brooks infatti, fortemente appassionato all’argomento zombie, ebbe la geniale ideale di raccontare un’ipotetica guerra mondiale, scatenata da una pandemia virale che trasforma gli umani appunto in zombie, attraverso le testimonianze di ipotetici sopravvissuti ai quattro angoli del globo, raccolte da un funzionario dell’ONU. Tre i santi protettori e ispiratori di Brooks Jr.: George A. Romero, il padre di tutti i non-morti cinematografici, Studs Terkel, autore di una famosa storia – meritevole di Pulitzer – sulla seconda guerra mondiale basata proprio sui racconti di testimoni oculari, e il generale britannico John Hackett, che scrisse una delle più famose ucronie su una potenziale terza guerra mondiale. Ne uscì fuori, nel 2007, un romanzo avvincente, polifonico, intriso di una latente vena satirica, eppure capace di notevoli digressioni in campo scientifico, militare, politico, sociale: quando, insomma, la fantascienza, declinata nella fattispecie in versione horror, è adulta e funge da strumento di riflessione e analisi.

Marc Foster, come prima di lui Francis Lawrence con “Io sono leggenda”, travisa completamente lo spirito dell’opera originale e crea un survival-horror senza nerbo né particolare pathos: tutto già visto, nessun colpo ad effetto. Il funzionario ONU diventa una sorta di super-agente, tal Gerry Lane (Brad Pitt), incarnazione perfetta dell’american way of life: è il buon padre di famiglia che per salvare moglie e figlie deve salvare il mondo, partendo, dopo essere scampato a Philadelphia e a Newark ai primi attacchi zombie, dalla Corea del Sud, passando per Gerusalemme, e finendo in centro biomedico in Galles, dove fa capolino l’italiano Favino. Lane, che ha il compito di scoprire l’origine dell’infezione, troverà direttamente la soluzione al problema – o quasi, perché il finale, debitamente riscritto, lascia aperta la porta ai sequel del caso. Lo script usa e getta senza ritegno tutti i personaggi secondari, meno la soldatessa israeliana Segen (Daniella Kertesz), tra le poche note positive della pellicola, assieme alla colonna sonora firmata dall’italo-americano Marco Beltrami e arricchita da qualche pezzo dei Muse preso dal loro ultimo album “The 2nd Law”, che, a detta della stessa band, includerebbe tra le fonti di ispirazione proprio il libro di Brooks: magiche coincidenze.

I vari rimaneggiamenti di sceneggiatura, a cui hanno messo pesantemente ma infruttuosamente mano perfino Drew Goddard e Damon Lindelof, tra i padri di “Lost”, sono evidenti: la storia è un mélange di segmenti slegati; la parte migliore è l’ultima in Galles, che però non costituisce alcuna novità rispetto ad un Resident Evil qualunque. Tutte le sfumature e le finezze narrative del romanzo sono perdute: la pandemia non nasce in Cina, come le vere ondate influenzali peraltro, per non irritare la nuova grande platea di spettatori per Hollywood; gli zombie sono veloci e infettano subitaneamente, a differenza di quelli pensati da Brooks; il carattere “planetario” del racconto scompare, diluito nell’eroismo americano-centrico.

Al di là delle mille differenze con il romanzo, il film di Foster è semplicemente sbagliato, spesso anche noioso. Pitt è un protagonista forte e credibile, ma da solo non basta per raccontare una possibile fine del mondo.

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Alberto E. Maraolo

Laureato in "Medicina e Chirurgia" presso la "Federico II" nel 2010, attualmente lavora come medico specializzando in Malattie Infettive presso lo stesso Ateneo. 
Cinefilo onnivoro, sogna giornate di 48 ore per dedicare il tempo necessario ai tanti altri (troppi?) interessi: musica (rock e colonne sonore), sport nazional-popolari (calcio, ciclismo e motori) e non (basket USA), letteratura, storia, filosofia, fisica e logica for dummies.

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