Dal Mondo

Dal Mondo (35)

Quasi ogni giorno c'è, da qualche parte, qualcosa da festeggiare o da commemorare: tutti conoscono la festa di San Patrizio, l'Oktoberfest o il Mardi Gras, ma aldilà di questi grandi appuntamenti esiste tutto un sottobosco di tradizioni e manifestazioni che, nel bene o nel male, sono uniche e speciali. Scopo di questa rubrica è quello di scoprirle - anche grazie alla collaborazione di chi legge - per meglio comprendere il mondo che ci circonda.

Forte dei miei 30 anni, entro di diritto nella generazione Erasmus. Noi la guerra non la conoscevamo, così come il concetto di confini. Venerdì sera ho scoperto in diretta del colpo di stato in Turchia e il mio primo pensiero è andato agli amici che vivono lì. Ho contattato uno di loro, Facebook è stato il mezzo, l’inglese la lingua e le prime parole: – Come stai? -.

La risposta è arrivata un po’ in ritardo: -Sto bene, è stata una brutta nottata. –

La mia curiosità ha preso il sopravvento - Vuoi raccontarmi cosa è successo dal tuo punto di vista? - e la risposta affermativa non si è fatta attendere. Ho preparato delle domande, è stato strano, lo ammetto, come si intervista un amico? La persona che ti ha cantato 'buon compleanno' in turco quando spegnevi 23 candeline.

- Ho paura - mi dice - ma non voglio che questa prenda il controllo della mia vita. Che dicono in Italia? Cosa si percepisce da voi? -.

- Qui si parla di un colpo di stato fasullo, atto a rafforzare Erdogan.- rispondo.

- Non so se sia finto o meno. Quello che so è che non capisco cosa stia succedendo né cosa accadrà. Ci sono stati centinaia di morti e migliaia di arresti e qui c'è gente che è scesa in strada e ha festeggiato dopo questa terribile nottata. Capisci, Emma, hanno festeggiato!-

- Tu dov'eri? – chiedo.

- A casa, da solo, seguivo tutto in TV. - mi risponde.

- Non avevano oscurato televisioni e social e preso possesso della CNN turca?-

- La CNN era occupata, ma i canali privati trasmettevano e anche Facebook e Whatsapp funzionavano qui ad Istanbul. Mio fratello stava tornando in aereo e io ho sentito che l'aeroporto era bloccato, le notizie erano confuse. Ora è qui e sta bene, ma abbiamo avuto paura. Non c'è differenza tra questo colpo di stato, o qualunque cosa sia, e gli attacchi terroristici come quello di Nizza. Noi viviamo nel terrore e non vogliamo soccombere davanti a questa paura, io non desidero che mi cambi la vita. –

Lo saluto, gli dico che lo aspetto a Napoli, mi dice che a Istanbul c’è sempre una cosa per me. Mi chiedo se ne avrei il coraggio, di andare. Mi chiedo quanto questo terrore ci stia cambiando e quanto attenti alla libertà prima che alla vita. Noi che siamo stati ovunque, da soli, senza paura, ora dove andremo?

"Memoria" e "Legalità": due concetti estremamente importanti ed attuali. A tal proposito MYGENERATION ha incontrato Francesco Clemente di "Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie", in quella che più che un'intervista è stata una chiacchierata amichevole.

 

Ci dici qualcosa su di te, Francesco?

Certo! Sono Francesco Clemente, il figlio di Silvia Ruotolo, una mamma di 39 anni vittima innocente di criminalità. All'epoca avevo cinque anni, era l'ultimo giorno di asilo e lei era venuta a prendermi: con una mano reggeva il mio zainetto, blu e giallo, e un disegno fatto da me di un grappolo d'uva, e con l'altra teneva stretta la mia. Mia sorella ci attendeva al balcone ed eravamo quasi a casa quando sentimmo dei forti rumori: non avremmo mai potuto immaginare cosa fossero, infatti pensammo a un tamponamento tra due auto o un motorino caduto a terra, ma purtroppo ci sbagliavamo. Era una mano criminale che sparò quarantuno colpi, dei quali uno uccise mia madre e un altro ferì un ragazzo di 21 anni; ci trovammo in un conflitto a fuoco – e non ho paura di dirlo, anzi lo ripeto sempre perché voglio che queste persone abbiano l'ergastolo e il carcere duro – tra i clan Cimmino-Caiazzo e Alfano. A tal proposito, io sono orgoglioso del fatto che Luigi Cimmino sia tornato in galera dopo che abbiamo gridato così tanto tra Vomero e Arenella, e dico che deve restarci tutta la vita, per quello che ha fatto ad una famiglia innocente. I mafiosi dicono sempre che le vittime «si trovavano al posto sbagliato al momento sbagliato», e loro al posto giusto al momento giusto, invece non è così, e sai perché?


Perché?
Perché le vittime stanno al posto giusto: una mamma di 39 anni che va a prendere un figlio all'asilo sta o non sta al posto giusto?


Altroché!
Stava facendo il suo dovere. E ti dirò di più: Napoli è una città dove si ammazza troppo facilmente. Per aver guardato una ragazza o per difendere il proprio motorino da un furto, come successe a Paolino Avella all'uscita della scuola a San Sebastiano al Vesuvio. Per questo credo che dobbiamo veramente "liberare" Napoli, che è un luogo meraviglioso, da questo marchio criminale. Ed ecco perché il 21 marzo è stata scelta proprio la nostra città: per gridare e per far scendere le persone in piazza.


Cosa accadrà il 21 marzo?
È una giornata importante, che "Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" porta avanti da più di vent'anni. I familiari delle vittime innocenti della criminalità si riuniranno per ricordare i loro cari, camminando assieme e dandosi a vicenda la forza di dire:«Basta!» alla criminalità. Siamo arrivati a più di 1000 vittime in Italia e non vogliamo che l'elenco aumenti.


Mille vittime a partire da quando?
Dal 1992. È importante specificare cosa vuol dire "vittima innocente di criminalità" e "fare memoria": noi familiari vogliamo infatti che sia detto nome e cognome di quelle vittime, affinché siano ricordate. Altrimenti non c'è memoria.


Come se la persona morisse due volte?
Esatto, è come se morissero due volte, praticamente, senza contare che quando un criminale uccide una persona, distrugge anche un'intera famiglia, quindi possiamo dire anche quattro o cinque volte! In Campania abbiamo più di 350 vittime innocenti di criminalità.


Sempre dal 1992?
Sì, dal 1992. E pensa che il 90% di queste vittime di criminalità e terrorismo non hanno ancora avuto giustizia! Per questo noi, come Libera e come Coordinamento Campano dei Familiari delle Vittime Innocenti di Criminalità, stiamo conducendo una battaglia affinché tutti gli altri familiari abbiano verità e giustizia. Prendi il caso dell'omicidio del tatuatore Gianluca Cimminiello: ancora oggi c'è un processo in corso! Il messaggio che vogliamo dare ai ragazzi è questo: non abbiate paura di denunciare, abbiate il coraggio di camminare a testa alta.


Giustissimo. Ma come si svolgerà la giornata del 21 marzo?
Il corteo partirà alle 9 del mattino da Piazza del Plebiscito per arrivare intorno alle 11 alla Rotonda Diaz, dove verranno letti tutti i 1000 nomi delle vittime innocenti di criminalità. Inoltre, ci stiamo attivando per fare un collegamento e far sentire tutti questi nomi anche nelle carceri: Secondigliano, Nisida e Poggioreale ma non solo. Vogliamo che questa lettura arrivi in tutta Italia e siamo felici di accogliere anche delle scolaresche dalle isole del golfo: infatti a Ischia è sorto un presidio intitolato a Gaetano Montanino, la guardia giurata uccisa a Piazza Mercato.


E nel pomeriggio?
Poi, nel primo pomeriggio, dalle 15 in poi saremo a Pianura, un territorio dove la Camorra è molto presente, e proprio per questo motivo vogliamo darle uno schiaffo morale, e lo faremo anche ricordando Gigi Sequino e Paolo Castaldi, che furono scambiati per pusher e uccisi barbaramente. Allo stesso modo ricorderemo Palma Scamardella, un'altra mamma che fu sparata attraverso il fogliame dell'abitazione adiacente, mentre aveva la figlia di 18 mesi in braccio. Il messaggio che voglio lanciare a Pianura è quello – ancora una volta – di dire «Basta!» alla Camorra; voglio che i ragazzi si schierino dalla parte "giusta", quella della legalità.


Avendo il coraggio di denunciare?
Sì. I ragazzi devono sapere che la strada del crimine conduce inevitabilmente alla morte o alla galera, invece quella della legalità li rende uomini e donne liberi, capaci di esprimere le loro potenzialità fino in fondo. E noi abbiamo bisogno di loro e del loro coraggio per denunciare questi assassini, che ogni giorno commettono nuove nefandezze.

 

Francesco Clemente è un ragazzo giovane ma determinato, crede fermamente in quello che fa e non ha paura di nulla. Per queste ragioni, la redazione di MYGENERATIONWEB si unisce a lui e a tutti coloro che credono ancora nel riscatto di questa città, invitando i suoi lettori a fare altrettanto.

 

Qui sotto, tutte le informazioni relative all'evento.

 

Locandina 21 marzo

 

Keep calm and go to Calafrika

Giugno 19

Quando la piccola Alice insegue il BianConiglio attraverso il bosco, cadendo nella sua tana, si ritrova per magia in un posto incantato dove le contraddizioni e l’antinomia fanno da sfondo ad un’avventura fantastica e surreale, insaporita da risvolti non sempre positivi … ebbene esiste un posto nel cuore del Mediterraneo, nascosto nel verde dove è possibile vivere un’avventura musicale, culturale e multietnica che farebbe schiattare d’invidia la piccola Alice.

 

Il paese delle Meraviglie si chiama Pianopoli e si trova nel Lametino in Calabria.

 

Musica, street art, assemblee, dibattiti saranno il background di un contesto dove il punto focale avrà un unico leitmotiv l’integrazione e lo scambio multiculturale.

 

calafrika 1 calafrika2

 

La manifestazione, giunta ormai alla 7° edizione, vedrà l’avvicendarsi sul palco di artisti di ogni parte del mondo, i quali, esibendosi nel loro folklore e mostrando diverse tradizioni culturali che si contaminano perfettamente alle nostre, riescono a creare una fusione e un’intesa multiculturale semplicemente ballando, suonando e recitando in rappresentazioni teatrali.

 

calafrika3

 

 

calafrika4

 

Organizzatore e promotore di questo evento è: “ MigrAzione”, un'associazione culturale, insignita anche dal “Premio Internazionale Città Solidale", che da sempre si occupa di tematiche riguardanti le migrazioni, una condizione concreta, reale la quale, con toni sempre più incalzanti, trascina con sé una responsabilità, un’impresa che ci chiama in causa tutti rendendoci più che semplici spettatori. 

 

La Mission del Calafrika si basa su un concetto semplice: si rende fondamentale costruire ambienti geografici e di coscienza dove l’incontro tra opinioni e culture diverse, perfettamente radicate nella dimensione calabrese, rendano possibile la responsabilizzazione e il coinvolgimento dell’opinione pubblica su questioni quali accoglienza, solidarietà ed integrazione. Questo concetto acquista un grandissimo valore nel momento in cui il nostro mare da azzurro si tinge di rosso e disperazione, una questione annosa e che ogni giorno che passa diventa sempre più urgente e complicata.

 

calafrika5

 

 

 

calafrika 6

 

La novità è che quest’anno la manifestazione si svolgerà in 5 giorni, dal 5 al 9 agosto anziché in tre come avvenuto nelle edizioni precedenti, ed accoglierà gente da tutta Italia ed Europa, tutti quelli che avranno voglia di trascorrere momenti di musica e compartecipazione, di solidarietà e tolleranza. Il Calafrika Music Festival è qualcosa da vivere almeno una volta nella vita, non solo perché totalmente gratuito, (anche il campeggio) ma soprattutto perché ricco di sport, corsi, balli, mostre, street art, attività culturali, dibattiti e ovviamente concerti durante i quali si avvicenderanno artisti di calibro internazionale che accordando e armonizzando il loro folklore con il nostro per provare a dar vita ad un fenomeno eccezionale di antirazzismo e arte, un “Connubio Interazziale", una fusione e un’intesa multiculturale semplicemente ballando e suonando.

 

calafrika 7

 

Quindi quest’anno per iniziare bene l’Estate preparate zaino, tenda, sacco a pelo, Stay human and go to “CALAFRIKA MUSIC FESTIVAL”. 

 

 

Per il programma altre info:

Sito internet ufficiale del festival:  www.associazione-migrazione.orgwww.associazione-migrazione.org 

Pagina Facebook: www.facebook.com/pages/Calafrika-Music-Festivalwww.facebook.com/pages/Calafrika-Music-Festival 

Stragi di innocenti

Aprile 11

Che il mondo tutto viva un momento storico particolarmente critico è sotto gli occhi di tutti. Lo apprendiamo dalla carta stampata, dal web, dai telegiornali (quelli che ancora rimangono fedeli al dovere di diffondere notizie importanti e non solo le beghe della politica italiana o il gossip), dalla radio. Lo sentiamo sulla pelle, lo avvertiamo nell’inquietudine e nel senso di precarietà che accompagnano come un nemico invisibile e subdolo la vita di tutti i giorni, specie dei giovani, che in questo clima cercano di sviluppare le proprie identità, i propri obiettivi personali, di realizzarsi, di comprendere il loro ruolo nel mondo, di tessere relazioni umane. La vita a 360 gradi è permeata dall’incertezza dell’oggi quanto del domani, e ci si trova per giunta a fare ancora i conti con un passato che ha lasciato-ed è sempre più evidente-strascichi difficili non solo da superare ma anche da comprendere pienamente, passo indispensabile per capire le ragioni dello sfacelo che ci circonda.

 

Negli ultimi mesi si sono succedute vere e proprie stragi di innocenti, davanti alle quali abbiamo provato un senso disarmante di impotenza e sebbene ciascuna abbia “motivazioni” differenti, credo ci sia alla base una radice comune: un profondo e quanto mai violento smarrimento dell’umanità, rispetto al quale dobbiamo fare per forza di cose i conti.                                                                                

Due sono le riflessioni-o se vogliamo domande-che sono scaturite dai fatti più recenti : le vite umane, agli occhi dell’opinione pubblica, hanno realmente tutte lo stesso valore? Abbiamo forse sviluppato una sorte di assuefazione alla morte, tanto da rimanerne scioccati per breve tempo, per poi riprendere le nostre vite come se niente di estremamente drammatico e preoccupante sia successo?

Gli attentati, prima alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi e poi al Museo del Bardo di Tunisi, l’agghiacciante suicidio-omicidio del copilota dell’ Airbus della Germanwings, Andreas Lubitz, che ha trascinato con sé verso la morte ben 250 persone, la strage di studenti cristiani nel campus universitario di Garissa (Kenya) e nelle ultime ore, nel nostro paese, il triplice omicidio avvenuto nel Tribunale di Milano. “Esempi” di atti che si collocano sulla sempre più sottile linea di confine tra la follia umana e la malvagità.

 

Rispetto alla prima questione, a mio parere l’atto terroristico contro la rivista francese di satira, tra queste tragedie, è stata quella che ha suscitato la maggiore attenzione e partecipazione emotiva, soprattutto sui social network (ci siamo sentiti tutti “Charlie”) che, volente o nolente, costituiscono uno specchio della società. Credo sia stato l’attacco al cuore dell’Europa e del suo stato più liberale per tradizione la vera ragione di un così grande clamore, piuttosto che la minaccia alla libertà di espressione e di stampa.

Probabilmente Tunisi, pur essendo così geograficamente vicina a noi e meta di sempre maggiori flussi turistici, è ancora considerata una realtà lontana nell’immaginario degli occidentali; eppure tra quei turisti, vittime dell’attentato, sarebbe potuto esserci ciascuno di noi, così come sull’aereo che, partito da Barcellona e diretto a Dusseldorf, si è schiantato sulle montagne francesi. Non ho potuto fare a meno di pensare che ancora siano troppi i condizionamenti culturali che influenzano il nostro modo di percepire la realtà e di dare peso ad una notizia piuttosto che ad un’altra, pur essendo l’elemento finale identico: la morte di innocenti.

Analogo discorso per gli studenti trucidati brutalmente in Kenya da milizie islamiche. Che sia una realtà troppo lontana quella africana? La totale indifferenza per le decine di guerre civili che si combattono ancora oggi nel “continente povero” mi fanno propendere per il sì.

Mi chiedo: possiamo veramente percepire come qualcosa che non ci appartiene fino in fondo la morte di 148 ragazzi, a prescindere che si tratti di cristiani, islamici, ebrei, buddisti o atei? Ragazzi come molti di noi, giovani impegnati per costruire la propria vita, il proprio futuro. Chi è scampato alla furia degli estremisti islamici di Al Shabaab ha visto morire amici e colleghi, si è nascosto come e dove ha potuto vivendo ore di terrore, ha finto di essere morto, ricoprendosi del sangue dei cadaveri vicini. Vivi, sì, ma probabilmente morti dentro.

Se fosse accaduto in un’università italiana, tedesca, francese, inglese, americana, questa tragedia avrebbe assunto una rilevanza diversa, inutile far finta che non sia così. Inutile gridare a forte voce durante le manifestazioni che “siamo tutti uguali”. Non lo siamo affatto. Come non lo sono tra di loro-e probabilmente non lo saranno mai-poveri e ricchi. Ci sono differenze che esistono sin dalla notte dei tempi e non sembrano per nulla essere sulla strada della risoluzione.

Il massacro di Garissa inoltre ha riacceso i riflettori, che troppo spesso rimangono del tutto spenti, sulla realtà sempre più drammatica del massacro dei cristiani che sta avvenendo ormai da anni nei paesi in cui la religione cristiana è una minoranza. Non sembra interessare a nessuno, tanto che di “silenzio complice” ha parlato anche Papa Francesco. Proprio così, il nostro silenzio, la nostra indifferenza verso ciò che accade nel mondo, che si tratti di religione o altro, contribuiscono a tingere di sangue vite umane, alimentano violenza, discriminazioni, atti di terrore, di fronte ai quali poi rimaniamo attoniti, come se ne fossimo solo spettatori. Ecco perché prima scrivevo che probabilmente ci siamo assuefatti alla violenza, ad ascoltare notizie tragiche, che occupano i nostri pensieri per qualche giorno per poi evaporare e forse è anche per questa ragione che la vicenda di “Charlie” ha suscitato una così grande partecipazione: ha avuto la “fortuna”(perdonatemi l’espressione) di essere stata la prima di una serie di tragedie in successione. Più continuano ad accaderne, più voltiamo rapidamente pagina.

kenya-garissa-universitycristianiÈ vero, siamo umani e fragili, abbiamo bisogno di evadere, ma forse è proprio questo l’obiettivo di tanta violenza concentrata nei nostri giorni: renderci insensibili ad essa, fino ad accettarla passivamente come una condizione ineluttabile, con la quale imparare a convivere alla meglio.

 

Coca

Marzo 13

Cosa fa girare il mondo? La Coca. Ovviamente, non mi riferisco alla nota bevanda a base di caffeina, bensì a quella polvere bianca apparentemente lontana dalla vita di noi persone “perbene”, ma in realtà tanto vicina.

 

La coca la sta usando chi è seduto accanto a te ora in treno e l’ha presa per svegliarsi stamattina o l’autista al volante dell’autobus che ti porta a casa, perché vuole fare gli straordinari senza sentire i crampi alla cervicale. Fa uso di coca chi ti è più vicino. Se non è tuo padre o tua madre, se non è tuo fratello, allora è tuo figlio….(cit. Roberto Saviano).

 

Sì, signori. La coca fa girare questo pazzo mondo. E’ incredibile la sua diffusione. E’ allucinante il giro di denaro ad essa legato. Basti pensare alle dichiarazioni di Antonio Maria Costa – Direttore dell’Ufficio per la lotta alla droga ed al crimine delle Nazioni Unite – che senza tanti giri di  parole afferma che, in un mercato in piena crisi economica, dove vi è assenza di liquidità, il narcotraffico con i proventi della vendita di droga, ha salvato dal collasso alcuni fra i più importanti istituti di credito.

Alla testata giornalistica austriaca “Profil”, Costa ha affermato che “ci sono indizi secondo i quali alcune banche si sono salvate grazie a questo aspetto” dalla crisi finanziaria globale. L’Onu ha reso noto che più di 800mila siano i consumatori di cocaina in Italia e 173.500 gli spacciatori. Solo grazie alla cocaina, la mafia accumula almeno 1,2 miliardi di dollari da “ripulire” soprattutto attraverso «investimenti immobiliari, nella ristorazione, nei trasporti».

Il tutto ha per conseguenza delle vere e proprie distorsioni sul mercato, dati macroeconomici falsati, minori investimenti esteri. Tutto questo è assurdo! C’è da impazzire al solo pensiero che uno stupefacente possa interferire, in maniera così pesante, sull’andamento economico globale. Eppure è così, bisogna prenderne atto.

 

La cocaina è la benzina dei corpi. E’ la vita che viene elevata al cubo. Prima di consumarti, di distruggerti. La vita in più che sembra averti regalato, la pagherai con interessi da strozzino. Forse dopo. Ma dopo non conta nulla. Tutto è qui ed ora. (cit. Roberto Saviano)

 

La cocaina, per chi non lo sapesse, è un alcaloide ottenuto dalla lavorazione delle foglie di coca, pianta originaria del Sud America. Questo stupefacente agisce sul sistema nervoso. I suoi effetti sono estremamente vari: distorsione cognitiva e delle capacità recettive; accentuazione della reattività fisica e mentale; riduzione dello stimolo della fame e della sete; diminuzione del sonno; euforia; incremento della libido; infaticabilità; aumento della socievolezza.

L’uso di questa sostanza a lungo termine, oltre a provocare una forte dipendenza fisica e psichica, può portare anche a depressione, ansia, paranoia, insonnia. Per non parlare dei danni derivanti dall’inalazione: distruzione delle mucose nasali, delle cartilagini, del tessuto osseo, perforazione del setto o dell’osso palatino fino ad arrivare al collasso del naso. Assumere questa sostanza significa aumentare il rischio di aterosclerosi, trombosi, infarto miocardico, deficit del sistema immunitario, disfunzioni erettili e tanto altro. In parole povere, se avete pensato di provare…desistete! State lontani da questa merda.

 

Per chi volesse saperne di più consiglio vivamente la lettura di “ZeroZeroZero” scritto da Roberto Saviano.

Ah, il Giappone!

 

Dove sarebbe questa rubrica senza il Paese del Sol Levante? Senza la pletora di Feste più o meno Bizzarre che costellano il calendario nipponico?

 

E allora, cosa propone il mese di febbraio? Uno degli eventi più caratteristici e conosciuti, anche oltre i confini del nostro arcipelago preferito: la Hadaka Matsuri, ovvero la Festa dell’Uomo Nudo! A dire il vero, di questo genere di feste se ne trovano parecchie in tutto il territorio giapponese, per cui oggi ci occuperemo della Saidaiji-ji Eyo Hadaka Matsuri, nella città di Okayama, capoluogo dell’omonima prefettura.

 

Hadaka Matsuri

 

Ogni terzo sabato di febbraio, in barba alle basse temperature, circa novemila uomini vestiti solo del caratteristico perizoma bianco (il fundoshi), competono fieramente tra loro per accaparrarsi due talismani (Shingi) portatori di buona fortuna appesi al soffitto del tempio Saidaji. Chi riesce in questo non facile compito, deve successivamente deporli in una specie di scatola di legno (Masu) piena di riso allo scopo di fregiarsi, per tutto l’anno successivo, del titolo di Uomo Fortunato.

 

Ma la fortuna non finisce qui: altri piccoli talismani in salice vengono messi in gioco per i restanti partecipanti di questo rito vecchio più di 500 anni (originariamente i sacerdoti del tempio Saidaiji mettevano in palio dei certificati di completamento dell’apprendistato) che, urlando:«Wasshoi! Wasshoi!» fanno di tutto per conquistarli, davanti agli occhi dei numerosissimi spettatori che pagano fino a 5000¥ per un posto in prima fila!

 

Benché la contesa vera e propria sia riservata agli uomini, le donne rivestono comunque un ruolo importante nelle danze che la precedono, e, a onor del vero, la Kazusa Junisha Hakada Matsuri (presso il Santuario Tamasaki nella Prefettura di Chiba) concede la partecipazione alle rappresentanti del gentil sesso. Completano la festa i tradizionali tamburi, la Hadaka Matsuri riservata ai ragazzini e lo spettacolo di fuochi d’artificio e il banchetto rituale.

 

Cosa aggiungere? State attraversando un periodo no? Capitano tutte a voi? Siete perseguitati dalla sfortuna peggio di Paperino? Cosa aspettate allora? Saltare sul primo aereo verso il Giappone e provate a guadagnarvi un po’ di fortuna!

 

Nonché svariati lividi.

In metro... in mutande!

Gennaio 17

Curando una rubrica chiamata “Feste Bizzare”, è del tutto normale imbattersi in luoghi, eventi e manifestazioni decisamente inusuali. In alcuni casi l’ingegno e la creatività messe in mostra sono strabilianti, altre volte invece è la stupidità umana a lasciare senza parole . E poi ci sono quei casi in cui si chiede – semplicemente  – che senso abbia ciò che si vede. «Perché» o per dirla alla Mou:«Por qué»?

 

In questi giorni si è tenuta l’edizione annuale del “No Pants Subway Ride”, vale a dire un evento ideato nel 2002 dal gruppo newyorkese Improv Everywhere, in cui i partecipanti prendono la metro… in mutande!

 

Già.

 

In mutande.

 

E facendo finta che sia perfettamente normale, rispondendo con frasi tipo:«Mi prudevano!» o «Fa caldo!» a chieda il perché dell’assenza di pantaloni/gonne.

 

L’idea di base è di celebrare la libertà d’espressione in ogni sua forma (benché il sito di Improv Everywhere parli di «an international celebration of silliness»), e indipendentemente dalle opinioni individuali, va tenuto conto del crescente numero di adesioni che il NPSR fa registrare ogni anno in tutto il mondo. Per quanto riguarda l’Italia, le uniche partecipazioni sono state segnalate a Milano… chissà se nel 2016 vedremo gente in mutande nei convogli della ANM?

 

E non per la crisi, eh...

Dopo un lungo periodo di silenzio finalmente si torna a parlare di Feste Bizzarre, e lo si fa con un festival talmente particolare da tenersi non una volta all'anno, e nemmeno una volta ogni quattro come le Olimpiadi, ma addirittura ogni cinque anni! Se avete pensato subito al Giappone, beh, siete in errore: questo è un evento "Made in USA", e più precisamente nei dintorni della pittoresca cittadina lacustre di Ariel nello stato di Washington.

 

L'Antefatto Storico:

 

Il 24 novembre del 1971 (Vigilia del Giorno del Ringraziamento) un uomo, registratosi (quelli sì che erano altri tempi!) come Dan B. Cooper, salì a bordo di un Boeing 727 della Northwest Orient Airlines diretto da Portland a Seattle, e, dopo il decollo, porse candidamente un biglietto alla hostess in cui affermava di avere una bomba e di voler dirottare l'aereo. Dopo aver mostrato l'ordigno all'incredula assistente di volo, egli rese esplicite le sue richieste: 200.000$ in biglietti da 20 non rintracciabili, uno zaino, quattro paracadute, e l'ordine di fare il pieno all'aeromobile una volta raggiunta la destinazione. L'FBI dette istruzioni di obbedire al dirottatore, il quale, una volta raggiunta Seattle permise agli altri passeggeri di sbarcare in tutta tranquillità. Rimasero come ostaggi la hostess, il copilota e il pilota, al quale Cooper ordinò di fare rotta verso il Messico, volando a 10.000 piedi in luogo dei soliti 30.000, non superando i 150 nodi e mantenendo un'inclinazione dei flap di 15°. In più, egli impose all'equipaggio di chiudersi nella cabina di pilotaggio, e di non abbandonarla per nessun motivo; il volo fu tranquillo fino alle 20:11 quando si accese la spia dell'apertura del portellone posteriore, ciononostante i tre rimasero al loro posto fino a dieci minuti dopo l'atterraggio in Messico. Cooper era sparito, lanciatosi con uno dei paracadute (non fu avvistato neanche dai due F-106 che seguivano il Boeing!), e di lui non si seppe più nulla: tutto ciò che lasciò fu la cravatta e un fermacravatta in madreperla. Durante le settimane successive, il Bureau condusse un'intensiva caccia all'uomo nella zona del Lago Merwin (proprio vicino Ariel), senza però ottenere alcun risultato, al punto che le teorie sulla presunta morte di Cooper furono scartate, visto che il corpo o almeno il paracadute avrebbero dovuto essere ritrovati.

 

Cooper Wanted

 

Il Caso NORJAK (da NORthwest hiJAcKing) catalizzò lungamente l'attenzione del Paese, ed è saltato agli onori della cronaca di nuovo nel 1980, quando un ragazzino di 8 anni trovò una borsa con quasi 6.000$ in banconote da 20; l'agente Ralph Himmelsbach, che lavorava al dossier suggerì che si trattava della prova definitiva dell'annegamento di Cooper, ma le minuziose ricerche nello specchio d'acqua non condussero a nulla, contribuendo, al contrario a innalzare l'audace dirottatore al rango di leggenda... e a fare imbufalire sempre di più il G-Man!

 

Cooper

 

In conseguenza di ciò sono, state scritte canzoni e ballate varie e, nell'area del Lago Merwin, aperti bar e perfino innalzati dei piccoli altari, per un uomo capace di concepire e attuare un simile piano nei minimi dettagli: addirittura si rivolse alle hostess e al banco del check-in con un accento incredibilmente "standard", per non fornire il benché minimo indizio sulla sua provenienza!

 

La Festa Bizzarra:

 

Ogni cinque anni, il sabato successivo al Giorno del Ringraziamento, centinaia di persone provenienti dai luoghi più disparati si ritrovano per partecipare a una gara in cui chi propone la teoria più fantasiosa sulla sorte di Cooper vince un premio; anche se questo passa spesso in secondo piano, dal momento che ascoltare i racconti più arzigogolati e riunirsi in un'atmosfera a meta tra la spy-story e gli X-Files è già un'abbondante ricompensa. Naturalmente i club di paracadutismo della zona organizzano veri e propri "lanci commemorativi", e non mancano le gare di somiglianza tra una marea di individui vestiti in stile Reservoir Dogs (cioè Le Iene) e con l'immancabile fermacravatte in madreperla!

 

Cooper Lookalike

 

Che aggiungere? Il prossimo festival sarà nel 2016, dunque avete tutto il tempo per prenotare il biglietto e – perché no? – sottoporre la vostra ricostruzione degli eventi!

 

P.S.: E buon Ringraziamento a voi!

Il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno, segna l’inizio dell’estate, ed è tradizionalmente accompagnato da una serie di festeggiamenti e celebrazioni di vario tipo: quest’oggi ci occuperemo della Cina, e in particolar modo di quanto accade a Yulin, nella regione meridionale del Guangxi.

 

Ebbene, una delle usanze di questa antica città è quella di consumare un forte liquore accompagnato da ingenti quantità di lychees e carne di cane, alimenti ritenuti capaci di rafforzare le difese immunitarie.

 

No, non ci sono errori: carne di cane.

 

Chow Chow

 

Dal momento che quest’articolo è scritto in italiano ci sono ottime probabilità che chi lo legga provenga a sua volta dal Bel Paese, ragion per cui vi chiediamo per un attimo di non indignarvi e di cercare di non applicare le vostre categorie mentali a un evento che si svolge – letteralmente – agli antipodi.

 

La cosa peggiore è che non solo la carne servita da ristornati e bancarelle spesso non è stata sottoposta ai controlli prescritti dalla legge cinese (qualcuno ha detto rabbia?), ma – e adesso è impossibile non indignarsi – la stessa provenienza degli animali è, nella maggior parte dei casi, dubbia. Se a ciò sommiamo i dati relativi alle denunce di sparizione di animali domestici (per non parlare di quelle dei randagi), che puntualmente crescono intorno a questo periodo dell’anno, fare 2+2 diventa ancora più facile.

 

Cane guinzaglio

 

Se aggiungiamo che le condizioni di trasporto e macellazione di questi sfortunati animali sono tutt’altro che buone (la Cina non è certo nota per il rispetto per la vita), ecco che il quadro diventa ancora più fosco.

 

Benché in molti (semplici cittadini, ma anche parecchie celebrità) abbiano espresso la loro indignazione nei confronti di questo evento, pare difficile che il Governo Cinese possa intervenire (come fece circa tre anni fa per una festa simile nel Zhejiang), almeno nel breve, questo sia per la mancanza di una legge che protegga gli animali, sia per l’opposizione degli abitanti di Yulin, particolarmente legati a questa tradizione.

 

Benché un simile evento sia assolutamente detestabile, ci preme ricordare che la discriminante qui non è la specie: senza entrare nel merito delle abitudini alimentari altrui, un trattamento che implichi quanto meno stress e dolore possibili è un atto dovuto a qualunque animale, sia esso bovino, suino, ovino, ecc… E questo, benché palesemente off topic, vale anche per l’arte: si è fatto un gran parlare sulla mostra di Damien Hirst ad Arezzo, a causa degli animali (mucche e pecore) fatti a fette e immersi in formaldeide, ma non tutti si indignarono per The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living.

 

La vita degli squali è forse meno importante?

L'isola dei gatti

Febbraio 12

 

Forse non tutti sanno che Febbraio è il mese dei gatti, e che, più specificatamente, il giorno 17 è dedicato a questi adorabili animali, sempre più diffusi nelle case degli italiani.Le manifestazioni e gli eventi legati a questo giorno si sono via via moltiplicati nel corso degli anni, al punto che ormai un po’ ovunque nel nostro paese ci si imbatte in qualcuno che celebra l’orgoglio felino con mostre, proiezioni, incontri e quant’altro: tutto fa brodo, o meglio croccantini, il 17 febbraio.

E poi? Il resto dell’anno? I gatti tornano a dormicchiare sornioni in attesa che passino altri 365 giorni per essere nuovamente onorati e adorati? Due volte sbagliato: in primo luogo perché a luglio si celebra la Festa della Micizia nel comune di Gatteo (ma di questo ne riparleremo tra qualche mese), e poi perché – diciamocelo – i mici sono ricoperti di attenzioni sempre e comunque.

Certo, state pensando voi, i gatti sono “venerati” quotidianamente nelle nostre case, o nelle colonie e nei gattilidove instancabili volontari lavorano alacremente per il benessere delle bestiole. Più che giusto, ma che fareste se vi dicessi che esiste un posto in cui i mici sono talmente importanti da meritarsi un santuario tutto loro?

 

Naturalmente il luogo in questione è il Giappone (ove, ad onor del vero i santuari dedicati ai felini sono un bel po’), e più precisamente l’isola di Tashirojima, nella prefettura di Miyagi: si tratta di una comunità composta da poco più di un centinaio di persone e da… un’infinità di mici! L’amore per queste creature risale a parecchi secoli fa, quando l’economia dell’isola si basava sulla seta e i gatti svolgevano l’importantissimo compito di tenere i topi lontani dai bachi; in seguito, con l’affermarsi della pesca come principale attività produttiva, i nostri eroi cominciarono a godere diprestigio ancora maggiore. Questo per via delle indicazioni riguardo alle condizioni meteorologicheche davano ai pescatori (sapete che quando il micio passa la zampina dietro l’orecchio pioverà?), i quali, osservandone il comportamento riuscivano anche a ricavare preziosi indizi sulle zone più pescose.

 

Come si presenta oggi Tashirojima? Come un vero e proprio paradiso per i gatti, che vengono sfamati, accuditi e coccolati, non solo dagli isolani, ma anche dai numerosi turisti che affollano l’isola e che vengono ospitati nelle caratteristiche case dalla forma vagamente “miciosa”…

 

Anche l’artigianato locale è imperniato sui gatti: disegni, dipinti, portafortuna e talismani vari, più le immancabili statuette dei santuari. Questi ultimi (ce ne sono molti nella prefettura di Miyagi) sono una delle attrattive più visitate: secondo la leggenda, il più importante e antico Neko-jinja(letteralmente “santuario del gatto”) dell’isola pare sia stato costruito da un pescatore, in seguito all’accidentale uccisione di uno dei simpatici felini

Che altro aggiungere? Se siete dei gattofili, una visitina qui –  almeno una volta nella vita! – è d’obbligo; ma anche se non impazziste per queste amabili bestiole, l’atmosfera di pace e serenità tipica delle piccole comunità del Giappone giustificherebbe una puntata a Tashirojima. Se, infine, viaggiaste sempre col vostro cane, beh… allora fareste meglio a cercare un’altra mèta!  

Pagina 1 di 3

Facebook Like

Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.