Nelle sale dal 21 Agosto, il classico 1994 targato Disney Il Re Leone torna in una veste completamente nuova, un film che ha fatto sussultare i cuori di milioni di persone, grandi e piccini.

Ieri mattina, in occasione del Photocall e della Conferenza Stampa, nella location del The Space Cinema Moderno di Piazza della Repubblica a Roma, erano presenti due dei protagonisti che hanno dato la propria voce a questo meraviglioso lungometraggio: Marco Mengoni, recordman e star del pop Italiano, da pochissimo rientrato da Los Angeles, dove ha avuto la possibilità di partecipare alla premiere mondiale di The Lion King con l’intero cast americano e il regista Jon Favreau, e che nella versione italiana dà voce a Simba, il leone destinato ad essere un potete re; ed Elisa Toffoli che dà voce a Nala, amica coraggiosa di Simba fin da quanto era piccola. Una Elisa che già era riuscita ad incantare, non tanto tempo fa, il grande regista Tim Burton per la sua interpretazione nella versione italiana del film Dumbo.

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Ma nel cast italiano troveremo non soltanto Elisa e Marco Mengoni: avremo un fantastico Massimo Popolizio, che interpreterà la voce di Scar, ma anche Edoardo Leo e Stefano Fresi che si scateneranno ad interpretare le voci dei simpaticissimi Timon e Pumba.

In conferenza stampa, abbiamo ascoltato un emozionatissimo Marco Mengoni, che, ancora incredulo dall’esperienza di Los Angeles (tanto che si è definito come un bambino alla vista della maestosità del parco giochi di Disneyland, confessandoci di non esserci mai stato prima), si dimostra pieno di gioia ed entusiasta del lavoro svolto e della gentilezza che la Disney ha rivolto nei suoi confronti. Elisa, invece, con la sua solita compostezza, risponde cordialmente e in modo impeccabile alle domande dei giornalisti in sala, riconoscendo però di essere anche lei visibilmente emozionata per la fantastica esperienza vissuta.


Insomma, una rivisitazione in chiave tecnologia che noi tutti attendiamo con trepidazione nelle sale cinematografiche italiane e che speriamo ci lasci quella malinconia tipica delle meraviglie create dalla Disney.




Foto di: Camilla Greco

Un tempo la storia si studiava sui libri. Ora numerosissime serie tv sono di argomento storico, al punto che tra non molto, forse, la materia si studierà a suon di episodi! Il che non sarebbe poi così male…
Ad esempio, oggi potremmo andare tutti in Russia per capire come sia finita la dinastia dei Romanov, che ha governato pressoché indisturbata dal 1613 fino al 1917, quando furono deposti in seguito alla rivoluzione d’ottobre.

La storia russa non gode di molta popolarità, ma a ben vedere si rivela di notevole interesse e sembra quasi possedere tutti i connotati giusti per alimentare film e serie tv davvero avvincenti.
Apripista in questo senso è dunque la serie Gli ultimi zar (titolo originale: The Last Czars) distribuita da Netflix a partire dallo scorso 3 luglio.

Assistiamo, dunque, agli ultimi anni della dinastia Romanov, ripercorrendo le vicende dell’ultimo zar Nicola II, della zarina Alessandra, dei loro figli – compresa la famosa Anastasia – e dell’immancabile e discutibile Rasputin. Rivelando la profonda commistione di pubblico e privato, Gli ultimi zar rivela le cause profonde della crisi ideologica e politica affrontata dalla Russia di inizio ‘900, riconducibili quasi esclusivamente alle azioni scellerate degli zar.

Si tratta però di una docu-serie, in cui le scene di ricostruzione storica con attori si alternano con interviste a storici e studiosi.
Una scelta alquanto singolare e che sembra dimostrare una sorta di paura da parte di Netflix, quasi a voler tentare con un prodotto di natura mista prima di cimentarsi in una vera e propria serie.

Il risultato non può non risentire di queste esitazioni: i sei episodi sono sempre sul punto di catturare lo spettatore e divenire avvincenti, ma le continue interruzioni didascaliche – per quanto preparati e competenti siano gli storici interpellati – fungono da freno inibitore. La sensazione è quella di una serie tv mancata, ma si tratta comunque di un prodotto sostanzialmente piacevole da guardare.
La speranza è che Netflix prenda coraggio e investa in questa direzione.



Link alla foto: https://www.thereviewgeek.com/thelastczars-s1review/

Era attesissima e finalmente lo scorso 4 luglio la terza stagione di Stranger Things è sbarcata su Netflix.
Ritornano, dunque, i ragazzini più furbi di Hawkins – Mike (Finn Wolfhard), Dustin (Gaten Matarazzo), Will (Noah Schnapp), Lucas (Caleb McLaughlin), Undici (Millie Bobby Brown) e Max(ine) (Sadie Sink) – insieme anche agli ormai immancabili Hopper (David Hoarbour), Joyce (Winona Ryder), Nancy (Natalia Dyer), Jonathan (Charlie Heaton) e Steve (Joe Keery). New entry la simpatica Robin, interpretata ottimamente da Maya Hawke, figli di Uma Thurman e Ethan Hawke.

I nostri beniamini tornano a dover avere a che fare col sottosopra e con le orripilanti creature che da esso fuoriescono, in quanto uno degli accessi a questo mondo parallelo è stato riaperto da alcuni spregiudicati scienziati russi, segretamente stanziatisi proprio ad Hawkins. Che coincidenza!

Detta così, la faccenda sembra interessante. Peccato che in realtà lo scontro con i mostri del sottosopra si caratterizzi quasi come una trama secondaria. A farla da padrone in questa terza stagione sono i sentimenti, le relazioni di amore, amicizia e parentela tra i vari personaggi, ma ad un livello che ricorda assolutamente troppo Dawson’s Creek. Lo dimostra perfettamente il povero Will, che non fa altro che sentirsi escluso dagli amici, ormai troppo impegnati a frequentare le ragazze, e – detto tra noi – imitare il caro vecchio Jon Snow del Trono di Spade ripetendo sempre le stesse due battute (“Giochiamo a D&D?” e “Lui è qui”).
Il tutto, dunque, gira intorno alle relazioni degli adolescenti alla scoperta dell’amore, ma anche intorno al flirt tra Joyce e Hopper. Uccidere i mostri sembra quasi un’attività per riempire i momenti morti e le relative scene mancano di linfa vitale, apparendo come un qualcosa di già visto e soprattutto poco approfondito.

Tutto ciò non vuol dire che la serie non possa piacere, anzi: il finale, ad esempio, è davvero toccante. Tuttavia si ha la sensazione di guardare una serie totalmente diversa e che la Stranger Things che conoscevamo si sia snaturata.
Originale la presenza di una scena post-credit (perciò non saltate i titoli di coda!) che rende aperto il finale e prepara alla quarta stagione, che ci auguriamo possa ritrovare la propria identità.




Link alla foto: https://www.wired.it/play/televisione/2019/07/09/stranger-things-3-cosa-cambiare/

26 aprile 1986. Una data che non deve essere dimenticata.

Si tratta del giorno in cui il reattore Rbmk-1000 del blocco 4 della centrale elettronucleare Vladimir Il’ic Lenin di Chernobyl, in Ucraina, esplose. Il più grave incidente verificatosi in una centrale nucleare. L’esplosione del nocciolo portò alla diffusione di una nube di materiale radioattivo che raggiunge tutta l’Europa e addirittura toccò porzioni della costa orientale del Nord America.
I danni furono enormi, con la contaminazione di acqua, aria, terreno e animali, la morte diretta di almeno 65 persone e un incremento esponenziale dei casi di tumori, soprattutto in bambini e minori di 18 anni. Tuttavia è probabilmente impossibile ottenere delle stime numeriche precise degli effetti negativi del disastro di Chernobyl, per la cattiva amministrazione dell’allora governo sovietico e per l’azione a lunga durata degli effetti. Numerosissime, infatti, le diagnosi di depressione, ansia e disturbo post-traumatico da stress nella popolazione locale.

Ed è appunto sul lato emotivo che insiste notevolmente la miniserie Chernobyl, scritta e creata da Craig Mazin e Johan Renck. Andati in onda dal 10 giugno all’8 luglio 2019 su Sky Atlantic, i cinque episodi della serie hanno ricevuto il voto più alto di sempre sull’Internet Movie Database: con un punteggio di 9,6 la serie ha superato addirittura Breaking Bad (9.5) e Il Trono di Spade (9.4).
In Russia ha ricevuto molti consensi, tra cui quello del Ministro della Cultura, Vladimir Medinsky, ma anche alcune critiche da alcuni media filo-governativi.

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Bisogna ammettere che la serie romanza ed esaspera alcuni aspetti: [SPOILER ALERT] ad esempio, l’esposizione alle radiazioni non provocò emorragie diffuse tali quali mostrate nella serie e non vi furono i tre volontari sacrificatisi per drenare l’acqua radioattiva nei corridoi della centrale. Dunque, più che di inesattezze storiche, si potrebbe parlare di una forzatura di alcuni elementi in chiave emotiva. La rievocazione degli eventi, infatti, non manca di precisione, non distorce la realtà dei fatti: l’esplosione è riproposta in tutta la sua veridicità e sono tanto precise quanto piacevoli e comprensibili le spiegazioni sul piano scientifico (affidate a personaggi quali il Legasov di Jared Harris e la Khomyuk di Emily Watson, che in realtà è un personaggio creato per omaggiare i tanti scienziati che collaborarono con Legasov). Ciò su cui si è calcato la mano è il post-disastro, con le misure adottate per far fronte alla tragedia. Qui, tramite il confronto tra la superficialità e negligenza dei più e la disperazione dei pochi consci del disastro appena avvenuto, si insiste molto sulle responsabilità che l’egoismo e la spregiudicatezza umana comportano.

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Tutto ciò risulta evidente sul piano tecnico soprattutto tramite una fotografia da premio Oscar, con l’insistenza sui volti delle persone spaventate e dei malati in ospedale, sulla desolazione della città di Pryp’jat evacuata, e così via, con una luce fredda e grigia in cui il calore non riesce a tornare.
Ottima anche l’interpretazione di tutto il cast, dai già citati Harris e Watson, passando per il grande Stellan Skarsgard (nel ruolo del burocrate Shcherbina) fino ai ruoli minori.

In conclusione si tratta di un prodotto televisivo stupefacente, con una missione importantissima. Dovrebbe essere guardato obbligatoriamente per legge.






Link alle foto: https://www.individualistaferoce.it/2019/06/14/chernobyl-e-lincalcolabile-prezzo-delle-menzogne/
https://www.ilsole24ore.com/art/chernobyl-serie-tv-tutto-quello-che-e-vero-e-verificato-ACItNsW
https://www.comingsoon.it/serietv/news/chernobyl-non-piace-alla-russia-che-prepara-una-sua-contro-serie/n91068/

Siamo arrivati al giro di boa finale di questa edizione estiva di Altaroma, celebrazione ormai nota della moda romana.

Nelle ultime due giornate molti sono stati gli stilisti che hanno fatto sfilare le loro collezioni nella location di Pratibus District, partendo proprio dai finalisti di Who Is On Next?, progetto ormai arrivato alla sua quindicesima edizione, e che anche quest’anno afferma il suo ruolo di scouting project volto a promuovere nuovi talenti. AltaRoma, in collaborazione con Vogue Italia, ha decretato un vincitore per il premio FRANCA SOZZANI: a trionfare, il giovane Federico Cina, che grazie al suo istrionico contrasto di tessuti e stampe ha fatto votare in unanimità l’intera giuria presente.

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La giornata procede con la sfilata di Italo Marseglia, una collezione di una purezza quasi celestiale: abiti bianchi declinati in tutte le sfumature con contorni in pizzo, anch’esso bianco, che danno quel tocco di eleganza che non guasta mai.

Insomma, un mix perfetto e in completa sintonia con il contesto.

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A seguire la sfilata della collezione di Paola Emilia Monachesi, che dopo aver lasciato AU197SM ha creato Pryvice Fashion, un brand tutto suo che con geometrie, decoupage e zip hi-tech ha fatto impazzire tutti gli ospiti.

A quanto si dice la Monachesi non utilizza alcun cartamodello, tutto sarebbe realizzato a manichino e poi scannerizzato per ottenere modelli ancora più personalizzati. D’altronde l’arte del customize ormai ha preso piede anche qui in Italia e non si può certo dire che la riuscita non sia più che buona!

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Infine, la passerella di ROME IS MY RUNWAY #1, una nuova iniziativa promossa appositamente per questa edizione estiva della Settimana della Moda di Roma, che pone sotto i riflettori i brand locali con sfilate collettive di designer provenienti dalla regione Lazio. Beh, una ventata di aria fresca per le vecchie generazioni e uno sguardo al futuro per tutte quelle che verranno.

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Le foto sono state scattate dall'autrice dell'articolo.

Il 4 Luglio scorso si è dato il via alla Fashion Week Romana targata AltaRoma. Non solo una Fashion Week che mette in luce i migliori talenti italiani emergenti della città eterna, ma una vera e propria manifestazione che riempie di creatività il cuore pulsante della capitale.

Anche per questa edizione, come per la precedente di Gennaio, è stata scelta come location per l’evento il Pratibus District di Viale Angelico.

Il primo giorno di sfilate viene interamente dedicato alle Accademie di Belle Arti: da quella di Frosinone a quella di Napoli e del Lusso di Milano, per poi arrivare alla capitolina Accademia di Belle Arti di Roma.

Una prima giornata PER i giovani e che ai giovani è completamente ispirata.

Lunghi maglioni oversize ne fanno da padrone, azzardando molto su colori, patchwork e texture.

Una passerella, in particolare, ha catturato però l’attenzione di tutti.

Una copertina per questo articolo non lasciata puramente al caso: sto parlando della collezione dedicata alla “diversità” messa in scena da una delle Accademie in calendario e che ha portato a sfilare persone con problematiche fisiche di ogni genere: dal ragazzo senza una gamba, ad una coppia di bambine albine.

Un messaggio molto forte e di impatto che non è riuscito a passare inosservato. Una diversità che ci vuole far intendere come tutti in realtà

siamo così uguali di fronte alle sfide che la vita ci riserva.

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Passiamo ora alla seconda giornata di ieri, dove due ragazzi, Dassù e Pasquale Amoroso, talenti scoperti grazie alla scorsa edizione di Showcase, erano in programma con la loro collezione P/E 2020 “I Am Whast I Am”, completamente ispirata alla cultura punk con abiti in nylon fluo e vernice. Insomma, una scarica di adrenalina non indifferente.

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Non poteva poi di certo mancare l’Atelier Persechino, che con una sfilata di una raffinatezza più unica che rara, ha lasciato gli ospiti a bocca aperta.

Abiti che vanno dal bianco, al viola, creano quel distacco che mai disturba e rendono, anzi, l’abito ancora più aggraziato.

D’altronde non ci meravigliamo: il marchio firmato da Sabrina Persechino risulta sempre essere all’altezza di ogni passerella!

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“E senti, che ti volevo dire?”

C’è sempre qualcosa che bisogna dire. Qualcosa che bisogna fare. Qualcosa che bisogna dimostrare.
Oggi non sappiamo più sopportare la noia, l’attesa. Siamo in un’epoca di sfrenata irrequietezza, in cui la maggior paura è l’immobilismo.
Ed ecco allora il disperato bisogno di uscire tutte le sere, di andare alle feste migliori, alle serate più inn. Un male dei nostri giorni, potremmo dire. Eppure non siamo i primi. Anche Encolpio, Ascilto e Gitone, pur di non stare a casa senza far nulla, si costringono ad andare ad una festa.

Stiamo parlando del Satyricon, l’opera dell’autore latino Petronio, che torna a vivere dal 4 al 6 luglio nello spettacolare Teatro Grande di Pompei nella terza rassegna drammaturgica nata dalla collaborazione del Teatro Stabile di Napoli Teatro Nazionale e del Parco Archeologico di Pompei.
Il Satyricon, dicevamo, è portato in scena dal regista Andrea De Rosa per rappresentare quella decadenza che Petronio vedeva nella romanità della sua epoca e che possiamo noi vedere nella società attuale. Come afferma Francesco Piccolo, riscrittore dell’opera, “la cena di Trimalcione sarà come è o come dovrebbe essere la vita (mondana e non): stanca, ripetitiva, piena di luoghi comuni e di rapporti superficiali o ipocriti”. Tutto ciò si impone agli occhi ad una festa, ovvero “il rito collettivo che ci rende tutti uguali, il momento in cui siamo una vera comunità; e, contemporaneamente, il più grande spreco di tempo della nostra vita, seducente e superficiale, vuoto e irrinunciabile. Ciò che impesta e che ammorbidisce lo slancio vitale.”

Ed ecco dunque che lo spettacolo è tutto ambientato durante una festa, in cui i vari personaggi/invitati esprimono la vuotezza dei loro pensieri in un fiume di parole stantie, trite e ritrite, ma che si sono imposte come stereotipo collettivo. E più si parla, più le parole perdono di significato e profondità, ma c’è un’irrequietezza di fondo che spinge a parlare ancora e ancora e ancora.
Irrequietezza che si manifesta anche a sul piano fisico, con i personaggi che si muovono incessantemente sulla scena, ballano, camminano, si alzano e siedono e rialzano.

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Tra i vari ospiti spicca Fortunata, la moglie di Trimalcione. Lei non dialoga con gli altri personaggi, lei li racchiude tutti in se stessa. Per questo i suoi discorsi sono il non plus ultra del perbenismo, del vuoto e dello stereotipo: è ovviamente vegana, critica le multinazionali, si cruccia dei bambini malati, si duole dello spreco alimentare. Eppure non fa che starsene sdraiata ad una festa.
A distinguersi è, invece, Trimalcione, l’ospite della festa, che, nella sua rozzezza, esprime pensieri sinceri al punto da risultare comici (critica i finti intellettuali, i finti comunisti, afferma onestamente che a lui interessano “li sordi”, nota le “fregnacce” che gli altri continuano a ripetere e ripetersi), ma che almeno dimostrano una certa consistenza.

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Uno spettacolo dunque notevolmente interessante, con una scenografia d’impatto (un pavimento e un muro d’oro su cui spicca un water su piedistallo come fosse un trono) e un’eccellente interpretazione di tutti gli attori. Unico neo è forse la durata che risulta eccessiva per una pura rappresentazione quasi fotografica della società odierna e che risente della mancanza di una vera e propria trama, con sviluppi ed evoluzioni di una vicenda.
Anche il finale, con l’affermazione speranzosa “si può cambiare”, risulta forse un po’ troppo sbrigativo.



Link all'immagine di copertina: https://www.napolitoday.it/cultura/pompeii-theatrum-mundi-giugno-2019.html
Foto di: Annachiara Giordano

- Non puoi picchiare una donna!
- Perché?
- Ti direbbero che sei misogino.
- Tu sei misogino, i miei calci sono uguali per tutti!

Ecco Shaft, John Shaft, protagonista dell’omonimo e irriverente film disponibile su Netflix dallo scorso 28 giugno (e nei cinema americani dal 14 giugno).
A ben vedere, si tratta di un reboot che segue i quattro precedenti film (rispettivamente del 1971, ’72, ’73 e 2000) e la serie tv (7 episodi andati in onda tra il 1973 e il ‘74) dedicati al detective afroamericano di Harlem. La storia, ovviamente e fortunatamente, è andata avanti e il nuovo film non ripercorre dal principio le vicende di Shaft, anzi. Questo film è vivificato e reso attuale dalla presenza del figlio di Shaft, John Shaft Junior (Jessie Usher), che deve indagare sulla misteriosa morte del suo migliore amico e ricorre alle indiscutibili abilità del bizzarro padre, riavvicinandosi a lui dopo un ventennio di lontananza.

Lo Shaft attuale è interpretato, con prevedibile ma graditissima maestria, da Samuel L. Jackson così come quello del film del 2000. In precedenza il ruolo era di Richard Roundtree, che nella nuova versione interpreta la parte del padre di Shaft, nonostante nel 2000 fosse apparso come zio dello stesso.
Non solo, i cambiamenti sono notevoli anche a livello di impostazione di trama: le pellicole degli anni ’70 si inscrivono nel filone dei film sulla blaxploitation (da black, nero, + exploitation, schiavitù) e, nonostante il notevole successo, furono aspramente criticati per gli stereotipi di cui erano intrisi (ambientati sempre nei ghetti o nelle piantagioni del sud, con gli afroamericani sempre invischiati in loschi affari). In questo clima, Shaft era impegnato a sgominare giri di droga, prostituzione, ecc., malvisto sia dalla polizia che dai criminali di Harlem. La serie tv vede invece Shaft quasi come collaboratore esterno della polizia.

In questa nuova pellicola a farla da padrone è l’ironia, ma soprattutto l’autoironia: lo Shaft di Samuel L. Jackson appare infatti come una macchietta di se stesso; l’esasperazione – ben calibrata e studiata, ovviamente – di certi atteggiamenti un po’ “vecchia scuola” rivela la parodia in atto e conquista lo spettatore. Indispensabile appare dunque il talento di Samuel L. Jackson, che riesce anche a condurre come un maestro di ballo tutti gli altri interpreti in modo da ottenere un ottimo risultato.




Link alla foto: https://nerdmovieproductions.it/2019/02/05/shaft-ecco-il-primo-poster-domani-il-trailer/

Secondary ticketing sotto accusa

Luglio 01

D'estate è diventato ormai una consuetudine ascoltare per radio, sulle spiagge, nei bar, nei campeggi, i fatidici tormentoni musicali, indistinguibili l'uno dal altro, e vecchi successi "evergreen".
È un periodo carente per le novità musicali.


Pensare che un tempo, almeno in Italia, le case discografiche puntavano molto sul mercato estivo per lanciare attraverso kermesse, come il "Cantagiro", il "Disco per l'estate" e il "Festivalbar", interpreti, che ancora oggi vanno per la maggiore, e canzoni che ancora oggi vengono cantate.
Allora era possibile "gustare" gratuitamente le esibizioni, come avviene il primo maggio, dei molti cantanti che si alternavano sullo stesso palco, oggi si "gusta", a pagamento, il proprio beniamino, partecipando ad un suo concerto che spesso si svolge in una location mozzafiato.


Avete mai provato ad acquistare un biglietto per uno spettacolo ambito da molti? Anche se siete stati veloci come Flash ad andare sull'unico portale autorizzato, probabilmente la vostra impresa non è andata a buon fine!
Finora, quasi tutti i biglietti, si esaurivano entro qualche minuto, per poi riapparire magicamente a prezzo maggiorato, anche + 500%, su altri siti. Questo bagarinaggio, dietro cui ci sono sicuramente grossi interessi finanziari, dal primo luglio 2019 non sarà più possibile attuarlo poiché è stata approvata una legge che impone l'acquisto del biglietto nominativo, resta consentito il cambio del nome purché senza scopo di lucro.
Ma questa legge faciliterà gli utenti?


Vincenzo SperaVincenzo Spera, Presidente di Assomusica, ritiene che questa legge, oltre a non essere necessaria, poiché bastava applicare la vecchia legge n. 232 del 2016, comporterà danni agli operatori del settore e provocherà grande caos all'entrata dei concerti. Inoltre le procedure del cambio del nominativo potranno comportare ulteriori costi. Assomusica propone invece azioni alternative: chiudere tutti i siti di secondary ticketing e utilizzare delle app che consentano di tracciare il passaggio di mano dei biglietti già emessi.
Non vedo l'ora di affacciarmi su Ticketone per scoprire se con il mio click riesco finalmente ad accaparrarmi un biglietto a prezzo equo!

 

la foto di copertina è stata presa dal seguente link:

https://unsplash.com/photos/xJt6Gs20Uqc

what's my generation?

Giugno 30
Pagina 1 di 270

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