Figura iconica e controversa della narrativa statunitense, Philip Roth si è spento questo 22 maggio per un arresto cardiaco all’età di ottantacinque anni. «Ho fatto il meglio che potevo con quello che avevo», è stato riprendendo la frase del pugile Joe Louis che Roth aveva dato il suo addio alla scrittura nel 2012. Prima di quell’anno, il suo contributo alla narrativa statunitense è stato tra i più intensi e significativi.

 

I suoi romanzi sono un unico grande racconto di personaggi nevrotici e ossessivi. Il sesso, il dramma della borghesia americana sono tra i temi più cari alla narrativa rothiana, che si avvale di personaggi iconici che tornano sempre uguali a se stessi in più di un romanzo: Nathan Zuckerman (Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana) e David Kepesh (Il Seno, Il professore di Desiderio, L’animale morente) sono americani di origine ebraica, uomini borghesi e di cultura, tormentati da segreti e ossessionati dal desiderio.

 

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Nel 1998 Roth aveva vinto il Premio Pulitzer per la narrativa con la sua Pastorale. Al Nobel era stato candidato più di una volta, senza vincerlo mai: la sua è una narrativa troppo feroce, troppo ruvida per l’Accademia svedese. Le storie di Roth hanno una fisicità ingombrante e oscena. L’autore ha fatto parlare di sé fin dal suo romanzo d’esordio, Lamento di Portnoy (1969), che gli procurò una denuncia e che fu definito dal New Yorker uno dei romanzi più sporchi mai pubblicati.

 

Le ossessioni, la manie, i tormenti ricorrenti nella scrittura di Roth rendono la sua opera un monumento della letteratura contemporanea statunitense. Uno dei più brillanti esempi di narrativa yiddish in lingua inglese.

 

«Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui» (La macchia umana, 2000).

 

 

 

 

 

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La sentite? Quella voce ininterrotta e irritante? È lui. È tornato.
No, non parlo del Furer, ma del Mercenario Chiacchierone, che dallo scorso week end ha invaso i nostri cinema con il nuovo capitolo della sua saga. Deadpool 2 ha già battuto il record del miglior giorno d’esordio per un film vietato ai minori (Rating R) con i 53.3 milioni di dollari incassati solo venerdì e battendo i 50.4 milioni di It.

Il primo film era definito dallo stesso Deadpool come una storia d’amore. Questo è una storia per famiglie.
[SPOILER ALERT]
Intenzionato a creare una (stravagante) famiglia con la sua amata Vanessa (Morena Baccarin), Deadpool (Ryan Reynolds) vede svanire questo sogno quando la sua bella viene uccisa da alcuni bad guys, la cui morte Wade aveva solo ritardato. Sconvolto, demotivato e ferito, Deadpool prova vanamente a uccidersi per ricongiungersi con la sua amata, ma dovrà fare i conti con Cable (Josh Brolin), venuto dal futuro per fermare (cioè uccidere) un ragazzino che sta appena scoprendo i suoi poteri da mutante e ha problemi col controllo dell’aggressività. Metterà su una bizzarra squadra di eroi, l’X-Force, ma non sempre le cose sono facili come sembrano.

Deadpool 2 - 02

Pur temendo il linciaggio dei fan, chi vi scrive deve confessavi le iniziali perplessità riguardo questa pellicola. Effettivamente, replicare il grande successo del primo capitolo non è facile per nessuno. Inoltre da un film su Deadpool non ci si aspetta una grande trama. Ma al Mercenario Chiacchierone le sfide piacciono e soprattutto gli piace vincere. Perciò ecco che abbiamo un film con una trama di tutto rispetto, seria e che non sfocia mai troppo palesemente nell’irreale. Si procede abilmente per gradi, in modo da non infastidire lo spettatore con salti troppo repentini. Il tutto è supportato da combattimenti e acrobazie davvero spettacolari e affascinanti.

Va da sé che la caratteristica principale resta sempre l’umorismo, soprattutto nelle forme del sarcasmo, dell’autoironia e del citazionismo più esagerato. Le gag comiche riempiono tutta la pellicola, ma sono innumerevoli, infatti, anche le citazioni di ogni tipo: dalla ripetizione di frasi di cult anni ’80 o altri film contemporanei, dalla parodia degli altri film Marvel e degli altri supereroi (Wolverine sempre presente!), fino alla replica in tema di fotografia di scene memorabili e alla scelta di musiche palesemente tratte da altri film. In particolare [Super Spoiler Alert] penso alla scena in cui Deadpool deve lanciarsi dall’aereo e si sentono rockeggiare gli ACDC: come non pensare ad Iron Man, amante dei lanci dagli aerei e della band australiana? Esilarante!
E come non ridere quando DP per riferirsi a Cable lo chiama Thanos?! (I due ruoli sono interpretati dallo stesso Josh Brolin)
Immancabile poi lo sfondamento della quarta parete, col Mercenario Chiacchierone che guarda in camera e parla col pubblico.

Deadpool 2 - 03

Anche i camei sono rivisitati in salsa deadpool e alcuni sono tanto difficili da notare quanto spassosi. Quando Cable [SPOILER] torna indietro nel tempo, finisce in campagna, nei pressi di due contadini su un pickup che analizzano la migliore tecnica per pulirsi il fondoschiena. Uno dei due, pur coperto da tanto trucco e nascosto da una studiata mancanza di luce, è Matt Damon! L’attore però non appare nei titoli di coda se non con lo pseudonimo di Dickie Greenleaf, che è poi il nome del personaggio cui Damon ruba l’identità nel celebre Il talento di Mr. Ripley.
Altre due grandi star appaiono poi come membri dell’eccentrico team che Deadpool ingaggia: Zeitgeist è Bill Skarsgard (il Pennywise di It) e l’esilarante Svanitore che si intravede solo per pochissimi secondi è addirittura Brad Pitt. Inoltre il cattivissimo Fenomeno ha la voce dello stesso Ryan Reynolds.

Tuttavia DP deve sempre superarsi. Le ormai ampiamente conosciute e amate scene post credits (dopo i titoli di coda) qui non mancano e, nonostante l’ironia e lo stravolgimento della trama, a detta degli autori del film sono da considerare parte integrante della pellicola. In più Deadpool presenta dei titoli di testa che sono uno spettacolo che non potete perdervi.

Che state aspettando? Tutti in sala!





Link alle foto: https://www.foxmovies.com/movies/deadpool-2;  http://los40.com.ar/los40/2018/01/15/cine/1516023172_503365.html;http://los40.com.ar/los40/2018/01/15/cine/1516023172_503365.html; http://www.fantascienza.com/23623/deadpool-2-tutti-i-folli-video-e-non-solo-creati-per-il-lancio-del-filmhttp://www.fantascienza.com/23623/deadpool-2-tutti-i-folli-video-e-non-solo-creati-per-il-lancio-del-film

Tutti gli Atenei Campani riuniti per discutere su una nuova scienza all'Università "Parthenope" il 17 e il 18 maggio, questo l'intento manifestato dal Magnifico Rettore, prof. Alberto Carotenuto, dal Pro-Rettore all'Internazionalizzazione, prof. Luigi Romano e dal Direttore del Dipartimento di Studi Economici e Giuridici, prof. Antonio Garofalo.


Il gruppo Brachilogia-Italia dell'Università "Parthenope" (proff. Carolina Diglio, Raffaella Antinucci, Maria Giovanna Petrillo) ha organizzato, in collaborazione con "L'Orientale" (proff. Jana Altmanova, Maria Centrella, Federico Corradi), la "Federico II" (proff. Giovanni Agresti, Valeria Sperti), il "Suor Orsola Benincasa" (prof. Alvio Patierno), la "Luigi Vanvitelli" (prof. Carmen Saggiomo), il Coordinamento Internazionale di Ricerca e Studi Brachilogici (CIREB - Parigi), la S.I.DE.F. (Società Italiana dei Francesisti), l'Istituto Isabella d'Este Caracciolo di Napoli, un convegno internazionale dal titolo Entre-deux et Nouvelle Brachylogie: Convergences et divergences de deux concepts con il patrocinio dell'Università Italo Francese.


Il concetto di Nouvelle Brachylogie è definito come "un modo di essere verso sé stessi, verso l'altro, secondo il discorso basato sullo spirito di conversazione come principio etico e di concretizzazione filosofica della democrazia intesa come ideale di partecipazione di ciascuno, nell'equivalenza degli statuti, alla gestione degli affari di tutti", come afferma il papa della Nuova Brachilogia, Mansour M'Henni dell'Università di Tunisi.

 

Mansour Mhenni

 

Così, la Nouvelle Brachylogie avrebbe due volti, il volto della "brachipoetica", che costituirebbe il metodo di approccio e di analisi della logica del discorso da un punto di vista conversazionale, e il volto della "brachilogia generale", chiamata a studiare i funzionamenti e le implicazioni della pratica conversazionale sulla vita comune e professionale.

 

Il convegno internazionale, in cui converranno studiosi di chiara fama e i cui interventi saranno pubblicati sulla rivista internazionale "Conversations", prevede la proiezione del docufilm selezionato al festival di Avignone, Le Projet du traducteur di Gaëlle Courtois con Pietro Pizzuti e la partecipazione di Stefano Massini prodotto da Alain Esterzon e, a chiusura una mostra fotografica a cura dello studio "Dueminimo" intitolata Des Mots aux choses, che rifletterà, in questo percorso, sulla possibilità di distinguere un'architettura discorsiva da un'architettura conversazionale.

Perché è esattamente di questo che si parla: di un successo che nessuno poteva immaginarsi quando due anni fa la direzione del Salone internazionale del libro di Torino, il più importante e travagliato d’Italia, venne affidata a Nicola Lagioa, uno scrittore. Non un business manager, uno scrittore (Premio Strega 2015, se vogliamo essere ancora più precisi). Che a sua volta si è circondato di scrittori e artisti, e ha infranto ogni regola del marketing per portare avanti la sua idea di circolazione della cultura: quella che alza l’asticella della qualità al massimo e che di tutta risposta riceve solo quantità.

 

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Con il ritorno dei grandi gruppi (Mondadori in primis) e l’affluenza incontrollabile di editori piccoli, medi, grandi, indipendenti e non, il “Saloon” fa un grande smacco alla concorrenza e si riscatta ufficialmente dai suoi tempi bui, riguadagnandosi il ruolo di Salone nazionale, o meglio, internazionale. Non si bada a spese e tra gli ospiti di quest’anno si è goduto del Premio Nobel Herta Müller; di alcuni celebri scrittori italiani e stranieri che spopolano nelle classifiche (Javier Marìas, Alicia Giménez Barlett, Niccolò Ammaniti per citarne solo alcuni); dei maestri del cinema italiano e internazionale Bernardo Bertolucci e Luca Guadagnino; di filosofi (Edgar Morin), di economisti (Alan Friedman), di giornalisti (Roberto Saviano), di attori (Francesco Pannofino che legge Harry Potter), di illustratori e fumettisti (con l'immancabile ZeroCalcare). Le cifre non mentono: 144.386 visitatori in fila al Lingotto; incontri sold out nelle grandi sale; 26.500 lettori agli eventi del SaloneOff disseminati in città.

 

Ma i grandi numeri creano disagi, è vero. File lunghe per gli eventi, corsie asfissianti tra gli stand, le porte del Lingotto chiuse in alcune ore per il sovraffollamento. Eppure non si può dire che ci fosse disorganizzazione: la comunicazione cartacea e digitale è stata impeccabile. L’elemento di disordine l’hanno creato solo le persone, tante, troppe, che a pensarci bene è ciò che ha reso il SalTo 2018 un’esperienza davvero unica. Dopo le “pillole” dispensate ogni giorno nell’Arena Robinson e le altre occasioni che hanno reso il contatto del direttore Lagioia con il pubblico incredibilmente costante, "Mr Saloon" si lascia sfuggire una considerazione cardinale: 

«Tra i disagi legati al successo e i disagi legati all’insuccesso permetteteci di privilegiare i primi».

 

Salone Torino Lagioia

 

Si chiude con un sapore di trionfo e ottimismo la XXXI stagione del Salone internazionale del libro di Torino e le date per la prossima edizione sono già state annunciate: 9-13 maggio 2019.

Nel regno dei Cinemaniac

Maggio 20

 

Cari lettori di MyGeneration se qualcuno di voi volesse intraprendere la carriera di cantanti è bene che sappia che il percorso, anche se uno su mille ce la fa, è pieno di difficoltà e di intoppi.

Purtroppo quegli spazi che una volta aiutavano gli artisti ad emergere stanno scomparendo perché i locali tendono a fare serate di Karaoke o Dj Set; i Talent scout sono in via di estinzione e le case discografiche non vogliono investire a lungo termine su cantanti emergenti, ma sull'usato garantito come i remaster e sulle meteore canore provenienti dai programmi televisivi che hanno molti Follower.

Cinemaniac


Quindi non basta né la passione né il talento, ma bisogna ingegnarsi per ottenere quello che nessuno ti regala: avere un'ottima capacità manageriale per farsi conoscere.
Su questa tematica avremmo potuto intervistare una qualunque band emergente, ma ci è piaciuto parlarne con Giada Torella, voce dei Cinemaniac, perché la sua band mixa spettacolo musicale e allegria. Le loro non sono solo esibizioni musicali, ma trascinano il pubblico con simpatici siparietti.

 

1. Come e quando è nato il vostro gruppo?
L'idea è nata nell'estate 2015 dalla volontà di creare un progetto capace di unire la passione della musica a quella del cinema. Solo nel gennaio 2016, dopo vari tentativi e prove con diversi musicisti, sono riuscita a trovare la giusta formazione e da li a pochi mesi abbiamo iniziato a suonare live.

2. Da che deriva la scelta di interpretare principalmente canzoni tratte dai film?
Interpretiamo solo colonne sonore perché ci piaceva l'idea di arrivare al cuore delle persone facendo rivivere le emozioni scaturite dai film, attraverso la musica. Difatti durante le esibizioni musicali vengono proiettate anche le immagini del film.

3. Usualmente una band musicale sceglie di intraprendere uno specifico genere musicale: Pop, Rock, Discomusic... Con la vostra scelta non pensate di rinunciare ad una propria identità musicale?
No, anzi il cinema è il nostro filo conduttore. L'idea è quella di creare uno spettacolo musicale con supporto video, intermezzi recitati, uso di costumi e di oggetti di scena ed un coinvolgimento attivo del pubblico. Inoltre i brani sono stati interamente arrangiati e spaziare da un genere musicale ad un altro è una prerogativa che ci dà originalità, consentendoci di creare atmosfere diverse durante lo spettacolo.

4. Voi vi esibite principalmente nei locali che una volta venivano frequentate dai Talent Scout. Oggi questa figura non esiste più, tuttavia il locale può essere un trampolino di lancio per l'affermazione della vostra carriera?
È un po' complicato rispondere a questa domanda, perché dipende dal tipo di locale. Mi spiego meglio: attualmente nella nostra città non c'è molto spazio per la musica live. Spesso i locali, più che essere una vetrina per le band, ricercano la musica dal vivo per ampliare la propria clientela. Chiunque abbia suonato a Napoli si sarà sentito dire almeno una volta: "Avete seguito? Quanta gente portate?".
Ecco, questo modo di fare svilisce l'artista in quanto sembra che sia più importante essere un buon PR che un musicista. E' più raro trovare locali che godono di prosperità propria e che investono sulla musica live. Con questo non intendo far nessun tipo di polemica semplicemente ho esaminato negli anni questo fenomeno e credo cha da un lato sono tempi durissimi per chi investe nella gestione di un locale per le numerose spese di gestione, dall'altro canto la musica live non è il genere di intrattenimento che "va per la maggiore" e sta vivendo una lenta e stentata ripresa.

5. Qual è il rapporto che avete con i Social Network? Sulla vostra pagina FB ci sono tanti video con le vostre esibizioni. Sono solo una vetrina o sono messi affinché abbiate una migliore interazione con il pubblico?
È un rapporto stretto ed importante perché è un mezzo per arrivare a più persone possibile. I Social Network sono necessari per pubblicizzare gli eventi ed, indirettamente, il locale che ci ospita. Abbiamo una nostra pagina Facebook aggiornata con foto, link e video.

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6. É possibile ascoltarvi via Spotify o su Itunes?
No.
7. Abbiamo saputo che nei vostri spettacoli la gente si diverte. Qual è il vostro segreto?
Si è vero, in genere il pubblico si diverte perché siamo noi per primi a divertirci. L'energia positiva che nasce dal nostro feeling si trasmette in maniera naturale al pubblico che di rimando ci dà nuova carica. Quando si crea quest'alchimia il risultato è pazzesco, una vera bomba di adrenalina e ci sentiamo realmente soddisfatti del nostro lavoro.

8. C'è un momento dei vostri spettacoli che ricordate particolarmente?
Personalmente c'è un momento per me "speciale" : quando a fine esibizione scendo dal palco, spengo il microfono ed abbraccio i miei musicisti, compagni d'avventura ma soprattutto amici. É in quell'abbraccio sudato che raggiungo il culmine della mia gioia. Portare avanti una band non è affatto semplice ma a conclusione di un concerto, sentire l'affetto dei tuoi compagni di squadra è davvero emozionante.
Ringrazierò sempre la musica per avermi dato l'opportunità di condividere momenti indimenticabili con ciascuno di loro. Vorrei citarli e ringraziarli per la loro amicizia e professionalità: Gaetano Salzano alla batteria, Sergio Carleo al basso, Roberto Castaldo alle tastiere, Giovanni Impagliazzo al sax, Lello Cocchiaro e Giuseppe Dardano alla chitarra.

9. La gavetta comprende, come fate voi, proporvi anche per feste private. Qui lo spettacolo, rivolgendosi ad un pubblico ristretto è diverso? Più libero o più complicato?
Ci capita di suonare per feste private ed in queste circostanze cerchiamo di accontentare il più possibile le esigenze del committente.

10. Ci parlate dei vostri prossimi impegni?
Innanzitutto stiamo facendo le prove per il nostro prossimo spettacolo che si terrà a Napoli, l'8 Giugno, al "Dublin pub" (Via Pasquale del Torto, 15) e poi siamo in trattativa per partecipare al "Salento International film festival" che si terrà a settembre. Incrociamo le dita.

 

 

Ringraziamo Giada per la sua disponibilità

 

Foto prese dalla pagina Facebook:

Cinemaniac FB Official Page

 

Ancora letteratura d'autore a Scampia dove, presso la Scugnizzeria, il giornalista e scrittore Giosuè Calaciura, finalista del Premio Campiello (2002), ha presentato il suo ultimo romanzo, Borgo Vecchio, edito da Sellerio, con cui ha vinto il Premio Lettarario Nazionale Paolo Volponi (2017).

Nella sua opera, ambientata a Palermo, sono presenti storie e personaggi inventati che rispecchiano pienamente la realtà di una qualunque periferia, dove malessere, disagi, miseria, arretratezza culturale sono all'ordine del giorno.


Protagonisti del libro sono anche gli animali perché, come ha spiegato lo scrittore, attraverso la favola è più semplice raccontare realtà allucinanti, quelle rifiutate da taluni lettori che non vogliono essere ammorbati da problematiche sociali.
Lo sguardo di Calaciura si sofferma in quelle strade, in quei vicoli, in cui non esiste la legalità, non esistono regole del buon vivere e dove la mancanza delle istituzioni favorisce la criminalità.
Con l'autore palermitano abbiamo voluto approfondire qualche argomento:

 

 

 

Calaciura

 

 

 

- I vicoli di Palermo, anche se non è mai citata, sembrano la fotocopia di quelli napoletani dove si respira la stessa aria problematica. C'è speranza per i figli di queste terre?

Palermo e Napoli sono molto simili. Nelle vele vedo l'architettura dello Zen, quella stessa architettura che è speculare alla marginalità, come se fosse costruita apposta per rendere le persone distanti e ghettizzate. In questi luoghi la speranza intanto è per chi ce la trova. Appartiene a quelli che rimangono e a quelli che si impegnano a raccontare storie così tenebrose.


- Il suo è un racconto corale, ma senza scomodare Verga, quanto ha inciso nella stesura del libro il suo essere giornalista di strada?
Ha inciso molto il fatto che il giornalista deve dare conto di tutte le voci in gioco. L'elemento corale è una scelta letteraria, dovuta alla volontà di dare un andamento tragico al mio racconto.

 

- Lei racconta un universo spietato, fatto di prostitute, di malviventi e malaffare. Lo fa solo per puntare il dito su una realtà che esiste o per denunciare l'assenza delle istituzioni?
Per entrambe le cose. Per dare voce a chi da molto tempo non ne ha e per denunciare la totale assenza delle istituzioni in realtà così depresse e marginali, dove anche l'architettura è nemica. I bambini in queste periferie non vedono il bello, il mondo attorno a loro è orribile, allora mi chiedo: perché devono scegliere la legalità?


- Molti di quelli che hanno letto il suo libro potrebbero pensare di trovarsi davanti al solito scritto che mette in luce solo gli aspetti negativi di un territorio e che addirittura li amplifichi. Lei a queste critiche cosa risponde?
A me sembra che le uniche storie da raccontare siano quelle di cui parlo. Le altre mi interessano poco. Voglio raccontare le ferite. Perché? Per sanarle. Le storie che raccontano di una borghesia e di una realtà pacificata e serena, spesso a scapito di altri, non mi interessano, anzi mi indignano.


- Nel suo libro i carnefici sono anch'essi vittime delle circostanze?
Nei miei libri non ci sono vittime e carnefici. I miei personaggi sono tutte vittime. Anche chi fa il male è una vittima. L'importante è che gli uomini sappiano scegliere con giustizia tra bene e male, tra chi commette il male per il proprio tornaconto e chi lavora per la comunità.

 

 

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Zen di PalermoZen di Palermo

E se... il Napoli ci riuscisse?

Maggio 08

Se la memoria ci lega al passato, l'immaginazione è lo strumento che ci permette di interpretare il futuro producendo realtà aumentate legate a infiniti mondi possibili le cui dinamiche si consumano fra i vapori delle nostre docce , mentre in sottofondo un brano di Simon and Garfunkel concilia l'agire in fieri dei nostri avatar.


È ovvio, a questo punto, in base alla definizione che ne ho dato, che la mia immaginazione è talmente fervida da essere buona solo ad inutili film mentali. Ed è in questa sede che mi preme darle libero sfogo, immaginando un mondo parallelo in cui il Napoli ce la fa: scalza la Juventus e vince il suo terzo scudetto! Poiché sanguino neroazzurro, e ho visto Julio Cesar volare, levando dall'angolino basso il tiro della vita di Leo Messi, ho ammirato Maicon penetrare nella difesa del Barcellona, impetuoso come Charles Bronson ne La Grande Fuga, provo tenerezza nel vedere le baccanali dionisiache che i napoletani inscenano per una vittoria a Torino e mi chiedo cosa potrebbero essere in grado di fare se effettivamente riusciranno a scucire il tricolore dalle maglie dei gobbi.


Mi rispondo immaginando il verde brillante dell'erba del San Paolo, il 20 maggio. Va in scena Napoli-Crotone, ultima giornata di un campionato pazzo. La partita si mette subito in salita. I ragazzi di Sarri non reggono la pressione, se la fanno sotto, e cominciano la partita più contratti dei muscoli facciali di CR7. Dopo appena due minuti e quaranta, Simy "sbuccia" di tibia un pallone che sembrava piovere innocuo. Reina si oppone come un oplita dell'esercito di terracotta in esposizione alla Basilica del Santo Spirito, ed è 0-1 per i calabresi. Intanto le lancette girano inesorabili e da Torino arrivano voci incontrollate: gira voce che la Juventus stia vincendo 20-0 contro il Verona, e che abbia segnato anche Buffon di testa, su calcio d'angolo.

 

Ma sono solo voci.

 

In realtà perde con un gol di mano.

 

In fuorigioco.

 

Oltre il tempo di recupero del primo tempo.

 

È ormai l'ottantasettesimo minuto di gioco e anche la speranza sembra essersi esaurita, quando improvvisamente Zielinski, entrato al posto di uno scialbo Hamsik, spara una cannonata di destro dai trenta metri, che si insacca all'incrocio dei pali. Sull'onda del ritrovato entusiasmo, i ragazzi di Sarri, sospinti dal ruggito del San Paolo, trovano il raddoppio al novantatreesimo , con un goal–fotocopia di Koulibaly, che ripropone il decollo autorizzato dall'aeroporto Caselle di Torino. È l'apoteosi: manca ancora un minuto al fischio finale, ma i 75.000 inscenano triplici fischi fittizi, mandando in controtempo il cornicione di Ultras che si è già riversato sugli spalti per fare invasione.

 

Al fischio finale e telecamere di Sky inquadrano Luigi De Magistris mentre stampa un bacino umido sulle labbra del presidente De Laurentiis, che nel post partita dichiara che da questo momento in poi ha chiuso con il calcio, lui vuole tornare a fare cinema, perché ha una macchina da presa al posto del cuore.

 

 

 

 

Link all'immagine https://www.calcionews24.com/koulibaly-juventus-napoli-zaza-gol/

Barcellona infinito!

Maggio 07

A causa della mentalità fortemente provinciale che connota larga parte del giornalismo sportivo italiano, quando una grandissima squadra europea perde contro una di Serie A , il giorno dopo si sprecano i titoloni in pompa magna sulla classica "fine di un'era".


Comincia una parata grottesca che vede in prima linea una serie di sofisti incravattati, intenti a spiegare agli abbonati delle Pay TV che Dybala vale quanto Messi e che Cristiano Ronaldo farebbe fatica a trovare spazio nella Juventus. Quest' anno, tale sorte è toccata al Barcellona, in occasione della cocente sconfitta subita all'Olimpico contro la Roma che è costata l'eliminazione dalla Champions League. Il giorno dopo, a giudicare dai titoli di giornale, sembrava che il Barcellona fosse arrivato al capolinea di un ciclo di incredibili vittorie. Invece, a più di un mese da quella partita, i catalani si sono laureati campioni di Spagna per la nona volta in dodici anni, conquistando, con la vittoria della Coppa del Re, l'ottavo "doblete" della sua storia.


Altro che fine di un' era.


Sicuramente l'arrivo di Valverde ha stimolato un cambio d'impostazione in una squadra molto più dedita alle transizioni offensive rispetto agli anni passati. La rete fittissima di passaggi a centrocampo, l'ormai celebre tiki taka, si è pian piano assottigliata, privilegiando fraseggi offensivi più asciutti. Questo moderato cambiamento di rotta è in parte dovuto al ricambio generazionale che investe le fila della mediana catalana: Dopo il grande Xavi, anche Andres Iniesta ha detto addio al Camp Nou. Con la perdita del duo che incarnava la filosofia di gioco del grande Barcellona di Guardiola, la manovra a centrocampo si è dovuta evolvere seguendo forme più asciutte, dettate dalle menti certamente meno geniali di Rakitic e Paulinho. Anche in attacco le cose sono cambiate, dato che un tridente offensivo collaudato sul modello della "MSN" è ancora in fase di costruzione a causa del macchinoso ambientamento di Dembelé, e alle giocate ancora troppo avulse dal contesto di un comunque fortissimo Coutinho.


Eppure, nonostante i lavori in corso, il Barcellona ha vinto dominando, chiudendo la lotta per il titolo a ben dieci punti di distanza dal Real di Cristiano, battuto al Bernabeu per 3-0. La grande bellezza del mancino argentino risplende ancora di magia e la genialità di Iniesta, forse il centrocampista più forte della storia insieme a Zidane, ha illuminato il Camp Nou un' ultima volta.

 

Ma la leggenda del grande Barcellona continua!

 

 

 

 

Foto tratta da Barcellona.org

Le vie dell’ispirazione sono infinite, o lo sono quelle per far soldi? Il capostipite della famiglia Benetton…ehm, Brad Pitt, ha deciso di produrre nientemeno che un film sullo scandalo delle molestie di Henry Weinstein.

 

Come ben sappiamo, il magnate è stato distrutto e messo alla gogna dal lavoro di due giornaliste, Jodi Kantor e Megan Twohey, reporter entrambe per il New York Times. Le donne hanno svolto un lavoro sopraffino per incastrare Weinstein: indagini meticolose, raccolte di prove schiaccianti, interviste, dichiarazioni, nominativi. Proprio grazie a loro e al direttore che le ha pubblicate, moltissime stelle del mondo di Hollywood si sono fatte avanti, denunciando tramite #MeToo e #TimesUp gli abusi e le molestie ricevuti.

 

brad pitt 2 the new yorker

 

Ebbene, Plan B, la casa produttrice di Pitt, ha annunciato l’intenzione di realizzare un film sullo scandalo. La pellicola sarà incentrata sull’attività di investigazione delle due giornaliste, che porterà poi alla scoperta dell’orrore perpetrato dal produttore.

Quello di Pitt è un modo come un altro per guadagnare, anche speculando sulla sofferenza delle persone, o è uno strumento per portare alla luce l’orrore e donare alle donne il coraggio per opporsi e farsi sentire? Attendiamo le vostre opinioni!

 

brad pitt 1 gossip cop

 

link alle foto: http://variety.com/2018/film/news/weinstein-bankruptcy-big-mess-1202710896/http://variety.com/2018/film/news/weinstein-bankruptcy-big-mess-1202710896/

https://www.gossipcop.com/brad-pitt-neri-oxman-babies-kids/

[Avviso: il seguente articolo contiene spoiler anche pesanti ed è frutto del turbinio di emozioni provate da una fan Marvel appena uscita dal cinema.]

Ieri, 25 Aprile, come ogni anno si celebrava l’anniversario della liberazione dell’Italia al termine della seconda Guerra mondiale.
Ieri, 25 Aprile 2018, dopo una lunghissima e spasmodica attesa, è stato liberato Avengers: Infinity War in tutte le sale cinematografiche d’Italia. Alcune sale hanno addirittura proiettato il film già a mezzanotte e con una gran risposta del pubblico giovanile.

Ma parliamo del film, che ha avuto dalla critica americana delle critiche positive, ma non entusiastiche come per gli altri film Marvel. Indubbiamente i registi, i fratelli Russo, hanno affrontato una sfida enorme: creare uno dei più grandi kolossal di tutti i tempi. Perché? Beh, nel cast ci sono così tanti attori che sembrava impossibile riuscire a farli apparire tutti in scena. Invece ci sono proprio tutti, anche se bisogna ammettere che alcuni personaggi hanno più spazio e molte più battute rispetto agli altri.
So che state pensando a Robert Downey Jr., lo so. E fate bene.

La trama? Il già potentissimo Thanos è in procinto di impadronirsi delle Gemme dell’Infinito, di cui vuole sfruttare il potere per dominare l’universo. Il suo scopo è quello di sterminare metà della popolazione di ogni pianeta, visto che le risorse naturali sono in esaurimento, mentre gli esseri viventi aumentano esponenzialmente e sono destinati a morire per carestie e fame. Sostanzialmente, visto che molti moriranno, tanto vale farli morire ora. Questo, secondo Thanos, è pietà.
Peccato che i vari supereroi Marvel non la pensino allo stesso modo. Sia gli eroi che già davano la caccia a Thanos e sia quelli che lo hanno appena conosciuto condividono lo stesso obiettivo: fermare Thanos. Collaborare è indispensabile e inevitabile. Vediamo quindi formarsi sostanzialmente due gruppi, attivi tra lo spazio e la terra: da un lato Iron Man, Doctor Strange, Spiderman, Starlord e i suoi; dall’altro Cap, Falcon, Vedova Nera, Bucky, Pantera Nera, Visione, Scarlet Witch, Iron Patriot e un Bruce Banner apparentemente e simpaticamente privo di Hulk. Mina vagante è Thor, il primo a subire il passaggio di Thanos, all’inizio del film, e apparentemente il più imbestialito.

Thor merita una menzione speciale. È quello che, a modestissimo parere della sottoscritta, ci mette più impegno, viaggia a destra e a manca nell’universo ed è proiettato costantemente al superamento dei suoi limiti affrontando pesanti sfide. Gli altri si dividono tra chi a stento proferisce parola (Cap, Vedova Nera), chi fa solo da tirapugni (Drax, Falcon) e chi si propone di elaborare piani e contribuire decisivamente alla sconfitta del nemico, ma finisce preso da drammi personali e problemi psicologici tanto degni di compassione quanto inutili ai fini della “missione” (Iron Man, Starlord, Gamora).
E poi c’è Doctor Strange. Personaggio che in parte appartiene al gruppo di eroi sopracitato (quelli che dovrebbero fare, ma non fanno), ma che – sempre a modestissimo parere di chi vi parla – può racchiudere le sorti della storia. Esperto di arti mistiche, le sue parole sono elusive e potrebbero rivelare più di quanto sembra in apparenza. Potrebbe addirittura aver fatto più di quanto sembrerebbe, potrebbe in un certo senso aver svolto il ruolo di burattinaio, influenzando gli inconsapevoli colleghi.

Tutti questi nodi dovrebbero venire al pettine nel secondo capitolo della Guerra Infinita, la cui uscita è prevista per il mese di maggio 2019 e sulla cui trama ora inizieranno tante di quelle speculazioni che a tutti gli appassionati del mondo fumerà il cervello. Infatti, la pellicola uscita ieri appare un po’ come una sorta di lunga preparazione al secondo capitolo. Piano piano vengono presentati tutti i personaggi (accolti in sala dall’applauso di quello stesso pubblico che applaude il pilota all’atterraggio, direi) e nel finale c’è una battaglia, bella ma non epica, che si conclude con la sconfitta degli eroi. Tuttavia, almeno per quanto riguarda gli Avengers, una sconfitta iniziale la si becca sempre. Dopo, inviperiti, si inizia a giocare duro fino alla vittoria.

Personalmente, ritengo che ci si può aspettare di tutto dalla seconda parte di Infinity War. La Marvel, dai primi film in cui i supereroi sconfiggevano i nemici senza versare una goccia di sudore e praticamente a suon di battute di spirito, ha fatto molti passi avanti, affinando la capacità di mixare l’umorismo (pur prevalente) alla tensione dei combattimenti e alla drammaticità di alcuni eventi.
In particolare, potrebbe accadere qualcosa che restauri la situazione precedente l’arrivo di Thanos sulla Terra, ma potremmo anche dover accettare alcuni dei drammatici cambiamenti visti in questa pellicola.
Mi spiego, qualcuno dei nostri beniamini potrebbe non ritornare. C’è infatti da considerare il fatto che il contratto di alcuni degli attori è terminato. Parlo di Chris Evans e Tom Hiddleston, ad esempio. Il primo potrebbe anche voler continuare a vestire i panni di Steve Rogers, magari per dargli una degna conclusione. Il secondo, pensandoci, potrebbe realmente aver smesso i panni del Dio dell’Inganno, che nel film è morto, spezzando il cuore della sottoscritta.
Ma è tutto da vedere!

E voi? Cosa ne pensate?

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