Il diamante pazzo: Syd Barrett

Gennaio 19

Quest'anno, una volta al mese, la sezione musica di MyGeneration punterà la lente di ingrandimento su un artista che, dal suo punto di vista, ha lasciato un'impronta indelebile nell'universo musical
Si incomincerà presentando Roger Barrett, in arte Syd, che ai più giovani non dirà nulla, ma che, per gli appassionati, risulta di essere una delle figure principali del rock psichedelico.
È bene sapere che la vita di questo musicista si intrecciò con la storica band britannica dei Pink Floyd che, per tutto l'arco della sua esistenza, tributò canzoni e album al quel suo primo frontman, sebbene fosse rimasto con il gruppo poco tempo.


Il nucleo originario, indirizzato verso il blues, Sigma 6, fu fondato da Richard Wright e da Roger Waters, ma fu con l'entrata di Syd Barrett la svolta verso il sound psichedelico e la sostituzione del nome con cui la band divenne famosa. È inutile cercare sui dizionari d'inglese, ma il nome del gruppo deriva dall'unione dei nomi di Pink Anderson e Floyd Council, musicisti amati dal futuro diamante pazzo che grazie al suo "certo non so che" riuscì a far ottenere ai Pink Floyd degli ingaggi nelle balere della Swinging London come la Roundhouse o l'UFO Club e un contratto discografico presso la EMI Records.
Ma come spesso avviene per gli artisti, ad una' ascesa rapida segue una discesa ancor più rapida. Il successo travolse il "Sorridente Syd", come lo chiamava affettuosamente Hendrix , e un'aspirale di droga, sesso e rock'n roll lo portò alla follia e alla defenestrazione dal gruppo che fu costretto, per raggiungere l'agognato successo commerciale, ad affiancare l'ingestibile Syd ad un giovane David Gilmour, che in seguito, lo sostituì del tutto.


Chi l'ha incontrato in quel periodo ha parlato di un Syd distaccato, presente nel corpo, ma non nella mente. Probabilmente l'acido assunto gli devastò le sinapsi celebrali e, come disse anche da Gilmour, gli accelerò un processo, già era in atto, che lo portò alla schizofrenia.
Ma a noi della sezione musica piace ricordare l'artista e il musicista perché proprio i suoi pezzi, come "Arnold Layne" e "See Emily Play", hanno lanciato commercialmente la band ed anche perché le sue canzoni soliste, contenute nel album "The Madcap Laughs", uscite giusto 50 anni fa, nel gennaio del 1970, hanno influenzato tantissimi artisti tra cui David Bowie, Peter Gabriel e Marc Bolan, personaggi di cui ci occuperemo nei prossimi mesi.

 

La foto è stata presa dal seguente sito:

http://www.ondamusicale.it/index.php/musica/19444-syd-barrett-e-la-sua-ultima-intervistahttp://www.ondamusicale.it/index.php/musica/19444-syd-barrett-e-la-sua-ultima-intervista

Il vampiro più famoso di tutti i tempi? Facile: Dracula (no, Twilight per favore no!).
Perché parlarne? Anche questa è facile: il Conte nato dal romanzo di Bram Stoker nel 1897 è il protagonista di una nuova serie tv, chiamata appunto Dracula e creata da Steven Moffat e Mark Gatiss.
State cercando di ricordare dove avete già sentito questi nomi? Vi aiuto io: sono i creatori di Sherlock. Ed è facilissimo notare il loro stile nei tre episodi – della modica durata di circa 90 minuti l’uno – che compongono questo tv show, distribuito da Netflix lo scorso 4 gennaio.

Innanzitutto è impossibile non notare la precisione storica che traspare non solo dalle date e dai dialoghi, ma anche dagli oggetti di scena, dai costumi e dalle scenografie. Inoltre c’è un’iniziale fedeltà al romanzo che appare come vivificato dall’abilità di Moffat e Gatiss. Iniziale poiché nel corso degli eventi la fedeltà viene persa, in favore di un’originalità studiata e graditissima: basti pensare l’antagonista di Dracula qui è Agatha Van Helsing (una stupenda Dolly Wells), una suora davvero furba e scaltra, che fa subito breccia nei cuori del pubblico – forse anche più del protagonista stesso, che a ben vedere risulta un tantino bidimensionale e statico, al di là della splendida interpretazione di Claes Bang.
Infine, bisogna considerare che la vicenda viene portata da due creatori – nel terzo episodio, per la precisione – ai tempi nostri, nell’attualità: in questo modo Dracula invia email e la suora lascia il posto ad una pronipote, la scienziata Zoe Van Helsing (sempre Dolly Wells). Ciò non è nuovo a Moffat e Gatiss e anzi risulta un po’ prevedibile.

Dunque, le altissime aspettative su questo prodotto telefilmico sono in parte deluse poiché abbiamo sì un’ottima interpretazione del cast, ottime scenografie e fotografia, ma la storia manca di colpi di scena – gravissima pecca tenuto conto dell’importante durata degli episodi – e l’interesse dello spettatore cala lentamente ma irreversibilmente ad ogni episodio.
Un vero peccato!




Link alla foto: https://www.cinematographe.it/focus-serie/dracula-differenze-serie-tv-netflix-libro-bram-stoker/

Il 2020 porterà con sé tante novità, non solo in ambito politico, sociale ed economico, ma anche in ambito musicale. L'Italia, in modo particolare, verrà inondata da kermesse musicali a cui, per molti appassionati, la partecipazione è irrinunciabile.


Arene e stadi si riempiranno di fans sfegatati accorsi ad acclamare i propri beniamini.
Artisti italiani e performers internazionali hanno scelto il Belpaese come una delle tappe dei loro interminabili tour, segno che le città italiane sono delle location affascinanti che aiutano a rendere indimenticabili gli spettacoli musicali e forse per questa ragione sono molti quelli che, per celebrare la loro carriera, hanno ben pensato di esibirsi nella nostra penisola.


Non vogliamo fare un elenco interminabile, perciò puntiamo il dito solo su alcuni di loro che, per giudizio personale, sono i musicisti più significativi del panorama nazionale e internazionale.


Il concerto dei Kiss si terrà all'arena Verona il 13 Luglio. Sarà un tour d'addio, infatti il gruppo newyorkese, convinto ormai che il rock sia morto, ha deciso di appendere microfoni e chitarre al chiodo con una tournée internazionale di oltre 75 date.


Un altro veterano che cavalcherà i palchi nostrani sarà Ozzy Osburne, accompagnato dai Judas Priest, che celebrerà i suoi 50 anni di carriera, il 19 novembre, con uno show all'Unipol Arena di Casalecchio di Reno. Ricordiamo che lo spettacolo è stato rimandato e poi cancellato più volte a causa dei problemi di salute dell'ex voce dei Black Sabbath.


Chi manca dal paese di Dante da ben 7 anni è l'arzillo baronetto di Liverpool, Paul McCartney, il quale ha annunciato, tramite i suoi canali social, che finalmente suonerà al Lucca Summer Festival e in Piazza Plebiscito a Napoli rispettivamente il 10 e il 13 giugno.


Altro gradito ritorno sarà quello dei Red Hot Chilli Peppers che, al Festival Firenze Rocks, si esibiranno il 13 giugno all'Ippodromo del Visarno. Questa tournée vedrà il ritorno, nella formazione, di John Frusciante, lo storico chitarrista della band.


Tra i gli artisti italiani segnaliamo che il 10 luglio, allo Stadio San Siro di Milano, ci sarà il concerto di Max Pezzali che festeggerà i 30 anni di carriera che, iniziata con gli 883, continua ancora oggi.

 

l'immagine è stata scaricarta da qui :

https://pixabay.com/it/photos/musicista-chitarrista-chitarra-2708190/

“Fratelli e sorelle… buonasera!”
Una frase estremamente semplice, ma entrata nella storia: si tratta delle prime parole di Papa Francesco, al tempo cardinale Jorge Bergoglio, asceso al soglio pontificio il 13 marzo 2013.
Una data di giubilo, preceduta però da mesi di incertezza e stupore: era impensabile, infatti, che un papa potesse dimettersi dal suo ruolo. Eppure così ha fatto Papa Benedetto XVI, al tempo Joseph Ratzinger, forte delle sue conoscenze storiche e di diritto: non è stato il primo papa a dimettersi, infatti, poiché prima di lui molti altri lo fecero, ma mai dopo il 1415, e la rinuncia al papato è contemplata dal Diritto Canonico (Canone 332, comma 2).

Come già detto, furono mesi di incertezza e stupore, in cui fedeli e non rimasero incollati agli schermi tv per avere sempre maggiori notizie. Oggi sappiamo com’è andata a finire la vicenda, ma sappiamo davvero come si è svolta? Ecco che arriva allora adesso un film che rivela molto del “dietro le quinte” di questa singolare vicenda: si tratta di I due papi, diretto da Fernando Meirelles e distribuito da Netflix lo scorso 20 dicembre.

La pellicola ruota intorno ad un soggiorno romano del cardinale Bergoglio, intenzionato a far accettare al papa, Benedetto XVI, le proprie dimissioni. Un soggiorno in cui i due religiosi, tra disaccordi e confidenze, impareranno a conoscersi l’un l’altro e a conoscere se stessi. Le conseguenze di questo incontro scuoteranno le fondamenta della Chiesa.

Un film con un argomento di notevole interesse per fedeli e non, con un cast eccezionale che vede i due papi interpretati da un meraviglioso Anthony Hopking (Ratzinger) e un superlativo Jonathan Pryce (Bergoglio), ma che soprattutto riesce nell’ardua impresa di ritrarre due figure storiche e attuali di notevole spessore in modo umano, diretto e semplice, ma sempre con profondo rispetto e precisione.
I due papi, infatti, ad un livello superficiale, si rivelano così come i mass media ce li hanno spesso proposti: l’uno freddo, austero e distaccato, l’altro estremamente buono e caritatevole. Ad uno sguardo più attento, però, tramite le proprie parole, ma ancor di più la propria gestualità, i due protagonisti rivelano innumerevoli sfaccettature del proprio carattere: ad esempio, nonostante papa Ratzinger tenda puntualmente ad evitare il contatto visivo e fisico con gli altri, in realtà ne ha profondamente bisogno e, nei momenti di estrema necessità, rivolge degli sguardi estremamente eloquenti al cardinale Bergoglio; quest’ultimo, d’altro canto, al di là della sua estrema bontà, rivela un carattere forte e deciso, non sempre disposto al compromesso.

In conclusione, una pellicola tecnicamente ineccepibile, con una vicenda e un messaggio davvero importanti e – no spoiler – un finale davvero simpatico!




Link alla foto: https://www.ecodelcinema.com/i-due-papi-conferenza-stampa.htm

Il Natale è alle porte e nella maggior parte delle case già troneggia il mitico ospite fisso: l'albero di Natale. Albero che, vero o finto, costudisce, sotto i suoi rami, grandi e piccoli pacchetti, che, per tradizione, verranno aperti il 25 dicembre quando nelle case spesso echeggiano i canti natalizi.

 

Eh sì, il Natale è anche questo, miscellanea di elementi religiosi e non, e la musica è forse quell'elemento protagonista di questo periodo perché è in grado, grazie alle sue note, di parlare direttamente ai cuori, indipendentemente dal proprio credo religioso.

 

Le canzoni natalizie sono così tante e sarebbe impossibile, a meno che non se ne facesse un elenco, ricordarle tutte, perciò ci soffermeremo solo su quella italianacomposta da ben sette strofe anche se, di solito, ne conosciamo a memoria solo le prime due che impariamo fin da piccoli e sentiamo ovunque durante il mese di dicembre: Tu scendi dalle stelle.

 

E se i brani natalizi più celebri vengono dalla cultura popolare che ha cantato il Natale unendo le voci a strumenti folkloristici come la zampogna, la ciaramella e l'organetto, a Tu scendi dalle stelle fa da sottofondo il suono della zampogna, tanto che questa melodia viene definita pastorale proprioperché la zampogna era ed è il tipico aerofono suonato dai pastori abruzzesi.

 

Questo inno composto da Sant'Alfonso De' Liguori, pubblicato nel 1769, ricalca Quanno nascette Ninno dello stesso autore, ha un testo molto semplice e pieno d'amore che racconta la storia della nascita di Gesù e la ragione della sua venuta sulla terra. Fu apprezzato anche da Giuseppe Verdi che, dopo averlo ascoltato nella cappella di Palazzo Doria, a Genova, la notte di Natale nel 1890, si complimentò con il coro dei ragazzi che avevano eseguito quel brano essenziale a creare l'atmosfera natalizia.

 

 

Questa melodia è famosa in tutto il mondo, alla pari di Jingle Bells, e ci inorgoglisce il fatto che, anche esistano traduzioni, il più delle volte viene intonata in lingua italiana.

 

L'immagine dell'articolo è stata scaricata da qui :

https://pixabay.com/it/photos/coro-chiesa-coro-chiesa-408412/

copertina

 

Inge Morath: donna dalle capacità letterarie elevate, incredibile viaggiatrice, poliglotta, ma soprattutto la prima fotografa ad entrare nel mondo MAGNUM, assieme a professionisti come Ernst Haas, Henri Cartier-Bresson e Robert Capa: personaggi che l'accompagneranno per tutta la sua vita.

 

Nata nel 1923 a Graz, in Austria, Morath studia linguaggio a Berlino. Oltre il tedesco, sua lingua nativa, parlerà altre sette lingue; grazie anche a queste sue abilità linguistiche comincerà a lavorare come scrittrice, occupandosi degli articoli che accompagnavano le foto di Haas o Capa.


Ma dal 1951, a Londra, Inge comincerà a scattare e nel 1955 diventa a tutti gli effetti membro ufficiale della fondazione. Da qui in poi la fotografa farà numerosi viaggi in giro per il mondo, anche in Europa e in URSS creando un portfolio fotografico senza eguali, dove riesce a catturare il "momento decisivo", come affermava Cartier-Bresson.


Momento decisivo sarà anche quello che permette alla Morath di scattare una delle foto più famose della sua carriera, legata inevitabilmente anche a fatti di vita personale: nel 1962, infatti, Morath sposerà Miller con cui rimarrà per tutta la vita. Nel 1960 farà da assistente ad Henri Cartier-Bresson sul set de Gli Spostati (The Misfits), film diretto da John Huston e sceneggiato da Arthur Miller, all'epoca marito di Marilyn Monroe, che aveva scritto quel personaggio basandosi proprio su di lei, ed è qui, nel Nevada, che durante un momento di pausa dalle riprese, la fotografa riesce a catturare una Marilyn solitaria, sfatta (se ci è concesso il termine) ed intenta a ripetere dei passi di danza: la delicatezza stessa dell'attrice, separata per un momento da quella femminilità prorompente che l'ha sempre accompagnata e che sempre lo farà nell'immaginario comune, traspare da questa foto, mostrandone un'umanità senza eguali, un'innocenza che la rende ancora più umana.


Foto di personaggi importanti tra Parigi e New York, reportage di viaggi, rappresentazioni di vita comune, non importa quale sia il soggetto, ma in ogni caso questa superba fotografa è riuscita ad immergersi all'interno di un mondo "maschile", dove vi erano nomi già fortemente affermati ed a far emergere la sua poetica, il suo sguardo, aprendosi al mondo, perché come lei stessa affermava, fotografare vuol dire fidarsi di ciò che si vede e mettere a nudo la propria anima.


Oggi le sue opere sono finalmente in Italia ed in mostra, dopo essere state esposte a Treviso e Genova, al Museo di Roma in Trastevere, fino al 19 gennaio 2020. La mostra, a cura di Marco Minuz, Brigitte Blüml-Kaindl e Kurt Kaindl, si divide in 12 sezioni e 140 immagini che ripercorrono la vita dell'artista: i suoi viaggi, la sua vita professionale raccontata dalle sue stesse mani e dallo sguardo che alcuni fotografi le hanno rivolto mostrati da una serie di ritratti della fotografa stessa.


Le sue fotografie sono penetranti, apparentemente semplici, ma con una profondità interiore che entra nello "stomaco" di chi le guarda, risalendo la schiena con dei brividi che suscitano nello spettatore un'ammirazione che potrebbe (e forse è proprio ciò che si vorrebbe) non finire mai. Una fotografia senza costruzioni esterne, ma per chi ha voglia, come ne aveva Inge Morath, di lasciarsi guardare e, allo stesso tempo, saper osservare.

 

1

 

 

 

2

 

 

Museo di Roma in Trastevere
Piazza di S.Egidio, 1b, Roma (RM)

L’inverno è ormai arrivato e quest’anno ha portato con sé un tocco di Islanda.
Beh, forse non a livello di temperatura, ma tramite i libri di Ragnar Jonasson, avvocato, giornalista e docente di diritto d’autore all’università di Reykjavik.
Lo scrittore islandese, tra le sue varie pubblicazioni, è autore di cinque volumi costituenti la saga di libri gialli chiamata Misteri d’Islanda (Dark Iceland, in inglese), edita da Marsilio. Al momento, tuttavia, solo i primi tre volumi sono stati tradotti in italiano e intitolati rispettivamente L’angelo di neve, I giorni del vulcano e Fuori dal mondo.

Protagonista principale di questi libri è Ari Thor, giovane poliziotto trasferitosi per lavoro dalla capitale, Reykjavik, a Siglufjordur, piccola e isolata cittadina del nord, non priva di misteri e segreti che bramano di essere svelati e risolti. I pensieri, le sensazioni e la volontà/necessità di integrazione nella piccola comunità di Ari Thor riempiono le pagine di questi libri insieme alle indagini poliziesche vere e proprie, a cui partecipano molti dei pittoreschi abitanti di Siglufjordur, facendo sì che la cittadina e l’Islanda tutta si caratterizzino come personaggi a tutti gli effetti, solo apparentemente relegati sullo sfondo, ma sottilmente onnipresenti.

I volumi di Ragnar Jonasson si rivelano una lettura estremamente piacevole, alquanto leggera e gradevolmente scorrevole ma di ottima fattura, con un'ottima prosa e una sapiente organizzazione della struttura e della trama, in cui i colpi di scena si rivelano con i giusti tempi, alternandosi a momenti più riflessivi, ma ugualmente interessanti e mai statici. I casi sono abbastanza avvincenti, ma la peculiarità di questi libri risiede nella capacità dell’autore di far immergere totalmente il lettore nel clima islandese, nella mentalità dell’isola, facendo scoprire la vera identità dell’Islanda restando comodamente seduti in poltrona.




Link alla foto: https://ilnautilus.net/2019/03/13/langelo-di-neve-i-misteri-dislanda-di-ragnar-jonasson/

Al PAN l’inchiesta che ricostruisce le ramificazioni e i rapporti della ‘ndrangheta in Italia e nel mondo.

Martedì 10 dicembre, alle ore 17:45, sarà presentato “Statale 106: viaggio sulle strade segrete della ‘ndrangheta” di Antonio Talia, edito da minimum fax. L’evento, promosso dall’Associazione Culturale L’Anguilla e dal quotidiano online Mar dei Sargassi, si terrà presso il Palazzo delle Arti di Napoli, in via dei Mille 60, e vedrà gli interventi del Sindaco Luigi de Magistris, dell’Assessore ai Giovani e al Patrimonio Alessandra Clemente e dello scrittore e sceneggiatore Maurizio Braucci.

Statale 106


“Statale 106” ricostruisce e approfondisce le ramificazioni della ‘ndrangheta e la inquadra come un fenomeno criminale globale. Un viaggio di 104 chilometri su una strada a doppio senso, stretta tra le acque del mar Jonio e le pendici dell’Aspromonte: il percorso da Reggio a Siderno dura solo un’ora e mezza di auto, ma dalla Calabria si ramifica attraverso cinque continenti e oltre quarant’anni di crimini. Dall’omicidio del potentissimo amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato Lodovico Ligato fino a maxioperazioni di riciclaggio a Hong Kong; dai rapporti privilegiati coi narcos colombiani fino al brutale assassinio del giornalista Ján Kuciak e di Martina Kusnírová, in Slovacchia; dal più grande carico di ecstasy di tutti i tempi nascosto nel porto di Melbourne, fino alle guerre che stanno insanguinando i sobborghi di Montréal e Toronto: guidare sulla Statale 106 significa risalire fino alla sorgente del fenomeno globale ’ndrangheta, un’organizzazione capace di celebrare i riti ancestrali di una Madonna in lacrime mentre mette a segno spericolate operazioni finanziarie internazionali da milioni di euro. Con l’istinto infallibile del giornalista d’inchiesta, la passione del romanziere e l’emozione di chi racconta la propria terra d’origine, Antonio Talia ha costruito un reportage lucido e pieno di rabbia, un’immersione nel male che ha il sapore aspro della verità. Già presentato presso l’Istituto di Cultura italiano di Madrid, a Milano in presenza del Sindaco Beppe Sala e previsto a Venezia, Torino, Palermo e Roma, il volume ha un costo di copertina di 18 euro.

Antonio Talia è nato a Reggio Calabria. Ex corrispondente da Pechino, si è occupato di riciclaggio di denaro tra Italia e Cina, gang di strada in Svezia, jihadismo in Indonesia e operazioni finanziarie illecite a Hong Kong. È coautore di Io sono il cattivo e Nessun luogo è lontano, trasmissioni di affari esteri in onda su Radio24.

Mar dei Sargassi si propone come voce alternativa dell’informazione e della cultura partenopea, promotore di eventi come incontri con autori, concerti e tavole rotonde. Edito dall’Associazione Culturale L’Anguilla, è diretto da Alessandro Campaiola.

Negli ultimi tempi il colosso dello streaming era stato criticato per le sue ultime produzioni, ritenute non proprio eccelse dagli spettatori. Questo, però, prima di Storia di un matrimonio, un film che si può tranquillamente definire un capolavoro.

La pellicola scritta e diretta da Noah Baumbach è disponibile su Netflix dallo scorso 6 dicembre, dopo essere stato presentato in anteprima alla 76a Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.
Al di là del titolo, nei fatti la vicenda ruota intorno al divorzio – ma non c’è divorzio senza matrimonio – di Charlie e Nicole, coppia newyorkese impegnata nel teatro – lui regista, lei attrice – e con un bimbo di otto anni. L’amore è svanito, ma non è questo il problema.

Storia di un matrimonio è una storia di ricerca della propria identità, del proprio posto nel mondo; è uno scavo in sé stessi e nel proprio partner; è un’indagine sulle relazioni, non solo di oggi, ma di sempre; è un’esplosione di sentimenti ed emozioni, di rabbia e amore, di frustrazione e stima; è la storia di due anime connesse ma in crisi; è una storia di dignità, di forza e di fragilità.

Un film in cui gli eventi sono pochi e la storia si dipana tramite dei dialoghi travolgenti per la forza delle idee e dei sentimenti che esprimono. È davvero impossibile non immedesimarsi in questa coppia tanto realistica è la vicenda e rivelata nella sua forza emotiva, così come è impossibile parteggiare per l’uno o per l’altro. I due personaggi principali, infatti, condividono la scena in egual misura e sono entrambi caratterizzati alla perfezione, rivelando la propria vera essenza, fatta di pregi e difetti, di errori e di ragioni. Si aggiunga poi che Charlie e Nicole sono interpretati da un Adam Driver e da una Scarlett Johansson al loro massimo splendore e che insieme fanno davvero faville.

Sia chiaro, è una storia dolorosa, dura e difficile da sostenere emotivamente, ma la pellicola è così perfetta che è impossibile distogliere lo sguardo.




Link alla foto: https://www.ciakgeneration.it/storia-di-un-matrimonio-uscita-netflix/

Nel 2017 si spense Roger Ailes, leader nei fatti del partito repubblicano, consulente di molti presidenti americani e fondatore del canale di informazione Fox News. Un uomo di grande carisma e ambizione, dotato di un notevole talento in ambito politico e delle telecomunicazioni, ma anche un personaggio sinistro: ad Ailes, infatti, è riconducibile la nascita del movimento Me Too, oggi molto noto e attivo nella difesa delle donne da molestie sessuali e violenze soprattutto nel mondo del lavoro.

La storia di Ailes è ora raccontata dalla serie The Loudest Voice – ma nel 2020 uscirà nei cinema italiani un film sullo stesso argomento, Bombshell – sette episodi tratti dal libro The Loudest Voice in the Room di Gabriel Sherman e trasmessi da Sky a partire da ieri, 4 dicembre, sul canale Sky Atlantic (canale 110).
La serie racconta dell’ascesa di Ailes, della sua scalata al successo televisivo e del potere acquisito in politica, ma anche – e soprattutto – della sua rovinosa caduta, seguita alle denunce di molestie sessuali da parte di numerose giornaliste e sue ex collaboratrici.
Il tutto con un taglio quasi documentaristico, una fotografia accuratissima e un cast stellare: Ailes è interpretato dal premio Oscar Russell Crowe; il suo vice e responsabile delle pubbliche relazioni, Brian Lewis, è Seth MacFarlane; Sienna Miller è la remissiva moglie di Ailes, Beth; Naomi Watts è Gretchen Carlson, anchorwoman di Fox News e prima accusatrice del suo CEO.

La vicenda è interessantissima e davvero attuale: oltre ad aver indotto la nascita del movimento Me Too, si può affermare che la meschina impronta che l’operato di Ailes ha lasciato sugli Stati Uniti e sulla loro politica ha permesso l’elezione di Trump a presidente.
Tuttavia la serie non convince più di tanto, almeno per quanto riguarda i primi due episodi. La figura dominante, quella di Ailes, ci appare subito ritratta nel peggiore dei modi e ciò genera nello spettatore unicamente una reazione di antipatia – se non disgusto. Manca la controparte positiva, estremamente necessaria nella caratterizzazione di qualsiasi villain, protagonista o meno.
Inoltre gli altri personaggi appaiono solamente come delle comparse, non hanno una sufficiente presenza scenica e risultato totalmente eclissati da Ailes/Crowe.





Link alla foto: https://www.optimagazine.com/2019/11/29/serie-tv-su-sky-a-dicembre-2019-cosa-guardare-da-the-race-a-the-loudest-voice-con-russell-crowe/1646458

Pagina 1 di 275

Facebook Like

Accedi

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.