"Crisis Heroes"

Dicembre 14

Come molti dei nerd più incalliti sanno, il 27 e 28 Novembre scorso, è stata lanciata sugli schermi americani dalla CW il super cross-over che vede protagonisti i supereroi televisivi della DC Comics (Arrow, The Flash, Supergirl e Legends of Tomorrow) raggruppati come fosse una grande riunione di condominio. Quattro episodi di due ore ciascuno, che insieme hanno dato vita alla Crisi su Terra – x. La storia prende, quasi per logica conoscitiva, la piega utilizzata in The Flash e Arrow, ovvero quella dell'esistenza di un mondo parallelo al nostro in cui poter combattere, e magari anche aggiudicarsi la vittoria.


Appuntamento quello del cross-over, che ha non poco elettrizzato i fan e che ha creato un'aria frizzantina all'interno di tutte le piattaforme social.


Dimentichiamoci gli antichi cross-over, quando la storia partiva da una singola serie "pilota" per poi andare avanti fino ad infinite stagioni, con l'uscita di Crisis on Earth – x (titolo originale), l'obiettivo è proprio quello di non dimenticarsi di nessuno, anzi, al contrario, far collaborare tutti per un bene superiore.

 

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L'idea di creare un grande gruppo di super-eroi mettendoli in contatto tra loro all'interno di quello che viene chiamato "Arrowverse", creando in questo modo un incrocio di storie, sembra funzionare sempre, e quest'anno pare proprio che i produttori abbiano voluto addirittura esagerare inserendo all'interno dell'intreccio (già di per se complicato), anche Supergirl, (che non a caso apre la prima puntata), e non con un ruolo marginale, anzi, relativo a tutta la prima parte del cross-over che si conclude dopo 160 minuti di continue sorprese. Scelta che è stata sicuramente apprezzata, in quanto, diciamoci la verità, le cose complicate ci piacciono assai.

 

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Il ritmo della storia appare sempre costate, strategia che è stata evidentemente studiata a tavolino per mantenere sempre viva l'attenzione dello spettatore. Poco ma sicuro che gli eroi della DC Comics sulla CW non avranno avuto di certo i budget da capogiro del recente Justice League uscito qualche settimana fa nelle sale italiane, ma quel che è sicuro, è che hanno fatto del loro meglio per rendere orgogliosi tutti i fan del genere.

 

 

 

 

 

Link originali per le immagini:http://www.adweek.com/tv-video/who-needs-justice-league-cws-annual-superhero-crossover-is-the-networks-super-bowl/ http://tvline.com/2017/09/22/the-flash-barry-iris-wedding-crossover-episode-photo/ e http://www.scififantasynetwork.com/supergirl-season-3-triggers-review/

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Si è conclusa ieri la sedicesima edizione di Più Libri Più Liberi, la fiera della media e piccola editoria italiana svoltasi dal 6 al 10 dicembre a Roma, per la prima volta all’interno della Nuvola dei Fuksas.

Tante le presenze (circa centomila persone), tanti gli ospiti, gli espositori, l’offerta. Poca – ma non deprecabile – l’organizzazione: file troppo lunghe, mal gestite, informazioni che circolano lentamente tra un piano e l’altro, tra interno ed esterno sale e – se proprio vogliamo dirle tutte – badge troppo fragili! Sulla Nuvola – la grossa stanza bianca fluttuante all’interno del palazzo congressi progettato dai Fuksas - le opinioni sono discordanti: c’è chi ammette di aver acquistato il biglietto d’ingresso solo per vedere il lavoro della coppia di architetti e chi, al contrario, pensa sia l’ennesimo sperpero edilizio senza gusto. Ma abbandoniamo per un momento il facile atteggiamento di polemica che si adotta per ogni grande evento organizzato dal nostro Paese e parliamo di cosa si è detto e visto nei quattro giorni di fiera.

Immagine 1 La legalità, tema centrale di questa edizione, si è fatta raccontare da voci rappresentative come quelle di Roberto Saviano, Marco Travaglio, Enrico Mentana, Domenico Iannacone. Si è parlato di diritti umani, della situazione dei migranti, degli equilibri instabili fuori dai confini dell’Europa. Si citi, a titolo esemplificativo, lo struggente incontro sui nuovi desaparecidos mediato da Michela Murgia.  

Tra gli autori italiani, molti hanno presentato le loro nuove uscite: Andrea Camilleri - per citarne uno -, che ieri sera ha chiuso la serie di incontri nella Sala Nuvola. Molti altri scrittori e giornalisti nostrani sono intervenuti in dibattiti della Fiera: fra gli altri Luca Briasco, Nicola Lagioia, Alessandro Baricco. Tra gli autori stranieri sono, invece, intervenuti Luis Sepùlveda, Paul Beatty, Michael Zadoorian (autore del libro che ha ispirato “Ella & John”, l’ultimo film di Paolo Virzì che uscirà in Italia il 18 gennaio). Ma non solo libri, letteratura e giornalismo all’edizione di quest’anno di PLPL: si parla anche di musica e teatro, con Ascanio Celestini e Giovanna Marini, o di fotografia con Concita De Gregorio.

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Cosa ci è piaciuto: le battute di Andrea Camilleri; il genuino entusiasmo di Domenico Ianaccone; la carismatica eleganza di Concita De Gregorio; le parolacce di Zerocalcare. Le file, seppur chilometriche e snervanti, hanno dimostrato che il pubblico c’era ed era numeroso ma - e questo bisogna a malincuore ammetterlo - si avverte una falsa speranza di cambiamento. Per dirla con le parole di Nicola Lagioia – una delle presenze più significative della fiera - : “Da noi il calore che circonda i festival è forse eccessivo, perché genera l’illusione che la cultura sappia innescare i cambiamenti che non propizia la politica”[1].

L’Italia resta, secondo i dati dell’ultima Buchmesse, uno dei paesi occidentali con il minor numero di lettori (anche quello in cui il 32% dei bambini non legge niente prima dei sei anni!). I falsi entusiasmi su cui si adagiano le cifre propinate dalla chiusura del festival lasciano credere che qualcosa si stia muovendo, ma non si può non leggere tra le righe lo stagnante isolamento in cui vivono tutti gli attori culturali, oltre che editoriali, nel nostro Paese.

Il disinteresse della politica – è vero – ma è anche l’incuria, il cinismo e l’atteggiamento di critica non costruttiva dei cittadini che infligge cali sempre più disastrosi al profilo culturale italiano. Non è sbagliato entusiasmarsi per l’interesse nutrito dal pubblico per questa fiera, ma è necessario essere realisti e inserire i risultati in un contesto più ampio in cui il disagio dell’industria culturale del libro dice la verità sul Paese che stiamo diventando.

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[1] Su “Robinson” (10/12/2017), p.4 .

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Nella famiglia Sevilla Mendoza, sarda “sin dal Paleolitico superiore”, non mancano imprevisti e disgrazie. E come potrebbe essere diversamente con una madre che ha un pessimo rapporto con le cattive notizie, un padre eccessivamente altruista verso tutti ma non con i propri cari, una zia ostinatamente devota alla ricerca di un fidanzato, un fratello silenzioso e curvo, una nonna perennemente insoddisfatta e la voce narrante di una figlia adolescente incline al melodrammatico?

Mentre dorme il pescecane (Nottetempo 2005) è il primo romanzo di Milena Agus, scrittrice di origini sarde che dopo essere cresciuta a Genova, torna nell’isola natale - a Cagliari - per insegnare italiano e storia. Milena Agus fa il suo ingresso nel mondo della letteratura con un romanzo audace dotato di uno stile originale e impulsivo; mordace nel linguaggio, ma delicato nella definizione dei ritratti.

Le sciagure della famiglia Sevilla Mendoza diventano, nella scrittura di Agus, una sorta di gioco, una sfida a cui i cinque personaggi si sottopongono con uno sciatto istinto di sopravvivenza che li rende comici e disperati allo stesso tempo.

Un romanzo originale, capace di istillare ilarità con incredibile naturalezza.

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Quante facce la letteratura, il cinema, la fotografia, la musica, hanno regalato a Napoli fin dalle sue origini? Ritratta nelle parole malinconiche di Annamaria Ortese, nelle mani infarinate di Sofia Loren, nelle istantanee di De Crescenzo o sulle note innamorate di Pino Daniele. Trarne un ritratto originale sembra ormai impossibile, o forse no.

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Tra la frustrazione di una passeggiata notturna sul corso di Secondigliano, la proiezione in un futuro distopico dalle eco orwelliane e i deliri delle ultime note di una storia d’amore, la raccolta di Francesco Amoruso, Racconti in viaggio, mangiando il fegato di Bukowski a Posillipo (La bottega delle parole, 2017), cerca di ritrovare questa originalità e tracciare un ritratto di Napoli senza incappare in banali imitazioni dei grandi esempi del passato e senza cedere agli stereotipi.

Su questo sfondo partenopeo si innesta il gioco delle storie, basate sempre sulla tensione tra due personaggi o quasi (come nell’ultimo racconto), e non mancano citazioni metaletterarie importanti: oltre Bukowski, Hemingway, Fante, Proust e Orwell, tirato in ballo per enunciare tra le righe il tragico finale del secondo racconto.

Un libro non molto lungo che riunisce quattro racconti dell’autore e che si può consumare piacevolmente al bar, nel tempo di un lungo caffè. 

Ad Angela De Gregorio la musica è sempre piaciuta e l'ha sempre amata a 360º. Si è avvicinata ad essa all'inizio come semplice ascoltatrice, ma, in seguito, ha prodotto proprie composizioni che possiamo trovare anche su Spotify. Ha studiato piano e oggi, al Conservatorio di Benevento, si sta dedicando allo studio della chitarra.


Le sue frequentazioni, nel mondo della musica, le hanno fatto capire le difficoltà a cui vanno incontro i musicisti esordienti: sospesi tra incertezza e precarietà, faticano a farsi notare sia dalle etichette discografiche, sia quando suonano in pubblico. Non a caso oggi i cantanti che emergono sono sopratutto quelli che vengono dai talent show, mentre chi suona stabilmente nei locali, sia che faccia il DJ o improvvisi in una Cover Band, non riesce ad emergere. I talent scout non esistono più ed inoltre chi si occupa della formazione musicale dei propri allievi non è certo obbligato a seguirli nel loro percorso futuro. Angela ha cercato di scavalcare questi ostacoli, non solo per se stessa, ma sopratutto per chi condivide la sua stessa passione.

 

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Grazie a internet ha creato una piattaforma virtuale per far incontrare musicisti, cantanti, autori, produttori e fonici, magari da tutta Italia, per condividere e mostrare al meglio le rispettive idee, superando di fatto i vecchi canali distributivi, dal momento che il web moltiplica e moltiplicherà gli incontri tra le varie maestranze.


«Per il momento la mia piattaforma, a cui ci si può iscrivere gratuitamente, è ancora in fase beta, ma spero che diventi una forte community per poterla ampliare. Il mio obiettivo è quello di far incontrare i vari artisti in modo tale che, volendo, possano collaborare tra di loro. Chi lo vorrà potrà pubblicizzare i suoi eventi, farsi conoscere mettendo online un proprio brano, aggiungere il proprio profilo e tanto altro ancora».


Spesso i ragazzi che cominciano a fare i primi passi nel mondo della musica non sanno come muoversi, pensano che basti la loro arte a mandarli avanti per avere successo. Bisogna invece allargare i propri orizzonti: occorre essere esperti di Marketing, sfruttare le nuove tecnologie per auto prodursi e le piattaforme come quella di Angela.

 

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Per tutte le info: http://soundfeat.comhttp://soundfeat.com

Breve storia della Tombola Napoletana

Dicembre 05

Per tradizione il giorno di Natale è la ricorrenza più importante dell'anno, momento sacro per i credenti, ma anche occasione di festa per ritrovarsi, grandi e piccini, intorno a grandi tavolate.

 

Dopo le favolose leccornie natalizie, sopratutto a Napoli, è d'uopo, come diceva Totò, continuare la serata col karaoke e con i giochi da tavolo, come il Mercante in Fiera e Sette e Mezzo. Ma il gioco per eccellenza, preferito dai napoletani, è senza dubbio quello della Tombola.

 

È inutile soffermarci sulle regole di questo gioco poiché sono note a tutti, ma forse non tutti sono al corrente della sua storia e della sua origine. Tutto ebbe inizio nel lontano 1734 in seguito alla storico litigio tra Carlo III di Borbone e il frate domenicano Gregorio Maria Rocco, prelato dotato di grande carisma che si prodigava in opere di assistenza e a combattere il vizio in tutte le sue forme.

 

A quell'epoca, nel Regno delle Due Sicilie, il gioco del Lotto era praticato da gran parte del popolo a tal punto che il re voleva renderlo legale per rimpinguare le casse del regno con le scommesse dei giocatori. Ma a questa decisione il frate, tenuto in grande considerazione presso la corte borbonica, si oppose paventando il fatto che la legalizzazione del gioco avrebbe allontanato i fedeli dalla preghiera. Alla fine si giunse ad un accordo: il gioco sarebbe stato legalizzato, ma sospeso durante le festività natalizie.

 

Così, secondo il detto che dice che fatta la legge si trova l'inganno, i napoletani, che non difettano certamente di ingegno, diedero vita al gioco della Tombola, praticandola nelle loro abitazioni, dove l'enunciazione dei numeri veniva sostituita da sostantivi: si poteva gridare liberamente senza essere scoperti!Il numero 2 era 'a criatura, il numero 34 era 'a capa, il numero 37 era 'o monaco e così via.

 

 Era nata la Smorfia, ma questa è un'altra storia.

 

Esiste anche la Tombola dei Femminielli, una versione particolare di questo gioco che viene fatta nei quartieri popolari di Napoli. Una versione molto “scostumata” con battute sboccate e allusioni sessuali. Ogni numero estratto viene concatenato a quello successivo in modo tale da creare una storia unica e divertente.

 

A questo riguardo non si è sottratto lo spettacolo che andrà in scena l'8 Dicembre al teatro Port'Alba, dove un femminiello coinvolgerà il pubblico con il gioco della Tombola. Il linguaggio sarà senz'altro colorito, ma divertirà senza ombra di dubbio i partecipanti.   

Si appostano per ore agli angoli delle strade scrutando qualcuno che, passeggiando, sia alquanto distratto così da prenderlo di sorpresa. “Ti ricordi di me?” è la frase con cui questi truffatori iniziano il loro show di retorica con cui imbambolare il primo che capita. Sarebbe più corretto rispondergli con un “si, ma ho fretta quindi ti saluto”, ma spesso la gente è troppo educata e non ha intenzione di cacciare chi, forse, ha conosciuto da qualche parte e perché no, con cui crede di avere potuto condividere dei bei momenti in un passato difficile da ricordare e collocare temporalmente in quel momento. Sono soprattutto gli uomini e le donne professioniste, chi si veste con la cravatta per intenderci, le loro vittime preferite. Perché? Beh, dopo due chiacchiere iniziali si passa alla fase dell’autocommiserazione e quindi si parte con la storiella dell’ aver perso il lavoro, di avere una famiglia e qualche figlio al quale badare con amore e tanto affetto, per poi passare alle cose pratiche; la vendita di qualche orologio o qualsiasi cosa egli abbia con sé. Chiaramente per chi ha il cuore aperto e non resiste a certe storie strazianti, non si sente di lasciarlo da solo e quindi venti, trenta, quaranta euro che sono per chi non ha problemi economici e che non vuole fare una brutta figura con chi ha conosciuto tanto tempo fa? Peccato che si tratta di semplici truffatori. C’è chi, cascandoci, è stato capace di “donare” anche 50 euro a questi imbroglioni, ma anche fortunatamente chi ha opportunamente allertato il 113 per segnalare l’avvenimento. Quindi occhi aperti e utilizzate il telefono per denunciare. Sempre

Da quasi trent’anni la strada è chiusa ed è diventata una discarica all’aperto.   

La Polizia Municipale circa tre anni fa chiuse la strada di via del Serbatoio allo Scudillo, antica salita che nell’antichità serviva da terra da pascolo per i “montanari” che scendevano dai Camaldoli. Oggi lo spettacolo che vi si propone non appena vi si giunge è tutt’altro che roseo, a differenza di quanto siamo abituati con Heidi e le sue pecorelle. La strada è in completo stato di abbandono, tra rifiuti ( tossici, solidi e urbani) e scarti vari è praticamente impossibile attraversarla. Anni fa il Comitato Scudillo promosse delle gite, delle camminate, un vero e proprio trekking urbano per far conoscere anche ai turisti questa vecchia arteria del cuore della città. Ma avvennero delle situazioni alquanto strane: in primis ci furono una numerosa serie di incendi proprio sul panorama pieno di spazzatura sulla quale si affaccia la salita. Questi atti criminosi chiaramente portarono alla fine dell’iniziativa del trekking per via della paura, e ad oggi il contesto non è molto cambiato. Gli incendi ci sono sempre, l’ultimo tre mesi fa, nessuno denuncia e nessuno si lamenta del “puzzo” che provoca la combustione dell’immondizia. Ma se si percorre la salita (che dovrebbe essere stata messa a sequestro essendo una discarica abusiva a cielo aperto), ci si imbatte in uno squallore disarmante. Residui aziendali, materassi, mobili e tubature. E chiaramente l’amianto. Tanto, tantissimo amianto che messo lì, all’aria aperta, può essere respirato anche da chi non ha una fissa dimora e si riposa in questi luoghi o chi, come noi, è così pazzo da volerla fare tutta quanta pur di documentare e informare. Durante il tragitto ci si imbatte in una grossa galleria che doveva servire per sorreggere una parte superiore in cemento armato per la costruzione della tangenziale. Ebbene, quella galleria è ancora là pure se fu promesso che nel giro di pochi anni sarebbe stata rimossa. E nel frattempo la gente del posto vive in questa discarica. 

 

In un bar romano, otto persone si incontrano ciclicamente con un uomo misterioso che è in grado di esaudire i loro desideri. In cambio però, viene richiesto loro di svolgere dei compiti ardui che vanno contro i basilari principi di etica e morale, come commettere uno stupro o uccidere una bambina. Sono queste le premesse semplici e basilari di The Place, il nuovo film di Paolo Genovese che ha riscosso un grande successo di critica e pubblico.


La pellicola rappresenta l'adattamento cinematografico della serie televisiva americana The Booth at the End e ha una struttura narrativa che somiglia molto a quella del pluripremiato Perfetti Sconosciuti: dal precedente successo del regista romano, The Place ha infatti ereditato quel gioco di incastri e intrecci che caratterizza le due sceneggiature.


In entrambi i film, Genovese ambienta le scene in uno spazio circoscritto, ponendo così l'attenzione sulle performance dei numerosi protagonisti e facendo affidamento , in assenza di una fotografia importante, sulla qualità dei dialoghi. In tal senso la somiglianza fra i due cast rappresenta una conseguenza evidente di ciò. Va però tenuto conto anche delle evidenti differenze che informano il parallelismo fra i due lavori. Mentre Perfetti Sconosciuti possiede una forma dinamica che è propria dei lavori tragicomici, The Place sorge e tramonta in forma drammatica.

 

Il contenuto stesso del primo grande successo di Genovese riprende tematiche "terrene" che ripercorre attraverso un sapiente gioco degli equivoci fatti di corna sgamate tra amici-amanti. In tal senso, il Velo di Maya che veniva strappato ripercorreva il tema pirandelliano delle maschere, basato su quanto poco conosciamo le persone che ci sono vicine.


Viceversa The Place esplora contenuti più rarefatti e astratti, come il conflitto fra morale ed egoismo. A tal proposito, i protagonisti che desiderano qualcosa sono chiamati a mettersi brutalmente in gioco per ottenere quello che vogliono. In questo senso l'ultima fatica di Paolo Genovese ci ricorda quanto poco conosciamo noi stessi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Link all'immagine originale: http://magazine.polis-sa.it/the-place-un-film-di-racconti-o-il-racconto-di-un-film/http://magazine.polis-sa.it/the-place-un-film-di-racconti-o-il-racconto-di-un-film/

Come tutti sapete, la Storia ci nasconde molti segreti. Più che la Storia, è l'uomo che tende a nascondere ed eliminare alcuni eventi, troppo scandalosi e nocivi per reputazione ed interessi di vario tipo. La serie di cui parliamo oggi si propone di rivelare uno di questi segreti.

 

Vi siete mai chiesti com'erano i nazisti prima di diventare nazisti?

 

Non è che uno si sveglia la mattina e diventa nazista oppure segue delle lezioni di nazismo. Il fenomeno è nato in un momento in cui la Germania, e soprattutto Berlino, viveva tutto in modo estremo.

 

A livello letterale, diciamo, Babylon Berlin tratta di un agente di polizia, Gereon Rath (Volker Bruch), che da Colonia viene inviato nella capitale tedesca per indagare su un caso di ricatto nel mondo del porno. Qui la sua strada incrocia quella dell'ambiziosa Charlotte Ritter (Liv Lisa Fries). Tuttavia, ciò che davvero attrae è proprio la città, una Berlino inedita e non conosciuta dai più. Dimenticate la Berlino che ci propinano oggi, tutta precisione e rigore.

 

Siamo alla fine degli anni '20, nel '29 per la precisione. Mentre in America imperversa la Jazz Age, feste e divertimenti in Germania hanno un retrogusto amaro. Il ricordo della Grande Guerra è ancora fresco. Ex militari con malattie, amputazioni e traumi si aggirano per la città. Nei ceti subalterni, la povertà e la frustrazione sono palpabili. Tensioni sociali e politiche sono all'ordine del giorno. Aleggia, infine, lo spettro del comunismo russo. È imminente lo scoppio di un qualcosa di non ben precisato, che serpeggia e si insinua a partire dagli ambienti privati e nascosti per il pudore della società, ma mira ai piani alti.

 

È in una Berlino del genere, una Berlino che potremmo definire nervosa e in trepidazione, non si sa bene di cosa, che è ambientata questa serie, considerata da molti l'evento televisivo dell'anno. Si tratta della più grande produzione tedesca, costata ben 40 milioni, e tratta dai romanzi di Volker Kutscher. Andati in onda su SKY lo scorso 28 novembre, i primi due episodi – ma strutturati in modo da sembrare un tutt'uno – non saranno proprio un capolavoro, ma hanno molto potenziale. Buona interpretazione del cast, giusto mix di rivelazione e di suspense, ambientazioni e fotografia perfetti.

 

Il risultato è che la serie intriga e si è guadagnata la mia benedizione. Auf Wiedersehen!

 

 

 

 

 

 

 

Link all'immagine: http://guidatv.sky.it/guidatv/programma/intrattenimento/fiction/babylon-berlin_584378.shtmlhttp://guidatv.sky.it/guidatv/programma/intrattenimento/fiction/babylon-berlin_584378.shtml

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