Canti, balli, maschere e felicità: sono stati questi gli ingredienti della "Festa di Carnevale" organizzata dalla Fondazione Istituto Antoniano, con il coinvolgimento degli studenti di alcune scuole della provincia di Napoli e la partecipazione del centro riabilitativo "Dinastar". Obiettivo: affrontare il tema dell'inclusione sociale mostrando ai più piccoli come, anche nelle difficoltà, sia possibile divertirsi. I bambini che hanno preso parte all'evento hanno scoperto che le differenti abilità dei loro coetanei (e dei ragazzi più grandi) non rappresentano per forza un ostacolo alla realizzazione di lavori importanti e soprattutto che, a partire dalla diversità, ciascuno è "unico".

 

Calorosi applausi e grida di incitamento hanno accolto la sfilata a tema: ciascun istituto scolastico ha, infatti, messo a punto un travestimento. Ad aggiudicarsi il primo posto, l'I.C. "Sant'Agata" con il gruppo maschera "La carica dei 101". Alla manifestazione presente anche l'associazione "La tua voce Onlus", che da anni offre un servizio di clown terapia pediatrica e geriatrica; alle percussioni, l'esibizione del maestro Borrelli.

 

La kermesse quest'anno si è tenuta per la prima volta all'aperto, nei giardini del Parco della Fondazione e ha avuto come tema "La famiglia", punto cruciale del processo di riabilitazione. Ai genitori è dedicato, infatti, il programma attuale dell'Antoniano: per il triennio 2019-2022 oltre al sostegno verso i bisogni emotivi e psicologici e alle azioni utili a creare una "alleanza terapeutica" con gli operatori del settore, la Fondazione ha scelto di intercettare anche il forte bisogno di informazione delle mamme e dei papà. Allo scopo sono state organizzate, lungo tutto il 2020, una serie di attività a tema, ed è già stata prevista la realizzazione di un servizio permanente di accoglienza familiare.

 

Carnevale Antoniano2

Molti della mia generazione e non, compiuti gli 11 anni, hanno aspettato (e magari aspettano ancora) con ansia la lettera da Hogwarts. Nessuno può infatti dire di non essere mai stato, anche per un breve momento, affascinato dalla magia e desideroso di possederne un po’.
Ed è per questo che i numerosi spot di A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe ha affascinato molto la sottoscritta.

Si tratta di una serie composta da otto episodi, prodotta da Sky Original e basata sui libri della Trilogia delle anime di Deborah Harkness.
Nello show, tra gli umani “si nascondono in bella vista” creature magiche quali streghe, vampiri e demoni. Soggetti alla Congregazione e alle sue regole, la convivenza tra le specie è caratterizzata da ritrosie e sospetti reciproci. L’equilibrio è destinato a rompersi quando la ricercatrice Diana Bishop (Teresa Palmer), da sempre restia a indossare i panni della strega che è, si ritrova in possesso di un prezioso manoscritto e travolta dalla (sua stessa) magia. Contro ogni regola, l’unico di cui si fida è il vampiro Matthew (un Matthew Goode azzeccatissimo, dato che sembra non invecchiare mai).

Ad episodi visti, bisogna dire che lo show aveva grandi potenzialità e, almeno all’inizio, si è rivelato davvero interessante, accattivante e anche originale nel caratterizzare le creature magiche senza i soliti pregiudizi triti e ritriti (basti pensare che il vampiro Matthew ci viene presentato mentre prega in chiesa col rosario in mano e in piena luce del sole).
Proseguendo con gli episodi, però, la vicenda si fa banale, prevedibile e scade in cliché e stereotipi. Si evolve come una sorta di fiaba d’amore, con la relazione sentimentale tra la strega e il vampiro che si svela in un numero esorbitante di scene romantiche degne del peggior melodramma e con dei dialoghi inqualificabili.
Il finale, addirittura, praticamente non esiste: la famosa guerra che si prepara negli otto episodi non avviene, lasciando un senso di delusione e frustrazione per l’attesa non soddisfatta.

Un vero peccato.





Link alla foto: http://www.wilditaly.net/a-discovery-of-witches-serie-tv-matthew-goode-teresa-palmer-51992/http://www.wilditaly.net/a-discovery-of-witches-serie-tv-matthew-goode-teresa-palmer-51992/

Sanremo: finché la barca va!

Febbraio 19

Anche quest’anno non sono mancati i colpi di scena presenti sempre nella Kermesse italiana più famosa nel mondo: il Festival di Sanremo.

Fai rumore, interpretata magistralmente dal cantante Diodato, è risultata vincitrice di questa settantesima edizione, che però non verrà ricordata per questa meritata vittoria, ma per tutte le polemiche che si sono scatenate sui giornali e sui social intorno a diversi attori del Festival stesso.

 

Ad una settimana dalla fine della rassegna sonora, continua a tenere banco in TV la lite Bugo-Morgan rispetto alla quale ognuno dice la sua e chissà per quante altre puntate Barbara D’Urso andrà avanti con questa soap. Per adesso ha invitato la mamma e la sorella di Marco Castoldi, ma ci aspettiamo prossimamente di vedere la maestra delle elementari, le zie e i cugini.

Comunque, se posso dire la mia, credo che Morgan pensasse di fare un dispetto a Bugo, ma, con quella performance, ha fatto in modo che molti siano andati ad ascoltare le canzoni di un artista sconosciuto fino all’altro giorno.

 

Al contrario, sottobanco è passata la censura ordita ai danni dell’ex leader dei Pink Floyd, Roger Waters che aveva mandato un videomessaggio, certamente non per salutare il pubblico italiano, ma probabilmente per parlare di ciò che al momento gli sta più a cuore: le condizioni dei palestinesi e le sorti del giornalista Assange che rischia 175 anni di prigione per aver detto semplicemente la verità.

La RAI per evitare beghe ha optato per l’oscuramento dell’intervento del musicista.

 

Sottobanco è passato anche lo sfogo del maestro Beppe Vessicchio che ha lamentato la scarsa retribuzione degli orchestrali aggiunti, quelli che non appartengono all’orchestra sinfonica. Ciascun musicista è stato pagato 50 euro al giorno per 12 ore di lavoro.

Certo è una nota molto stonata se si considera il confronto tra questi cachet e quelli dati ad ospiti e presentatori.

Così a Sanremo capita che talvolta non stonino solo i cantanti, ma anche la musica!

 

la foto di copertina è stata scaricata qui

Attesissime, ieri sera sono finalmente state trasmesse le prime due puntate di Zero Zero Zero su Sky Atlantic (canale 110 di Sky).
Dimenticate Gomorra. Certo, si tratta sempre di un prodotto tratto da un libro di Saviano e diretto da Stefano Sollima, ma l’atmosfera è completamente diversa.

Zero Zero Zero potrebbe essere descritto come un cupo affresco del meschino ma enorme business della droga, che coinvolge praticamente tutto il mondo – e infatti le ambientazioni della serie vanno dal Messico alla Calabria passando per gli Stati Uniti – e soprattutto lega saldamente spacciatori, criminali, imprenditori, forze militari e istituzioni politiche.
Si può infatti dire che non ci sono dei veri e propri protagonisti poiché, nonostante si seguano le vicende di alcuni individui – una famiglia criminale calabrese, un militare messicano corrotto e una mediatrice –, a far da padrone sono proprio i meccanismi che la produzione e la vendita della droga comportano.

Il tocco di Sollima si riconosce subito: inquadrature ampie e scure e una continua tensione narrativa sono elementi fondanti e godibilissimi dei primi due episodi. Le immagini e le vicende, per il modo in cui sono assemblate e sottoposte allo spettatore, fanno sì che quest’ultimo provi un notevole senso di disgusto e vergogna per questo mondo che è sotto i nostri occhi, ma che troppo spesso facciamo finta di non vedere.

Tuttavia – a modestissimo parere di chi vi parla – non si raggiungono qui le vette di gradimento di altri lavori di Sollima (penso soprattutto alla prima meravigliosa stagione di Gomorra): al di là dell’eccessiva frammentazione cronologica della trama, che si dipana in un gioco eccessivo di flashback e sbalzi temporali, la ragione sta proprio nell’assenza di protagonisti da indagare, studiare, giudicare e a cui appassionarsi. Non si viene quindi a creare quel legame di fidelizzazione che costituisce l’elemento basilare per ogni serie tv.





Link alla foto: https://www.comingsoon.it/serietv/news/zerozerozero-il-primo-trailer-della-nuova-serie-crime-di-sky/n93940/

L’ostruzione delle vie aeree è un evento fortuito, non frequente ma che si può rivelare molto pericoloso, caratterizzato dal passaggio di un corpo estraneo nelle vie respiratorie. Un fenomeno che può accadere a ogni età ma che interessa soprattutto i bambini tra 1 e 3 anni. Può succedere sia mentre i piccoli mangiano, sia mentre giocano con oggetti di dimensioni ridotte, dato che la conoscenza del mondo che li circonda passa, per loro, prima di tutto attraverso la bocca. Per questo, è fondamentale che il genitore sappia quando è necessario intervenire davanti a un bambino che ha inalato un corpo estraneo. La Fondazione Istituto Antoniano ha deciso di dedicare la giornata del 13 febbraiodalle 16.30 alle 18.30, alla conoscenza della problematica: con la presenza di esperti del settore saranno analizzati i casi principali e verranno mostrate le tecniche pratiche di disostruzione, grazie all’ausilio di manichini esemplificativi. 

 

Con le sue diverse proposte formative, con gli eventi periodici e con il monitoraggio costante dei suoi ospiti, da oltre 60 anni la Fondazione Istituto Antoniano rappresenta sul territorio una presenza significativa, sia da un punto di vista socio-educativo che socio-sanitario, proponendosi come presidio di riferimento per la tutela del benessere delle persone in difficoltà e come opportunità di formazione e di aggiornamento tecnico per il personale implicato nei processi dell’intervento; attraverso le sue diverse sedi, svolge prestazioni altamente qualificate in favore di persone disabili o in condizione di disagio sociale; fornisce accoglienza a chi si trova in bisogno temporaneo, come i migranti. 

 

Il corso è gratuito. Per maggiori info e prenotazioni è possibile mandare una mail a:  o telefonare al numero: 0817753054. 

 

un gesto per la vita loc

Perchè Sanremo è Sanremo!

Febbraio 09

È già l’una del mattino, ma qui sembra che la serata vada avanti ancora per molto: questa edizione del festival sembra un insieme confusionario di eventi (assurdi!) che non finiscono mai, ma che vanno stranamente bene. Fiorello se la cava, alla grande, ovviamente, facendo battute su quello che in realtà pensiamo un po’ tutti: ma quando finisce?


Arrivano le due, il terzo posto è stato assegnato dieci minuti fa: i Pinguini Tattici Nucleari hanno fatto una canzone carina, piacevole da ascoltare, ma forse il terzo posto è un po’ esagerato.

Questa edizione ha ricambiato un po’ le carte in tavola, ma ha anche mostrato come il pubblico italiano ancora non sia pronto. Certo personaggi come Rancore (che non ha bisogno di parole, perché parla già da solo e lo fa benissimo), che ha vinto il meritatissimo premio come miglior testo, e Lauro sono entrati nella Top Ten, ma in un certo senso non è abbastanza, senza poi considerare l’assurda polemica sul caso Cally, svantaggiato in partenza, destinato ad arrivare tra gli ultimi ancora prima di cominciare la gara. 

Gli italiani sono ancora troppo vincolati ad idee stupide, poco disposti a mettersi in discussione, come dimostra la classifica finale, dove il 34% del risultato finale era affidato al televoto e che ha ribaltato quella precedente: il pubblico non è ancora pronto.


La musica, così come qualsiasi forma d’arte, è una rappresentazione sociale e la dimostrazione di un bisogno di appartenenza, non può essere legata in modo imprescindibile ad un artista. Achille, ad esempio, non è solo quello che canta, ma è quello che fa: un personaggio meravigliosamente eclettico che trascende le regole e lo fa benissimo (con la presenza di Boss Doms il risultato è ancora più bello!), con un’eleganza che forse non ci si aspettava da quel ragazzetto che portava a tracolla sul dorso nudo borselli da uomo per le periferie di Roma. Sei meraviglioso: il personaggio che ci serve!


Meraviglioso anche Piero Pelù, che dimostra di stare sempre sul pezzo e ruba la borsetta di una signora tra il pubblico (grande Piero!); ridicolo Morgan, che dimostra ancora una volta la sua scarsa professionalità, offendendo sul palco, in diretta, il suo collega (il videio qui): non importa se è merito suo se sta su quel palco, è anche merito suo se se n’è andato dal palco! Trovata pubblicitaria o meno, il cantante dei Bluvertigo si sta circondando di un’area sempre più fastidiosa, che supera il suo talento: attento! L’umiltà prima di tutto (anche se bisogna ammettere che lo sketch ha divertito, dopotutto).

Stantii alcuni artisti, da cui non si può pretendere se non una buona esecuzione: bravi comunque!!

Stranamente ad hoc il lavoro di Amadeus, forse supportato dall’amicizia tra lui e Fiorello, percepibile sul palco stesso e quasi assente la presenza delle donne. C’erano o no, il risultato non sarebbe cambiato probabilmente (anche se bisogna fare tanti complimenti alla Salerno: sempre bellissima!).

Un’edizione piena di strane sorprese e piccole scenette, come quella di Ghali che cade dalle scale (apposta, ma sotto gli occhi increduli di Fiorello) o quella tra Amadeus e Ronaldo, che dopotutto non è andata così male. Piccole perle che quasi mandano anche in secondo piano (ma senza esagerare) la prestazione di Benigni.


Ovviamente non ci si può dilungare troppo su ogni artista e dettaglio, perché, altrimenti, bisognerebbe scrivere almeno una tesi, piuttosto che un articolo: come fanno notare i commenti sul web di questo Sanremo, la sua caratteristica principale è stata la durata, infinita, di ogni puntata.
Come è stato scritto all’inizio, il terzo posto è stato assegnato intorno alle due del mattino, ma tra il terzo posto e la proclamazione del vincitore (il bravissimo Diodato, che dopo tanta gavetta e la sua terza presenza al festival, ha vinto con una canzone semplice e complessa allo stesso tempo: bravo Antonio!!!! E poco importa se sia dedicata o meno a Levante, anche lei presente al festival tra i concorrenti, questo non ci riguarda. Bella pe’ te, ci!) è avvenuta intorno alle 2 e 30… sette ore di diretta: spettatori e presentatori distrutti; probabilmente il figlio di Amadeus avrebbe preferito andare a scuola e neanche il casuale (?) spoiler di Sky è riuscito a mandare a letto i telespettatori: il finale è stato un susseguirsi di cantanti, che sembravano quasi presi a caso (forse lo erano davvero?) per temporeggiare.


Insomma questa edizione 2020 è stata piena di sorprese, un misto di trash in connubio con l’arte, senza però risultare fastidioso: si può dire che ad un certo punto, come ha detto Fiorello, “non si capiva più nulla!”. 

Molti probabilmente, e forse lo spero, si staranno mordendo le mani per non averlo visto, ma per fortuna siamo nell’era del web e di Raiplay, quindi andate a rivederlo, non avete scuse. E poi c’è il maestro Peppe Vessicchio!! Standing Ovation!




Link alla foto: https://tg24.sky.it/spettacolo/musica/2020/02/07/quarta-serata-sanremo-2020-pagelle.html

Nel segno del punk: Sid Vicious

Febbraio 09

 

Questo mese la nostra rubrica musicale si occupa di un personaggio molto discusso che abbracciò appieno il mondo del punk britannico: Sid Vicious. Fu bassista dei Sex Pistols, gruppo attivo sulla scena del rock inglese alla fine degli anni ‘70, celebre per il look da teppistelli, per l’irriverenza dei testi di e per un recupero di sonorità lontane dagli standard del rock progressive.

 

Infatti gli artisti punk, di questo periodo, non solo rifiutavano e rispingevano la filosofia hippies, ma non vedevano di buon occhio i cantanti che avevano iniziato la loro carriera discografica nel decennio precedente. Questi, dalla corrente punk più aggressiva, erano ritenuti dinosauri dal punto di vista musicale e incapaci di penetrare il mondo dei teenagers, giovani disillusi e traditi da una politica non attenta ai loro bisogni.

 

Chi riuscì a intercettare l’insoddisfazione giovanile furono proprio quelle band dal look trasgressivo e dalla musica rumorosa tanto inorridita dalle vecchie generazioni poiché pensavano che con quel genere musicale si fosse toccato il fondo, non sospettando che quel modo di esprimersi era solo il proto-tappeto del futuro grunge.

Questa nuova controcultura veniva ben espressa da Sid Vicious che, con la sua vita sregolata, venne preso a modello da molti giovani che pensarono di opporsi al sistema facendo uso di droghe a ritmo di Anarchy in the Uk e conducendo una vita di espedienti. 

E infatti fu questa la vita che condusse il “nostro” prima di diventare famoso.

Riuscì a farsi fotografare dalla polizia per ubriachezza molesta, rissa e furto, fino ad essere dichiarato, su un documento ufficiale, delle forze dell’ordine, delinquente abituale.

Ma il suo sogno era quello di sfondare come musicista e per le sue scarse doti fu estromesso da diverse band e per il suo modo di vivere anche dai Sex Pistols.

Lui stesso ammise di essere un tipaccio, di trattare male tutti, di perdere spesso la pazienza, di bere e fare a botte per sfogare la sua rabbia e forse quel suo mal di vivere lo portò al presunto suicidio.

 

 

La foto di copertina è stata presa dalla pagina ufficiale Facebook dei Sex Pistols

Capita alle volte di non riuscire a frenare il turbinio di informazioni che quotidianamente ci scaraventano addosso: alcuni si proteggono indossando le cuffiette ed alzando il volume, altri indossano a prima mattina la maschera dell’indifferenza e, di conseguenza, fingono di non accorgersi dell’ignoranza elevata a sistema. Infine, nascosti, ci sono tutti coloro che cercano di frenare la deriva del nostro paese, soffocato dai rumori dei femminicidi, dagli estenuanti episodi di violenza e disumanità e che, nonostante ciò, continuano a porsi domande e a cercare soluzioni.

Allora, chiedersi perché ormai nel nostro paese all’ordine del giorno accadono episodi razzisti è desueto, perché consolidato sulla nostra pelle. Analizzare perché questi fenomeni sono fomentati da chi dovrebbe stilare moniti giusti ed, al contrario, esplicita il suo impegno politico infangando storia e memoria e lanciando messaggi d’odio è doveroso.

Aprioristicamente, il razzismo non esiste, non è un lemma congenito nella natura umana, ma è un prodotto artificiale inscatolato che l’uomo ha scelto di costruire. Costruire, esatto perché è proprio così che è andata: sessismo, classismo, omofobia, discriminazione nei confronti dei tossicodipendenti, meridionali, immigrati cose, non come uomini.

Perché il vero uomo è solo quello occidentale, educato, pulito, insomma quello che non inquina l’ordine.

Ebbene, tutte le società creano stranieri e, a loro volta, li distruggono per corroborare l’ordine della nazione, dello Stato. Quello Stato che oggi impiega 5 minuti per screditare una persona, nella sua frenesia smodata di distruggere i rapporti sociali e di costruirsi un’”identità” che fungerà da direttiva costante, ed ormai quasi patetica, nelle attività istituzionali.

Il conio di questa identità fascista ha fatto sì che tutti coloro che celavano la loro indole e la loro voglia di repulsione nei confronti di chi è un prodotto difettoso, di scarto dello zelo ordinatore dello stato, si senta finalmente rappresentato dal sistema. E così, l’odio si è riversato nelle strade, nei confronti di qualsiasi soggetto senza collocazione, con tratti somatici diversi: dagli occhi, all’odore della pelle. Odio verso le donne, come verso gli stranieri, l’importante è individuare qualcuno di più debole da prendere di mira sui social o da schernire con commenti da bar. È fuoriuscito tramite il linguaggio comune che adesso normalizza l’orrore, rendendolo così banale tanto da diventare paradigma di propaganda.

Il linguaggio di rappresentanza di una parte della politica, quindi, palesa sintomi congeniti di antidemocrazia e cavalca gli umori della popolazione per avere consensi.

Questo atteggiamento rende tutto lecito, anche ciò che non dovrebbe esserlo e conia il nuovo status in cui viviamo: l’indifferenza al disagio della postmodernità. La nostra generazione sta vivendo nella profonda convinzione di poter sapere tutto senza, però, conoscere davvero e, al contempo, credendo che tutto ciò che accade al di fuori del proprio giardino non la tocchi, non la riguardi ed è proprio questo modus vivendi a dar man forte all’orrore dilagante.

È più comodo volgere il pensiero ad Achille Lauro sul palco dell’Ariston, ai suoi presunti atti osceni in tv, contro l’ordine, gli schemi, contro il pudore, contro il lessema maschio. È comodo perché è l’argomento del giorno e dicendo la nostra, dunque, possiamo tirare un sospiro di sollievo e sentirci facenti parte dell’ordinamento. Ora si può spegnere la luce, infilarsi sotto il piumone di flanella e si può andare avanti. Ma non è così, così si torna indietro e non si costruisce una coscienza collettiva forte, attenta e solidale. Quella coscienza, presupposto imprescindibile per sostenere uno Stato di diritto e per creare un vero collante generazionale.

Pertanto, capire è impossibile, conoscere è necessario. Conoscere oggigiorno è l’unica arma per superare le atrocità che ci rendono imbelli di fronti ai drammi quotidiani.

Conoscere senza puntare il dito, ma cercare di tessere i connettivi del nostro paese per arrivare a capire il motivo del suo marciume ed il dilagare imperante di una impronta fascista che per anni è stata sottaciuta.

Ragnarok: dal mito ad oggi!

Febbraio 01

Thor, Loki, Odino. Molti li hanno conosciuti grazie alla Marvel, ma esistevano già da prima e non erano proprio li vediamo al cinema o nei fumetti, in cui infatti sono stati modificati – per non dire snaturati – per esigenze narrative, ecc. Questi personaggi fanno parte della mitologia norrena, patrimonio culturale e religioso dei popoli scandinavi prima della conversione al cristianesimo avvenuta nel Medioevo. Nonostante molta di questa cultura sia andata perduta a causa della trasmissione esclusivamente orale (fino al Medioevo), si tratta di storie e leggende davvero affascinanti e interessanti.

Era dunque logico che se ne traesse una serie tv! Ed ecco che ieri sono sbarcati su Netflix i sei episodi di Ragnarok. Il protagonista è il giovane Magne (David Stakston) che, trasferitosi nuovamente nella piccola città natale, Edda, scopre in sé dei profondi mutamenti e nella città un mondo insopportabilmente ingiusto e da cambiare. Ciò lo porta inevitabilmente a doversi rapportare gli Jutul, la famiglia più importante di Edda, rispettata e quasi idolatrata, ma con un terribile segreto.
Una menzione va fatta anche a Lauritz (Jonas Strand Gravli), fratello incredibilmente scaltro e un tantino irriverente del protagonista, che striscia ai margini di ogni episodio, ma che è impossibile non notare e non adorare.

La serie presenta molti punti di forza: una trama avvincente, con il giusto mix di introspezione psicologica e scene di azione; l’attenzione a temi ambientali (l’inquinamento) e sociali (l’enorme potere anche politico degli industriali); un cast quasi esclusivamente giovanile ma notevolmente talentuoso; ottima regia, bellissima colonna sonora e meravigliosa fotografia; infine i meravigliosi paesaggi norvegesi, che non necessitano di ulteriori commenti.
Merito della serie è anche e soprattutto quello di omaggiare la mitologia norrena, riuscendo a trasportarla ai giorni nostri, attualizzandola, ma rispettando la sua natura. Infatti [SPOILER ALERT] ben presto si comprende che Magne è come una versione adolescenziale e attuale di Thor: non è il dio del tuono, ma un suo corrispettivo moderno, una sorta di suo erede soprattutto morale e spirituale. Stessa cosa vale per Lauritz, simpaticissimo (per via dell’incredibile mimica facciale dell’interprete) discendente spirituale e (a)morale di Loki, il dio dell’inganno. Gli Jutul, invece, sono veramente i giganti con cui gli dei norreni si scontrano nel mito, giunti fino a noi in quanto estremamente longevi, se non immortali.

“Molti credono che Ragnarok sia stato la fine. Si sbagliano. È dove tutto ha inizio.”
Queste le parole conclusive dell’ultimo episodio. Ci aspettiamo assolutamente una seconda stagione!




Link alla foto: https://www.heavenofhorror.com/reviews/ragnarok-season-1-netflix-series/

Ammettiamolo: un po’ di trash piace a tutti. Inutile negarlo. Si può non essere adepti di Maria (quasi non serve dire il cognome) De Filippi o fan del Castello delle Cerimonie, ma un pizzico di trash c’è sicuramente nella vita di tutti oggi giorno.
Ed è per questo che chi vi parla ha pensato bene di dare almeno un’occhiata al nuovo show di Real Time (canale 160 di Sky): The Real Housewives di Napoli.

Il programma – in onda il venerdì alle 22.20 – ruota intorno alla vita di sei donne facoltose, residenti nel napoletano (una, infatti, abita a Torre del Greco) e decise a godersi la bella vita.
Fin qui, direte voi, tutto ok, sembra anche interessante. Il risultato, tuttavia, non convince, ma anzi delude ampiamente lo spettatore.
Il primo episodio, benché sia di mera presentazione delle protagoniste e quindi privo di una vera e propria trama o vicenda, non giunge al risultato di avere lo spettatore affezionato alle housewives e neppure interessato a vedere qualche sviluppo.

Il problema risiede proprio nelle protagoniste stesse, che appaiono non solo superficiali e frivole (cosa che per il trash va bene) ma anche terribilmente snob e alienate dalla realtà, rendendosi inoltre portatrici di messaggi negativi: oltre all’insistenza sulla necessità e sulla correttezza del ricorrere già intorno ai 18 anni alla chirurgia estetica, si pensi al fatto che alcune delle protagoniste affermino che gli unici quartieri frequentabili a Napoli sono quelli di Chiaia e Posillipo, in quanto gli unici con la “gente giusta e per bene”, mentre tutti gli altri non sono che periferie (come se ci fosse qualcosa di negativo nel vivere in periferia).

L’obiettivo del trash non è denigrare qualcuno o qualcosa. Si potrebbe anzi dire che il trash, nascendo come esigenza di dar voce e spazio ad individui spesso relegati ai margini della società, in modo buffo e leggero, rivela in realtà un cuore profondamente democratico. I protagonisti di programmi quali Uomini&Donne o Il Castello delle Cerimonie, per quanto non acculturati o non propriamente fini, sono persone che vivono una determinata realtà e che quest’ultima mostrano in televisione. Hanno, dunque, la genuinità e la spontaneità che manca alle Real Housewives di Napoli.




Link alla foto: https://it.dplay.com/realtime/real-housewives-di-napoli/

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