Ambizione, competenza, entusiasmo e spontaneità sono alcune delle caratteristiche che abbiamo riscontrato in Alessandro Liccardo, un giovane sicuro di sé, con cui abbiamo chiacchierato al DiscoDays. Nonostante la sua giovane età è riuscito a farsi spazio nell'affollato mercato discografico, tuttavia proprio questo suo essere così giovane l'ha aiutato ad essere intraprendente, lungimirante e capace di trasformare in poco tempo la sua agenzia in un'etichetta discografica  che sta esportando i suoi prodotti in molti paesi.

Ad maiora!

Ciao Alessandro, ci puoi spiegare sinteticamente di cosa si occupa la tua società e com'è nata?

Ciao! La Volcano Records & Promotion è nata nel 2014 come agenzia di organizzazione concerti. Negli ultimi tre anni si è evoluta ed è cresciuta in maniera esponenziale fino a trasformarsi nel 2016 in etichetta discografica che oggi promuove e distribuisce dischi in Europa, Nord e Sud America, Australia e Giappone.

Di che genere si occupa la tua casa discografica?

La Volcano Records & Promotion è specializzata in rock, hard rock e metal. Seguiamo le nostre band attraverso un processo promozionale molto articolato che non riguarda solo la distribuzione fisica e digitale della loro musica, ma si concentra sul far crescere e diffondere la percezione del progetto musicale della band nel circuito indipendente, presso gli addetti ai lavori e il pubblico che segue la scena, in modo da alimentare ed incrementare la fanbase. Attraverso il nostro metodo di promozione professionale riusciamo praticamente a creare il pubblico e aumentare l’interesse anche intorno a band che sono solo al primo disco.

Il mercato discografico, anche grazie ad internet sta cambiando, oggi ci sono nuovi canali per promuovere i propri artisti, come Youtube e Spotify. Oggi che ruolo ha ancora il disco fisico?

Il disco fisico è importantissimo ed è ancora uno dei modi più diretti per gli artisti di monetizzare ed ottenere un ritorno economico attraverso la loro musica. Per questa ragione la mia etichetta ha adottato una politica molto innovativa: infatti non percepiamo royalties e percentuali dalle vendite dei dischi che vanno interamente alle nostre band. Questo per noi è molto importante perché è l’unico modo di garantire agli artisti un ritorno certo da tutti gli investimenti che oggi sono richiesti a chi vuole provare a fare della propria musica una carriera. Il mercato discografico è estremamente cambiato negli ultimi dieci anni e siamo convinti che ci voglia molta trasparenza e chiarezza per supportare gli artisti nel loro percorso in modo concreto e realistico.

Che importanza hanno le fiere come Discodays nella promozione musicale?

Sebbene oggi gran parte della promozione musicale corra sul web, ogni occasione per incontrare pubblico ed addetti ai lavori, ogni evento in cui ampliare il proprio network è fondamentale per diffondere e promuovere a 360 gradi il proprio progetto musicale.

Oggi molti giovani sognano di diventare famosi con la musica. Come si riesce a individuare i talenti?

La mia esperienza discografica mi fa riflettere spesso sul concetto di talento e sulle forme e modalità attraverso le quali si manifesta. Oggi sono sempre più portato a credere che il talento non è solo la capacità di scrivere buona musica e veicolare emozioni in cui le persone possano riconoscersi. Chi è dotato di vero talento, oltre a quello che ti ho appena elencato, ha soprattutto una passione incrollabile per ciò che fa, un amore incondizionato per la musica e la capacità ed il coraggio di non arrendersi di fronte alle difficoltà e agli ostacoli che ogni giorno cercano di rallentare o interrompere la nostra corsa. Il successo è questione di dedizione e costanza, quotidianità e forza d’animo per non mollare quando tutto sembra andare storto. I momenti difficili ci sono per tutti, ma bisogna sapersi rialzare dopo essere caduti ed imparare da ogni errore e intoppo incontrato sul percorso per fare di meglio la prossima volta.

Talent e Karaoke stanno ammazzando la musica, in che modo si riesce a fare promozione?

Il problema oggi per moltissimi addetti ai lavori è quello di non avere nessuna idea su come spingere fino a far accedere al mercato musicale, nuovi artisti. I talent in qualche modo risolvono questo problema perché quando una major mette sotto contratto un artista appena uscito da un talent va a beneficiare di mesi di grande esposizione mediatica, cioè pubblicità, che di fatto garantiscono a quell’artista pubblico e dunque vendite. Ma per noi che ci occupiamo di indipendenti e di mercato underground, tutto sommato il problema non si pone perché ci riferiamo ad un profilo di artisti e quindi di pubblico completamente diverso. Quello che è davvero importante e che spesso fa la differenza è riuscire a raggiungere la comunità di persone che si riconoscono in un genere o in uno stile… per noi che facciamo rock e metal questo è importantissimo. Il pubblico è molto esigente e richiede qualità ed onestà da parte dei musicisti, i talent sono davvero lontani anni luce dal nostro universo per fortuna.

La tua è una piccola etichetta indipendente, ci sono delle sinergie con quelle più grandi?

Per noi è importantissimo collaborare con agenzie ed etichette più grandi, impariamo tantissimo e cerchiamo di dare il nostro contributo per quelle che sono le nostre competenze e specificità quando abbiamo occasione di lavorare in sinergia. Abbiamo molti amici nell’industria musicale e quindi l’opportunità di stare a contatto molto spesso con professionisti di grande esperienza. Giusto per citarti qualcuno, la mitica Frontiers Records, etichetta di Toto, Whitesnake e molti altri, per la quale abbiamo curato la promozione di un live dei DGM e che la prossima settimana ci ospiterà al festival che ha organizzato in Lombardia. Oppure la Toast Records, la storica label torinese che negli anni ha lanciato tra gli altri Afterhours e Statuto, con la quale siamo in collaborazione per il Festival del Primo Maggio di Torino. Ma le sinergie sono tante e praticamente quotidiane, dunque per seguire tutte le nostre attività rimando alla nostra pagina facebook www.facebook.com/volcanopromotionwww.facebook.com/volcanopromotion o al nostro sito www.volcanopromotion.comwww.volcanopromotion.com per ogni aggiornamento.

Sono scesi in strada Giovedì 27 Aprile i negozianti, venditori ambulanti, associazioni e abitanti del quartiere per far sentire la propria voce contro il progetto di creare parcheggi sotterranei eliminando lo storico mercatino di Antignano. “NO BOX”, questa la scritta che riporta il manifesto affisso davanti ad ogni stand da qualche settimana, primo simbolo di protesta accompagnato poi dalla chiusura per un'ora al giorno dell'attività fino a Sabato 29 Aprile e dal corteo che recentemente ha bloccato la viabilità tra Via Tino di Camaino e Piazza degli Artisti. La faccenda non è lineare come sembra, andiamo per gradi.

Il progetto, del 2010, prevede la costruzione di 526 box auto tra Piazza degli Artisti, via Tino di Camaino e Largo De Bustis. Se ne occuperà la cooperativa edilizia “Napoli 2000”, composta dai residenti. Il progetto ha destato scalpore già nel 2015 quando il quartiere, resosi conto dell'imminente e probabile chiusura di uno dei suoi punti nevralgici, diede inizio alle proteste. Il prospetto, che riguardava diverse zone del Vomero, risale all’epoca del sindaco Iervolino ed è stato bloccato dalla prima giunta De Magistris nel 2011. La cooperativa ha fatto ricorso al Tar e Consiglio di Stato e ha avuto ragione. Ora una sentenza del Consiglio di Stato impone al Comune di decidere lasciando partire il cantiere di piazza degli Artisti o pagando una penale. Il punto focale è che il quartiere è spaccato in due: coloro che hanno aderito e sostengono l'idea della costruzione dei box, data la mancanza di parcheggi nel quartiere, ed i commercianti che protestano perché il loro futuro è messo a rischio, data la possibilità di perdere il lavoro dall'oggi al domani. A sostegno di quest'ultimi WWF, i Verdi, i comitati San Martino, Vomero vecchio, Piazza Leonardo e Parco Mascagna, il Movimento Magnammece ‘o Pesone, il Coordinamento studenti auto organizzati, il movimento Disoccupati. Le proposte di Stefano Paloni, presidente della Cooperativa Napoli 2000, insieme al presidente di Legacoop Campania, Mario Catalano, sono quelle di non proporre l'eliminazione del mercatino rionale, ma demolire e ricostruire l’edificio su due livelli, adeguandolo alla vigente normativa igienico-sanitaria, oltre a un terzo livello scoperto a servizio della collettività. E durante l’iter dei lavori? Si prevede lo spostamento temporaneo degli ambulanti nelle strade adiacenti al parco Mascagna. In alternativa la cooperativa aveva proposto al Comune, che ha rifiutato, l’allocazione provvisoria dei mercatini in un tratto di via Tino di Camaino. Non si intravede un punto di incontro, dato che la cooperativa rifiuta ogni tipo di indennizzo avanzato dal Comune per evitare la costruzione del parcheggio. Di conciliazione neanche l'ombra, anzi Napoli 2000 aggiunge che il progetto contempla la consegna al Comune anche di un intero piano di parcheggio sotto il mercato da destinare a servizio del vicino ospedale Santobono dove persiste il fenomeno del parcheggio abusivo. Napoli 2000 risponde anche ai dubbi riguardo la sicurezza degli scavi sottolineando la l'assenza di alcun pericolo per i palazzi circostanti, dato che è stato previsto un attento monitoraggio prima e dopo i lavori. Il Comune, dato il provvedimento coercitivo, è messo alle strette, ma sta cercando strade alternative. La municipalità dal suo canto evidenzia l'elevata presenza di box invenduti e definisce il progetto anacronistico con l'urbanistica attuale. Il prossimo step è il 3 maggio, quando è prevista la firma della convenzione tra Comune e ditta per evitare il commissariamento da parte della Regione. Staremo a vedere. 

Un altro lutto per il mondo del cinema. Ci ha lasciati nella giornata di ieri presso la sua casa di New York Jonathan Demme, il genio cinematografico, "papà" di pietre miliari quali Il silenzio degli innocenti, che gli valse il Premio Oscar nel 1991 e Philadelphia.

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Era malato ormai da tempo, più precisamente dal 2010, quando scoprì di avere un cancro all’esofago, che lo ha lentamente consumato. Aveva 73 anni. 2 anni fa era comunque ricomparso sulle scene come membro della giuria del festival più importante d’Italia: la Mostra del Cinema di Venezia. Aveva diretto il film Dove eravamo rimasti con una protagonista d’eccezione, Meryl Streep, presentato in anteprima mondiale al Festival di Locarno. E nel momento in cui la malattia apparentemente sconfitta si è ripresentata, Demme ha trovato la forza di presentare al pubblico una retrospettiva sui film western dal titolo Saddle Up Saturdays, al Jacob Burns Film Center.

Jonathan Demme nacque a New York nel Febbraio del 1944; i suoi genitori erano un albergatore e un’attrice e probabilmente proprio dalla madre ereditò l’amore per il cinema. Si affacciò nell’olimpo della celebrità portando sugli schermi la commedia Qualcosa di travolgente con Melanie Griffith e Jeff Daniels e Una vedova allegra...ma non troppo con Michelle Pfeiffer e Matthew Modine.

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Era regista, ma anche produttore e sceneggiatore, molto versatile, affrontava qualunque tema con delicatezza e violenza, con cognizione di causa ed estro; memorabile il famosissimo Philadelphia con Tom Hanks e Denzel Washington dove l’argomento tabù per eccellenza, l’Aids, viene mostrato al pubblico attraverso gli occhi del malato, gli stati d’animo di chi è coinvolto eticamente e la totale assenza di umanità dei potenti. Altri titoli splendidi sono Stop Making Sense, film che gira intorno al tour dei Talking Heads o la trilogia dei film-concerti dedicati al rocker, sua maestà Neil Young, intitolati: Heart of Gold, dove il cantante si esibisce al Ryman Auditorium di Nashville, mentre un pubblico adorante è intento a cantare i brani dell’album Prairie Winde e per ultimo ma non ultimo il bellissimo documentario Music Life, che traduce in immagini la poetica musicale di Enzo Avitabile. A proposito dell’artista partenopeo Demme dichiarò:

«Stavo ascoltando un programma alla radio, guidando sul George Washington Bridge, a New York, e la musica di Enzo Avitabile mi ha folgorato, la mia vita è cambiata».

Generi musicali differenti, diversi stili raccontati magistralmente attraverso lo sguardo di Demme e la sua cinepresa.

E proprio attraverso la cinepresa che Demme catturava l’animo dei personaggi, soprattutto delle donne; ricordiamo che ad esempio ai tempi de Il silenzio degli innocenti questo regista fu in grado di elevare un ruolo femminile e renderlo interessante al pari di quello del famigerato cannibale serial killer, rivestendolo di fascino e potenza. A proposito delle donne Demme dichiarò: “Un eroe lo ammiro per quello che fa, sia che sia uomo o donna, ma immagino sia più appassionante se è una donna ad agire perché per le donne è molto più difficile ottenere qualcosa nel nostro mondo così maschile. Forse la mia fascinazione viene dal fatto che ho sempre ammirato moltissimo mia madre. Era un'alcolizzata che smise di bere quando io ero molto piccolo e poi cominciò ad aiutare altre persone con gli Alcolisti Anonimi.”

Il cinema ha perso un grande artista e il mondo lo saluta con la consapevolezza che un genio di tale portata sarà difficile da reincontrare.

Venerdi 28 Aprile alle ore 20.00 avrà luogo “’na Nuttata ‘e Microcredito - Aperitivo d’arte e lavoro al Rione Sanità” presso la libreria “Adda Passa’ ‘a Nuttata”, nel cuore pulsante della Sanità.
Si tratta di un evento organizzato dal CED, il Center for Economic Development and Social Change insieme alla ONLUS “Adda’ Passa’ ‘a Nuttata” e alla Parrocchia di San Severo alla Sanità, che si inserisce nel quadro più ampio della quarta edizione de “La Notte del Lavoro Narrato”, la cui missione è quella di raccontare e celebrare il lavoro come fondamento del processo d’innovazione. 
La serata si articolerà in un insieme di racconti e narrazioni che si mischieranno alle voci della Sanità, piccoli commercianti e artigiani che, tra brani recitati e illustrazioni fotografiche, condivideranno le loro testimonianze. Il tutto verrà accompagnato da un aperitivo fatto di prodotti artigianali nostrani di grande qualità, forniti da “Non solo da bere – La Bottega dei Sapori” e “Pizzeria Oliva".
Questi gli ingredienti di un’atmosfera che farà da sfondo al tema centrale della serata: la  presentazione del “Progetto Microcredito al Rione Sanità” reso possibile dalla collaborazione fra CED, Banca Popolare Etica, Manitese Campania, Rete Lilliputi, Rete Rione Sanità e Marco Mascagna. A moderare il dibattito intorno alla funzione del microcredito sarà il direttore del CED, Andrea Gatto, che ha già spiegato come l’istituto di sviluppo economico costituisca il motore della crescita in contesti come quello del Rione Sanità, poiché si pone come la più valida alternativa all’usura o ai tassi di interessi elevati.  

Sembra un titolo degno di Lercio; invece è pronto ad essere spedito ne "Il Lato Oscuro di Internet"! Ebbene si, non bastavano le foto di Berlusconi che allatta un agnellino, non bastava Morgan che paragona il programma Amici ad un lager nazista. A farsi strada tra le nostre news feed, ecco un'universitaria tunisina che ha scritto una tesi di dottorato sul fatto che la Terra sia piatta!


In cinque anni, la studentessa ha svolto delle rigorosissime ricerche volte a suffragare la sua tesi; quella che, una volta constatata, le avrebbe permesso di vincere il dottorato presso l'Università di Sfax. Le premesse erano chiare: confutare alla radice tutti gli studi di Copernico e di Galileo. Dunque, dimostrare che la Terra non solo non avrebbe una forma sferica, ma sarebbe addirittura il Sole a girarle attorno. Come del resto, aggiunge la ragazza, è scritto nel Corano!


E gli studi sarebbero passati inosservati alla facoltà di Ingegneria, se non fosse stato per il magico mondo del Web, già prontissimo a piazzare i riflettori sulla vicenda! Un'ondata di sdegno ha ben presto inondato l'Internet: al punto che il Ministero dell'Istruzione si è trovato costretto ad aprire un'inchiesta. E la ragazza, ovviamente, non ha potuto che vedere respinta la sua tesi, incriminata di mancanze di carattere scientifico ed etico.


Per quanto la cosa ci faccia ridere di gusto, non possiamo che provare empatia per la dottoranda. In effetti, non sarebbe così sbagliato domandarsi se la Terra è piatta. Del resto, come sostiene il meraviglioso universo dei meme:«E' ovvio che la Terra è piatta. O come resterebbe sul dorso di una tartaruga gigante?»

 

TERRA PIATTA

Il sipario del San Carlo si alza sulle scene misteriose e ciniche dell'Elektra  di Grübere Kiefer, celati alchimisti di un'opera estraniante e livida già dalle prime battute.

Il mondo di Elektra - musa sconosciuta, eroina selvaggia, confidente matura - è spaventoso. Il teatro, nel contrasto con il rifugio spettrale della dolce e bestiale Elektra, diventa la casa sicura del pubblico che benedice il riparo, il conforto, l'ospitalità della grande sala e delle poltrone comode. Benedice l'ordine esatto, la razionalità ferma e lucida, la catalogazione di tutte le cose: questo bello, questo brutto, questo giusto, quest'altro più che giusto, questo vero, quest'altro falso.

Tutt'altro è Elektra, in contatto intimo con una realtà razionale e inconscia, reale ed irreale, gloriosa, morale e depravata. A questo si limita - la brevità gran pregio - la lettura destabilizzante di Klaus-Michael Grüber e Anselm Kiefer, inventori di un'Elektra coinvolta razionalmente nei meccanismi del suo stesso inconscio, che  si materializza scenicamente  in un castello blindato, sintesi razionalista di un teatro greco bestiale in cui i giudizi si esprimono, come del resto accade nei nostri teatri, dall'alto.

Un castello, cosi ci piace definirlo, che si lascia modellare dalle luci e dalle ombre come fosse una tela di buona qualità nel momento in cui l'artista stende le prime campiture di colore. Le sue pareti sembrano inseguire progressivamente una realisticità estetica che si realizza quando la luce dolce del sole accarezza l'unico momento armonico dell'opera, il duetto di Elektra e Oreste. Per il resto il castello diventa spettro dell'inconscio di Elektra, dei suoi slanci bestiali, dei suoi sogni, la culla che ne raccoglie le vesti sudicie e l'accoglie come fosse il suo unico inquilino naturale.

Elektra porta con se tutto il dolore di un'umanità congenitamente mutilata, il cui germe stesso è infetto di dolore e inquietudine. Così la partitura di Strauss ci viene offerta nella sua più cruda esemplificazione da un più che ispirato Juraj Valcuha. Si distinguono splendidamente i ruoli bipartiti: quello lirico e prezioso degli archi, coesi e riscaldati in una trama di colori brillanti, a cui si oppongono i fiati barbarici e le suggestive percussioni che insieme si alternano nella continua giustapposizione di lirismi e spasmodiche invenzioni musicali.

Fosse fatta di musica e cartapesta, quest' Elektra entrerebbe di certo nell'olimpo degli allestimenti almeno Sancarliani. C'è di mezzo però anche il canto, che come d'abitudine spegne o affievolisce i successi in potenza più clamorosi. Ed è il caso di citare, primo fra tutti, il canto di Elena Pankatrova, un'Elektra vocalmente e fisicamente ben strutturata, che però stenta ad ottenere quella pienezza di suono e quella lucentezza timbrica che spesso si opacizza fuori dalla zona centrale. La complessità del fraseggio è risolta, come spesso accade, nella solita cantilena tedesca che è da imputare anche alla  bella Crisotemide di Manuela Uhl, spesso spoggiata e, appunto, cantilenante al limite della stonatura perfetta. Discorso a parte per la Clitemnestra di Renée Morloc, che concentra apprezzabilmente i suoi sforzi in una calcata presenza scenica, in cui il gesto spasmodico e tragicamente plateale supera per valore drammaturgico un buon canto. È suo il momento scenico più irresistibile, brillante dell'atto unico, lucidissimo nella sua splendida inconvenzionalità. Trascinando il suo corpo in un mantello di cartongesso, incarna un'eroina grottesca e psicotica votata all'espiazione della sua colpa crudele non solo attraverso la sottomissione alla realtà deforme del sogno, ma alla più che radicale destrutturazione del corpo, uno straccio impietrito che le è gabbia e rifugio, pateticamente impreziosito. Ottima la prova di Robert Bork, un Oreste lapideo, pervaso da un'eroicita romanza e cavalleresca esaltata da un'aura di luce incantata in cui egli si muove, di fronte alla sorella pudica. Della grandezza eroica che lo accompagna interessa la sua artificiosità, la sua spudorata e iconografica ovvietà, che sembra trasformare l'incontro dei due fratelli in una proiezione immaginaria di Elektra, infondo mai troppo autentica negli slanci verso Oreste. C'è poi il sole, che squarcia meravigliosamente la cortina del sogno e dà una cornice splendida al duetto tra i due. È qui che l'autenticità dei gesti e dei sentimenti sostituisce l'illusione di un teatro magico, dove la realtà scenica sembra invenzione irrazionale del protagonista. Applausi per tutti al termine.

Un attempato psicoterapeuta, pigro e narcisista, vive con noia e sufficienza la sua routine quotidiana finché, convinto dalla sua ex moglie a rimettersi in forma, non assumerà una personal trainer vivace e caliente. Ecco le premesse di Lasciati andare, commedia brillante e divertente che si costruisce sul tagliente sarcasmo di un Servillo annoiato che si contrappone all’entusiasmo latino della sexy Veronica Echegui.
I tempi comici sono perfetti e nel finale sale in cattedra un grandissimo Luca Marinelli, qui nei panni di un malvivente balbuziente, al quale è affidato un exploit di gag sui generis che contraddistingue questa commedia brillante, leggera e mai volgare. Servillo si conferma un sole da cui dipende la vita del film  e Marinelli, straordinario in ruoli drammatici come Non essere cattivo, si dimostra un fenomeno nella gestione dei tempi comici e per la capacità di sostenere sulle spalle la seconda parte del film. Cosa dire di Veronica Echegui? Beh, lo stile ispanico e sexy di un personaggio facile e leggero la aiuta non poco, ma siamo anni luce dai mostri sacri con i quali, per sua fortuna, si trova a condividere la scena.
Anche Carla Signoris, nei panni della ex moglie e  vicina di casa del protagonista, dà il suo apporto con la sua solarità.  Il risultato di questa commedia si vede nelle risate che in sala arrivano copiose.
Una commedia che fila via liscia come l’olio, ottima per divertirsi e con due protagonisti di eccezionale bravura. Da vedere.

Signori… che Napoli abbia inizio! È il titolo del nuovo spettacolo musicale scritto, diretto e interpretato da Genny Avolio. Il titolo, anche se personalmente rivisitato,  riprende la fatidica frase che viene pronunciata poco prima della messa in scena: “ Signori, lo spettacolo ha inizio”! proprio per evidenziare  Napoli come un grande spettacolo sotto i riflettori mondiali.

Lo spettacolo, in due atti, è stato scritto pensando alla tecnica del metateatro, nota anche come teatro nel teatro, già utilizzata nell’antichità classica con Plauto, sino ad essere utilizzata nel secolo scorso da Eduardo de Filippo. 

“Signori, che Napoli abbia inizio!” È una commedia musicale divertente che mira a non dimenticare le nostre radici. Infatti vengono messe in scena le canzoni, conosciute e non, più belle del repertorio napoletano, inserite in una storia di fantasia che tuttavia rispecchia uno scenario attuale: un artista alle prime armi e una Napoli bella ma messa alle strette dalle condizioni critiche che la circondano.

“L’epoca in cui viviamo, è il risultato dei profondi cambiamenti registratisi a partire dal XX secolo: mi riferisco alla ”globalizzazione” che ha investito, non solo i campi della tecnologia, dell’economia e dell’imprenditoria ma anche del nostro panorama culturale, artistico e tradizionale. Ho il timore che con il passar del tempo, le future generazioni non conosceranno più nulla dei nostri usi e costumi, tanto meno del lavoro svolto dai grandi del teatro e della musica partenopea (Di Giacomo, De Filippo, Taranto, Carosone ecc.). Il mio intento è quello di guardare al futuro , ma senza perdere di vista il punto di partenza: la cultura, l’arte e tutto ciò che riguarda la nostra terra. Lo spettacolo, interpretato da giovani cantanti, attori e ballerine, vuole fare da”tramite” tra la generazione passata e quella futura, ricordando che in altri paesi le radici partenopee sono ben apprezzate”.  Genny Avolio

In Scena:

22 aprile ore 21.00

23 aprile ore 18.00

Teatro Sanacore, Largo arso 39, San Giorgio a Cremano 

Il 22 e 23 Aprile ritorna DISCODAYS

Aprile 19

Il 22 e 23 Aprile torna al Palapartenope di Napoli la più importante fiera del Sud Italia dedicata alla musica, Discodays, manifestazione giunta quest'anno alla XVIII edizione. Ogni anno Discodays si svolge in due appuntamenti, ad Aprile e a Ottobre. 

Discodays è ormai una delle più grandi manifestazioni, assieme a Vinilmania-che si svolge a Milano-per la diffusione della cultura della musica. All'interno dell'area espositiva saranno allestiti spazi in cui si potranno trovare vinili, Cd, rarità e memorabilia, esposti dai collezionisti e dai negozi di tutta Italia. Da anni si evidenzia un trend positivo rispetto al ritorno al vinile e grazie a questa manifestazione i cultori potranno spaziare nella scelta sia dei dischi più recenti sia di quelli che hanno segnato la storia della musica.

Non solo esposizione di oggetti musicali; la fiera infatti sarà l'occasione per conoscere tanti artisti che animeranno le due giornate con workshop e musica live. Tra questi Maurizio Imparato, che in un suo intervento spiegherà come realizzare una campagna di raccolta fondi, rivolta ai musicisti e agli addetti ai lavori. La Scuola di Music Business di Portici illustrerà invece le 5 tecniche basilari per promuovere la musica online. Ci saranno anche un'esibizione di Lino Cannavacciulo, la presentazione di una selezione di tavole tratte da "Cash: I See a Darkness" di Reinhard Kleist, da parte del Comic(On)OffPaolo Mazzucchelli presenterà il libro, "I Vestiti della Musica", un viaggio fra musica e cultura, grazie al quale si potranno ammirare le copertine più strane, maliziose o censurate. Tra le novità di quest'anno, la mostra “Una vita fra i solchi”, di Andy Simoniello: una raccolta di vinili accompagnata da tavole per narrare come la musica si leghi ai ricordi di una vita intera.

La fiera aprirà Sabato alle 16:00 e sarà visitabile fino alle 22:00, mentre Domenica l'orario di apertura sarà dalle 10:00 alle 21:00.

Il costo dell'ingresso singolo è di 5,00 euro a persona, mentre i minori di 18 anni potranno entrare gratuitamente.

Gianni Boncompagni si è spento, a Roma, a 84 anni. Nato ad Arezzo il 13 Maggio 1932, è stato, insieme a Renzo Arbore, colui che ha rivoluzionato il linguaggio radiofonico negli anni ’60 e ’70. Questa coppia di “discoli” apportò nell'etere una ventata di freschezza in un ambiente imbalsamato e incravattato, dove non era consono essere irriverenti, provocatori e satirici oltre ogni limite.

Si rivolse sopratutto ad un pubblico di giovani, ma anche gli adulti cominciarono ad apprezzarlo e a seguirlo. La generazione del ’70 o andava a scuola con la radiolina o correva a casa, all'uscita da scuola, per sintonizzarsi sul suo programma.

Rivoluzionò il linguaggio radiofonico, complice l'amico Arbore, con due trasmissioni: “Bandiera Gialla” e “Alto Gradimento”. La prima, andata in onda dal 1965 al 1970, divenne un fenomeno di costume con la scelta di brani musicali diversi dal gusto corrente, con novità discografiche italiane e straniere, provenienti sopratutto dalla Gran Bretagna e dagli USA, brani banditi dalla radio italiana e per questo sotto una bandiera gialla, simbolo di epidemia. La seconda, apparentemente senza un palinsesto che seguisse un filo logico, piena di battute e interventi demenziali, in controtendenza alle scelte musicali del momento e piena di personaggi strampalati e fantasiosi, insomma una trasmissione che diede vita alla nascita di uno stile che di lì a poco, con l'avvento delle radio private, si sarebbe diffuso.

Rivoluzionario fu anche il suo modo di fare televisione dove passò nel 1977.

Ma che fosse radio o TV il divertimento è sempre stato la chiave stilistica delle sue conduzioni e come conduttore e come regista. Chi altri se non lui poteva far impazzire l'Italia sul numero di fagioli presenti in un barattolo; chi altri se non lui poteva far dire alla piccola Ambra Angiolini frasi irriverenti, chi altri se non lui poteva riuscire a far diventare grandi successi mondiali canzoni da lui definite “porcate” !

Firmò anche hit musicali come “Ragazzo Triste”, portata al successo da Patty Pravo e “Il Mondo”, lanciata nel 1965 da Jimmy Fontana e da bravo disk jockey debuttò in TV con “Discoring” ed in seguito fu autore e regista di trasmissioni di successo, come “Pronto Raffaella?” “Pronto chi gioca?” e “Domenica In”, programmi che furono di conferma per Raffaella Carrà e trampolini di lancio per Enrica Bonaccorti e Marisa Laurito. Nel 1991 passò a Mediaset dove firmò i programmi “Prima Donna”, condotto da Eva Robbins e “Non è la Rai”, che fu la fucina per moltissime ragazze diventate poi famose, prima fra tutte la sopracitata Ambra, ma anche Claudia Gerini e Sabina Impacciatore. 

“Casa Castagna” fu l'ultimo programma realizzato lontano da “mamma Rai”, alla quale ritornò nel 1996 per dedicarsi a programmi come “Macao”, “Macao 2”, “Crociera” e “Carràmba che fortuna”.

Per onore di cronaca c'è da dire che fu anche vittima di un becero gossip, a cui non vogliamo contribuire, ma vogliamo solo ringraziarlo per aver colto e aver mostrato e a volte ridicolizzati ed esaltati, attraverso i suoi programmi, i mutamenti che avvenivano nella società.

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