"Il verde oltre il portone". Presentazione del docu-libro "Danze Orientali dall’interno del carcere. Cinque anni nell’Harem di Pozzuoli”

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Da 14 anni ormai vive sotto scorta, come affronta i rapporti familiari, amicali e lavorativi e come ...

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"Il verde oltre il portone". Presentazione del docu-libro "Danze Orientali dall’interno del carcere. Cinque anni nell’Harem di Pozzuoli”
Settembre 19
Domani, 20 Settembre, si terrà a partire dalle ore 18:00 presso l’Atelier Antonelli a Palazzo Leonetti (Via dei Mille 40, Napoli) un evento esclusivo durante il quale sarà presentato il docu-libro “Danze Orientali dall’interno del carcere. Cinque anni nell’Harem di Pozzuoli”. Curato da Annalisa Virgili e Ornella d’Anna, con prefazione dello scrittore Maurizio de Giovanni e postfazione di Piero Avallone, magistrato del Tribunale per i Minorenni di Napoli, il volume tenta di dare una risposta ad alcune domande, tra cui: Cosa vuol dire, per una donna, essere “libera”? E cosa accade alle “diversamente libere” che si trovano, all’improvviso, rinchiuse in una casa circondariale? “Il libro disegna uno spaccato umano sulla vita del carcere femminile, raccontando storie, progetti, speranze e paure di un gruppo di donne alle prese con un’esperienza drammatica che sognano di costruire una vita diversa al di fuori della struttura”, dichiara Nappi, consigliere regionale della Campania, che interverrà insieme a numerosi altri ospiti nel corso della serata.  “Il nostro intento era quello di mostrare le difficoltà delle ‘diversamente libere’ da chi le vive quotidianamente” – aggiungono le autrici – “provando a ipotizzare anche nuove politiche di intervento affinché il loro recupero possa essere reale”. Durante la serata, oltre al volume, saranno messi in vendita dei preziosi foulard dipinti a mano, creati appositamente per l’occasione da Raffaela D’Onofrio. In questo modo, gli ospiti potranno portare a casa manufatti unici, in edizione limitata, ma soprattutto contribuire a realizzare un'area verde per i bambini delle detenute all’interno della casa circondariale femminile di Pozzuoli. I proventi delle vendite, sia del libro che dei foulard, saranno infatti interamente destinati a questo nobile scopo. Quello di domani è solo il primo di una serie di 4 appuntamenti; i prossimi avranno luogo il 27 Settembre, il 4 e l’11 Ottobre, tutti con il patrocinio morale della Direzione della Casa Circondariale di Pozzuoli. Per conoscere location e partner e per maggiori informazioni, potete consultare la pagina Facebook https://www.facebook.com/danzeorientalidallinternodelcarcere/. 
Io e Oriana - Intervista a Magdi Cristiano Allam (II^ parte)
Settembre 10
Da 14 anni ormai vive sotto scorta, come affronta i rapporti familiari, amicali e lavorativi e come vive la sua quotidianità? Molto serenamente. Intanto la mia famiglia non ha le mie stesse misure di sicurezza, sono solo io ad averne. Io parto dal convincimento che questa è casa nostra, che dentro casa nostra noi dobbiamo essere pienamente noi stessi. Non sono io a dover avere paura casomai sono quelli che mi minacciano che devono sentirla, perchè noi rappresentiamo la maggioranza, loro sono la minoranza. Non dobbiamo vivere con o sottometterci alla paura. Io sono preoccupato più che altro per il fatto che per esprimere in libertà delle idee, io debba essere cotretto ad avere la scorta, ecco questo è quello che mi rammarica, perchè significa che c’è qualcosa che non va nella società. In una società civile, in uno stato di dirittto uno deve potersi esprimere liberamente, senza ovviamente offendere nessuno, non bisogna diffamare le persone, però le idee possono essere criticate, le religioni possono essere criticate rispettando sempre la persona; poi posso aggiungere anche che essendo abbstanza avanti negli  anni, a me non pesa il fatto, che ne so, di poter andare in giro fare shopping o andare al cinema o al teatro, per me la libertà ormai è una dimensione interiore, dell’ animo. Io mi sento libero se posso scrivere liberamente, se posso tenere degli incontri con delle persone che scelgono di ascoltarmi. Ecco questa è per me la libertà. E’ preoccupato del clima di rifiuto e razzismo che sta sempre più prendendo piede non solo in Italia ma in tutta Europa? Io non credo affatto che gli italiani siano razzisti, casomai l’errore che commettono gli italiani è quello di accettare delle situazioni a discapito della sostenibilità di queste azioni, perchè se ad esempio qualcuno dovesse bussare alla porta di casa tua  e chiedere di essere ospitato, di essere accolto, tu ti faresti due conti in tasca, ti chiederesti se te lo puoi permettere, ti chiederesti se hai una stanza in più dentro casa tua, se hai 200 euro in più da poter devolvere all’ospite e poi ti chiederesti se questa persona è disposta a rispettare delle regole che sono alla base della civile convivenza perchè diversamente la convivenza diventerebbe impossibile. Ebbene, gli italiani questi conti non li fanno, cioè accolgono centinaia di migliaia di persone nonostante il fatto che l’Italia non se lo possa permettere, perchè ci sono milioni di italiani poveri e così anche il governo italiano non chiede a queste persone di rispettare le nostre leggi o le nostre regole, di condividere i nostri valori ed è questo il problema che poi rischia in prospettiva di far esplodere il razzismo, non perchè gli italiani siano razzisti ma perchè si consente ad altri di fare ciò che non è consentito agli italiani stessi questo è il vero problema, ma gli italiani storicamente e ad oggi sono fin troppo generosi. Qual è il messaggio da rivolgere ai giovani di quest’ epoca, giovani che vivono in un costante atteggiamento di rassegnazione e inerzia invece di sperare in un futuro? Hai ragione, hai ragione è così. Allora, io voglio innanzitutto fare una critica ai genitori che hanno cresciuto i figli dando loro solo diritti e libertà senza dare loro la cultura dei doveri, delle regole della responsabilià e del sacrificio che sono fondamentali per essere forti dentro, quindi i giovani di oggi sono cresciuti fragili dentro, sono svantaggiati rispetto ad altri giovani che provenendo da aree del mondo dove c’è poco o niente, sono disposti a tutto pur di conquistarsi un posto alla luce del sole. I giovani italiani ad esempio non sono disposti a fare dei lavori manuali, non sono disposti a fare un lavoro dove c’è sacrificio perchè comunque hanno sempre avuto di tutto e di più e il risultato è che finiscono per non apprezzare nulla. Ecco, io dico ai giovani, ai miei figli -sono anche nonno- che bisogna rimboccarsi le maniche per salvaguardare il nostro inalienabile diritto ad essere pienamente noi stessi dentro casa nostra, affinchè non venga mai meno il nostro diritto alla vita, alla dignità e alla libertà, e quindi mi auguro che i giovani oggi, possano essere messi nella condizione di condividere un processo di riscatto della nostra sovranità e di salvaguardia della nostra civilità. Esiste qualcosa da fare, uno stratagemma per bloccare questa avanzata di odio-non si parla solo più di terrorismo-nel resto del mondo? Noi dobbiamo comprendere qual la causa e qual è l’effetto, e per risolvere l’effetto noi dobbiamo risolvere la causa; cioè se l’odio è la conseguenza del terrorismo, ciò che va risolto è il terrorismo. Dobbiamo comprendere che oggi c’è una guerra che si scatena attraverso il terrorismo, con la modalità del terrorismo e dobbiamo capire che questa guerra è particolarmente insidiosa perchè si svolge dentro casa nostra e chi perpetra queste atrocità sono cittadini europei e l’Europa è diventata tra virgolette una fabbrica del terrorismo islamico. Noi dobbiamo scardinare le cause che generano questo processo affinché non ci sia poi la conseguenza dell’odio di questa realtà e di ciò che la genera, cioè l’Islam, proprio perchè dobbiamo salvaguardare una civiltà che si fonda sulla pari dignità e sul rispetto delle persone. Dobbiamo prevenire l’eventualità che ci possa essere un odio nei confronti dei musulmani come persone, quella sarebbe una catastrofe. Dobbiamo garantire che tutte le persone possano essere rispettate, ma al tempo stesso noi dobbiamo avere l’onestaà intellettuale, il coraggio umano di guardare in faccia la realtà dell’Islam e di comprendere che quelli che si fanno esplodere, quelli che sgozzano decapitano, sono sicuramente persone che hanno subito un lavaggio del cervello, sono persone che sono state modificate mentalmente e affettivamente. Nel momento in cui perpetrano le loro atrocità non sono persone sane, sono persone che hanno subito un trauma. Questo trauma avviene perchè c’è un’ ideologia che lo ispira che è incompatibile con la nostra civiltà, non possiamo continuare a far si che ci siano delle prediche dove si legittima l’odio nei confronti del prossimo. L’odio vero sta in quelli o in ciò che trasforma le persone, che le rende dei robot della morte. Se hai perso la prima parte dell'articolo clicca qui!
Voglia di mare. Sì, ma quante difficoltà!
Settembre 09
L'estate 2017 non sarà ricordata solo per i “simpatici” nomi dati agli anticicloni arrivati dall'Africa o dalla crescita del PIL dovuto alla continua accensione dei condizionatori o dai razionamenti d'acqua causati dalla siccità, ma sarà ricordata soprattutto per il caldo afoso. Chi ha potuto, è fuggito verso lidi freschi e lontani, mentre chi è rimasto in città, sfortunatamente senza condizionatore ad affrontare la canicola estiva, ha solo potuto sperare che la danza della pioggia rendesse la temperatura un po' più sopportabile. Io, armato di buona volontà, sono partito sperando di rinfrescarmi in piscina o al mare, ma poiché come si dice a Napoli, “O' cane mozzeca semp' o stracciato”, ho faticato non poco per esaudire questo desiderio, poiché chi vuole superare i limiti imposti dal proprio fisico deve affrontare scalette, sabbie mobili, pietre e naturalmente farsi spazio tra orde di turisti accaldati. Sembrerà strano a dirlo, ma in Italia, terra famosissima per il turismo balneare, è più facile essere bombardati da asteroidi mentre si fa merenda che trovare luoghi attrezzati per i disabili; se vogliono immergersi nell'acqua devono munirsi di buona volontà e di coraggio perché solo raramente troveranno scivoli o sedie che permettano l'entrata o l'uscita in modo agevole. Quest'anno ho deciso di ritornare sulla costa ionica, da cui mancavo da circa vent'anni, poiché avevo un ricordo di spiagge meravigliose che non presentavano disagi nella discesa a mare, ma con mio sommo rammarico ho constatato che i paesaggi erano cambiati e che in molti punti era difficile, anche per un normodotato, tuffarsi poiché l'erosione della costa ha modificato il fondale marino facendo scomparire la sabbia, così utile per immergersi senza problemi, per far emergere lastroni calcarei scivolosi. Fenomeni di erosione costiera si verificano quasi dovunque e non solo per cause naturali, ma soprattutto perché lungo le coste aumenta la pressione umana con alberghi, locali notturni, campeggi, stabilimenti balneari, porti turistici che provocano la distruzione delle dune e della loro vegetazione, che sono la vera difesa della natura contro l'erosione. La musica è sempre la stessa, sentiamo ripetere in continuazione che bisogna rispettare l'ambiente, ma quando qualcuno tenta di abbattere le costruzioni abusive viene destituito dal suo incarico e le spiagge continuano a scomparire. E noi continuiamo a lamentarci!    
Settembre, tra inizi e responsabilità
Settembre 05
Settembre. Il mese in cui si ritorna, il mese dei buoni propositi. Quanti di voi hanno pensato almeno una volta nella vita di intraprendere un nuovo percorso, una sorta di restyling? Mi risponderete quasi tutti "sì!", ne sono certa. Da piccoli, settembre equivale a “uffa, si torna a scuola”. Fuori al portone, abbronzatissimi, con gli zainetti in spalla, pronti ad abbracciare tutti i nostri amici. Al liceo l’emozione scema, ma in fondo il primo giorno di scuola ha sempre avuto un sapore diverso, gli anni che passano e l’odore pungente di un nuovo inizio. Chi frequenta l’università vede settembre come l’acme di esami e preoccupazioni, di ritorni e di persone nuove. Infine c'è chi aspetta i bandi dei concorsi, chi aspetta un colloquio di lavoro, chi aspetta di trovare finalmente una casa e chi aspetta di andare in pensione. A settembre si tirano le somme, quasi come a capodanno. Le cose che si sono sempre rimandate ora vanno fatte, le cattive abitudini devono terminare e l’impegno deve prendere il sopravvento. Ti fermi ad un certo punto, durante le prime giornate in cui il sole non scotta più ed i jeans sono inevitabilmente necessari, e ti chiedi se questo settembre sarà decisivo, diverso. Ti fermi di nuovo e pensi invece a quante persone hanno prospettive e speranze diverse per settembre. In cima all’elenco il desiderio e l’obiettivo della fine della guerra, fine del dolore e del sangue. Ti manca il respiro giusto quell’attimo necessario per realizzare che sei terribilmente occidentale e allo stesso tempo terribilmente fortunato. Il settembre di noi italiani dovrebbe incentrarsi sul vivere per la collettività, sullo smettere di coltivare il proprio giardino ed incominciare ad affacciarsi in quello dei consociati. Ora mi direte, ma a che serve? L’unica risposta che posso darvi è interessarsi al bene altrui senza discriminazioni, al bene del nostro paese è e deve essere un nostro pensiero. A settembre deve esserci questa preoccupazione, deve rientrare tra la lista delle cose da fare. L’accoglienza e l’emergenza migranti riguarda tutti noi, soprattutto noi giovani. Loro, come noi, hanno diritto ad una vita degna di essere chiamata con questo nome. Sarà sporco e marcio questo mondo, ma noi abbiamo il dovere di renderlo civile. Far rispettare i diritti fondamentali è il punto di partenza. Settembre può essere un momento per riflettere riguardo i problemi della comunità, quei problemi che sembrano lontani, ma che sono al centro della nostra vita. 
Premio Strega 2017. "Le otto montagne" e la meritata vittoria di Cognetti
Settembre 04
“Fu un vecchio nepalese, tempo dopo, a raccontarmi la storia delle otto montagne […] L’uomo raccolse un bastoncino con cui tracciò un cerchio nella terra. Gli venne perfetto, si vedeva che era abituato a disegnarne. Poi dentro al cerchio, tracciò un diametro, e poi un secondo perpendicolare al primo, e poi un terzo e un quarto lungo le bisettrici, ottenendo una ruota con otto raggi” Si parla ancora una volta e con rinnovato entusiasmo di Paolo Cognetti, stavolta vincitore del Premio Strega 2017 con un romanzo intitolato Le otto montagne (Einaudi 2016). Il disegno del vecchio nepalese è quello di un mondo con al centro un monte altissimo, il Sumeru, attorno al quale sorgono otto montagne e otto mari: “Questo è il mondo per noi” continua l’uomo “E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?” Con Le otto montagne siamo definitivamente fuori da quella realtà urbana incontrata nei testi di Cognetti recensiti precedentemente per MYGENERATION (https://www.mygenerationweb.it/201611193461/articoli/biblioteca/libri/3461-essere-donna-le-istruzioni-per-luso-di-paolo-cognetti; https://www.mygenerationweb.it/201608013265/articoli/biblioteca/libri/3265-paolo-cognetti-e-la-sua-sofia-un-ritratto-dei-nostri-giorni). Pietro è nato in una Milano congestionata dallo smog, lontana dall’idillio della montagna dove sono cresciuti i suoi genitori. Ma il richiamo della vetta, del senso di ebrezza oltre i 2500 metri, spinge la piccola famiglia ad acquistare una casa a Grana. Le otto montagne è prima di tutto una storia di rapporti: quello tra padre e figlio e quello tra due amici. Nel primo, il padre di Pietro è ossessionato dalla vetta, dall’impellenza di volersi trovare il più in alto possibile, un’urgenza che a lungo andare lo porterà sempre più lontano, anche dal suo stesso figlio. Il secondo nasce, invece, lungo le rive di un torrente dove Pietro incontra per la prima volta Bruno, pastore di mucche, con il quale costruirà un’amicizia destinata a durare nel tempo, sebbene Bruno, fin da ragazzo mostri una semplicità e irremovibilità di principi che a Pietro sembra mancare. L’amicizia tra i due ragazzi, unitamente e indissolubilmente alla montagna, è il nerbo di una storia di crescita, riflessione, ambizione, solitudine. Le montagne di Grana non dipingono lo sfondo di questa crescita, ma ne fanno parte: la vita dei due ragazzi si modella attorno ai laghi, sotto i larici, lungo le pietraie, a ridosso dei ghiacciai, segue le stagioni dell’altitudine, sempre in ritardo rispetto a quelle della città e meno mansuete. La montagna è una sfida ad andare sempre più in alto, per ritrovare in cima qualcosa che non si sapeva neanche di aver perso: un ricordo, un pensiero, una lettera, la propria natura. Un romanzo di grande spessore, con il quale Cognetti celebra la sua maturità di scrittore, con una prosa essenziale, cucita intorno alla storia, senza sbavature o pomposi esercizi di stile. Senza dubbio, una ragione di vanto per la letteratura italiana contemporanea.
Death Note - La Caporetto di Netflix
Agosto 31
Erano le 02:00 del 24 ottobre 1917. Dodicesima battaglia dell’Isonzo, meglio nota come “quando gli italiani le presero di brutto”. La Battaglia di Caporetto, infatti, è passata alla storia come la più disastrosa sconfitta italiana di sempre, non solo della Prima Guerra Mondiale. Si tratta ormai di un’espressione proverbiale. Tuttavia, dato che l’esame di Storia Contemporanea già l’ho dato e che non devo impressionare Alberto Angela, vengo al punto.Death Note. Il colosso dello streaming più amato al mondo ha da pochi giorni rilasciato la sua versione del famosissimo manga e anime giapponese anni 2000. La Caporetto di Netflix è avvenuta proprio quel giorno. Il remake di Netflix, sotto forma di film, è stato bocciato quasi all’unanimità. Per rinfrescarvi la memoria (e con questo caldo ne abbiamo bisogno), la storia era quella del giovane e brillante studente Light Yagami, che trovava un quaderno della morte – il Death Note, appunto – e da allora, accompagnato dal dio della morte Ryuk, inizia una campagna di “purificazione” del mondo dai malvagi, cercando di sfuggire alle ricerche della polizia e del geniale superdetective L. La versione di Netflix compie innanzitutto una “americanizzazione” e ciò non è necessariamente un difetto: è interessante vedere una ricontestualizzazione. Se fatta bene. La rigida società giapponese era perfetta per la trama: il forte senso di ordine e di giustizia provato da Light era sotto gli occhi di tutti e le conseguenze della sua deformazione, o meglio assolutizzazione, rendevano interessante la storia e vivo il confronto con L. In America la situazione è diversa, la società è diversa, ma si poteva comunque ottenere un buon risultato, se gli autori del remake non avessero deciso di rendere Light Turner uno sbarbatello piagnucolone. Innanzitutto non credo che il casting sia stato dei migliori: il serioso, introverso e – ma sì, dai – cervellotico protagonista è interpretato da Nat Wolff, che pare nato per i ruoli comici. Le sue smorfie sono divertentissime, ma non adatte al prodotto. Oltre al distribuire i compiti per casa già fatti, il Light di Netflix non mostra alcun segno di genialità, ma anzi fa venire un leggero senso di nausea. Probabilmente l’insuccesso del film è dovuto anche e proprio alla sua natura di film: il manga e l’anime permettevano di esplorare a fondo, nei numerosi episodi, le ragioni della trama, le motivazioni e i caratteri dei personaggi; il film ha un ritmo così rapido e veloce da lasciar disorientati e da non permettere un’immedesimazione col protagonista o con gli altri personaggi, come invece accadeva nell’originale giapponese.Altri personaggi che, ad eccezione di L (Lakeith Stanfield), ugualmente pessimo come Light, non sono poi così male. Ryuk, amatissimo dalla sottoscritta nell’anime, è interpretato da Willem Dafoe, un gigante nell’interpretazione dei “cattivi”. Peccato che lo si veda per sì e no dieci minuti. Mia Sutton (Margaret Qualley), che dovrebbe essere la versione americana di Misa Amane, è molto diversa da quest’ultima: ha perso la caratterizzazione misogina e stereotipata dell’originale giapponese e ciò la fa apprezzare di più ad un pubblico occidentale contemporaneo. Tuttavia il giudizio sul prodotto di Netflix non può essere che negativo. E pensare che per far spazio a questo mostriciattolo hanno tolto dal catalogo l’originale. Che amarezza!
Io e Oriana - Intervista a Magdi Cristiano Allam (I^ parte)
Agosto 30
Se dovesse dare una definizione al suo rapporto con Oriana quale sarebbe? Come nasce il vostro rapporto d’amicizia? Nasce nell’estate del 2003 quando Oriana mi telefonò per avere dei chiarimenti su alcuni aspetti del libro che in quel momento stava scrivendo “La forza della ragione”, il secondo volume della sua trilogia, individuando in me l’esperto, che a suo avviso era più affidabile, più credibile ed è nato attraverso delle lunghe telefonate. Lei mi telefonava solitamente poco dopo essersi  svegliata, era abbastanza mattiniera. Si svegliava verso le 6 del mattino, ora di New York, quando in Italia è più o meno l’ora in cui ci si appresta a mettersi a tavola per pranzare e fu così che di pranzi ne saltai tanti, perchè quando telefonava bisognava mettersi sull’attenti, e obbedire. Il nostro è stato un rapporto dialettico, perchè tra noi c’era una grande convergenza sui fondamentali, sulla condanna del terrorismo islamico, del radicalismo di chi predica odio, violenza e morte, ma io da musulmano continuavo a salvare e ad assolvere l’Islam, cioè non ritenevo che l’Islam fosse responsabile del terrorismo mentre lei era fermamente convinta che la radice del male fosse la religione islamica. Sappiamo che lei e Oriana avete collaborato alla stesura di un libro, da dove e da chi nasce la scelta di non pubblicarlo? Da Oriana, ha fatto tutto quanto lei, lei ha deciso di scrivere il libro, lei ha deciso l’impostazione e successivamente ha deciso di non  pubblicarlo. Io mi sono attenuto a quelle che erano le sue indicazioni, ovviamente per me era motivo di grande orgoglio poter condividere un libro con Oriana, ma poi quando lei mi chiese anche di eliminare ogni traccia di questo libro sul mio computer, di portarle tutto il materiale che era stato stampato, io l’ho fatto e ho voluto rispettare la sua volontà. Era un libro sottoforma d’intervista, io facevo le domande e lei rispondeva, è stata una lunga conversazione, ad un certo punto lei ritenne che le domande fossero aggressive, evidentemente non è riuscita ad esprimere pienamente ciò che voleva. Ha ritenuto che quelle domande in qualche modo la limitassero, lo ha concepito come un libro in cui lei non era pienamente Oriana e siccome lei, la sua firma, l’aveva sempre apposta laddove lei era totalmente se stessa, decise di non pubblicarlo. Oriana era un personaggio amato e contestato dall’opinione pubblica a causa delle sue convinzioni, qual è il punto di snodo tra i diversi punti di vista? Innanzitutto il valore della verità e della libertà, cioè se c’è qualcosa che ci ha unito sempre è la convinzione che si debba perseguire la verità salvaguardando la libertà costi quel che costi, questa è la base che ci ha sempre unito. Ci ha unito la condanna del terrorismo islamico, la condanna delle moschee dove si predica l’odio, la condanna anche di un’immigrazione senza regole che all’epoca aveva numeri molto più contenuti rispetto a quelli attuali ma già rappresentava fonte di problematicità e poi ci ha diviso il fatto che io continuavo ad immaginare che ci potesse essere un Islam moderato compatibile con le nostre leggi, con i nostri valori, mentre lei aveva un’idea chiara di netta condanna dell’ Islam . Come si pone nei confronti di Terziani, e le sue critiche ad Oriana? Terziani è stato uno scrittore relativista, nel senso che ha messo sullo stesso piano le religioni, è stato espressione di una ideologia buonista, dove si accredita la bontà del prossimo a prescindere dal comportamento del prossimo. E’ stato un autore che piaceva alla sinistra, fece poi la scelta di andare a vivere in Asia e seguire delle scuole mistiche e considerò Oriana come espressione di una ideologia radicale, bellicosa. Io sono ovviamente in sintonia con Oriana Fallaci, non ritengo che sia stata espressione di una ideologia radicale, ma ritengo che l’Islam e il terrorismo islamico siano la realtà radicale. La reazione di Oriana Fallaci è stata la reazione di chi non si è voluta piegare, di chi ha voluto denunciare a viva voce quel terrorismo. Terziani, come dire, era un’ anima pia che viveva in un contesto illibato, che non aveva compreso che qualora dovesse l’Europa perdere questa civiltà, che è l’unica che si fonda e legittima la sacralità della vita, la pari dignità tra le persone e la libertà individuale di scelta, persone come lui non potrebbero avere spazio. Non ha compreso che per poter esprimere in libertà delle opinioni diverse bisogna difendere questa civiltà che è minacciata dal terrorismo e dalla diffusione dell’Islam. Questo terrorismo è ancora una guerra di fede o la fede Islamica viene usata come scusa adesso? Ci sono due livelli nell’ambito della realtà del terrorismo islamico. I burattinai e le marionette. I burattinai sono quelli che manovrano e sicuramente perseguono obiettivi di potere; ecco, a quel livello c’entra la finanza, c’entra il denaro, c’entra il business del petrolio, poi c’è il livello dei burattini, che è pura fede. Ciò che consente di praticare lavaggi di cervello e trasformare le persone in robot della morte è il convincimento che ciò che Allah prescrive debba essere ottemperato lettermente e integralmente, quindi la fede c’entra assolutamente, cioè nessuno accetterebbe con il sorriso sulle labbra di morire se non fosse convinto o non venisse convinto che quella sua morte così violenta gli garantirebbe il paradiso di Allah. In quale misura la cultura italiana e i valori del Cristianesimo hanno influenzato le sue scelte giornalistiche e politiche? Io ho avuto la fortuna di studiare in scuole italiane dall’età di 4 anni, quindi posso dire che l’italiano è sempre stata la mia lingua madre e la cultura italiana mi è sempre appartenuta. Io sono cresciuto con una concezione della vita che attingeva a piene mani dalla cultura italiana e anche dalla cultura cristiana, poi al tempo stesso essendo nato musulmano e avendo vissuto i miei primi 20 ani in Egitto ho chiaramente avuto una realtà che è anche musulmana. La cultura italiana mi ha dato una visione del mondo che mette al centro la persona, mentre la cultura islamica mette al centro la comunità, questa è una differenza fondamentale. Nella cultura islamica la persona è subordinata alla comunità e di conseguenza la donna, che viene vista come l’anello debole, finisce per contare meno. Nella cultura cristiana, italiana ed europea la persona è centrale e le persone beneficiano di pari dignità. Credo che questo abbia per me rappresentato la conquista più importante, io sono sempre cresciuto con la convinzione che la persona debba essere il punto di partenza e il punto d’arrivo del nostro percorso umano, l’elemento centrale. Quindi la libertà, la dignità, la vita le ho sempre considerate come valori inalienabili. Il movimento dei fratelli musulmani può essere paragonato ad una sorta si scientology terrorista? Diciamo  che come scientology è una realtà strutturata, presente ovunque nel mondo, è una realtà che al pari del comunismo persegue l’obiettivo della conquista del potere radicandosi sul territorio, controllando dei gangli vitali nella società, a partire dal’istruzione, dalla giustizia, dalla cultura. E’ quello che ha fatto il partito comunista anche in Italia nel dopoguerra. La differenza rispetto a delle ideologie che comunque sono laiche è che loro hanno il vantaggio di poter imporsi sostenendo che tutto ciò che fanno è un ordine che viene da Allah, quindi non c’è libero arbitrio, non ci sono margini d’ ambiguità su ciò che deve essere fatto.
Ci sarà mai la verità per Giulio Regeni?
Agosto 23
La definizione di “cittadino del mondo” calzava perfettamente su Giulio Regeni, un ragazzo udinese che già a 17 anni studiava in un college del New Mexico per poi trasferirsi in Inghilterra a completare i suoi studi. Il dottorato svolto presso lʼUniversità di Cambridge lo aveva portato a svolgere le sue ricerche al Cairo, ricerche risultate, come sappiamo pericolosissime: la sua salma, con evidenti segni di tortura, fu ritrovata il 3 Febbraio del 2016 in un fosso lungo lʼautostrada Cairo-Alessandria. Le autorità egiziane garantirono una piena collaborazione con quelle italiane, smentita da azioni che portavano a sviare le indagini e proprio per questo motivo lʼambasciatore italiano, in segno di protesta, fu richiamato in patria. Finora le relazioni tra i due stati sono state tese, ma è di pochi giorni fa la notizia che sarà riaperta al Cairo lʼambasciata italiana, grazie ad unʼapertura egiziana sotto forma di “interessanti” documenti di cui non si conosce ancora il contenuto. «A pensar male del prossimo si fa peccato ma si indovina», forse lʼItalia aspettava un segnale che le permettesse di superare lʼimpasse per poter riprendere un dialogo con una nazione strategica dal punto di vista economico e per i traffici marittimi. Per ragioni di interesse nazionale, lʼItalia ha bisogno dellʼEgitto non solo per il rifornimento di gas e petrolio, ma anche perché può rivelarsi il partner giusto per il controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo. Certamente quello di Regeni è un caso particolare poiché in gioco non cʼè solo la verità che soprattutto i genitori del ragazzo meritano di sapere, ma in gioco ci sono interessi più forti che scavalcano lo stato di diritto. I genitori di Giulio sono consci di questa situazione, ma hanno assicurato di essere pronti di andare al Cairo per fare pressioni sul governo egiziano affinché si sappia chi ha dato lʼordine di torturare e uccidere il proprio figlio. Non è da escludere la possibilità di un buco nellʼacqua se si considera che la stampa egiziana elogia il ritorno dellʼambasciatore italiano, una sorta di assoluzione  dello stato egiziano.    
Quando Tinder si appassiona alla tua storia e ti spedisce alle Hawaii!
Agosto 18
Tutto è cominciato con un banalissimo "swipe right" su Tinder, la celebre app di incontri on line. Josh e Michelle, due studenti universitari, quel "match" l'avevano lasciato lì, senza un particolare interesse ad una conversazione. Fino a quando, un bel giorno, Josh non ha deciso di contattare la ragazza. Michelle non era solita utilizzare l'app di frequente; a detta sua, spesso le capitava di cancellarla. E dunque, per una risposta della studentessa, il giovane tinderiano ha dovuto aspettare ben due mesi!   L'attesa è valsa tutta. Michelle, dinanzi al messaggio di Josh, ha scelto di rispondere ironicamente, scusandosi per il ritardo, "è che si era scaricato il telefono". Ma Josh le ha retto il gioco, osservando come la ragazza avesse fatto molto presto: in genere, a lui servivano cinque mesi per ricaricare la batteria! Ed ecco partire da qui una serie di messaggi esilaranti, in un intervallo medio di sei mesi\un anno, pieni di scuse assurde: "Perdonami, ero sotto la doccia", "Ho avuto una settimana impegnata".     È bastato pubblicare uno screen della chat su Twitter, e i due hanno raggiunto una popolarità inaspettata! Al punto che Tinder ha deciso di premiarli con un appuntamento in una destinazione a scelta dei ragazzi. E quale posto migliore per un perfect date, se non le Hawaii?   Il popolo dei social si è prontamente mostrato in visibilio, tifando a gran voce per la coppia: non ci resta che aspettare che le rose (o le ghirlande) fioriscano!     Le foto sono tratte dai siti www.boredpanda.com www.ilpost.it www.floptv.it e indiatoday.in
"Narcos 3": Trailer clamoroso, Pedro Pascal e altre cose
Agosto 14
«Per smantellare il Cartello di Calì devi essere matto, stupido, coraggioso e fortunato allo stesso tempo». Con queste santissime parole, Pedro Pascal, aka Agente Peña, chiude il sipario sul primissimo Trailer Ufficiale della terza stagione di Narcos, in onda su Netflix a partire dal primo settembre. Paura e delirio sono le parole più idonee a d esprimere la massiccia dose di adrenalina che questo trailer ha infuso in tutti noi amanti di Narcos. La terza stagione, e qui c'è lo SPOILER ALERT per i maleducati che non hanno ancora approcciato alla serie, ripartirà dalla morte di Pablo Escobar per focalizzare l'attenzione sul Cartello di Calì. Pacho Herrera e i fratello Orejuela erano già stati introdotti con gradualità progressiva nelle prime due stagioni per poi diventare gli assoluti protagonisti della nascitura. Damian Alcazar, Francisco Denis e Alberto Ammann avranno il pesante onere di introdursi nell'occhio di bue che era stato di Wagner Moura.   Under pressure, mates?   Saldo come un giunco è invece Pedro Pascal, l'agente più figo del mondo, e non solo per il suo cognome, che continuerà a dare la caccia ai migliori stinchi di santo della Colombia. Sarà di nuovo DEA contro Narcos, ma chi ha già percorso su streaming codeste carreteras sa bene che la dinamica di questa dicotomia è molto fluida e gioca sugli aghi della zona grigia formata da chi sta un po' di qua e un po' di là.   La vera novità di questa terza sfida a guardie e ladri sta nel fatto che i secondi si sono evoluti: dimentichiamoci i modi barocchi e rusticani di un Patron casereccio. Il Cartello di Cali è formato da gentleman sofisticati, che non gradiscono sporcarsi l'Armani con il sangue che hanno versato per poterselo permettere: Calì non nasconde i verdoni nel divano e, per carità di Dio, mai e poi mai li sotterrerebbe nelle campagne locali. Il nuovo cartello ricicla i soldi macchiati di bianco e rosso in catene di ristoranti, alberghi, squadre di calcio, banche private e statali. Pacho Herrera e i fratelli Orejuela si assicurano che il mulino giri, e poi lo guardano ruotare assettati papali davanti a un Martini agitato, non shackerato. Spritz life!       Foto tratta dal sito www.bleedingcool.com
L’elettricità può produrre cibo: che si combatta la fame nel mondo?
Agosto 11
L'Università di Tecnologia di Lappeenranta e il VTT Technical Research Centre hanno creato un lotto di proteine semplici che presenta un apporto energetico tale da poter costituire un pasto per un essere umano. E realizzando il tutto attraverso un sistema alimentato con energia rinnovabile: il cibo sintetico è stato creato con energia elettrica, diossido di carbonio, acqua e microbi. I ricercatori hanno esposto i materiali all'elettrolisi di un bireattore, e da lì hanno ottenuto una polvere formata dal 25% di carboidrati e dal 50% di proteine. Lo studio si inquadra nel progetto Food From Electricity ("Cibo dall'elettricità") che si propone di trovare delle soluzioni alternative alla problematica della fame del mondo. La macchina che produce cibo sintetico, a detta degli scienziati finlandesi, potrebbe essere trasportata nel deserto o in altre aree caratterizzate dalla scarsità delle risorse alimentari. Tuttavia, l'invenzione non è ancora giunta ad un completamento: il processo di sinterizzazione appare ancora troppo lento, costando di due settimane per produrre un grammo di proteine.
Il Pan di Francesco Dimitri, tra la fiaba e la metafora sociale
Agosto 08
“Noi siamo i bambini perduti: questa è la notte in cui comincia la nostra festa. E voi, signori miei, non sarete mai più al sicuro”. A sentir parlare di bambini sperduti, la mente vola inevitabilmente al celebre personaggio di fantasia ideato nel 1911 da J.M. Barrie, Peter Pan. Pan è infatti il titolo del romanzo di Francesco Dimitri, pubblicato con Marsilio Editori nel 2008, da cui è tratta la citazione appena riportata. Una storia di bambini sperduti e magia, di fate e violenza, di pirati e antichi dei. Sicuramente, non il classico Peter Pan. Dimitri utilizza l’espediente della storia di Barrie per ricamare una trama molto più fitta e complicata, in cui l’epocale lotta tra Capitan Uncino e Peter Pan, pirati e bambini sperduti, si colora di una metafora sociale: quell’interminabile conflitto tra forze conservatrici e spiriti libertini, tra oppressione e ribellione. La Roma di Francesco Dimitri assorbe il fascino e la violenza della magia, muovendosi attorno ai protagonisti come un corpo vivo e dotato di un’anima, o meglio di spiriti. Wendy, Gianni e Michele sono, ancora una volta, i prescelti per affiancare Peter nella sua missione, ma tutto è molto lontano dalla storia così come la conosciamo. Il fantasy di Dimitri è del genere che non rifugge da esplicite e fantasiose scene di sesso etero, omo, orgiastico e onanista. Una lettura sopra i diciotto e talvolta persino inappropriata. L’autore utilizza il sesso, l’abuso di alcool e droghe come ornamenti di una vita libera dal giogo della società. Ma – e non per fare i bacchettoni! – talvolta sembra che calchi troppo la mano. La morbosità sessuale, del resto, è una delle più appetibili per il pubblico e Dimitri non è certo il primo a farne abuso (si pensi a Game of Thrones o a Cinquanta sfumature di grigio). Al di là dell’eccesso di erotismo, Pan può essere considerato come un’interessante rilettura della storia di Barrie e di miti neopagani, il tutto unito ad uno sguardo attento ai movimenti della società contemporanea. Una lettura piacevole per gli amanti del fantasy, forse un po’ lunga e difficile da digerire per i poco allenati al genere. 
Il riscatto della laurea è solo una proposta estiva?
Agosto 06
Il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta sta lavorando ad un progetto che prevede il riscatto gratuito degli anni di laurea ai fini pensionistici. Per il momento non c'è nulla di concreto, anche perché bisognerà attendere la quantificazione, da parte dell'Inps, del costo di tale operazione. Sappiamo solo che l'idea è quella di offrire a chi si laureerà nei prossimi 3 anni e ai laureati, nati tra il 1980 e il 2000, contributi figurativi necessari per andare in pensione anticipatamente. Purtroppo la “cortesia” è rivolta solo a coloro che non risultano fuori corso e, secondo le statistiche, annualmente “solo” il 45%  degli studenti si laurea negli anni previsti dal ciclo di studi. Un eventuale provvedimento rivolto a sedare l'insoddisfazione di una generazione oppressa dalla disoccupazione e dal precariato, che a causa di una discontinuità lavorativa versa contributi inadeguati per una futura pensione che probabilmente otterrà dopo i 70 anni di vita. La rete è in subbuglio e attraverso l'hashtag #RiscattaLaurea c'è mobilitazione per estendere a tutti questa gratuità di riscatto. In realtà dal 2008 è stata data la possibilità ai neolaureati, non ancora occupati, di farsi riscattare gli anni di studio da “mamma o papà” per un costo di 20.500 Euro, con rate da 170 Euro al mese, in dieci anni. Tutti gli altri laureati non godono di nessun privilegio e se vogliono andare in pensione anticipatamente devono versare all'Inps ben 65.000 Euro! Ma tornando alla proposta di solidarietà intergenerazionale c'è da chiedersi quanta opposizione troverà da parte di coloro che l'hanno definita discriminatoria nei confronti di chi ha riscattato la laurea sostenendo grossi sacrifici o di chi è nato poco prima del 1980 o poco dopo il 2000. A noi sembra che vi sia solo l'intenzione di buttare fumo negli occhi ad una generazione a cui manca stabilità e futuro sereno. E soprattutto ci chiediamo quale valore aggiunto possano mai avere 3 o 5 anni di contributi a chi non riesce a trovare un lavoro stabile!
The war- Il pianeta delle scimmie. Un prequel che non convince
Luglio 31
In un mondo post-apocalittico in cui la razza umana soccombe al dominio dalle super-scimmie intelligenti e a un virus sterminatore, un manipolo di agguerritissimi soldati è l’ultima minaccia che il branco di Cesare dovrà affrontare. Sono queste le premesse di un film che si muove in una dimensione post-apocalittica, fra spettacolari battaglie all’ultimo sangue fra uomini e scimmie. Si tratta di “The War- Il Pianeta delle Scimmie”, il prequel de “Il Pianeta delle Scimmie”. Rispetto alle due pellicole che hanno preceduto il perzo capitolo, quest’ultimo si differenzia proprio per quella dimensione grave e apocalittica che aleggia sullo sfondo ed è ben rappresentata da una buona fotografia, intenta a ritrarre villaggi distrutti e comunità decimate. I capitoli precedenti si incentravano maggiormente sul miracolo delle super-scimmie che in pieno stile “Under dog” cercano di liberarsi dall’opprimente egemonia dell’uomo. Ora i rapporti di forza sono cambiati e hanno portato gli umani verso l’estinzione ed è per questo che ad una San Francisco all’avanguardia, location del primo film, si sostituiscono foreste,grotte e accampamenti di fortuna. La pellicola non va analizzata sul piano della qualità della trama, ma è sicuramente più importante, in questi casi, soffermarsi sulla spettacolarità di un film di fantascienza ben fatto che fa del CGI un cavallo di battaglia condotto dal grandissimo Andy Serkis, nei panni di Cesare. “Gollum” è affiancato da Woody Harrelson, capo dei soldatim che, rispetto al docile James Franco del primo film, arricchisce di punte istrioniche un film altrimenti piatto sul piano della caratterizzazione. È bello vedere un po’ di sane botte, esplosioni e vedere persone uccise da animali ci da sempre quel brivido sadico di piacere. Quanto ci piace vivere l’illusione di non essere più i dominatori di questo pianeta? Abbastanza da ignorare la banalità di una saga che si basa sul più classico dei buoni contro cattivi. Se vi piace il genere, “Jurassic Park” is the way!
“bonpon511: i due giapponesi che si vestono coordinati da 37 anni”
Luglio 30
Si dice che la ricetta di un rapporto sano stia nella fiducia e nella comprensione. Per una coppia di ultrasettantenni made in Japan, invece, pare che la formula dell'amore stia nella coordinazione. È forse per questo motivo che sono trentasette anni che marito e moglie si vestono in modo complementare, con accostamenti cromatici che Chiara Ferragni, ma spostati! Ormai celebri su Instagram come "bonpon511", dall'unione dei loro nomi, è dagli anni '60 che i due abbinano i loro outfit con una precisione quasi maniacale, ben decisi a non smettere. E come potrebbero fermarsi proprio adesso? Prevedibilmente, la loro popolarità social è al top. Ogni giorno i nostri – non più tanto – sposini ricevono centinaia di commenti dai loro followers, che ormai hanno superato i cinquecentomila nipotini virtuali.   I loro seguaci non mancano di sommergerli di affetto e di ammirazione, ergendoli ad esempio di perfetta armonia della coppia. Intesa che può ottenersi soltanto con una massiccia dose di ironia, che, ammettiamolo, è essenziale per non invecchiare!       Le foto sono tratte dai siti www.huffingtonpost.it e www.repubblica.it
An interview with Professor Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business
Luglio 28
A few weeks ago our staff talked with Prof. Chris Carr (click here to read the article), Fulbright Distinguished Chair in Business; today he will tell us something about his time in Naples.   1. What is the biggest difference between the United States and Italy in the academic field? Bearing in mind that the American system has its own flaws and issues, there are some differences: first of all, universities have more funds, which can give the students a wider choice. Secondly, there is more emphasis on concrete problems and experiential learning: if you don't assign the students tasks that force them to apply what they have studied in a tangible way, you will have an evaluation problem. Finally, I think that we have a more interdisciplinary approach: departments and universities seem to collaborate more both on curricula and opportunities for students. Maybe it is like that even here, but if so I just did not have the chance to experience it. On the flip side, I find my Italian students to be especially motivated. For example, a number of graduate students attended my lectures and class sections just lo learn and for personal growth. They were not required to participate. This level of self-motivation made a very positive impression on me.   2. How was your semester at "Parthenope"? A fantastic experience. The faculty and staff did a great job in all facets, by spending a lot of time with me from both the professional and social point of view. Moreover, I had the chance to work with and teach to very motivated PhD students with an excellent level of English, which brought interesting and stimulating lessons and conversations.     3. What did you mainly focused on: teaching or research? I would say 65% teaching. I covered three areas: law and economics, presentation design plus some special seminars for the linguists (PhD Program in "Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche") in which I showed how big data and entrepreneurship intersect with their field of study. I dedicated the remaining 35% to exploring the possibilities of writing academic papers with faculty members; at the moment I am working on shadow economies with two statistics professors, and a with the linguistics professor about presentation design in the context of Italian education system.   4. What will you bring with yourself in America of this experience? Well, right now America is "learning" to live in the moment, and in this regard Naples is far ahead. The second thing may be a cliché but it's true: relationships. I met good people everywhere, smart and with a big heart. Finally, one of the things that pushed me to come here is the fact that I was able to bring my family with me; I have three young daughters and I wanted them to know that there is another way of living life, better in some respects and maybe not under others; the important thing was that they saw both sides, and I tell you that there was a positive change and a growth in them. Not all American families have the opportunity to enjoy such such an experience, and it was pretty cool for us to do that.   5. Did you experience any cultural shock in Naples? Look, although I live in California, which is much more informal than the rest of the US, it still took me a while to adjust to some lack of structures and to not overly worry about organization. I'd say those were the only things. My perception of Italy before leaving the US turned out to be about right.   6. What will you miss of Italy? Campania offers so much to see and so many activities; there are many things to do in California too, but not that density! Napoli is a city of 3,000,000 people and it offers so much: I think about Capri, the Teatro San Carlo, but also going out to dinner at 10pm! These things do not exist in my university town. I will miss all this a lot, and, relating to what I said before about being able to live the present, I wonder whether when I return, if I'll be able to implement this aspect or if I will try to (still) have everything organized and planned, so... stay tuned!     Clic here for the Italian version.
Intervista al Prof. Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business
Luglio 28
Alcune settimane fa (fate clic qui per l'articolo) la nostra redazione parlò del Prof. Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business; quest'oggi egli stesso ci racconterà del tempo trascorso a Napoli. 1. Qual è la maggiore differenza tra gli Stati Uniti e l'Italia in ambito accademico?Tenendo a mente che anche il sistema americano ha i suoi difetti e i suoi problemi, le differenze sono queste: prima di tutto lì le università hanno maggiori fondi, il che dà più scelta agli studenti. In secondo luogo c'è maggiore enfasi su problemi concreti e apprendimento esperienziale: se non dai agli studenti dei compiti che li costringano ad applicare i concetti studiati in maniera tangibile nel mondo reale, avrai un problema in termini di valutazione. Infine, credo che dai noi ci sia un approccio più interdisciplinare, i dipartimenti e le università sembrano collaborare maggiormente sia sui curricula, che sulle opportunità per gli studenti. Magari è così anche qui, ma non ho avuto l'opportunità di accorgermene. D'altro canto, ho trovato gli studenti italiani molto motivati. Ad esempio, alcuni di essi hanno frequentato le mie lezioni solo per il gusto imparare e per una crescita personale, non essendo obbligati a partecipare. Tale livello di motivazione mi ha davvero impressionato positivamente. 2. Com'è stato il semestre alla "Parthenope"?Un'esperienza fantastica. I colleghi italiani hanno fatto un ottimo lavoro sotto tutti i punti di vista, trascorrendo molto tempo con me sia dal punto di vista professionale che sociale. Inoltre, ho avuto la fortuna di lavorare con e insegnare a dei dottorandi molto motivati e con un ottimo livello di inglese, il che ha portato a delle lezioni e a delle conversazioni interessanti e stimolanti.     3. Su cosa ha concentrato maggiormente i suoi sforzi: sulla didattica o sulla ricerca? Direi al 65% sulla didattica. Ho coperto tre aree di insegnamento con i dottorandi: diritto ed economia, "presentation design" più alcuni seminari speciali per i linguisti (Dottorato in "Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche") in cui mostravo come i "big data" e l'imprenditoria si intersecano con i loro campi di studio. Il restante 35% l'ho dedicato a esplorare le possibilità di scrivere articoli accademici con i membri del Dipartimento ospitante ; al momento sto lavorando sul mercato nero con alcuni professori di statistica, nonché con la professoressa di lingua e letteratura inglese per un progetto sul "presentation design", all'interno del sistema d'istruzione italiano.   4. Cosa porterà con sé di questa esperienza? Beh, in questo momento l'America sta "imparando" a vivere il momento, e in questo senso Napoli è molto più avanti. La seconda cosa sarà un cliché ma è vera: le relazioni. Ho incontrato ovunque delle brave persone, in gamba e con un grande cuore. Infine, una delle ragioni che mi hanno spinto a venire è il fatto che ho potuto portare la mia famiglia. Ho tre ragazze e volevo che sapessero che esiste un altro modo di vivere la vita, sotto alcuni aspetti migliore, sotto altri magari no; l'importante era che vedessero entrambi i lati e ti dico che in loro c'è stato un cambiamento e una crescita. Non tutte le famiglie americane hanno la possibilità di fare una simile esperienza e anche per questo è stato bello.   5. Ha subito shock culturali a Napoli? Guarda, benché io viva in California, che è molto più informale rispetto al resto del paese, mi ci è voluto un po' per abituarmi a talune mancanze di strutture e al non preoccuparsi troppo dell'organizzazione. Direi che sono state le uniche cose; la mia percezione dell'Italia prima di lasciare gli USA si è rivelata quasi del tutto giusta.    6. Cosa le mancherà dell'Italia? La Campania offre così tanto da vedere e tante attività; pure in California c'è molto da fare, ma non in questa densità! Napoli è una città di circa 3 milioni di abitanti che offre tantissimo: penso a Capri, al Teatro San Carlo, ma anche ad andare fuori a cena alle 22! Sono cose che nella cittadina universitaria in cui vivo non esistono. Tutto ciò mi mancherà tantissimo, e, ricollegandomi a quanto detto prima e alla capacità di vivere il presente, mi domando se la prossima volta che tornerò qui riuscirò a "migliorarmi" sotto questo aspetto o cercherò (ancora) di organizzate e pianificare tutto , perciò... restate sintonizzati!     Fai clic qui per la versione inglese.
“Baol”. Il classico Benni, ma ancor più fuori misura!
Luglio 26
Sebbene annoverabile tra i migliori scrittori italiani viventi, Benni ha una fama alquanto controversa. Pagine e pagine di romanzi hanno delineato con gli anni uno stile tipicamente “benniano” dell’autore bolognese: vivacemente ironico, ricco di doppi sensi, dottamente rimpinzato di citazioni e rimandi, affollato di neologismi, iperbolico, spiroidale, zigzagato, elicoidale, ma mai lineare e asciutto. Benni non si sottrae al bisogno di giocare con le parole, al piacere di inventare e di confondere chi si trova dall’altro lato della pagina. La sua scrittura è soggiogata ad una schiacciate ironia, che non sempre riesce ad entrare nelle grazie del lettore. Sebbene non manchi di inventiva, Benni resta sempre legato ai soliti ambienti e ai soliti personaggi: è un amante dei frequentatori di bar, delle donne spigliate e di facili costumi, dei perditempo e degli inventori di stramberie. “Baol” (Feltrinelli, 1990) è uno di quei libri di Benni in cui il suo particolarissimo linguaggio venato di disinibita ironia dà sfogo ad una storia fuori ogni limite dell’immaginabile. Melchiade Saporog’zie Bedrosian Baol è un mago Baol, assunto – in “una tranquilla notte di regime” – da Gratapax, un vecchio comico televisivo – che tutti credono morto e invece non lo è! –, per portare a termine una delicatissima missione. Tra un trio – ex quartetto – di nani comici, un barista con la faccia a losanghe, una ex pornostar ormai vecchia e imbotulinata e un assistente in un vestito argenteo, tipo kimono di domopak con fodera dalmatata di nome René la Mucca, Bedrosian Baol si ritrova invischiato in questa incredibile avventura di sovversione contro il Regime, pronto a rispolverare la propria arte magica e a scoprire finalmente il segreto della vita Baol. Un romanzo fuori dal comune e fuori misura, esagerato anche rispetto al classico Benni. Ai fan dello scrittore regala grandi risate e qualche momento di incertezza, ma per chi è alla prima lettura, sarebbe consigliabile partire da un altro romanzo. Magari con un classico come Bar Sport (leggi la recensione qui).
Emergenza "fuoco" in Campania
Luglio 25
In Campania non si era mai verificata un'emergenza “fuoco” estesa in così larga parte del  territorio. Certo, fa rabbia osservare dal proprio balcone la nube nera che si alza dal Vesuvio e fa ancora più rabbia il pensiero che non basterà una vita affinché si ricostituisca quell'ecosistema distrutto. Questa devastazione non riguarda purtroppo solo l'area vesuviana, ma si è estesa a macchia di leopardo per tutta la regione. Sono giorni che la puzza di bruciato accompagna le nostre giornate; non sono stati risparmiati neanche il Monte Somma e il Cratere degli Astroni (riserva naturale del WWF). A Torre del Greco le fiamme hanno lambito le abitazioni, immensi roghi sono stati registrati anche tra Caivano e Orta di Atella, tra Villa Literno e Nola, tra Afragola-Acerra e Giugliano e fuoco anche alle ecoballe del sito di stoccaggio di Taverna del Re. A Scampia non ci sono ecoballe, ma paradossalmente anche qui i rifiuti bruciati al campo Rom hanno creato nubi tossiche con gravi disagi per gli abitanti. Sembra che sia in atto una guerra dichiarata all'ambiente, non da eventi naturali, come avviene per terremoti o maremoti, ma dalla mano dell'uomo. Sono state fatte varie supposizioni sulle ragioni per cui si sta devastando il nostro territorio. Si è parlato di piromani, di pastori che vogliono nuovi pascoli, di stagionali che vogliono garantirsi un posto di lavoro, di camorra che vuole bruciare le discariche abusive o meglio ancora sfruttare questa situazione per il proprio tornaconto. De Luca, De Magistris e Saviano, per una volta, concordano sul fatto che dietro gli incendi c'è una strategia criminale studiata a tavolino per favorire una nuova emergenza. E sappiamo che quando c'è emergenza si muove la macchina dei soldi e per i soldi la criminalità è disposta a tutto!  Ma queste sono solo ipotesi. Adesso, mentre piangiamo quella che tanti napoletani in questi giorni hanno definito “terra mia”, non resta altro che affidarci alla magistratura affinché accerti le responsabilità e punisca chi ha commesso questo scempio.
"Riviera" - Intrighi in Costa Azzurra
Luglio 18
Avete presente quella magica e impagabile sensazione di libertà quando avete finito gli esami ai primi di luglio? Dopo mesi di fatica, giornate intere buttati sui libri, giornate in cui l'unico divertimento era portare il cane a spasso. Ora finalmente siete liberi e potete godervi quella sensazione. Almeno per un paio di giorni, perché poi dovrete iniziare a studiare per settembre, far visita ai parenti, andare nel panico perché non avete organizzato nulla per le vacanze, sgobbare in palestra nel vano tentativo di rendervi decenti per la spiaggia, ecc. Beh, in quelle poche ore di libertà che avete potete buttarvi sul divano/letto e guardare una belle serie TV!   Sì, ma quale? Ce ne sono troppe! Beh, intanto oggi io vi parlo di Riviera, poi pensateci.   La serie TV britannica prodotta da Sky si articola in 10 episodi, i primi due trasmessi in Italia l'11 del corrente mese. Di che parla? Nella splendida cornice della Costa Azzurra, una giovane e affascinante donna indaga sulla vita del marito tragicamente scomparso, scoprendo che lui le aveva nascosto molti segreti, finanziari e non, quasi sicuramente illegali.   Fin qui nulla di eclatante. Un po' come i primi due episodi, in realtà. Le scenografie sono fantastiche: la Costa Azzurra, il Principato di Monaco, spiagge e mari meravigliosi (che con 'sto caldo...). È stato simpatico vedere Iwan Rheon nel cast, che molti di voi conoscono come il "dolcissimo" Ramsay Bolton de Il Trono di Spade. Qui sembra una persona normale, almeno per il momento...   La serie è anche fatta bene e gioca sul processo di indagine e scoperta dei segreti del magnate Costantine (Anthony LaPaglia), morto per l'esplosione di uno yatch. Tuttavia non si rimane appassionati e senza parole. Probabilmente la bellezza algida della protagonista, Julia Stiles, e l'impronta francese lasciano un po' perplessi. (Dai, a chi stanno simpatici i francesi? A nessuno) A salvare la situazione intervengono, a mio modestissimo parere, i figli di Costantine (tra cui proprio Rheon), ognuno problematico a modo suo, e l'ex moglie Irina (Lena Olin), spregiudicata e potente.   Sinceramente, voglio vedere come va a finire. E magari col procedere degli episodi miglioria... per ora un 6 1/2 di fiducia ci sta tutto!
Intervista a Marco Accordi Rickards, fondatore del Vigamus, Museo del Videogioco di Roma - Parte II
Luglio 13
Continua la nostra lunga intervista con Marco Accordi Rickards. Qualora vi foste persi la prima parte, la trovate facendo clic qui!     Qual'è l tua opinione circa il ruolo dell' Italia nel variegato settore dello sviluppo?L' Italia è un paese da sempre noto per la genialità, la creatività e il valore dei suoi artisti e ciò si riflette nei videogiochi. Abbiamo dei grandi nomi che lavorano all'estero, ma il nostro problema è quello di una scarsa produzione interna dovuta anche alla poca consapevolezza da parte delle istituzioni. Tuttavia negli ultimi anni, l'associazione di categoria AESVI, che unisce gli editori, sviluppatori, publisher come Nintendo, Sony, Microsoft, Ubisoft e così via, si è mossa bene, aggregando gli sviluppatori, portandoli alle fiere internazionali e aiutandoli con una serie di interventi legislativi come la Tax Credit, perciò abbiamo un mercato fiorente. I dati del 2016 parlano di un'industria molto cresciuta, tornata sopra il miliardo di euro annuo di fatturato, e con un incremento del settore digitale a 2 cifre, è cresciuto anche il settore dello sviluppo, per non parlare dei tanti studi che sono nati e che realizzano prodotti d'eccellenza. Questo fa pensare che a breve avremo i primi grandi successi, fondamentali per innestare il circolo virtuoso di crescita di un'autentica importante industria della produzione del videogioco. Sono molto ottimista, perché abbiamo veramente tutti i talenti e ora che comincia a costruirsi il giusto substrato legislativo, economico e industriale, credo che l' Italia potrà competere ad alti livelli anche nel campo del gaming.   Vigamus porta avanti attività di rilevo come ospitare importantissimi personaggi, presentare nuovi titoli, organizzare convegni di respiro internazionale. Quali sono gli eventi in programma nel prossimo futuro?Lo slogan di Vigamus è "Passato, Presente e Futuro del Videogioco" perché crediamo che per un medium interattivo, moderno e in continua evoluzione, sia inutile rinchiudersi nel recinto di un museo tradizionale, che si limita a preservare la storia custodendo oggetti antichi nelle teche. Il videogioco sfugge a questa dimensione: ne raccontiamo la storia, ma guardiamo alla sua evoluzione, a quella del mercato e dell'industria, tentando di capire dove sta andando. Ciò ci permette di essere la casa di tutti i videogiocatori. Organizziamo eventi, portiamo i protagonisti – quelli che I videogiochi li fanno – e creiamo attività legate alla formazione: all' interno dell' offerta formativa abbiamo infatti ospiti internazionali di grande caratura. Abbiamo organizzato una conferenza – il Gamerome – con ospiti come Tim Willits, direttore di id Software, la casa di Quake, Doom e Rage, Marty O'Donnell uno dei più grandi compositori di musica dei videogiochi (due nomi su tutti Halo e Destiny), autori di culto come Dennis Dyack, indimenticato padre di Blood Omen: Legacy of Kain (Playstation) ed Eternal Darkness: Sanity's Requiem (Nintendo GameCube), Robert Krakoff fondatore di Razer, la più grande azienda di accessori per PC, videogiochi e non, Tomonobu Itagaki, importante artista giapponese (Dead or Alive e Ninja Gaiden). Continueremo a portare grandi nomi sia in ambito accademico, sia in eventi aperti al pubblico: il nostro filo diretto con l'industria internazionale e gli artisti rimane parte della nostra mission.     Continua...
“Figli di un Bronx minore”, la Napoli degli anni ’90 nei racconti di Lanzetta
Luglio 12
Nel 1993, Feltrinelli dava alla luce la prima edizione nell’ "Universale Economica" di Figli di un Bronx minore, uno dei primi testi a portare la firma dell’attore, drammaturgo, scrittore-e da non molto anche cantautore napoletano-Peppe Lanzetta. I ventisei racconti di Figli di un Bronx minore narrano Napoli e la sua provincia, al più si spostano verso nord raggiungendo il casertano, Mondragone, oppure scendono verso Maratea, Cosenza, Reggio Calabria, ma restano sempre intrisi di un napoletanità forte, radicata e aggressiva. Fin dagli esordi, Peppe Lanzetta definisce uno stile personale ricco di volgarità e violenza, appropriandosi di un linguaggio scurrile e da strada, con una variazione di toni che va dall’aggressivo al rassegnato, dall’arrabbiato al disperato. Attraverso questa scelta stilistica, la prosa di Lanzetta si adatta alle storture di certe misere realtà “da Bronx”, raccontando un’Italia – soprattutto quella del sud – che non ha nulla da invidiare ad uno dei quartieri più malfamati di New York. Dopo i primi racconti si entra, però, in una sorta di monotonia della violenza: trame sviluppate sempre allo stesso modo, finali tragici, cliché della povertà e del degrado. Ripetitivo fino a diventare banale è anche l’uso costante di neologismi creati dalla fusione di una o più parole allo scopo di dare maggior enfasi ad un concetto o semplicemente per considerare come un unicum un modo di dire: bruttostronzo, grandenapoliaffanculo, annonuovovitanuova, freddofreddo. Di Figlio di un Bronx minore vale la pena leggere alcuni racconti come La casa di Mondragone, L’immensità, Jimmy Cocaina, Edelweiss e La città impossibile, che regalano delle immagini forti e delle riflessioni molto intense, ma nel giudizio complessivo non si può di certo definire un capolavoro.
Giovani e periferie nell'intervista ad Alessandra Clemente
Luglio 03
La periferia napoletana è stata tra le grandi protagoniste di Giugno Giovani. A Scampia infatti si è svolta una cerimonia per intitolare la Villa Comunale alla memoria di Ciro Esposito, mentre a Marianella è in allestimento un murales che ritrarrà il volto di un simbolo della città, Enzo Avitabile.  Proprio nella Pro Loco "Soul Express" di Marianella abbiamo incontrato Alessandra Clemente, Assessore ai Giovani e alle Politiche Giovanili del Comune che ci ha concesso, mostrando una grande disponibilità, un'intervista sui programmi passati e futuri del suo assessorato. Sta per concludersi Giugno Giovani, può farci un bilancio di questa manifestazione che ha coinvolto anche le periferie? Quest'anno, più degli altri anni, le periferie sono state protagoniste. Questo era uno degli obiettivi che avevamo provato a darci poiché dobbiamo avere più cura e più attenzione per questi luoghi dove c'è tanta voglia di fare e sopratutto tanta bellezza. Siamo quasi abituati, assuefatti al racconto unico che in periferia le cose non vanno bene e che c'è il degrado, invece c'è la bellezza delle persone che può riscattare il degrado ed è proprio per questo che le istituzioni possono e devono essere più vicine. Per i giovani ci sono altri progetti a breve termine per il futuro, senza dover aspettare il prossimo giugno? L'assessorato ai giovani vuole essere molto concreto e pratico; non un assessorato che studia le condizioni sociologiche dei giovani, ma cose concrete. In questo momento vi invito a guardare con attenzione il lavoro che stiamo facendo, noi abbiamo mappato i terreni agricoli incolti. Napoli è una città europea, urbana, che ha delle coltivazioni agricole, dirette e anche legate al vino che possono diventare dei terreni di esperienze di lavoro nell'agroalimentare per i giovani. Il secondo progetto in cantiere è la fruizione di tutto il patrimonio artistico e monumentale della città. Abbiamo a Napoli tantissime chiese chiuse o aperte solo per la messa di mezzogiorno e per quella del vespro. Invece le chiese, oltre ad essere luogo di culto, sono anche un luogo di valorizzazione culturale, dove i ragazzi che vengono da studi umanistici e sociali possono diventare dei veri e propri manager culturali. Qui, a Marianella, c'è un ottimo esempio di ciò che sto dicendo: la casa museale di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, custodita come un tesoro, è nota a tanti turisti, ma non a tanti napoletani. Un terzo punto è legato alle aree verdi della città, luoghi che possono diventare opportunità di lavoro, luoghi dove poter svolgere attività di organizzazione di feste di compleanno per i propri bambini, in alternativa a discoteche e paninoteche.  Ma pensiamo anche a mercatini di artigianato o a cineforum, in un luogo del comune riattivato, per permettere ai ragazzi di mettersi in gioco. Magari all'inizio sarà dura, perché devono autofinanziarsi, ma poi quel cineforum può diventare un'esperienza economica favorevole. Nelle periferie non si sente la presenza delle istituzioni e dello Stato, come intende la giunta De Magistris valorizzare questi luoghi? Noi abbiamo il dovere di vivere in questi territori. La città di Napoli è una. Questo deve essere un principio, non può esistere un consigliere o un assessore che si interessa solo di una zona di Napoli. Per il tema delle periferie noi abbiamo bisogno di investimenti economico-strutturali, non basta la semplice iniziativa culturale; c'è bisogno di un lavoro di riqualificazione. È importante che vi sia una programmazione con le autorità competenti,  la Regione e i Ministeri, più forte per le periferie. Ogni intervento ha dei costi, quindi la strategia della giunta per le periferie è la programmazione di interventi strutturali per queste aree. Nel suo discorso di insediamento ha detto esplicitamente che voleva ascoltare i giovani, capire le loro inquietudini e i loro bisogni. Ma aldilà dell'ascolto, di concreto cosa è stato fatto? Lavoro ogni giorno dalle 8 del mattino fino a mezzanotte. C'è una pagina Facebook (Assessorato ai Giovani, Creatività, Innovazione - Comune di Napoli) e una e-mail dove tutti possono domandare e avere una risposta. Spesso tanti ragazzi bussano alla porta e nessuno apre, nessuno dice nemmeno: «chi è?». L'assessorato invece vuole essere un punto di riferimento e penso che ne sia una prova il fatto che io sia qui. È stata mandata una e-mail, si è risposto ad un bando e ci si è incontrati. Allo stesso tempo ci sono quelle tre iniziative di cui ho parlato prima: lavorare sui luoghi abbandonati o non valorizzati della città per farli diventare una possibilità di concreta occupazione per i ragazzi. Allo stesso tempo la Regione è impegnata ad aggredire tutti i fondi europei disponibili, infatti tante volte si è denunciato il fatto che il Sud non impieghi in modo adeguato i fondi strutturali europei. Questa è una storia che noi abbiamo cambiato. Negli ultimi 3 anni io ho un bilancio di fondi della Comunità Europea, aggredita attraverso progetti del Comune di Napoli, per due milioni e mezzo di euro. Che cosa ne abbiamo fatto? Un centro giovanile a Pianura ed uno a Rione Traiano, adesso ne inagureremo un altro nei Ventaglieri, nel quartiere di Montesanto. Il nostro piano di sviluppo è quello di ritornare alle circoscrizioni della città di Napoli e immaginare che in ogni quartiere possa nascere un presidio pubblico per i giovani, che possa dare attrattive ed opportunità. A Soccavo per esempio c'è il primo spazio di lavoro, dove i giovani professionisti possono fittare a prezzi sociali degli spazi per avviare le loro attività. A Pianura c'è uno studio di registrazione gratuito per giovani, dai 16 ai 25 anni, che coltivano un progetto lavorativo musicale. Pensa che tragedie come quella di Gelsomina Verde o quella di sua mamma possano aver innescato in questa città un processo di cambiamento culturale? Sì, danno una scossa alla cittadinanza solo se si sta insieme, se si resta da soli siamo portati a dire: «Andiamo avanti, tutto scorre», invece non può scorrere tutto nell'indifferenza, insieme possiamo romperla. La prima volta che sono venuta a Marianella ho provato molta rabbia, frequentavo l'università, non ero ancora assessore ed avevano appena ucciso Lino Romano. Mi incazzai con la mia città, mi dicevo: “Alessandra tu hai 24 anni, sei una studentessa, sei una ragazza attiva, ma niente mai ti aveva portata in questo quartiere; solo il sangue di questo ragazzo ti ha portata qui”. Oggi il nostro lavoro ha permesso che nella città vi siano centri giovanili che permettono ai  ragazzi di diversi quartieri di frequentarsi. Oggi ho finalmente potuto vedere la memoria storica di questo quartiere e questo è un grande motivo di riscatto, perché non ci possiamo definirci una città normale, civile e cristiana se pensiamo a Gelsomina Verde, a Silvia Ruotolo, ad Antonio Landieri, vittime innocenti di camorra, o a quando, come dicono i più: «Tanto si ammazzano tra di loro». Lo Stato deve fare lo Stato: deve disarmare i pezzi di città armata; la cittadinanza deve fare la cittadinanza: deve essere attiva e partecipe; le istituzioni devono fare le istituzioni: non devono rubare, devono fare in modo che il denaro pubblico possa cambiare il volto dei quartieri. Solo in questo modo si può togliere ossigeno alla criminalità organizzata, soprattutto quando questa nasce dalla povertà, dalla disperazione, e dall'assenza di cultura; tante persone possono essere povere, ma oneste e loro sì che sono ricche, non farebbero mai male a nessuno perché hanno cultura e valori. Le storie che ci indignano ci fanno recuperare i nostri valori, perché una città senza valori è una città morta, una politica senza valori è una politica morta. In tutto questo nostro discorso che ruolo diamo alla cultura? Penso di averti già risposto. Ho scoperto che le pallottole possono togliere la vita, ma c'è qualcosa più forte delle pallottole: l'amore e la cultura.
Civiltà perduta: ossessioni esotiche di un film che non convince
Giugno 30
All’inizio del '900 un avventuriero inglese scopre dei reperti di terracotta sparpagliati nella giungla della foresta amazzonica. Convinto che si tratti della prova dell’esistenza di una civiltà perduta esorterà la “Royal Geographical Society of London” a finanziargli altre spedizioni. La ricerca della cosiddetta “Città Z” diventerà presto un'ossessione per lui e la sua squadra. Sono queste le premesse di Civiltà perduta, una pellicola di James Gray che riprende lo scritto di David Grann The Lost city of Z: A tale of deadly obsession in Amazon, in cui si narrano le avventure esotiche del ricercatore Percival Fawcett, scomparso insieme al figlio durante una spedizione in Amazzonia nel 1925. Nonostante una fotografia mozzafiato, la protagonista del film non è tanto la natura in quanto tale, quanto l’alta borghesia inglese d’inizio novecento che, radicata nei valori illuministi, vuole spingere sempre più in là  la propria conoscenza intrisa di quel senso di superiorità che caratterizza in generale gli occidentali e in particolare i paesi colonialisti. Assieme alle provviste è questo il “background culturale” che il gruppo di spedizione si porta dietro. Il film si basa perciò sulla dicotomia  fra natura e cultura, intente a contaminarsi e sopraffarsi a vicenda. La colonna sonora accompagna questo concetto, alternando musica classica - durante le scene nella foresta - a ritmi tribali che si sentono quando la scena riprende in Inghilterra.  L’altro grande contrasto su cui il film verte è quello fra razionalità e ossessione che si mischiano nella testa del protagonista interpretato da Charlie Hunnam (Sons of Anarchy) che all’ultima Berlinale si è detto entusiasta di aver partecipato ad un progetto del genere: “Siamo partiti per Colombia,Venezuela e Sumatra. Abbiamo dormito notti e notti nella giungla circondati da scorpioni e serpenti. Un giorno mi sono accorto di avere un ragno velenoso che camminava sulla mia schiena”.  Nella medesima occasione anche  Robert Pattinson ha espresso entusiasmo affermando che girare questo film è stata “l’esperienza più avventurosa della mia vita”.  A parer di chi scrive, l’ex vampiro di Twilight ha prodotto la migliore interpretazione del film. Nei panni di un ispidissimo e occhialuto assistente del capo spedizione, l’attore si dimostra ancora una volta credibile in qualsiasi parte accetti di recitare. Alla première mondiale del film tenutasi lo scorso ottobre a New York,  Bel Ami si è però sfogato per la scomodità di dover far crescere una barba lunghissima per esigenze di set: “Sono stato felicissimo di tagliarla”. Nonostante la serie di tematiche di cui sopra, una grande fotografia e un buonissimo finale, il film non convince del tutto. Ci sono alcuni errori di sceneggiatura, le scene sulla prima guerra mondiale sono del tutto fuori contesto e la figura di Sienna Miller, nei panni di una Penelope moderna in attesa del marito, è un po’ riduttiva. Infine Charlie Hunnam  non brilla, non deve essere stato un caso se è stato scritturato come terza scelta dopo i “no” di  Benedict Cumberbatch e Brad Pitt, che però ha partecipato come produttore. 

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