Quando Tinder si appassiona alla tua storia e ti spedisce alle Hawaii!

Tutto è cominciato con un banalissimo "swipe right" su Tinder, la celebre app di incontri on line. J...

"Narcos 3": Trailer clamoroso, Pedro Pascal e altre cose

«Per smantellare il Cartello di Calì devi essere matto, stupido, coraggioso e fortunato allo stesso ...

L’elettricità può produrre cibo: che si combatta la fame nel mondo?

L'Università di Tecnologia di Lappeenranta e il VTT Technical Research Centre hanno creato un lotto ...

Il Pan di Francesco Dimitri, tra la fiaba e la metafora sociale

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Il riscatto della laurea è solo una proposta estiva?

Il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta sta lavorando ad un progetto che prevede il risca...

The war- Il pianeta delle scimmie. Un prequel che non convince

In un mondo post-apocalittico in cui la razza umana soccombe al dominio dalle super-scimmie intellig...

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Quando Tinder si appassiona alla tua storia e ti spedisce alle Hawaii!
Agosto 18
Tutto è cominciato con un banalissimo "swipe right" su Tinder, la celebre app di incontri on line. Josh e Michelle, due studenti universitari, quel "match" l'avevano lasciato lì, senza un particolare interesse ad una conversazione. Fino a quando, un bel giorno, Josh non ha deciso di contattare la ragazza. Michelle non era solita utilizzare l'app di frequente; a detta sua, spesso le capitava di cancellarla. E dunque, per una risposta della studentessa, il giovane tinderiano ha dovuto aspettare ben due mesi!   L'attesa è valsa tutta. Michelle, dinanzi al messaggio di Josh, ha scelto di rispondere ironicamente, scusandosi per il ritardo, "è che si era scaricato il telefono". Ma Josh le ha retto il gioco, osservando come la ragazza avesse fatto molto presto: in genere, a lui servivano cinque mesi per ricaricare la batteria! Ed ecco partire da qui una serie di messaggi esilaranti, in un intervallo medio di sei mesi\un anno, pieni di scuse assurde: "Perdonami, ero sotto la doccia", "Ho avuto una settimana impegnata".     È bastato pubblicare uno screen della chat su Twitter, e i due hanno raggiunto una popolarità inaspettata! Al punto che Tinder ha deciso di premiarli con un appuntamento in una destinazione a scelta dei ragazzi. E quale posto migliore per un perfect date, se non le Hawaii?   Il popolo dei social si è prontamente mostrato in visibilio, tifando a gran voce per la coppia: non ci resta che aspettare che le rose (o le ghirlande) fioriscano!     Le foto sono tratte dai siti www.boredpanda.com www.ilpost.it www.floptv.it e indiatoday.in
"Narcos 3": Trailer clamoroso, Pedro Pascal e altre cose
Agosto 14
«Per smantellare il Cartello di Calì devi essere matto, stupido, coraggioso e fortunato allo stesso tempo». Con queste santissime parole, Pedro Pascal, aka Agente Peña, chiude il sipario sul primissimo Trailer Ufficiale della terza stagione di Narcos, in onda su Netflix a partire dal primo settembre. Paura e delirio sono le parole più idonee a d esprimere la massiccia dose di adrenalina che questo trailer ha infuso in tutti noi amanti di Narcos. La terza stagione, e qui c'è lo SPOILER ALERT per i maleducati che non hanno ancora approcciato alla serie, ripartirà dalla morte di Pablo Escobar per focalizzare l'attenzione sul Cartello di Calì. Pacho Herrera e i fratello Orejuela erano già stati introdotti con gradualità progressiva nelle prime due stagioni per poi diventare gli assoluti protagonisti della nascitura. Damian Alcazar, Francisco Denis e Alberto Ammann avranno il pesante onere di introdursi nell'occhio di bue che era stato di Wagner Moura.   Under pressure, mates?   Saldo come un giunco è invece Pedro Pascal, l'agente più figo del mondo, e non solo per il suo cognome, che continuerà a dare la caccia ai migliori stinchi di santo della Colombia. Sarà di nuovo DEA contro Narcos, ma chi ha già percorso su streaming codeste carreteras sa bene che la dinamica di questa dicotomia è molto fluida e gioca sugli aghi della zona grigia formata da chi sta un po' di qua e un po' di là.   La vera novità di questa terza sfida a guardie e ladri sta nel fatto che i secondi si sono evoluti: dimentichiamoci i modi barocchi e rusticani di un Patron casereccio. Il Cartello di Cali è formato da gentleman sofisticati, che non gradiscono sporcarsi l'Armani con il sangue che hanno versato per poterselo permettere: Calì non nasconde i verdoni nel divano e, per carità di Dio, mai e poi mai li sotterrerebbe nelle campagne locali. Il nuovo cartello ricicla i soldi macchiati di bianco e rosso in catene di ristoranti, alberghi, squadre di calcio, banche private e statali. Pacho Herrera e i fratelli Orejuela si assicurano che il mulino giri, e poi lo guardano ruotare assettati papali davanti a un Martini agitato, non shackerato. Spritz life!       Foto tratta dal sito www.bleedingcool.com
L’elettricità può produrre cibo: che si combatta la fame nel mondo?
Agosto 11
L'Università di Tecnologia di Lappeenranta e il VTT Technical Research Centre hanno creato un lotto di proteine semplici che presenta un apporto energetico tale da poter costituire un pasto per un essere umano. E realizzando il tutto attraverso un sistema alimentato con energia rinnovabile: il cibo sintetico è stato creato con energia elettrica, diossido di carbonio, acqua e microbi. I ricercatori hanno esposto i materiali all'elettrolisi di un bireattore, e da lì hanno ottenuto una polvere formata dal 25% di carboidrati e dal 50% di proteine. Lo studio si inquadra nel progetto Food From Electricity ("Cibo dall'elettricità") che si propone di trovare delle soluzioni alternative alla problematica della fame del mondo. La macchina che produce cibo sintetico, a detta degli scienziati finlandesi, potrebbe essere trasportata nel deserto o in altre aree caratterizzate dalla scarsità delle risorse alimentari. Tuttavia, l'invenzione non è ancora giunta ad un completamento: il processo di sinterizzazione appare ancora troppo lento, costando di due settimane per produrre un grammo di proteine.
Il Pan di Francesco Dimitri, tra la fiaba e la metafora sociale
Agosto 08
“Noi siamo i bambini perduti: questa è la notte in cui comincia la nostra festa. E voi, signori miei, non sarete mai più al sicuro”. A sentir parlare di bambini sperduti, la mente vola inevitabilmente al celebre personaggio di fantasia ideato nel 1911 da J.M. Barrie, Peter Pan. Pan è infatti il titolo del romanzo di Francesco Dimitri, pubblicato con Marsilio Editori nel 2008, da cui è tratta la citazione appena riportata. Una storia di bambini sperduti e magia, di fate e violenza, di pirati e antichi dei. Sicuramente, non il classico Peter Pan. Dimitri utilizza l’espediente della storia di Barrie per ricamare una trama molto più fitta e complicata, in cui l’epocale lotta tra Capitan Uncino e Peter Pan, pirati e bambini sperduti, si colora di una metafora sociale: quell’interminabile conflitto tra forze conservatrici e spiriti libertini, tra oppressione e ribellione. La Roma di Francesco Dimitri assorbe il fascino e la violenza della magia, muovendosi attorno ai protagonisti come un corpo vivo e dotato di un’anima, o meglio di spiriti. Wendy, Gianni e Michele sono, ancora una volta, i prescelti per affiancare Peter nella sua missione, ma tutto è molto lontano dalla storia così come la conosciamo. Il fantasy di Dimitri è del genere che non rifugge da esplicite e fantasiose scene di sesso etero, omo, orgiastico e onanista. Una lettura sopra i diciotto e talvolta persino inappropriata. L’autore utilizza il sesso, l’abuso di alcool e droghe come ornamenti di una vita libera dal giogo della società. Ma – e non per fare i bacchettoni! – talvolta sembra che calchi troppo la mano. La morbosità sessuale, del resto, è una delle più appetibili per il pubblico e Dimitri non è certo il primo a farne abuso (si pensi a Game of Thrones o a Cinquanta sfumature di grigio). Al di là dell’eccesso di erotismo, Pan può essere considerato come un’interessante rilettura della storia di Barrie e di miti neopagani, il tutto unito ad uno sguardo attento ai movimenti della società contemporanea. Una lettura piacevole per gli amanti del fantasy, forse un po’ lunga e difficile da digerire per i poco allenati al genere. 
Il riscatto della laurea è solo una proposta estiva?
Agosto 06
Il sottosegretario all'Economia Pier Paolo Baretta sta lavorando ad un progetto che prevede il riscatto gratuito degli anni di laurea ai fini pensionistici. Per il momento non c'è nulla di concreto, anche perché bisognerà attendere la quantificazione, da parte dell'Inps, del costo di tale operazione. Sappiamo solo che l'idea è quella di offrire a chi si laureerà nei prossimi 3 anni e ai laureati, nati tra il 1980 e il 2000, contributi figurativi necessari per andare in pensione anticipatamente. Purtroppo la “cortesia” è rivolta solo a coloro che non risultano fuori corso e, secondo le statistiche, annualmente “solo” il 45%  degli studenti si laurea negli anni previsti dal ciclo di studi. Un eventuale provvedimento rivolto a sedare l'insoddisfazione di una generazione oppressa dalla disoccupazione e dal precariato, che a causa di una discontinuità lavorativa versa contributi inadeguati per una futura pensione che probabilmente otterrà dopo i 70 anni di vita. La rete è in subbuglio e attraverso l'hashtag #RiscattaLaurea c'è mobilitazione per estendere a tutti questa gratuità di riscatto. In realtà dal 2008 è stata data la possibilità ai neolaureati, non ancora occupati, di farsi riscattare gli anni di studio da “mamma o papà” per un costo di 20.500 Euro, con rate da 170 Euro al mese, in dieci anni. Tutti gli altri laureati non godono di nessun privilegio e se vogliono andare in pensione anticipatamente devono versare all'Inps ben 65.000 Euro! Ma tornando alla proposta di solidarietà intergenerazionale c'è da chiedersi quanta opposizione troverà da parte di coloro che l'hanno definita discriminatoria nei confronti di chi ha riscattato la laurea sostenendo grossi sacrifici o di chi è nato poco prima del 1980 o poco dopo il 2000. A noi sembra che vi sia solo l'intenzione di buttare fumo negli occhi ad una generazione a cui manca stabilità e futuro sereno. E soprattutto ci chiediamo quale valore aggiunto possano mai avere 3 o 5 anni di contributi a chi non riesce a trovare un lavoro stabile!
The war- Il pianeta delle scimmie. Un prequel che non convince
Luglio 31
In un mondo post-apocalittico in cui la razza umana soccombe al dominio dalle super-scimmie intelligenti e a un virus sterminatore, un manipolo di agguerritissimi soldati è l’ultima minaccia che il branco di Cesare dovrà affrontare. Sono queste le premesse di un film che si muove in una dimensione post-apocalittica, fra spettacolari battaglie all’ultimo sangue fra uomini e scimmie. Si tratta di “The War- Il Pianeta delle Scimmie”, il prequel de “Il Pianeta delle Scimmie”. Rispetto alle due pellicole che hanno preceduto il perzo capitolo, quest’ultimo si differenzia proprio per quella dimensione grave e apocalittica che aleggia sullo sfondo ed è ben rappresentata da una buona fotografia, intenta a ritrarre villaggi distrutti e comunità decimate. I capitoli precedenti si incentravano maggiormente sul miracolo delle super-scimmie che in pieno stile “Under dog” cercano di liberarsi dall’opprimente egemonia dell’uomo. Ora i rapporti di forza sono cambiati e hanno portato gli umani verso l’estinzione ed è per questo che ad una San Francisco all’avanguardia, location del primo film, si sostituiscono foreste,grotte e accampamenti di fortuna. La pellicola non va analizzata sul piano della qualità della trama, ma è sicuramente più importante, in questi casi, soffermarsi sulla spettacolarità di un film di fantascienza ben fatto che fa del CGI un cavallo di battaglia condotto dal grandissimo Andy Serkis, nei panni di Cesare. “Gollum” è affiancato da Woody Harrelson, capo dei soldatim che, rispetto al docile James Franco del primo film, arricchisce di punte istrioniche un film altrimenti piatto sul piano della caratterizzazione. È bello vedere un po’ di sane botte, esplosioni e vedere persone uccise da animali ci da sempre quel brivido sadico di piacere. Quanto ci piace vivere l’illusione di non essere più i dominatori di questo pianeta? Abbastanza da ignorare la banalità di una saga che si basa sul più classico dei buoni contro cattivi. Se vi piace il genere, “Jurassic Park” is the way!
“bonpon511: i due giapponesi che si vestono coordinati da 37 anni”
Luglio 30
Si dice che la ricetta di un rapporto sano stia nella fiducia e nella comprensione. Per una coppia di ultrasettantenni made in Japan, invece, pare che la formula dell'amore stia nella coordinazione. È forse per questo motivo che sono trentasette anni che marito e moglie si vestono in modo complementare, con accostamenti cromatici che Chiara Ferragni, ma spostati! Ormai celebri su Instagram come "bonpon511", dall'unione dei loro nomi, è dagli anni '60 che i due abbinano i loro outfit con una precisione quasi maniacale, ben decisi a non smettere. E come potrebbero fermarsi proprio adesso? Prevedibilmente, la loro popolarità social è al top. Ogni giorno i nostri – non più tanto – sposini ricevono centinaia di commenti dai loro followers, che ormai hanno superato i cinquecentomila nipotini virtuali.   I loro seguaci non mancano di sommergerli di affetto e di ammirazione, ergendoli ad esempio di perfetta armonia della coppia. Intesa che può ottenersi soltanto con una massiccia dose di ironia, che, ammettiamolo, è essenziale per non invecchiare!       Le foto sono tratte dai siti www.huffingtonpost.it e www.repubblica.it
An interview with Professor Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business
Luglio 28
A few weeks ago our staff talked with Prof. Chris Carr (click here to read the article), Fulbright Distinguished Chair in Business; today he will tell us something about his time in Naples.   1. What is the biggest difference between the United States and Italy in the academic field? Bearing in mind that the American system has its own flaws and issues, there are some differences: first of all, universities have more funds, which can give the students a wider choice. Secondly, there is more emphasis on concrete problems and experiential learning: if you don't assign the students tasks that force them to apply what they have studied in a tangible way, you will have an evaluation problem. Finally, I think that we have a more interdisciplinary approach: departments and universities seem to collaborate more both on curricula and opportunities for students. Maybe it is like that even here, but if so I just did not have the chance to experience it. On the flip side, I find my Italian students to be especially motivated. For example, a number of graduate students attended my lectures and class sections just lo learn and for personal growth. They were not required to participate. This level of self-motivation made a very positive impression on me.   2. How was your semester at "Parthenope"? A fantastic experience. The faculty and staff did a great job in all facets, by spending a lot of time with me from both the professional and social point of view. Moreover, I had the chance to work with and teach to very motivated PhD students with an excellent level of English, which brought interesting and stimulating lessons and conversations.     3. What did you mainly focused on: teaching or research? I would say 65% teaching. I covered three areas: law and economics, presentation design plus some special seminars for the linguists (PhD Program in "Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche") in which I showed how big data and entrepreneurship intersect with their field of study. I dedicated the remaining 35% to exploring the possibilities of writing academic papers with faculty members; at the moment I am working on shadow economies with two statistics professors, and a with the linguistics professor about presentation design in the context of Italian education system.   4. What will you bring with yourself in America of this experience? Well, right now America is "learning" to live in the moment, and in this regard Naples is far ahead. The second thing may be a cliché but it's true: relationships. I met good people everywhere, smart and with a big heart. Finally, one of the things that pushed me to come here is the fact that I was able to bring my family with me; I have three young daughters and I wanted them to know that there is another way of living life, better in some respects and maybe not under others; the important thing was that they saw both sides, and I tell you that there was a positive change and a growth in them. Not all American families have the opportunity to enjoy such such an experience, and it was pretty cool for us to do that.   5. Did you experience any cultural shock in Naples? Look, although I live in California, which is much more informal than the rest of the US, it still took me a while to adjust to some lack of structures and to not overly worry about organization. I'd say those were the only things. My perception of Italy before leaving the US turned out to be about right.   6. What will you miss of Italy? Campania offers so much to see and so many activities; there are many things to do in California too, but not that density! Napoli is a city of 3,000,000 people and it offers so much: I think about Capri, the Teatro San Carlo, but also going out to dinner at 10pm! These things do not exist in my university town. I will miss all this a lot, and, relating to what I said before about being able to live the present, I wonder whether when I return, if I'll be able to implement this aspect or if I will try to (still) have everything organized and planned, so... stay tuned!     Clic here for the Italian version.
Intervista al Prof. Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business
Luglio 28
Alcune settimane fa (fate clic qui per l'articolo) la nostra redazione parlò del Prof. Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business; quest'oggi egli stesso ci racconterà del tempo trascorso a Napoli. 1. Qual è la maggiore differenza tra gli Stati Uniti e l'Italia in ambito accademico?Tenendo a mente che anche il sistema americano ha i suoi difetti e i suoi problemi, le differenze sono queste: prima di tutto lì le università hanno maggiori fondi, il che dà più scelta agli studenti. In secondo luogo c'è maggiore enfasi su problemi concreti e apprendimento esperienziale: se non dai agli studenti dei compiti che li costringano ad applicare i concetti studiati in maniera tangibile nel mondo reale, avrai un problema in termini di valutazione. Infine, credo che dai noi ci sia un approccio più interdisciplinare, i dipartimenti e le università sembrano collaborare maggiormente sia sui curricula, che sulle opportunità per gli studenti. Magari è così anche qui, ma non ho avuto l'opportunità di accorgermene. D'altro canto, ho trovato gli studenti italiani molto motivati. Ad esempio, alcuni di essi hanno frequentato le mie lezioni solo per il gusto imparare e per una crescita personale, non essendo obbligati a partecipare. Tale livello di motivazione mi ha davvero impressionato positivamente. 2. Com'è stato il semestre alla "Parthenope"?Un'esperienza fantastica. I colleghi italiani hanno fatto un ottimo lavoro sotto tutti i punti di vista, trascorrendo molto tempo con me sia dal punto di vista professionale che sociale. Inoltre, ho avuto la fortuna di lavorare con e insegnare a dei dottorandi molto motivati e con un ottimo livello di inglese, il che ha portato a delle lezioni e a delle conversazioni interessanti e stimolanti.     3. Su cosa ha concentrato maggiormente i suoi sforzi: sulla didattica o sulla ricerca? Direi al 65% sulla didattica. Ho coperto tre aree di insegnamento con i dottorandi: diritto ed economia, "presentation design" più alcuni seminari speciali per i linguisti (Dottorato in "Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche") in cui mostravo come i "big data" e l'imprenditoria si intersecano con i loro campi di studio. Il restante 35% l'ho dedicato a esplorare le possibilità di scrivere articoli accademici con i membri del Dipartimento ospitante ; al momento sto lavorando sul mercato nero con alcuni professori di statistica, nonché con la professoressa di lingua e letteratura inglese per un progetto sul "presentation design", all'interno del sistema d'istruzione italiano.   4. Cosa porterà con sé di questa esperienza? Beh, in questo momento l'America sta "imparando" a vivere il momento, e in questo senso Napoli è molto più avanti. La seconda cosa sarà un cliché ma è vera: le relazioni. Ho incontrato ovunque delle brave persone, in gamba e con un grande cuore. Infine, una delle ragioni che mi hanno spinto a venire è il fatto che ho potuto portare la mia famiglia. Ho tre ragazze e volevo che sapessero che esiste un altro modo di vivere la vita, sotto alcuni aspetti migliore, sotto altri magari no; l'importante era che vedessero entrambi i lati e ti dico che in loro c'è stato un cambiamento e una crescita. Non tutte le famiglie americane hanno la possibilità di fare una simile esperienza e anche per questo è stato bello.   5. Ha subito shock culturali a Napoli? Guarda, benché io viva in California, che è molto più informale rispetto al resto del paese, mi ci è voluto un po' per abituarmi a talune mancanze di strutture e al non preoccuparsi troppo dell'organizzazione. Direi che sono state le uniche cose; la mia percezione dell'Italia prima di lasciare gli USA si è rivelata quasi del tutto giusta.    6. Cosa le mancherà dell'Italia? La Campania offre così tanto da vedere e tante attività; pure in California c'è molto da fare, ma non in questa densità! Napoli è una città di circa 3 milioni di abitanti che offre tantissimo: penso a Capri, al Teatro San Carlo, ma anche ad andare fuori a cena alle 22! Sono cose che nella cittadina universitaria in cui vivo non esistono. Tutto ciò mi mancherà tantissimo, e, ricollegandomi a quanto detto prima e alla capacità di vivere il presente, mi domando se la prossima volta che tornerò qui riuscirò a "migliorarmi" sotto questo aspetto o cercherò (ancora) di organizzate e pianificare tutto , perciò... restate sintonizzati!     Fai clic qui per la versione inglese.
“Baol”. Il classico Benni, ma ancor più fuori misura!
Luglio 26
Sebbene annoverabile tra i migliori scrittori italiani viventi, Benni ha una fama alquanto controversa. Pagine e pagine di romanzi hanno delineato con gli anni uno stile tipicamente “benniano” dell’autore bolognese: vivacemente ironico, ricco di doppi sensi, dottamente rimpinzato di citazioni e rimandi, affollato di neologismi, iperbolico, spiroidale, zigzagato, elicoidale, ma mai lineare e asciutto. Benni non si sottrae al bisogno di giocare con le parole, al piacere di inventare e di confondere chi si trova dall’altro lato della pagina. La sua scrittura è soggiogata ad una schiacciate ironia, che non sempre riesce ad entrare nelle grazie del lettore. Sebbene non manchi di inventiva, Benni resta sempre legato ai soliti ambienti e ai soliti personaggi: è un amante dei frequentatori di bar, delle donne spigliate e di facili costumi, dei perditempo e degli inventori di stramberie. “Baol” (Feltrinelli, 1990) è uno di quei libri di Benni in cui il suo particolarissimo linguaggio venato di disinibita ironia dà sfogo ad una storia fuori ogni limite dell’immaginabile. Melchiade Saporog’zie Bedrosian Baol è un mago Baol, assunto – in “una tranquilla notte di regime” – da Gratapax, un vecchio comico televisivo – che tutti credono morto e invece non lo è! –, per portare a termine una delicatissima missione. Tra un trio – ex quartetto – di nani comici, un barista con la faccia a losanghe, una ex pornostar ormai vecchia e imbotulinata e un assistente in un vestito argenteo, tipo kimono di domopak con fodera dalmatata di nome René la Mucca, Bedrosian Baol si ritrova invischiato in questa incredibile avventura di sovversione contro il Regime, pronto a rispolverare la propria arte magica e a scoprire finalmente il segreto della vita Baol. Un romanzo fuori dal comune e fuori misura, esagerato anche rispetto al classico Benni. Ai fan dello scrittore regala grandi risate e qualche momento di incertezza, ma per chi è alla prima lettura, sarebbe consigliabile partire da un altro romanzo. Magari con un classico come Bar Sport (leggi la recensione qui).
Emergenza "fuoco" in Campania
Luglio 25
In Campania non si era mai verificata un'emergenza “fuoco” estesa in così larga parte del  territorio. Certo, fa rabbia osservare dal proprio balcone la nube nera che si alza dal Vesuvio e fa ancora più rabbia il pensiero che non basterà una vita affinché si ricostituisca quell'ecosistema distrutto. Questa devastazione non riguarda purtroppo solo l'area vesuviana, ma si è estesa a macchia di leopardo per tutta la regione. Sono giorni che la puzza di bruciato accompagna le nostre giornate; non sono stati risparmiati neanche il Monte Somma e il Cratere degli Astroni (riserva naturale del WWF). A Torre del Greco le fiamme hanno lambito le abitazioni, immensi roghi sono stati registrati anche tra Caivano e Orta di Atella, tra Villa Literno e Nola, tra Afragola-Acerra e Giugliano e fuoco anche alle ecoballe del sito di stoccaggio di Taverna del Re. A Scampia non ci sono ecoballe, ma paradossalmente anche qui i rifiuti bruciati al campo Rom hanno creato nubi tossiche con gravi disagi per gli abitanti. Sembra che sia in atto una guerra dichiarata all'ambiente, non da eventi naturali, come avviene per terremoti o maremoti, ma dalla mano dell'uomo. Sono state fatte varie supposizioni sulle ragioni per cui si sta devastando il nostro territorio. Si è parlato di piromani, di pastori che vogliono nuovi pascoli, di stagionali che vogliono garantirsi un posto di lavoro, di camorra che vuole bruciare le discariche abusive o meglio ancora sfruttare questa situazione per il proprio tornaconto. De Luca, De Magistris e Saviano, per una volta, concordano sul fatto che dietro gli incendi c'è una strategia criminale studiata a tavolino per favorire una nuova emergenza. E sappiamo che quando c'è emergenza si muove la macchina dei soldi e per i soldi la criminalità è disposta a tutto!  Ma queste sono solo ipotesi. Adesso, mentre piangiamo quella che tanti napoletani in questi giorni hanno definito “terra mia”, non resta altro che affidarci alla magistratura affinché accerti le responsabilità e punisca chi ha commesso questo scempio.
"Riviera" - Intrighi in Costa Azzurra
Luglio 18
Avete presente quella magica e impagabile sensazione di libertà quando avete finito gli esami ai primi di luglio? Dopo mesi di fatica, giornate intere buttati sui libri, giornate in cui l'unico divertimento era portare il cane a spasso. Ora finalmente siete liberi e potete godervi quella sensazione. Almeno per un paio di giorni, perché poi dovrete iniziare a studiare per settembre, far visita ai parenti, andare nel panico perché non avete organizzato nulla per le vacanze, sgobbare in palestra nel vano tentativo di rendervi decenti per la spiaggia, ecc. Beh, in quelle poche ore di libertà che avete potete buttarvi sul divano/letto e guardare una belle serie TV!   Sì, ma quale? Ce ne sono troppe! Beh, intanto oggi io vi parlo di Riviera, poi pensateci.   La serie TV britannica prodotta da Sky si articola in 10 episodi, i primi due trasmessi in Italia l'11 del corrente mese. Di che parla? Nella splendida cornice della Costa Azzurra, una giovane e affascinante donna indaga sulla vita del marito tragicamente scomparso, scoprendo che lui le aveva nascosto molti segreti, finanziari e non, quasi sicuramente illegali.   Fin qui nulla di eclatante. Un po' come i primi due episodi, in realtà. Le scenografie sono fantastiche: la Costa Azzurra, il Principato di Monaco, spiagge e mari meravigliosi (che con 'sto caldo...). È stato simpatico vedere Iwan Rheon nel cast, che molti di voi conoscono come il "dolcissimo" Ramsay Bolton de Il Trono di Spade. Qui sembra una persona normale, almeno per il momento...   La serie è anche fatta bene e gioca sul processo di indagine e scoperta dei segreti del magnate Costantine (Anthony LaPaglia), morto per l'esplosione di uno yatch. Tuttavia non si rimane appassionati e senza parole. Probabilmente la bellezza algida della protagonista, Julia Stiles, e l'impronta francese lasciano un po' perplessi. (Dai, a chi stanno simpatici i francesi? A nessuno) A salvare la situazione intervengono, a mio modestissimo parere, i figli di Costantine (tra cui proprio Rheon), ognuno problematico a modo suo, e l'ex moglie Irina (Lena Olin), spregiudicata e potente.   Sinceramente, voglio vedere come va a finire. E magari col procedere degli episodi miglioria... per ora un 6 1/2 di fiducia ci sta tutto!
Intervista a Marco Accordi Rickards, fondatore del Vigamus, Museo del Videogioco di Roma - Parte II
Luglio 13
Continua la nostra lunga intervista con Marco Accordi Rickards. Qualora vi foste persi la prima parte, la trovate facendo clic qui!     Qual'è l tua opinione circa il ruolo dell' Italia nel variegato settore dello sviluppo?L' Italia è un paese da sempre noto per la genialità, la creatività e il valore dei suoi artisti e ciò si riflette nei videogiochi. Abbiamo dei grandi nomi che lavorano all'estero, ma il nostro problema è quello di una scarsa produzione interna dovuta anche alla poca consapevolezza da parte delle istituzioni. Tuttavia negli ultimi anni, l'associazione di categoria AESVI, che unisce gli editori, sviluppatori, publisher come Nintendo, Sony, Microsoft, Ubisoft e così via, si è mossa bene, aggregando gli sviluppatori, portandoli alle fiere internazionali e aiutandoli con una serie di interventi legislativi come la Tax Credit, perciò abbiamo un mercato fiorente. I dati del 2016 parlano di un'industria molto cresciuta, tornata sopra il miliardo di euro annuo di fatturato, e con un incremento del settore digitale a 2 cifre, è cresciuto anche il settore dello sviluppo, per non parlare dei tanti studi che sono nati e che realizzano prodotti d'eccellenza. Questo fa pensare che a breve avremo i primi grandi successi, fondamentali per innestare il circolo virtuoso di crescita di un'autentica importante industria della produzione del videogioco. Sono molto ottimista, perché abbiamo veramente tutti i talenti e ora che comincia a costruirsi il giusto substrato legislativo, economico e industriale, credo che l' Italia potrà competere ad alti livelli anche nel campo del gaming.   Vigamus porta avanti attività di rilevo come ospitare importantissimi personaggi, presentare nuovi titoli, organizzare convegni di respiro internazionale. Quali sono gli eventi in programma nel prossimo futuro?Lo slogan di Vigamus è "Passato, Presente e Futuro del Videogioco" perché crediamo che per un medium interattivo, moderno e in continua evoluzione, sia inutile rinchiudersi nel recinto di un museo tradizionale, che si limita a preservare la storia custodendo oggetti antichi nelle teche. Il videogioco sfugge a questa dimensione: ne raccontiamo la storia, ma guardiamo alla sua evoluzione, a quella del mercato e dell'industria, tentando di capire dove sta andando. Ciò ci permette di essere la casa di tutti i videogiocatori. Organizziamo eventi, portiamo i protagonisti – quelli che I videogiochi li fanno – e creiamo attività legate alla formazione: all' interno dell' offerta formativa abbiamo infatti ospiti internazionali di grande caratura. Abbiamo organizzato una conferenza – il Gamerome – con ospiti come Tim Willits, direttore di id Software, la casa di Quake, Doom e Rage, Marty O'Donnell uno dei più grandi compositori di musica dei videogiochi (due nomi su tutti Halo e Destiny), autori di culto come Dennis Dyack, indimenticato padre di Blood Omen: Legacy of Kain (Playstation) ed Eternal Darkness: Sanity's Requiem (Nintendo GameCube), Robert Krakoff fondatore di Razer, la più grande azienda di accessori per PC, videogiochi e non, Tomonobu Itagaki, importante artista giapponese (Dead or Alive e Ninja Gaiden). Continueremo a portare grandi nomi sia in ambito accademico, sia in eventi aperti al pubblico: il nostro filo diretto con l'industria internazionale e gli artisti rimane parte della nostra mission.     Continua...
“Figli di un Bronx minore”, la Napoli degli anni ’90 nei racconti di Lanzetta
Luglio 12
Nel 1993, Feltrinelli dava alla luce la prima edizione nell’ "Universale Economica" di Figli di un Bronx minore, uno dei primi testi a portare la firma dell’attore, drammaturgo, scrittore-e da non molto anche cantautore napoletano-Peppe Lanzetta. I ventisei racconti di Figli di un Bronx minore narrano Napoli e la sua provincia, al più si spostano verso nord raggiungendo il casertano, Mondragone, oppure scendono verso Maratea, Cosenza, Reggio Calabria, ma restano sempre intrisi di un napoletanità forte, radicata e aggressiva. Fin dagli esordi, Peppe Lanzetta definisce uno stile personale ricco di volgarità e violenza, appropriandosi di un linguaggio scurrile e da strada, con una variazione di toni che va dall’aggressivo al rassegnato, dall’arrabbiato al disperato. Attraverso questa scelta stilistica, la prosa di Lanzetta si adatta alle storture di certe misere realtà “da Bronx”, raccontando un’Italia – soprattutto quella del sud – che non ha nulla da invidiare ad uno dei quartieri più malfamati di New York. Dopo i primi racconti si entra, però, in una sorta di monotonia della violenza: trame sviluppate sempre allo stesso modo, finali tragici, cliché della povertà e del degrado. Ripetitivo fino a diventare banale è anche l’uso costante di neologismi creati dalla fusione di una o più parole allo scopo di dare maggior enfasi ad un concetto o semplicemente per considerare come un unicum un modo di dire: bruttostronzo, grandenapoliaffanculo, annonuovovitanuova, freddofreddo. Di Figlio di un Bronx minore vale la pena leggere alcuni racconti come La casa di Mondragone, L’immensità, Jimmy Cocaina, Edelweiss e La città impossibile, che regalano delle immagini forti e delle riflessioni molto intense, ma nel giudizio complessivo non si può di certo definire un capolavoro.
Giovani e periferie nell'intervista ad Alessandra Clemente
Luglio 03
La periferia napoletana è stata tra le grandi protagoniste di Giugno Giovani. A Scampia infatti si è svolta una cerimonia per intitolare la Villa Comunale alla memoria di Ciro Esposito, mentre a Marianella è in allestimento un murales che ritrarrà il volto di un simbolo della città, Enzo Avitabile.  Proprio nella Pro Loco "Soul Express" di Marianella abbiamo incontrato Alessandra Clemente, Assessore ai Giovani e alle Politiche Giovanili del Comune che ci ha concesso, mostrando una grande disponibilità, un'intervista sui programmi passati e futuri del suo assessorato. Sta per concludersi Giugno Giovani, può farci un bilancio di questa manifestazione che ha coinvolto anche le periferie? Quest'anno, più degli altri anni, le periferie sono state protagoniste. Questo era uno degli obiettivi che avevamo provato a darci poiché dobbiamo avere più cura e più attenzione per questi luoghi dove c'è tanta voglia di fare e sopratutto tanta bellezza. Siamo quasi abituati, assuefatti al racconto unico che in periferia le cose non vanno bene e che c'è il degrado, invece c'è la bellezza delle persone che può riscattare il degrado ed è proprio per questo che le istituzioni possono e devono essere più vicine. Per i giovani ci sono altri progetti a breve termine per il futuro, senza dover aspettare il prossimo giugno? L'assessorato ai giovani vuole essere molto concreto e pratico; non un assessorato che studia le condizioni sociologiche dei giovani, ma cose concrete. In questo momento vi invito a guardare con attenzione il lavoro che stiamo facendo, noi abbiamo mappato i terreni agricoli incolti. Napoli è una città europea, urbana, che ha delle coltivazioni agricole, dirette e anche legate al vino che possono diventare dei terreni di esperienze di lavoro nell'agroalimentare per i giovani. Il secondo progetto in cantiere è la fruizione di tutto il patrimonio artistico e monumentale della città. Abbiamo a Napoli tantissime chiese chiuse o aperte solo per la messa di mezzogiorno e per quella del vespro. Invece le chiese, oltre ad essere luogo di culto, sono anche un luogo di valorizzazione culturale, dove i ragazzi che vengono da studi umanistici e sociali possono diventare dei veri e propri manager culturali. Qui, a Marianella, c'è un ottimo esempio di ciò che sto dicendo: la casa museale di Sant'Alfonso Maria de' Liguori, custodita come un tesoro, è nota a tanti turisti, ma non a tanti napoletani. Un terzo punto è legato alle aree verdi della città, luoghi che possono diventare opportunità di lavoro, luoghi dove poter svolgere attività di organizzazione di feste di compleanno per i propri bambini, in alternativa a discoteche e paninoteche.  Ma pensiamo anche a mercatini di artigianato o a cineforum, in un luogo del comune riattivato, per permettere ai ragazzi di mettersi in gioco. Magari all'inizio sarà dura, perché devono autofinanziarsi, ma poi quel cineforum può diventare un'esperienza economica favorevole. Nelle periferie non si sente la presenza delle istituzioni e dello Stato, come intende la giunta De Magistris valorizzare questi luoghi? Noi abbiamo il dovere di vivere in questi territori. La città di Napoli è una. Questo deve essere un principio, non può esistere un consigliere o un assessore che si interessa solo di una zona di Napoli. Per il tema delle periferie noi abbiamo bisogno di investimenti economico-strutturali, non basta la semplice iniziativa culturale; c'è bisogno di un lavoro di riqualificazione. È importante che vi sia una programmazione con le autorità competenti,  la Regione e i Ministeri, più forte per le periferie. Ogni intervento ha dei costi, quindi la strategia della giunta per le periferie è la programmazione di interventi strutturali per queste aree. Nel suo discorso di insediamento ha detto esplicitamente che voleva ascoltare i giovani, capire le loro inquietudini e i loro bisogni. Ma aldilà dell'ascolto, di concreto cosa è stato fatto? Lavoro ogni giorno dalle 8 del mattino fino a mezzanotte. C'è una pagina Facebook (Assessorato ai Giovani, Creatività, Innovazione - Comune di Napoli) e una e-mail dove tutti possono domandare e avere una risposta. Spesso tanti ragazzi bussano alla porta e nessuno apre, nessuno dice nemmeno: «chi è?». L'assessorato invece vuole essere un punto di riferimento e penso che ne sia una prova il fatto che io sia qui. È stata mandata una e-mail, si è risposto ad un bando e ci si è incontrati. Allo stesso tempo ci sono quelle tre iniziative di cui ho parlato prima: lavorare sui luoghi abbandonati o non valorizzati della città per farli diventare una possibilità di concreta occupazione per i ragazzi. Allo stesso tempo la Regione è impegnata ad aggredire tutti i fondi europei disponibili, infatti tante volte si è denunciato il fatto che il Sud non impieghi in modo adeguato i fondi strutturali europei. Questa è una storia che noi abbiamo cambiato. Negli ultimi 3 anni io ho un bilancio di fondi della Comunità Europea, aggredita attraverso progetti del Comune di Napoli, per due milioni e mezzo di euro. Che cosa ne abbiamo fatto? Un centro giovanile a Pianura ed uno a Rione Traiano, adesso ne inagureremo un altro nei Ventaglieri, nel quartiere di Montesanto. Il nostro piano di sviluppo è quello di ritornare alle circoscrizioni della città di Napoli e immaginare che in ogni quartiere possa nascere un presidio pubblico per i giovani, che possa dare attrattive ed opportunità. A Soccavo per esempio c'è il primo spazio di lavoro, dove i giovani professionisti possono fittare a prezzi sociali degli spazi per avviare le loro attività. A Pianura c'è uno studio di registrazione gratuito per giovani, dai 16 ai 25 anni, che coltivano un progetto lavorativo musicale. Pensa che tragedie come quella di Gelsomina Verde o quella di sua mamma possano aver innescato in questa città un processo di cambiamento culturale? Sì, danno una scossa alla cittadinanza solo se si sta insieme, se si resta da soli siamo portati a dire: «Andiamo avanti, tutto scorre», invece non può scorrere tutto nell'indifferenza, insieme possiamo romperla. La prima volta che sono venuta a Marianella ho provato molta rabbia, frequentavo l'università, non ero ancora assessore ed avevano appena ucciso Lino Romano. Mi incazzai con la mia città, mi dicevo: “Alessandra tu hai 24 anni, sei una studentessa, sei una ragazza attiva, ma niente mai ti aveva portata in questo quartiere; solo il sangue di questo ragazzo ti ha portata qui”. Oggi il nostro lavoro ha permesso che nella città vi siano centri giovanili che permettono ai  ragazzi di diversi quartieri di frequentarsi. Oggi ho finalmente potuto vedere la memoria storica di questo quartiere e questo è un grande motivo di riscatto, perché non ci possiamo definirci una città normale, civile e cristiana se pensiamo a Gelsomina Verde, a Silvia Ruotolo, ad Antonio Landieri, vittime innocenti di camorra, o a quando, come dicono i più: «Tanto si ammazzano tra di loro». Lo Stato deve fare lo Stato: deve disarmare i pezzi di città armata; la cittadinanza deve fare la cittadinanza: deve essere attiva e partecipe; le istituzioni devono fare le istituzioni: non devono rubare, devono fare in modo che il denaro pubblico possa cambiare il volto dei quartieri. Solo in questo modo si può togliere ossigeno alla criminalità organizzata, soprattutto quando questa nasce dalla povertà, dalla disperazione, e dall'assenza di cultura; tante persone possono essere povere, ma oneste e loro sì che sono ricche, non farebbero mai male a nessuno perché hanno cultura e valori. Le storie che ci indignano ci fanno recuperare i nostri valori, perché una città senza valori è una città morta, una politica senza valori è una politica morta. In tutto questo nostro discorso che ruolo diamo alla cultura? Penso di averti già risposto. Ho scoperto che le pallottole possono togliere la vita, ma c'è qualcosa più forte delle pallottole: l'amore e la cultura.
Civiltà perduta: ossessioni esotiche di un film che non convince
Giugno 30
All’inizio del '900 un avventuriero inglese scopre dei reperti di terracotta sparpagliati nella giungla della foresta amazzonica. Convinto che si tratti della prova dell’esistenza di una civiltà perduta esorterà la “Royal Geographical Society of London” a finanziargli altre spedizioni. La ricerca della cosiddetta “Città Z” diventerà presto un'ossessione per lui e la sua squadra. Sono queste le premesse di Civiltà perduta, una pellicola di James Gray che riprende lo scritto di David Grann The Lost city of Z: A tale of deadly obsession in Amazon, in cui si narrano le avventure esotiche del ricercatore Percival Fawcett, scomparso insieme al figlio durante una spedizione in Amazzonia nel 1925. Nonostante una fotografia mozzafiato, la protagonista del film non è tanto la natura in quanto tale, quanto l’alta borghesia inglese d’inizio novecento che, radicata nei valori illuministi, vuole spingere sempre più in là  la propria conoscenza intrisa di quel senso di superiorità che caratterizza in generale gli occidentali e in particolare i paesi colonialisti. Assieme alle provviste è questo il “background culturale” che il gruppo di spedizione si porta dietro. Il film si basa perciò sulla dicotomia  fra natura e cultura, intente a contaminarsi e sopraffarsi a vicenda. La colonna sonora accompagna questo concetto, alternando musica classica - durante le scene nella foresta - a ritmi tribali che si sentono quando la scena riprende in Inghilterra.  L’altro grande contrasto su cui il film verte è quello fra razionalità e ossessione che si mischiano nella testa del protagonista interpretato da Charlie Hunnam (Sons of Anarchy) che all’ultima Berlinale si è detto entusiasta di aver partecipato ad un progetto del genere: “Siamo partiti per Colombia,Venezuela e Sumatra. Abbiamo dormito notti e notti nella giungla circondati da scorpioni e serpenti. Un giorno mi sono accorto di avere un ragno velenoso che camminava sulla mia schiena”.  Nella medesima occasione anche  Robert Pattinson ha espresso entusiasmo affermando che girare questo film è stata “l’esperienza più avventurosa della mia vita”.  A parer di chi scrive, l’ex vampiro di Twilight ha prodotto la migliore interpretazione del film. Nei panni di un ispidissimo e occhialuto assistente del capo spedizione, l’attore si dimostra ancora una volta credibile in qualsiasi parte accetti di recitare. Alla première mondiale del film tenutasi lo scorso ottobre a New York,  Bel Ami si è però sfogato per la scomodità di dover far crescere una barba lunghissima per esigenze di set: “Sono stato felicissimo di tagliarla”. Nonostante la serie di tematiche di cui sopra, una grande fotografia e un buonissimo finale, il film non convince del tutto. Ci sono alcuni errori di sceneggiatura, le scene sulla prima guerra mondiale sono del tutto fuori contesto e la figura di Sienna Miller, nei panni di una Penelope moderna in attesa del marito, è un po’ riduttiva. Infine Charlie Hunnam  non brilla, non deve essere stato un caso se è stato scritturato come terza scelta dopo i “no” di  Benedict Cumberbatch e Brad Pitt, che però ha partecipato come produttore. 
Il Professor Chris Carr, Fulbright Distinguished Chair in Business, alla "Parthenope"
Giugno 27
Nel corso dell'ultimo semestre l'Università degli Studi di Napoli "Parthenope" ha ospitato presso il Dipartimento di Studi Aziendali e Quantitativi il Professor Chris Carr, in qualità di "Fulbright Distinguished Chair in Business" per l'anno accademico 2016-2017. Tale titolo è la più alta onorificenza concessa dall'organizzazione americana Fulbright, e la "Parthenope" è una delle due università italiane selezionate per ospitare un Distinguished Chair nell'anno accademico in corso.   Il Prof. Carr ha conseguito la laurea in legge all'Università del Nebraska, la specialistica in Scienze Politiche all'UCLA e la laurea in giurisprudenza cum laude presso la Santa Clara University, nel cuore della Silicon Valley. È professore ordinario di Business Law and Public Policy alla Business School della California Polytechnic State University ("Cal Poly") a San Luis Obispo, ove presta servizio dal 1998. Dal 2004 al 2009 è stato inoltre Associate Dean (vice Preside) presso il College of Business dell'ateneo californiano e insegna come Visiting Professor presso la prestigiosa Guanghau School of Management della Peking University di Pechino.   Nel corso del suo soggiorno alla "Parthenope" il Prof. Carr ha tenuto dei seminari dottorali legati alle sue competenze in diritto ed economia, diritto e strategia, "public speaking" e "presentation design". Ha inoltre collaborato alla ricerca dipartimentale nell'ambito dei mercati neri.   Il Prof. Quintano, Rettore Emerito della "Parthenope", ha caldeggiato la candidatura del Prof. Carr «prima di tutto perché si tratta di uno studioso e ricercatore di grandissima levatura; in secondo luogo perché il suo bagaglio di conoscenze e di competenze ne fanno il candidato ideale a collaborare con il nostro Ateneo in ambiti di ricerca che toccano diritto, studi aziendali e quantitativi; infine, poiché è un eccellente professore e un accademico a tutto tondo, dai cui insegnamenti i nostri studenti potranno trarre enormi benefici.»     Dal canto suo, il prof. Carr, ha dichiarato di sentirsi «onorato di essere alla "Parthenope". I dottorandi con cui lavoro sono fantastici, ma sono molto grato anche al Prof. Claudio Quintano, al Prof. Giovanni De Luca, al Prof. Paolo Mazzocchi, al Prof. Francesco Busato e alla Prof.ssa Raffaella Antinucci, nonché a tutto il personale per i loro sforzi nell'accogliermi e nel collegare il prestigioso programma Fulbright alle attività dell'ateneo.»
Punto e a capo. Dal carcere al reinserimento in società.
Giugno 26
È difficile per chiunque ricominciare da zero, ma se si vuole, si può rinascere. Ed è proprio partendo da questo presupposto che vi raccontiamo la testimonianza di due persone che hanno sbagliato e, dopo aver pagato il loro debito con la giustizia, sono prossime al rientro in società. Il più giovane, di cui non possiamo svelare il nome, lo abbiamo incontrato al Viale della Resistenza (Scampia), presso la cooperativa sociale “L'uomo e il Legno”, dove sta seguendo un percorso di riabilitazione sociale.  Per quale ragione sei stato arrestato? Spaccio di droga. È successo dieci anni fa, ero ancora minore. Poi è arrivato il “provvedimento definitivo” e sto scontando un residuo di pena presso "L'Uomo e il Legno". Com' è stata la vita in carcere? Non so come esprimermi....posso solo dire che per resistere devi essere tuost'. Adesso di cosa ti occupi in questo centro? Mi occupo di un po' di tutto, per esempio se c'è bisogno do una mano in falegnameria, insomma faccio lavori socialmente utili, ovviamente non guadagno niente; ma sono consapevole di aver sbagliato e ho piacere a fare qualcosa per la società. Alla base di queste tue considerazioni, valeva la pena spacciare? Adesso che sono cresciuto, posso dirti che non ne valeva la pena, ma a 15 anni sei immaturo e certe cose non le capisci. Incolpi la società per quello che hai fatto o pensi che sia tutto “merito tuo”? È stato sicuramente “merito mio”, ma c'è da dire che lo Stato non aiuta chi, dopo la terza media, vuole fare un apprendistato per imparare un mestiere. Quando finisce la scuola dell'obbligo, te l' a chiagnere tu! La disoccupazione ha influito sulle tue scelte sbagliate? Non ho capito se abbia influito, l'unica cosa che ho capito è che devo cavarmela da solo, senza più delinquere. Sarà difficile perché non posso cercare lavoro presso un privato, visti i miei precedenti penali, potrò fare mercati o lavori autonomi. La famiglia ti ha aiutato?  Sì e mi sta ancora aiutando perché non sto lavorando, cosa che facevo prima che scattasse la sentenza definitiva. Riuscivo a guadagnare qualcosa. Hai girato pagina consapevolmente? Sì, ho chiuso definitivamente. L'ambiente in cui ora trascorri le tue giornate ti è di supporto? Sì, qui capisco tante cose perché passano tante persone bisognose a cui, nel mio piccolo, cerco di dare una mano.   Presso il centro “Alberto Hurtado”, gestito dai Gesuiti, abbiamo poi incontrato Salvatore, un uomo che non vuole guardare al passato, ma è deciso ad intraprendere una nuova strada. Ciao Salvatore, raccontami quello che ti è accaduto. Io sono stato in carcere tanti anni per motivi di spaccio ed una volta in semilibertà, disperato, mi sono rivolto a Padre Sergio del centro Hurtado per essere preso in affido. Padre Sergio ha avuto fiducia in me e mi ha permesso di svolgere nel centro lavori socialmente utili. Perché spacciavi? Non ho mai fatto reati contro il patrimonio, certo non sono stato mai un santo ed il quartiere mi offriva quell'unica opportunità di guadagno. Non pensavi che vendendo droga facevi del male a tanti ragazzi? Sì, lo pensavo, ma la vita non mi offriva alternative. Avevo perso il lavoro e non riuscivo più a mantenere la famiglia; c'erano le bollette da pagare,l'affitto di casa, la spesa giornaliera, le medicine… Come scorre la vita nel centro, di cosa ti occupi? Qui c'è aria pulita, aria di onestà che ti contagia. Da due anni respiro aria nuova, in un luogo dove ci sono persone che mi aiutano in tutti sensi. Qui ci sono la biblioteca, la sartoria, la “musica libera” e il doposcuola per ragazzi, così io cerco, laddove posso, di rendermi utile. Faccio un po' di tutto: manutenzione quando ce n'è bisogno, “servizio taxi” all'occorrenza. Logicamente non sono pagato, ma la provvidenza divina fa sì che padre Sergio si ricordi sempre di me, anche se il centro certo non naviga nell'oro. Ma la cosa più importante per me è tenermi occupato, fa sì che io non pensi a quello che ho fatto e frequentare brava gente mi sprona a non cadere più in errore. Ti va di raccontarci della tua esperienza carceraria? La prima cosa che voglio dire è che in carcere si soffre e le persone che non hanno una famiglia alle spalle soffrono ancora di più. Io sono stato “ospite dello Stato” in diverse città per scontare una pena detentiva di 10 anni. In tutto quel tempo mia moglie ha lavorato per mantenere me e mio figlio, perché in quel luogo bisogna comprare anche la carta igienica. Così, quando mi è stato permesso, ho lavorato, sgravando un po' mia moglie, ma purtroppo non è stato sempre possibile farlo. Come ha reagito la tua famiglia quando sei stato arrestato? Malissimo, perché i miei familiari hanno sempre vissuto onestamente.  Abbiamo capito che sei deciso a rinascere. Qual è l'elemento principale che ti dà la forza di farlo? Mia moglie e mio figlio. Purtroppo attualmente mia moglie non sta lavorando e i padri gesuiti e i volontari del centro stanno cercando in tutti i modi di ricollocarla al lavoro. La mia speranza più grande è di riscattarmi agli occhi di mio figlio e anche per questo mi affido alla provvidenza.  È un ragazzo di 17 anni che frequenta il centro e che partecipa con entusiasmo ai corsi di musica. Tutti gli vogliono bene e quando sento dire “o' figlio e Totore è nu bravo guaglione” io sono felice e mi sento realizzato.
La punta dell'iceberg
Giugno 23
Iceberg è una splendida femmina di dogo argentino, fedele compagna di Giuseppe Perna, un ragazzo originario di Avellino che vive e lavora a Copenhagen. Pochi giorni fa la cagnolona ha avuto un "battibecco" con un suo simile, una situazione in cui chiunque abbia mai avuto un cane si è imbattuto almeno una volta nella vita.   Normale routine, quindi?   Niente affatto, perché in seguito ad un incauto tentativo di dividere i cani, un passante ha riportato una piccola escoriazione. Tralasciando qualsiasi considerazione sul maldestro tentativo, le conseguenze per Iceberg possono essere molto gravi: dal momento che quella del dogo è una razza vietata in Danimarca; il risultato è che Giuseppe si è visto sequestrare l'animale, che ora rischia l'eutanasia.   Ma come mai le autorità danesi non hanno bloccato il cane all'aeroporto? Hanno commesso forse un errore?   Sicuramente sì.   E magari anche il nostro connazionale è stato un po' "leggerino"?     Altroché. Ma, al di là del puntare l'indice o palleggiarsi le responsabilità, ciò che preme davvero è che la vita di Iceberg venga risparmiata, e molti in tal senso si sono già mobilitati: politici di tutti gli schieramenti, artisti, sportivi, ma anche semplici cittadini che hanno partecipato a numerose iniziative.   Dalla sua pagina Facebook, ENPA suggerisce di lasciare un commento sulla bacheca dell'ambasciata danese (https://www.facebook.com/AmbRoma/) o di inviare questo messaggio (con oggetto: Save Iceberg):   Please spare Iceberg's life and allow Enpa – the Italian association for the protection of animals - to bring her back to Italy / Per favore salvate la vita del cane Iceberg e date ad Enpa – Ente Nazionale Protezione Animali - la possibilità di portarla in Italia.firma   ai seguenti indirizzi email:   romamb@um.dk, mfvm@mfvm.dk, ministeren@mfvm.dk, mthor@mfvm.dk, malek@mfvm.dk, jolyk@mfvm.dk, enpa@enpa.org   Anche change.org si è mosso (https://www.change.org/p/saveiceberg), e lo stesso fa MYGENERATIONWEB che invita di vero cuore i suoi lettori ad unirsi alla battaglia per Iceberg.   Una volta tanto questa rubrica, Il Lato Oscuro di Internet, si trasfigura in quello luminoso, sperando non solo che la sfortunata cucciolona possa fare ritorno in Italia sana e salva, ma anche e soprattutto che questa storia, che non è che la punta di un enorme iceberg (questa volta con la "i" minuscola) contribuisca ad aprire sempre più occhi sulle sofferenze degli animali.
"Scambiamoci un libro", il Bookmob a Napoli
Giugno 22
“Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso.” Bellissima e vera, soprattutto per gli amanti della lettura, la famosa citazione dello scrittore francese Daniel Pennac. Ma un libro regalato, per quanto non scelto, non è che sia da buttare, anzi! E quale occasione migliore di ricevere un libro in regalo se non partecipare al Bookmob, “Scambiamoci un libro”, organizzato dall’Associazione Librincircolo, che si terrà il prossimo 27 Giugno a Piazza Dante, nel cuore di Napoli, alle 19:00 in punto. Si tratterà di un evento flash, della durata di soli due minuti, che consisterà in uno scambio di libri, opportunamente incartati, per avere l’impressione reale di ricevere un regalo e godere appieno del conseguente effetto sorpresa. Ogni anno, gli organizzatori stabiliscono un tema a cui ispirarsi per preparare la confezione regalo; quest’anno il tema è Napoli, per cui via libera alla creatività dal sapore partenopeo! Come si svolgerà il flash mob letterario? Semplice. I partecipanti, ciascuno col suo pacchetto tra le mani, formeranno un grande cerchio e ognuno, in senso orario, passerà il proprio libro alla persona posta alla sua sinistra, prendendo a sua volta il libro dalla persona posta alla propria destra, mentre tutti insieme si conterà fino a 20. E se c’è qualcuno che rimane senza? Nessun problema, si sposterà all’interno del cerchio e aspetterà pazientemente di riceverne uno; allo stesso modo, chi per sbaglio, dovesse ricevere due libri, è pregato di non fare il furbo e di cederne uno. Al centro del cerchio saranno posti anche i libri in surplus-sperando nella generosità dei partecipanti-che si aggiudicheranno i più veloci dopo un mini conto alla rovescia, solo quando il conto fino a 20 sarà terminato. Insomma, che siate colti da un improvviso slancio di altruismo e vogliate far dono a un’altra persona di un libro a voi caro o vogliate sbarazzarvi di un libro che detestate e che si sta impolverando nella vostra libreria, questo evento è sicuramente ciò che fa per voi. Un simpatico evento di condivisione e aggregazione che vede la collaborazione di, tra gli altri, Homo Scrivens Edizioni, Intra Moenia Caffè Letterario, Ubik Napoli e Centro Studi Giordano. Per ulteriori info vi invitiamo a consultare il sito web di Librincircolo (http://www.librincircolo.it/) e la pagina facebook dell’evento  (https://www.facebook.com/events/1874548569463960/?ref=br_rs&__fns&hash=Ac0wXDYAebJF9zDr). Vi ricordiamo, infine, che il Bookmob anticipa la manifestazione “Ricomincio dai libri”, fiera del libro giunta quest’anno alla IV edizione, la prima che si svolgerà a Napoli, dopo le precedenti tre di San Giorgio a Cremano. L’appuntamento è per il 29 Settembre (e fino al 1 Ottobre) all’Ex Ospedale della Pace in Via dei Tribunali 227. Stay tuned! 
Si avvicina il debutto di "Castlevania" su Netflix!
Giugno 21
Alzi la mano chi ama Castlevania.   Bene.   Chiunque sia nato negli Anni '80 e non ha alzato la mano, o è un bugiardo o non ha avuto la fortuna di conoscere una delle saghe più belle (e longeve!) dell'universo videoludico. Personalmente non dimenticherò mai la bellezza di Simon's Quest, il secondo episodio, per NES, con la sua non linearità, la sua oscurità e l'incredibile difficoltà.   Col tempo la famiglia Belmont, e la pletora di personaggi che attorno ad essa ruotavano, ha preso parte a differenti avventure, alcune indimenticabili, altre davvero censurabili. Con buona pace di Symphony of the Night (secondo molti inferiore solo a Rondo of Blood), il passaggio dai 16 ai 32-bit non ha portato grandi risultati, tuttavia la saga ha continuato ad esercitare il suo fascino, anche e soprattutto in virtù delle sue possibilità narrative virtualmente illimitate.   Ed è qui che entra in gioco l'intertestualità, anzi la contaminazione tra media differenti: dopo i fumetti e i tentativi di trasposizione cinematografica, il 7 luglio la serie animata sbarcherà su Netflix. Se da un lato non vedo l'ora di godermi la lotta tra Dracula e i Belmont, dall'altro, la paura che si tratti di un buco nell'acqua o di un prodotto non all'altezza del nome che porta, sicuramente c'è.         Il teaser sembra deporre bene, facendo sperare in un prodotto "adulto", tuttavia il pericolo può essere anche quello opposto, vale a dire nudità ed ettolitri di plasma del tutto superflui. È ovvio che con Dracula per lo mezzo, tali ingredienti sono quasi di default, ma la virtù (o il vizio, in questo caso) sta sempre nel mezzo, quindi sì al sangue e ai centimetri di epidermide, ma solo se funzionali alla trama.   Eppure, poiché mancano ancora diversi giorni preferiamo attendere in silenzio, e non abbaiare alla luna, d'altronde, qui si parla di vampiri, non di licantropi.   Anche se sarebbe proprio bello un crossover in cui i Belmont fanno a pezzi quelli di Twilight...
Nuove proposte AUGH! 2017: “Love Kaputt” di Antonio Giugliano
Giugno 21
Tra le nuove proposte AUGH!, il libro di Antonio Giugliano, Love Kaputt, è una storia di violenza che si somma ad altra violenza, in un paesaggio - quello tra Napoli e Caserta - deturpato dall’abbandono, dalle piaghe ambientali e dalla delinquenza. L’ennesima storia campana, vera, che fa da sfondo ad una vicenda di pura invenzione: quella di Marullo, businessman e misantropo napoletano imbattutosi, per volere del caso, in un amore destinato a cambiargli la vita. Per Marullo ed Elena, la scintilla scatta sul vagone di un treno diretto a Napoli, tra una folla di compagni di viaggio chiacchieroni ed un fugace scambio di numeri di telefono prima di salutarsi. Travolti dalla passione, i due decidono subito di sposarsi e di iniziare la loro vita coniugale senza neanche conoscersi a fondo. Dopo alcuni anni dal matrimonio, la storia tra Marullo ed Elena inizia a complicarsi: lei non è la stessa donna del treno, ossessionata da strane manie e dedita a sparizioni improvvise. Ed è al termine di una di queste inspiegabili sparizioni, che il corpo di Elena viene ritrovato senza vita, appeso ai fili elettrici, in uno dei locali dell’ospedale in cui lavora. In fuga dal ricordo delle vita spezzata di sua moglie, Marullo si crea spazi d’evasione lanciandosi in una ricerca ossessiva di sesso - a pagamento o trovato su chat di incontri - e di sbornie infelici in squallidi bar su strade provinciali. Il passato, però, torna continuamente a tormentare il solitario Marullo, costringendolo ad intraprendere una dolorosa indagine nella vita segreta di Elena, per scoprire le ragioni del suo presunto suicidio. Un romanzo con una trama dal grande potenziale, ma che tende spesso a svuotarsi e banalizzarsi. Le descrizioni delle periferie e delle desolanti vite di provincia regalano momenti di piacevole suggestione, ma i personaggi mancano di complessità psicologica e i dialoghi – che sfruttano un dialetto napoletano stridente con il resto della narrazione – non sono curati abbastanza. Non una cattiva lettura e sicuramente poco impegnativa. Riprende alcune caratteristiche del thriller psicologico e può rivelarsi piacevole per gli amanti del genere.
A me me piace 'o Rock!
Giugno 20
Negli anni '50 del secolo scorso, lo tzunami musicale che investì un'intera generazione fu il Rock, una musica così travolgente che fece da porta bandiera a quei giovani che non volevano rassegnarsi alle convenzioni e alle ipocrisie imposte dalla società dell'epoca. Certamente il sound dagli anni '50 in poi si è trasformato, si è evoluto, é stato contaminato da altri generi musicali, ma la voglia di comunicare il proprio stato d'animo è rimasta sempre presente. Il Rock è uno stile di vita, è uno stato d'animo, è voglia di farsi sentire, è il battito di chi vuole dare voce alla sua anima, manifestando inquietudine, rabbia o tormento. I giovani di oggi hanno tanti motivi per essere Rock, e lo sono ancora di più quelli che lo suonano. Tra i tanti vogliamo presentare una band emergente, nuovo fiore all'occhiello della Volcano Records, prendendola a simbolo tra tutti quei giovani che amano esibirsi dal vivo e che in piccoli locali underground si consumano le dita sulle corde di una chitarra che diventa il riflesso della loro anima. I WaterCrisis sono quattro ragazzi di Afragola, Caterina Salzano, Francesco Coppeta, Antonio Castaldo e Bob Godas che abbiamo ascoltato con interesse su Spotify. Ci ha stupito il loro sound graffiante, incalzante e in grado di trasmettere un disagio, esorcizzato attraverso la tanta grinta nel cantare e nel suonare; in questo modo provano a descrivere le sensazioni di colui che ha scritto il brano cercando di farle arrivare a chi li ascolta; insomma buttano in faccia i loro stati d'animo. Dal vivo spesso improvvisano, proponendo talvolta brani acustici, tuttavia la loro musica risente sempre delle influenze musicali dei Kyuss, degli Uncle Acid & the Deadbeats, dei Black Sabbath. La loro è una musica che spacca: vi invitiamo ad ascoltarli.
Intervista a Marco Accordi Rickards, fondatore del Vigamus, Museo del Videogioco di Roma - Parte I
Giugno 20
Marco Accordi Rickards, giornalista del settore videoludico e fondatore del Vigamus, museo permanente del videogioco, qual'è stato il tuo percorso? È una bella storia, iniziata nel modo più strano. Sin da bambino ho infatti amato i videogiochi, e una volta studente di giurisprudenza mi sono trovato ri-catapultato in questo ambiente. Durante il praticantato facevo dei lavoretto per una piccola casa editrice romana traducendo articoli inglesi di videogiochi e fumetti: questa prova andò così bene che ricevetti una telefonata in cui mi si proponeva un posto da redattore fulltime per due riviste di prossima uscita legate alla Playstation 2, e ai Pokémon. Mi buttai così nel mondo del giornalismo, così diverso dal mio, in uno di quei momenti alla Sliding Doors: ho letteralmente lasciato tutto e dopo pochi giorni ero in redazione a scrivere sulle stesse riviste di videogiochi che avevo letto per tutta la vita. Sono passati 17 anni e non mi sono mai pentito di questa scelta. Oggi continuo a fare il giornalista, dirigo GamesVillage.it e riviste come Retrogame Magazine e PSM, e, col passare del tempo, ho iniziato a interessarmi al lato culturale del videogioco. Insegno infatti in due università: la Link Campus University e l'Università Tor Vergata; poi, nel 2012 è nato Vigamus di cui sono fondatore e direttore.   Come nasce l'intuizione di creare un museo del videogioco? Non credo sia stata un'intuizione. Il museo mancava, e va benché ci avessero pensato in molti, la difficoltà era quello di realizzarlo. L' idea è nata nel 2008, ma abbiamo aperto ad ottobre 2012, dopo 4 anni a risolvere problemi economici, burocratici, culturali, di percorso, di collezione, di organizzazione, di know-how. Francamente, chi è che sa come si crea da zero un museo? Io l'ho imparato giorno per giorno assieme ai miei collaboratori, e, con grandi lotte e sacrifici, l'abbiamo reso un museo riconosciuto, ufficiale, unico nel suo genere in Italia e secondo in Europa dopo Berlino. Siamo entrati nell'ICOM ( International Council of Museums) e assieme ad altri due promotori abbiamo costituito EFGAMP, la federazione europea che intende preservare la storia del videogioco come bene artistico,culturale e digitale. Ci battiamo per la sua valorizzazione e la sua specificità umanistica, al di là dell'evoluzione come piattaforma informatica. Questo perché a noi interessa l'autore che inventa e crea piuttosto che la base informatica.   Come nasce Vigamus Academy ovvero l'Università del Videogioco? Quali sono gli obiettivi del suo percorso formativo? Vigamus Academy è il nostro progetto più ambizioso: fare alta formazione nel campo dei videogiochi. Ho insegnato in diverse università , allo IULM a Milano, allo IED e all' Accademia di Belle Arti a Roma, e ancora adesso insegno alla facoltà di lettere di Tor Vergata. Da queste esperienze ho maturato la voglia di creare un percorso più organico sul videogioco con valore di laurea, cosa che, del resto, all'estero già c'è. Una volta trovato il partner giusto, Link Campus University, abbiamo strutturato un programma di laurea triennale che sta per diventare magistrale, per formare ragazzi e dotarli di un titolo a tutti gli effetti e di un curriculum declinato sui videogiochi. Una parte di corso esplora tutti i terreni tipici di business, marketing e comunicazione mentre l'altra è più legata allo sviluppo, al design, all'utilizzo di strumenti come Unity e Real Engine per il game development e l'art direction, senza dimenticare aspetti come la localizzazione. In autunno avremo i primi laureati, alcuni dei quali hanno già trovato lavori importanti: uno studente è stato infatti assunto da CD Projekt Red, gli autori di The Witcher, forse il gioco di ruolo più bello mai realizzato.     Continua...

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