La punta dell'iceberg

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"Scambiamoci un libro", il Bookmob a Napoli

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A me me piace 'o Rock!

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Intervista a Marco Accordi Rickards, fondatore del Vigamus, Museo del Videogioco di Roma - Parte I

Marco Accordi Rickards, giornalista del settore videoludico e fondatore del Vigamus, museo permanent...

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La punta dell'iceberg
Giugno 23
Iceberg è una splendida femmina di dogo argentino, fedele compagna di Giuseppe Perna, un ragazzo originario di Avellino che vive e lavora a Copenhagen. Pochi giorni fa la cagnolona ha avuto un "battibecco" con un suo simile, una situazione in cui chiunque abbia mai avuto un cane si è imbattuto almeno una volta nella vita.   Normale routine, quindi?   Niente affatto, perché in seguito ad un incauto tentativo di dividere i cani, un passante ha riportato una piccola escoriazione. Tralasciando qualsiasi considerazione sul maldestro tentativo, le conseguenze per Iceberg possono essere molto gravi: dal momento che quella del dogo è una razza vietata in Danimarca; il risultato è che Giuseppe si è visto sequestrare l'animale, che ora rischia l'eutanasia.   Ma come mai le autorità danesi non hanno bloccato il cane all'aeroporto? Hanno commesso forse un errore?   Sicuramente sì.   E magari anche il nostro connazionale è stato un po' "leggerino"?     Altroché. Ma, al di là del puntare l'indice o palleggiarsi le responsabilità, ciò che preme davvero è che la vita di Iceberg venga risparmiata, e molti in tal senso si sono già mobilitati: politici di tutti gli schieramenti, artisti, sportivi, ma anche semplici cittadini che hanno partecipato a numerose iniziative.   Dalla sua pagina Facebook, ENPA suggerisce di lasciare un commento sulla bacheca dell'ambasciata danese (https://www.facebook.com/AmbRoma/) o di inviare questo messaggio (con oggetto: Save Iceberg):   Please spare Iceberg's life and allow Enpa – the Italian association for the protection of animals - to bring her back to Italy / Per favore salvate la vita del cane Iceberg e date ad Enpa – Ente Nazionale Protezione Animali - la possibilità di portarla in Italia.firma   ai seguenti indirizzi email:   romamb@um.dk, mfvm@mfvm.dk, ministeren@mfvm.dk, mthor@mfvm.dk, malek@mfvm.dk, jolyk@mfvm.dk, enpa@enpa.org   Anche change.org si è mosso (https://www.change.org/p/saveiceberg), e lo stesso fa MYGENERATIONWEB che invita di vero cuore i suoi lettori ad unirsi alla battaglia per Iceberg.   Una volta tanto questa rubrica, Il Lato Oscuro di Internet, si trasfigura in quello luminoso, sperando non solo che la sfortunata cucciolona possa fare ritorno in Italia sana e salva, ma anche e soprattutto che questa storia, che non è che la punta di un enorme iceberg (questa volta con la "i" minuscola) contribuisca ad aprire sempre più occhi sulle sofferenze degli animali.
"Scambiamoci un libro", il Bookmob a Napoli
Giugno 22
“Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso.” Bellissima e vera, soprattutto per gli amanti della lettura, la famosa citazione dello scrittore francese Daniel Pennac. Ma un libro regalato, per quanto non scelto, non è che sia da buttare, anzi! E quale occasione migliore di ricevere un libro in regalo se non partecipare al Bookmob, “Scambiamoci un libro”, organizzato dall’Associazione Librincircolo, che si terrà il prossimo 27 Giugno a Piazza Dante, nel cuore di Napoli, alle 19:00 in punto. Si tratterà di un evento flash, della durata di soli due minuti, che consisterà in uno scambio di libri, opportunamente incartati, per avere l’impressione reale di ricevere un regalo e godere appieno del conseguente effetto sorpresa. Ogni anno, gli organizzatori stabiliscono un tema a cui ispirarsi per preparare la confezione regalo; quest’anno il tema è Napoli, per cui via libera alla creatività dal sapore partenopeo! Come si svolgerà il flash mob letterario? Semplice. I partecipanti, ciascuno col suo pacchetto tra le mani, formeranno un grande cerchio e ognuno, in senso orario, passerà il proprio libro alla persona posta alla sua sinistra, prendendo a sua volta il libro dalla persona posta alla propria destra, mentre tutti insieme si conterà fino a 20. E se c’è qualcuno che rimane senza? Nessun problema, si sposterà all’interno del cerchio e aspetterà pazientemente di riceverne uno; allo stesso modo, chi per sbaglio, dovesse ricevere due libri, è pregato di non fare il furbo e di cederne uno. Al centro del cerchio saranno posti anche i libri in surplus-sperando nella generosità dei partecipanti-che si aggiudicheranno i più veloci dopo un mini conto alla rovescia, solo quando il conto fino a 20 sarà terminato. Insomma, che siate colti da un improvviso slancio di altruismo e vogliate far dono a un’altra persona di un libro a voi caro o vogliate sbarazzarvi di un libro che detestate e che si sta impolverando nella vostra libreria, questo evento è sicuramente ciò che fa per voi. Un simpatico evento di condivisione e aggregazione che vede la collaborazione di, tra gli altri, Homo Scrivens Edizioni, Intra Moenia Caffè Letterario, Ubik Napoli e Centro Studi Giordano. Per ulteriori info vi invitiamo a consultare il sito web di Librincircolo (http://www.librincircolo.it/) e la pagina facebook dell’evento  (https://www.facebook.com/events/1874548569463960/?ref=br_rs&__fns&hash=Ac0wXDYAebJF9zDr). Vi ricordiamo, infine, che il Bookmob anticipa la manifestazione “Ricomincio dai libri”, fiera del libro giunta quest’anno alla IV edizione, la prima che si svolgerà a Napoli, dopo le precedenti tre di San Giorgio a Cremano. L’appuntamento è per il 29 Settembre (e fino al 1 Ottobre) all’Ex Ospedale della Pace in Via dei Tribunali 227. Stay tuned! 
Si avvicina il debutto di "Castlevania" su Netflix!
Giugno 21
Alzi la mano chi ama Castlevania.   Bene.   Chiunque sia nato negli Anni '80 e non ha alzato la mano, o è un bugiardo o non ha avuto la fortuna di conoscere una delle saghe più belle (e longeve!) dell'universo videoludico. Personalmente non dimenticherò mai la bellezza di Simon's Quest, il secondo episodio, per NES, con la sua non linearità, la sua oscurità e l'incredibile difficoltà.   Col tempo la famiglia Belmont, e la pletora di personaggi che attorno ad essa ruotavano, ha preso parte a differenti avventure, alcune indimenticabili, altre davvero censurabili. Con buona pace di Symphony of the Night (secondo molti inferiore solo a Rondo of Blood), il passaggio dai 16 ai 32-bit non ha portato grandi risultati, tuttavia la saga ha continuato ad esercitare il suo fascino, anche e soprattutto in virtù delle sue possibilità narrative virtualmente illimitate.   Ed è qui che entra in gioco l'intertestualità, anzi la contaminazione tra media differenti: dopo i fumetti e i tentativi di trasposizione cinematografica, il 7 luglio la serie animata sbarcherà su Netflix. Se da un lato non vedo l'ora di godermi la lotta tra Dracula e i Belmont, dall'altro, la paura che si tratti di un buco nell'acqua o di un prodotto non all'altezza del nome che porta, sicuramente c'è.         Il teaser sembra deporre bene, facendo sperare in un prodotto "adulto", tuttavia il pericolo può essere anche quello opposto, vale a dire nudità ed ettolitri di plasma del tutto superflui. È ovvio che con Dracula per lo mezzo, tali ingredienti sono quasi di default, ma la virtù (o il vizio, in questo caso) sta sempre nel mezzo, quindi sì al sangue e ai centimetri di epidermide, ma solo se funzionali alla trama.   Eppure, poiché mancano ancora diversi giorni preferiamo attendere in silenzio, e non abbaiare alla luna, d'altronde, qui si parla di vampiri, non di licantropi.   Anche se sarebbe proprio bello un crossover in cui i Belmont fanno a pezzi quelli di Twilight...
Nuove proposte AUGH! 2017: “Love Kaputt” di Antonio Giugliano
Giugno 21
Tra le nuove proposte AUGH!, il libro di Antonio Giugliano, Love Kaputt, è una storia di violenza che si somma ad altra violenza, in un paesaggio - quello tra Napoli e Caserta - deturpato dall’abbandono, dalle piaghe ambientali e dalla delinquenza. L’ennesima storia campana, vera, che fa da sfondo ad una vicenda di pura invenzione: quella di Marullo, businessman e misantropo napoletano imbattutosi, per volere del caso, in un amore destinato a cambiargli la vita. Per Marullo ed Elena, la scintilla scatta sul vagone di un treno diretto a Napoli, tra una folla di compagni di viaggio chiacchieroni ed un fugace scambio di numeri di telefono prima di salutarsi. Travolti dalla passione, i due decidono subito di sposarsi e di iniziare la loro vita coniugale senza neanche conoscersi a fondo. Dopo alcuni anni dal matrimonio, la storia tra Marullo ed Elena inizia a complicarsi: lei non è la stessa donna del treno, ossessionata da strane manie e dedita a sparizioni improvvise. Ed è al termine di una di queste inspiegabili sparizioni, che il corpo di Elena viene ritrovato senza vita, appeso ai fili elettrici, in uno dei locali dell’ospedale in cui lavora. In fuga dal ricordo delle vita spezzata di sua moglie, Marullo si crea spazi d’evasione lanciandosi in una ricerca ossessiva di sesso - a pagamento o trovato su chat di incontri - e di sbornie infelici in squallidi bar su strade provinciali. Il passato, però, torna continuamente a tormentare il solitario Marullo, costringendolo ad intraprendere una dolorosa indagine nella vita segreta di Elena, per scoprire le ragioni del suo presunto suicidio. Un romanzo con una trama dal grande potenziale, ma che tende spesso a svuotarsi e banalizzarsi. Le descrizioni delle periferie e delle desolanti vite di provincia regalano momenti di piacevole suggestione, ma i personaggi mancano di complessità psicologica e i dialoghi – che sfruttano un dialetto napoletano stridente con il resto della narrazione – non sono curati abbastanza. Non una cattiva lettura e sicuramente poco impegnativa. Riprende alcune caratteristiche del thriller psicologico e può rivelarsi piacevole per gli amanti del genere.
A me me piace 'o Rock!
Giugno 20
Negli anni '50 del secolo scorso, lo tzunami musicale che investì un'intera generazione fu il Rock, una musica così travolgente che fece da porta bandiera a quei giovani che non volevano rassegnarsi alle convenzioni e alle ipocrisie imposte dalla società dell'epoca. Certamente il sound dagli anni '50 in poi si è trasformato, si è evoluto, é stato contaminato da altri generi musicali, ma la voglia di comunicare il proprio stato d'animo è rimasta sempre presente. Il Rock è uno stile di vita, è uno stato d'animo, è voglia di farsi sentire, è il battito di chi vuole dare voce alla sua anima, manifestando inquietudine, rabbia o tormento. I giovani di oggi hanno tanti motivi per essere Rock, e lo sono ancora di più quelli che lo suonano. Tra i tanti vogliamo presentare una band emergente, nuovo fiore all'occhiello della Volcano Records, prendendola a simbolo tra tutti quei giovani che amano esibirsi dal vivo e che in piccoli locali underground si consumano le dita sulle corde di una chitarra che diventa il riflesso della loro anima. I WaterCrisis sono quattro ragazzi di Afragola, Caterina Salzano, Francesco Coppeta, Antonio Castaldo e Bob Godas che abbiamo ascoltato con interesse su Spotify. Ci ha stupito il loro sound graffiante, incalzante e in grado di trasmettere un disagio, esorcizzato attraverso la tanta grinta nel cantare e nel suonare; in questo modo provano a descrivere le sensazioni di colui che ha scritto il brano cercando di farle arrivare a chi li ascolta; insomma buttano in faccia i loro stati d'animo. Dal vivo spesso improvvisano, proponendo talvolta brani acustici, tuttavia la loro musica risente sempre delle influenze musicali dei Kyuss, degli Uncle Acid & the Deadbeats, dei Black Sabbath. La loro è una musica che spacca: vi invitiamo ad ascoltarli.
Intervista a Marco Accordi Rickards, fondatore del Vigamus, Museo del Videogioco di Roma - Parte I
Giugno 20
Marco Accordi Rickards, giornalista del settore videoludico e fondatore del Vigamus, museo permanente del videogioco, qual'è stato il tuo percorso? È una bella storia, iniziata nel modo più strano. Sin da bambino ho infatti amato i videogiochi, e una volta studente di giurisprudenza mi sono trovato ri-catapultato in questo ambiente. Durante il praticantato facevo dei lavoretto per una piccola casa editrice romana traducendo articoli inglesi di videogiochi e fumetti: questa prova andò così bene che ricevetti una telefonata in cui mi si proponeva un posto da redattore fulltime per due riviste di prossima uscita legate alla Playstation 2, e ai Pokémon. Mi buttai così nel mondo del giornalismo, così diverso dal mio, in uno di quei momenti alla Sliding Doors: ho letteralmente lasciato tutto e dopo pochi giorni ero in redazione a scrivere sulle stesse riviste di videogiochi che avevo letto per tutta la vita. Sono passati 17 anni e non mi sono mai pentito di questa scelta. Oggi continuo a fare il giornalista, dirigo GamesVillage.it e riviste come Retrogame Magazine e PSM, e, col passare del tempo, ho iniziato a interessarmi al lato culturale del videogioco. Insegno infatti in due università: la Link Campus University e l'Università Tor Vergata; poi, nel 2012 è nato Vigamus di cui sono fondatore e direttore.   Come nasce l'intuizione di creare un museo del videogioco? Non credo sia stata un'intuizione. Il museo mancava, e va benché ci avessero pensato in molti, la difficoltà era quello di realizzarlo. L' idea è nata nel 2008, ma abbiamo aperto ad ottobre 2012, dopo 4 anni a risolvere problemi economici, burocratici, culturali, di percorso, di collezione, di organizzazione, di know-how. Francamente, chi è che sa come si crea da zero un museo? Io l'ho imparato giorno per giorno assieme ai miei collaboratori, e, con grandi lotte e sacrifici, l'abbiamo reso un museo riconosciuto, ufficiale, unico nel suo genere in Italia e secondo in Europa dopo Berlino. Siamo entrati nell'ICOM ( International Council of Museums) e assieme ad altri due promotori abbiamo costituito EFGAMP, la federazione europea che intende preservare la storia del videogioco come bene artistico,culturale e digitale. Ci battiamo per la sua valorizzazione e la sua specificità umanistica, al di là dell'evoluzione come piattaforma informatica. Questo perché a noi interessa l'autore che inventa e crea piuttosto che la base informatica.   Come nasce Vigamus Academy ovvero l'Università del Videogioco? Quali sono gli obiettivi del suo percorso formativo? Vigamus Academy è il nostro progetto più ambizioso: fare alta formazione nel campo dei videogiochi. Ho insegnato in diverse università , allo IULM a Milano, allo IED e all' Accademia di Belle Arti a Roma, e ancora adesso insegno alla facoltà di lettere di Tor Vergata. Da queste esperienze ho maturato la voglia di creare un percorso più organico sul videogioco con valore di laurea, cosa che, del resto, all'estero già c'è. Una volta trovato il partner giusto, Link Campus University, abbiamo strutturato un programma di laurea triennale che sta per diventare magistrale, per formare ragazzi e dotarli di un titolo a tutti gli effetti e di un curriculum declinato sui videogiochi. Una parte di corso esplora tutti i terreni tipici di business, marketing e comunicazione mentre l'altra è più legata allo sviluppo, al design, all'utilizzo di strumenti come Unity e Real Engine per il game development e l'art direction, senza dimenticare aspetti come la localizzazione. In autunno avremo i primi laureati, alcuni dei quali hanno già trovato lavori importanti: uno studente è stato infatti assunto da CD Projekt Red, gli autori di The Witcher, forse il gioco di ruolo più bello mai realizzato.     Continua...
Giugno Giovani 2017: tanti eventi in programma dedicati ai giovani di Napoli
Giugno 18
Il Comune di Napoli, dal 2013, ha deciso di organizzare nel mese di Giugno una serie di eventi, non solo per incentivare una nuova forma turistica che valorizzi questo territorio, ma per stimolare i tanti ragazzi  sparsi in tutto il capoluogo campano. Così, dopo il grande successo del “Maggio dei Monumenti”, da ormai 5 anni, arriva puntuale Giugno Giovani, una rassegna popolare e culturale dedicata alla parte più attiva della città: la gioventù partenopea. Sarà un mese molto coinvolgente poiché è previsto un fitto calendario di eventi di tutti i tipi in grado di attirare l’attenzione: dai concerti alle mostre, dalle proiezioni ai dibattiti. L’eco di questa rassegna è dovuto sopratutto alla campagna fotografica #ioGiovani, in cui sono ritratti 100 giovani napoletani.   I più di cento eventi, durante il “Giugno Giovani 2017”, saranno sponsorizzati da tutte e dieci le municipalità cittadine. La rassegna è stata aperta con il “Mates Festival 2017” all’Ippodromo di Agnano e proseguirà con altre simpatiche iniziative che hanno l’intento di far conoscere e mettere in comunicazione tutte le aree del territorio. Si è esibito a Napoli per la prima volta Stush, voce dei The Colors, gruppo campano seguito in tutto il paese, che ha fatto da testimonial insieme ai giovani fondatori di Casa Surace, che con un workshop hanno incentivato i ragazzi napoletani alla creatività e all'auto-imprenditorialità. Per chi vive nel centro cittadino sarà interessante frequentare “Le notti del Nilo”, con silent party nelle piazze del centro storico, e incantevole sarà anche "Una notte al Castello”, appuntamento danzante presso l’Università Parthenope. Chi vive in periferia potrà assistere all’intitolazione in memoria di Ciro Esposito della Villa Comunale di Scampia, e tanti ancora sono gli eventi previsti, tra cui quelli dedicati ai bambini e alle famiglie. Infatti l’assessorato al Welfare, in collaborazione con la “Ludoteca Comunale” e la “Cooperativa Sociale Progetto Uomo”, hanno portato avanti l’iniziativa “Una Città per Giocare” con l’intento di creare momenti di aggregazione e dialogo tra le generazioni e sensibilizzare al tema del recupero dei territori.  L’elenco completo delle attività è consultabile presso la pagina del Comune di Napoli: http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/32956
Il Pallone, i Mercanti e il Tempio
Giugno 17
Il primo album dei calciatori Panini che comprai fu quello del Campionato 1986/87: c'era ancora Platini alla Juve, Baggio alla Fiorentina e Paolo Rossi al Verona (!), gli olandesi non erano ancora sbarcati a Milano e un giovane Diego Armando Maradona veniva scambiato per una pila di figurine spessa come i sopracciglioni dello zio Bergomi.   Cambiamenti di casacca, anche clamorosi, ce n'erano anche allora, ma di bandiere se ne vedevano ancora; la situazione è poi cambiata con gli anni, e saltando di qualche anno in avanti, dopo gli addii di Baresi, Maldini, Del Piero, Zanetti e Totti, a sventolare sono rimasti solo Buffon, Hamsik, Pellissier e magari qualcuno che ora mi sfugge.   Ma non vi preoccupate, non siamo qui a rivangare i bei tempi andati, o puntare il dito contro l'Ibra di turno (che però, a parte baciare la maglia del Barça non ha mai fatto grandi dichiarazioni d'amore a questa o quella squadra), ma una brevissima riflessione sulla questione Donnarumma è d'uopo.   Più che colpevolizzare il ragazzo, si osserva, ancora una volta impotenti, lo strapotere dei procuratori, idealmente capitanati da Mino Raiola, e la totale mercificazione del calcio. Certo, il pallone è un business, nessuno discute, ma il modo in cui i sentimenti vengono calpestati, la passione dei tifosi mortificata e – talvolta – la volontà degli stessi giocatori ignorata sta toccando vette inaudite.   E intollerabili.   Nell'attesa di sapere come si concluderà l'indagine della FIFA sul pingue Raiola per il trasferimento di Pogba (e se mai ci sarà un giro di vite), ci aspetta una lunga estate senza Mondiali o Europei in cui la speranza, o almeno la mia, è quella di tornare a leggere le solite castronerie su Lamela/Lavezzi/Di Maria/Argentino_random all'Inter o Messi al Napoli, piuttosto che vedere un giovane gettare via l'opportunità di diventare una bandiera del Milan, che, a conti fatti è uno dei cinque club più blasonati al mondo.   Mica pizza e fichi.
"Fight List": un ritorno al futuro?
Giugno 16
Il buon vecchio Giambattista Vico ci parla di "corsi e ricorsi storici". In realtà l'ha fatto ben molto tempo fa, ma le sue parole potrebbero benissimo adattarsi al mondo contemporaneo, dominato dall'alternanza tra la nascita di nuove mode e il ritorno di vecchie tendenze. È innegabile, infatti, che dopo una fase in cui l'uomo cerca di fare nuove esperienze, magari per una delusione, ritorni sui propri passi e pensi con nostalgia alle "cose semplici e genuine del passato" – un passato inevitabilmente idealizzato proprio perché passato. Ciò avviene un po' per tutte le cose della vita, non solo per il buon vecchio mos maiorum. Talvolta si ha nostalgia dell'infanzia, dell'età spensierata e dei giochi dell'epoca, uno su tutti: Nomi, Cose e Città. Ma non disperate perché "chi non muore si rivede" e "a volte ritornano"! Ed ecco che impazza sugli smartphone di tutti Fight List!     Per chi non lo sapesse si tratta di un quiz game che, in teoria, vorrebbe riportare in auge proprio il gioco Nomi, Cose e Città. L'obiettivo è, ovviamente, quello di battere gli amici – ma anche giocatori casuali pescati in rete – in una sfida a colpi di parole, articolata in 5 round da 45 secondi. Parole che dovranno essere inerenti a un tema, scelto dall'app, e che avranno un punteggio da 1 a 3 in base alla difficoltà o rarità. Naturalmente è possibile ricorrere a degli aiuti, che costeranno alcune monete (virtuali, s'intende). L'app è disponibile su Android e Apple, sia nella versione gratuita, con pubblicità, sia nella versione a pagamento, senza banner.   Fin qui, sembra tutto molto bello e interessante. In realtà vi sono dei difettucci, primo su tutti l'ingrombrantissima pubblicità, che interrompe continuamente il gioco. Per passare al round successivo, poi, bisogna aspettare che l'avversario abbia accettato la sfida, abbia giocato e terminato e questo, nel caso di giocatori casuali, può richiedere molto tempo. Infine, l'attinenza al tema non è sempre facile da soddisfare, ma forse è la sottoscritta che non è abbastanza brava (in palestra non uso l'asciugamano?!).   Sarà il solito tormentone di breve durata o avrà una lunga vita? "Ai posteri l'ardua sentenza".
"Volontari nella notte". La solidarietà non ha prezzo
Giugno 16
Si può rinascere donando se stessi agli altri. Solidarietà e buon cuore, anche e soprattutto questo è il volto della nostra città. Distribuire del cibo ai senzatetto e spendere il proprio tempo per ascoltare le esigenze del prossimo, avendo come ricompensa il loro sorriso ed il loro sentirsi a casa. Su questo si basa l'attività portata avanti dai ragazzi di “Volontari nella Notte” nei pressi della stazione centrale di Napoli. Abbiamo incontrato Mark L. Samoy ed altri volontari che hanno risposto a tutte le nostre domande, dandoci informazioni e valide motivazioni affinché ognuno di noi possa impegnarsi concretamente in attività di volontariato. Come è nato il progetto di "Volontari nella Notte"?Volontari nella notte è nato tre anni fa (abbiamo da poco festeggiato il nostro compleanno!) da una idea di due giovani amici di Napoli che una sera hanno deciso di scendere in strada e distribuire ai senzatetto un po’ di cibo. Con il tempo, per loro e per altre persone che si sono volontariamente aggregate, quello del martedì sera è diventato un appuntamento fisso, tanto che poi abbiamo deciso di creare una pagina Facebook per pubblicizzare la nostra iniziativa e per dare la possibilità di aderire a chiunque ne avesse piacere. In cosa consiste la vostra attività?Ogni martedì sera intorno alle ore 20:00 ci incontriamo all’uscita della Metro 1 di Piazza Garibaldi, raccogliamo tutto ciò che ciascuno di noi porta e prepariamo delle monoporzioni con un panino-insalata, formaggio e pomodori, perché molti dei senza fissa dimora sono musulmani e non mangiano maiale-, una bottiglia d’acqua e una merendina. A seconda delle serate aggiungiamo a questo tutto ciò che riusciamo a raccogliere o che ci viene donato, sempre in monoporzioni, come frutta, dolci, o altro. Questo inverno abbiamo distribuito anche latte caldo, cioccolata e biscotti. Una volta preparato tutto ci spostiamo nei pressi dell’ingresso della stazione ferroviaria dove comincia la nostra distribuzione ai senza fissa dimora. A fine serata ci tratteniamo per terminare la nostra opera di volontariato provvedendo alla pulizia delle strade in cui ci muoviamo con scope e palette. C’è molta partecipazione o notate che le persone sono restie ad iniziative del genere?In questi anni tantissime persone si sono avvicinate alla nostra realtà, alcune sono rimaste e continuano ad essere presenti tutti i martedì, altre sono andate via per motivi vari. In generale possiamo dire che c’è un interesse notevole delle persone a fare volontariato, più o meno attivo. In molti ci scrivono e ci contattano attraverso i social per chiederci informazioni, per rendersi disponibili a collaborare e a partecipare ai nostri appuntamenti del martedì e c’è anche chi, impossibilitato ad essere presente, ci chiede come fare per consegnarci cibo o, ad esempio, vestiti. Capita anche che si uniscano a noi gruppi di altre associazioni di attivismo civico, gruppi parrocchiali o scout, per fare una esperienza di volontariato di strada. Sul territorio sono presenti numerose associazioni attive oppure vi è una carenza di realtà simili alla vostra?Ci sono diverse associazioni che si occupano di volontariato in maniera simile alla nostra. In varie zone di Napoli, da Piazza Garibaldi al Molo Beverello, durante la settimana sono numerosi i gruppi che si alternano, soprattutto di sera, durante tutta la settimana, per portare cibo ed altro ai senza fissa dimora. Ci sono poi diverse strutture, come le mensa per i poveri, che forniscono i pasti e danno la possibilità di fare le docce, o anche l’ex Opg, dove è presente anche un ambulatorio medico gratuito per chiunque ne avesse bisogno. Esiste da qualche tempo una rete di coordinamento dei gruppi di strada, i cui rappresentanti si organizzano e si confrontano sulle problematiche e sulle situazioni che vivono ogni giorno con i propri gruppi. Come reagiscono le persone di fronte al vostro aiuto? Si è riuscito a creare un legame con loro?I senzatetto a cui portiamo da mangiare (e non solo) sono sempre molto riconoscenti con noi, ci sorridono, ci ringraziamo e soprattutto capita che, di martedì in martedì, ci aspettino, perché sanno del nostro arrivo in stazione. Certo, accade che qualcuno, soprattutto tra quelli che non capiscono bene l’italiano, sia diffidente nei nostri confronti, ma sono casi isolati. In generale, tranne rarissime occasioni in cui c’è molta richiesta di cibo, si crea sempre un clima molto familiare che rende piacevole la nostra permanenza in strada. Con molti dei senzatetto ci fermiamo a chiacchierare, ci raccontano le loro storie, ci espongono i loro problemi, e noi cerchiamo di aiutarli per ciò che possiamo. Alle volte molti di loro hanno bisogno di essere solo ascoltati e capiti, più che di ricevere soltanto un piccolo pasto!Napoli è una città che può puntare sulla partecipazione collettiva?Napoli è una città dalle mille risorse ed i napoletani hanno un cuore davvero grande! Sono tantissimi i napoletani che, in diverse forme, propongono quotidianamente azioni di volontariato a favore delle classi più bisognose e disagiate e l’impegno dei singoli e delle associazioni in tal senso è davvero notevole. Tuttavia quello che possono fare i privati cittadini o i piccoli gruppi è sempre poco rispetto alle reali esigenze del territorio. Sarebbe necessario perciò canalizzare queste iniziative e veicolarle, attraverso i canali istituzionali, per creare una rete efficace di volontariato e solidarietà. Per fare questo ci sarebbe bisogno di mezzi, risorse e strutture. Ci sono dei principi che caratterizzano la vostra associazione? Anzitutto, ci teniamo a precisare che, per nostra precisa scelta, non siamo una associazione. Siamo un gruppo informale di volontariato, che nasce e si organizza ancora oggi attraverso i social network. Sono diversi i principi che caratterizzano la nostra azione di volontariato. In primis siamo un gruppo apolitico e apartitico. Non accettiamo ingerenza della politica nel nostro operare quotidiano a favore dei senzatetto. Allo stesso modo ci piace definirci laici ma non laicisti, quindi siamo aperti alla collaborazione di qualsiasi persona che voglia darsi da fare, a prescindere dalla bandiera di appartenenza o dal credo. Non ci sono capi o gerarchie nella nostra organizzazione, siamo tutti uguali, dal più “anziano” per appartenenza all’ultimo arrivato. E poi la regola forse più importante di tutte: siamo un gruppo anonimo. Non ci piace rivelare le nostre identità, il volontariato è fatto di azioni e non di nomi. Per questo non ci scattiamo foto in volto mentre siamo in strada, né tanto meno fotografiamo i senza fissa dimora, per una questione di rispetto e di privacy nei loro confronti. Cosa significa per voi fare volontariato?Fare volontariato è una scelta di impegno concreto e fattivo nei confronti di chi ne ha realmente bisogno. È per questo che noi scegliamo, ogni martedì e ogni volta che ci organizziamo, di “sporcarci le mani”, nel vero senso della parola, stando per strada, distribuendo cibo (poco o tanto che sia), ma soprattutto donando umanità e sorrisi alle persone che incontriamo e che ci chiedono da mangiare. Se così non fosse finiremmo con il rendere tutto un fatto meccanico, senza alcun tipo di trasporto personale, quasi un lavoro per ripulirci la coscienza. Riteniamo che sia forse più importante donare ascolto e parole di conforto che portare la monoporzione, il panino o qualsiasi altra cosa. Fare volontariato è anche vivere attivamente la propria città, con tutti i problemi e le difficoltà che incontriamo ogni giorno. Vi sentite sorretti dalle istituzioni nel vostro quotidiano?In ciò che facciamo le istituzioni sono praticamente assenti e se anche ogni tanto ci capita di notare in giro qualche volante dei carabinieri o qualche macchina dei vigili urbani, che camminano tra i rifiuti e tra gli accampamenti di fortuna dei senzatetto, ci sembrano totalmente disinteressati a ciò che accade intorno a loro. Siamo abituati a certe situazioni di povertà e di degrado, forse è questo il motivo per cui le istituzioni sono a dir poco latitanti. Sarebbe necessaria, soprattutto nella zona di Piazza Garibaldi, ma non solo, una maggiore presenza delle istituzioni per evitare che la zona, soprattutto dopo una certa ora, diventi un punto di ritrovo per la criminalità. Servirebbe anche a noi per sentirci più tutelati durante il nostro operato, ma soprattutto sarebbe una marcia in più per la nostra città.
Miley Cyrus ha messo la testa a posto? Sì, ma per quanto?
Giugno 15
Tra le visualizzazioni del suo video su You Tube, nel 2013, si percepiva quasi un assordante rumore di cuori spezzati. I nostri. Miley Cyrus, la nostra beniamina made in Tennessee, era cresciuta tutta d'un botto. E non sullo stile «Oh, guarda, Hanna Montana ha messo le scarpe col tacco e cammina sul red carpet!» Ma nel senso «Oh mio Dio, Hanna Montana è impossessata dal demonio!»   Partimmo con We can't stop, un videoclip no sense che ci lasciò non poco interdetti, tra lingue di fuori, orsacchiotti sfigurati, pomicio e twerking random. Pensavamo che si trattasse di una fase; c'è chi la ribellione adolescenziale la prende a diciassette anni, e chi invece a ventidue. Abbiamo tirato un sospiro di sollievo:   «Passerà».   Peccato che Miley non fosse della stessa idea; i giorni delle schitarrate al tramonto con papà Cyrus erano finiti. «Hanna Montana è morta», e non perdeva occasione di ricordarcelo, brandendo con fierezza spinelli a caso. E ci pareva che l'apice fosse stato raggiunto, quando ce la siamo ritrovata oscillare nuda su di una palla da demolizione. No, Wrecking Ball era solo l'inizio della fine; e il twerking osé con Robin Thicke agli MTV VMA 2013 ce ne ha dato dimostrazione.   Ormai ci eravamo rassegnati. La storia con Liam Hemsworth gettata alle ortiche, un Billy Ray Cyrus che piangeva durante le interviste («Hanna Montana ha rovinato la nostra famiglia»), i copri capezzoli di paillettes. La nostra Miley era andata via per sempre. E poi, all'improvviso, boom: il videoclip di Malibù. Nel nuovo video, per grazia delle nostre orecchie, la cantante abbandona l'hip hop e ci lascia rilassare su di un pezzo all'ultimo "pucci pucci". Si tratta, infatti, di una canzone d'amore per il compagno Liam Hemsworth, con il quale è ritornata insieme solo di recente. Ma non è solo questa la novità scoppiettante: la Cyrus ha rilasciato numerose interviste in cui si dichiara stanca di uno stile di vita spregiudicato ed eccessivo. Fierissima del fatto che non fumi erba da ben tre settimane, al punto da dichiararsi "pulita", la giovane donna afferma di voler creare rapporti veri e duraturi, di vivere in maniera serena e piena d'amore. Beh, ci sembra ovvio; i pezzi scritti con i piedi, i dildo sul palco non facevano più scalpore, era necessario un nuovo scoop! O a spingerla alla redenzione sarà stato l'anello donatole dall'amato, grande almeno quanto la sua testa? Non vogliamo essere maligni, e ci auspichiamo semplicemente che la nostra Miley sia tornata! Speriamo solo che, per ammaliare il suo pubblico, la prossima volta non si inventi di essere stata rapita dagli alieni.   Ipotesi, peraltro, non così surreale.
Alla riscoperta delle nostre eccellenze:"Il prodotto agroalimentare campano tra lingua, cultura e tradizione"
Giugno 14
Nell'epoca di un apparentemente irreversibile appiattimento culturale, che è andato ad intaccare finanche le nostre abitudini alimentari e il consumo di quelle eccellenze che da sempre rappresentano un motivo d'orgoglio per la nostra regione, sentir parlare di "consumo consapevole" o di prodotti "a km zero" è una piacevole ventata di freschezza.     Il volume Il prodotto agroalimentare campano tra lingua, cultura e tradizione (un progetto delle Edizioni Aracne, finanziato dal Dipartimento di Studi Economici e Giuridici dell'Università degli studi di Napoli "Parthenope" e dal CEICC-Europe Direct, con il patrocinio della Regione Campania) intende valorizzare le nostre eccellenze dal punto di vista linguistico-culturale e terminologico, poiché, come sostiene la Professoressa Carolina Diglio nell'introduzione, "partire dal prodotto agroalimentare campano e analizzarlo linguisticamente significa rinsaldare il vincolo con il nostro territorio, per indagarne il potenziale evocativo nelle differenti lingue straniere."     Le lingue straniere giocano infatti un ruolo di primissimo piano nell'economia del volume, curato da Claudio Grimaldi (con una prefazione delle Professoresse Daniela Covino e Angela Mariani) e realizzato col contributo dei dottorandi in Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche della "Parthenope" Fortuna Amato, Francesca Brancaccio, Micol Forte, Sara Longobardi, Francesco Nacchia, Marina Niceforo, Jacopo Varchetta e Silvia Domenica Zollo. In questo senso, risulta particolarmente significativa la creazione di un glossario plurilingue, alla cui realizzazione hanno contribuito tutti i dottorandi, che risponde alla sempre crescente richiesta di informazioni da parte del consumatore consapevole.   Far conoscere le eccellenze agroalimentari campane vuol dire anche e soprattutto valorizzare il Made in Italy, non solo dal punto di vista economico, ma come già detto, anche da quello linguistico-culturale, nell'ottica della trasmissione di una serie di prodotti e saperi che, legati indissolubilmente al nostro territorio, contribuiscono a creare la nostra identità.
La "Covfefe mania" impazza sul web: che avrà voluto dire Trump?
Giugno 13
Era mezzanotte a Washington, quando dall'account Twitter di Donald Trump si è palesato un messaggio non poco criptico. "Nonostante la costante negativa della stampa covfefe". Covfefe. C'è chi ha pensato ad un termine tecnico, o ad un bizzarro comando militare. Altri hanno ritenuto si trattasse di una supercazzola, in piena coerenza con il programma politico del presidente ossigenato.   Sta il fatto che, in men che non si dica, il neologismo nonsense è diventato un trend topic mondiale; e sono risultati vani i tentativi di chi, ben sei ore dopo, ha provveduto a cancellarlo. Il tweet, infatti, è stato "screenshottato" e commentato migliaia di volte; basti pensare che solo 35mila sono state le risposte dirette! E come potremmo non citare la grandiosità dei post e dei meme prodotti per l'occasione?   C'è chi ha tweettato che chiamerà il proprio cane "Covfefe"; chi ha opportunamente offerto una definizione al termine ("Covfefe: qualcosa che dici quando sei un imbecille che potrebbe o non potrebbe essere il leader del mondo libero").     Immancabili i riferimenti a Luca Giurato, l'Imperatore dei versi buttati a caso e spacciati per termini di senso compiuto.   Il web, come d'abitudine, ha dato il meglio di sé quanto ad ironia trash.       Peccato che, nel frattempo, l'ossigenato non aderisca ad accordi di rilevanza mondiale, firmando per un imminente disastro per l'umanità e per il pianeta. Però, covfefe, dai, che super risate.
Ariana Grande torna ad incantare Manchester con One Love Show
Giugno 10
Dopo uno scampato pericolo scatta sempre il desiderio di non farsi sopraffare dall'ansia, di non rimanere bloccati in una spirale di paura e di veicolare energie fisiche e mentali verso un qualcosa che la contrasti e che riassicuri gli animi. Una folla di persone, dopo l'attentato terroristico avvenuto al concerto di Ariana Grande, si è radunata a St. Ann's Square intonando un canto collettivo, una canzone degli Oasis che invita a non guardare al passato con rabbia: Don't Look Back in Anger. La voglia di stare insieme e fare un'unica barriera contro questi atti di vigliaccheria è stata comunicata al mondo nel miglior modo possibile: con la musica. Anche Ariana Grande ha voluto reagire e a due settimane di distanza, proprio a Manchester - lì dove persero la vita 22 persone - è tornata a cantare per beneficenza all'Old Trafford Cricket Ground insieme ad altri cantanti, con l'intento di aiutare tutte le famiglie delle vittime. E infatti è riuscita a raccogliere ben 10 milioni di Euro. Sul palco si sono altrnati celebrità del calibro di Marcus Mumford, i Take That, Robbie Williams, ma anche Justin Bieber, Coldplay, Katy Perry, Miley Cyrus, Pharrell Williams, hanno voluto intrattenere le persone, senza scordare Imogen Heap, Black Eyed Peas, Niall Horan. A sorpresa è arrivato l'ex frontman degli Oasis Liam Gallagher, né sono mancati i videomessaggi di Stevie Wonder, degli U2, di David Beckham e di Paul McCartney e ovviamente Ariana. Il One Love Manchester non è stato solo show, ma al pari di altri concerti come il Live Aid e il Concert for Bangladesh sarà ricordato come un must da vedere e riguardare. Al di là dell'evento musicale, ciò che è accaduto in Inghilterra impone una riflessione. Tutti sappiamo il numero delle vittime degli atti terroristici europei, ma non sappiamo quante persone muoiono giornalieramente in territorio mediorientale, quante sono le vittime dei bombardamenti intelligenti. Il fatto è che tutti i morti sono uguali, ma non sarà che l'empatia che proviamo nei confronti delle vittime inglesi, francesi e spagnole nasce dalla paura che quello che accaduto a loro possa accadere anche a noi?  
"Aspetti inesplorati del periodo murattiano" a Villa Doria D'Angri
Giugno 07
Gioacchino Murat: condottiero, re e personalità di grandissima importanza a cavallo tra i secoli XVIII e XIX. Ad oltre duecento anni dalla morte, continua ad esercitare attenzione e ad essere oggetto di studio, nei più diversificati campi di ricerca.   È in questa ottica che si inserisce il convegno "Aspetti inesplorati del periodo murattiano", organizzato dall'Università degli Studi di Napoli "Parthenope" (in collaborazione con il Centro Studi di Arte e Cultura di Napoli "Sebetia-Ter" con il patrocinio morale della Regione Campania, dell'Institut Français, della Società Italiana dei Francesisti (SIDEF), della Fondazione Valenzi e del Centro Europeo di Informazione Cultura e Cittadinanza (CEICC) del Comune di Napoli), tenutosi lo scorso 5 giugno presso la prestigiosa sede di Villa Doria D'Angri.     Il simposio ha visto la partecipazione di importanti personalità culturali del paese, nonché di docenti, ricercatori e dottorandi provenienti dalla stessa "Parthenope", dalla "Federico II" e da "L'Orientale", che hanno analizzato il periodo murattiano dai punti di vista più differenti: dalla storiografia all'urbanistica, dall'economia alla politica, passando per l'arte, la musica, la moda e il costume.     La necessità di allargare l'ambito della ricerca è stato sottolineato dalla promotrice del convegno, la Professoressa Carolina Diglio, ordinario di francese e coordinatrice del Dottorato di Ricerca in "Eurolinguaggi e Terminologie Specialistiche" presso la "Parthenope":«Il simposio muove dalla necessità di riscoprire e rivalutare le radici della città di Napoli, per veicolare l'attenzione pubblica ad ampio spettro; suo obiettivo principe è approfondire alcuni aspetti noti della figura di Gioacchino Murat, del suo entourage e della sua epoca, ma che non siano stati ancora opportunamente indagati.»
Arriva in Italia il Festival dello Sviluppo Sostenibile
Maggio 31
Dal 22 Maggio, data in cui si è tenuto l'evento inaugurale presso il Teatrino di corte del Palazzo Reale a Napoli, è partita in Italia la prima edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile. Si tratta di un progetto realizzato dall'ASvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) che prevede ben duecento eventi in tutte le città italiane, finalizzati a discutere su come modificare il modello di sviluppo attuale in una direzione ecosostenibile.   Ma non solo: si tratta di 17 giorni, uno per obiettivo, in cui si esamineranno tematiche come la lotta alla disuguaglianza di genere e alla povertà. Si parlerà di educazione, di sviluppo, di tutela dell'ambiente, di occupazione. Il tutto tentando di capire come dare il proprio contributo ad una svolta del genere!   Il Festival si inquadra palesemente in un progetto di orientamento del nostro Paese verso gli obiettivi dell'Agenda 2030, promossa dalle Nazioni Unite, in tema di sviluppo sostenibile in chiave socio-economica e ambientale.   Il CED (Center for Economic Development), che si occupa attivamente di eventi di formazione sulla questione della sostenibilità, ha partecipato all'evento come membro dell'ASviS, prevedendo un'ulteriore partecipazione alle giornate del Festival per dedicarsi ad attività di divulgazione di questa tematica.
Tre storie d'opera: alla ricerca di una svolta
Maggio 31
E come in quel gioco, che piace ai giapponesi, di buttare in una ciotola di porcellana piena d’acqua dei pezzettini di carta a tutta prima indefinibili che, non appena immersi, si stirano, assumono contorni e colori, si differenziano diventando fiori, case, figure consistenti e riconoscibili, così, ora, tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di casa Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa e tutta Combray e la campagna circostante, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè. Così, dopo aver citato Proust (sono le poche righe che, se lette, ci danno il privilegio di poter sostenere di aver letto l'intera Recherche) procederemo per gradi - e per l'ultima volta - a cavallo della nostra memoria involontaria, alla ricerca di un istante, un frammento di tempo, un minuto, che ci parli della nascita di qualcosa di nuovo, di una salvezza imminente, di un approdo finale. Nel cuore della primavera i nostri teatri ultimano i preparativi per le nuove stagioni, le seasons dai nomi allettanti che generano (noi stessi ne siamo rapiti) un'irresistibile allure, inzuppata di promesse brillanti, di smercio di emozioni a buon mercato dai mille colori e dalle infinite destinazioni. Allettante a dir poco. Tre prime: Milano, Madama Butterfly. La Scala apre per ultima, dopo Il Tristano dell'Opera di Roma e il rossiniano Otello del San Carlo. È divino il linguaggio delle linee, pure, splendidamente modellate sulla bella musica del maestro Chailly. Lo splendido japonisme essenziale si sostituisce all' Iconografia tradizionale, ed è un trionfo di evocazioni magnifiche, ricchissime, rivoluzionarie. È un nuovo linguaggio scenico che trascende la drammaturgia narrativa per giungere ad una nuova pittura scenica, che fissa l'immagine e la forma e ne esalta l'essenza. Un plauso ad Alvis Hermanis, capace di introdurre sulle scene italiane l'irresistibile forza d'attrazione dell'immagine, quella del Proust inventore di scorci paradisiaci. È una svolta? Forse. Sicuramente poco gradita o a stento apprezzata dal pubblico milanese, incauto da sempre  nelle interpretazioni. Avevano forse un nuovo inizio tra le mani e non se ne sono accorti. Fu singolare arrivare a Roma e sperare di vedere qualcosa di stuzzicante, d'altronde prevenuti come qualsiasi forestiero criticone; forse perché, ne siamo più che convinti, la rinascita di qualsiasi istituzione culturale in Italia, ad oggi sa di metafisica. L'Opera di Roma è senza dubbio rinata, si veda la stagione di balletto (di solito il vero referto medico dei teatri nazionali) sebbene l'indicativa pima delle prime abbia rappresentato emblematicamente il livello medio di tutte le rappresentazioni operistiche italiane. Lo spettacolo medio, come Roma ci ha insegnato, è fatto di due linguaggi separati: quello musicale, presentato al pubblico pagante come una perla d'oltremare. Quello registico-scenico, figlio di una genialità spesso finta ma che passa per non capita. L'intuizione infondo è dono di pochi. Due direzioni diverse per un risultato ibrido e senza destinazione, con tanti applausi e successo di critica. Il successo è poi clamoroso se la première diventa un logaritmo perfetto di filologia, oscar e grandi nomi, in pieno stile San Carlo, ad oggi l'unico teatro al mondo in cui il corso dialettico della storia ha annichilito il pubblico. L'unico teatro al mondo, si diceva, a proporre indifferentemente perle preziosissime e insipide oscenità senza che ci sia una sostanziale reazione di pubblico, tanto da farci gridare, appunto, all'annichilimento. Così il mal riuscito binomio Ferretti-Gitai non suscita una reazione diversa all'applauso ad inerzia nella corsa esasperata all'ultima goccia di champagne, prima che il gala finisca. Non che il binomio sia riuscito, anzi. Siamo difronte all'esempio più emblematico dell'attuale crisi di idee, laddove l'annichilimento si estende oltre i confini della società comune, fino agli artisti, ai titani che un tempo facevano dei teatri incubatrici di genialità. L'unico spunto fondamentale che da questa ricostruzione è emerso, è la necessità di ristabilire il modo di  guardare o interpretare un'opera d'arte sempre uguale, come l'opera, che pecca di essere composta sempre dagli stessi materiali, ridefinire cioè i canoni di interpretazione, cogliendo l'essenza dei linguaggi che l'opera propone aldilà della narrazione nozionistica e sterile. Chiedete in giro per teatri che valore abbia la regia d'opera nel dibattito musicale contemporaneo; vi diranno che il libretto è sacro, che Michieletto è un folle e che Carsen va esiliato. Vi diranno di guardare indietro a Visconti, Zeffirelli, alla De' Nobili senza riconoscervi l'incarnazione di una rivoluzione che, in tempi remoti, hanno innescato. Il superamento della filosofia del “così è” o del “così si è sempre fatto” è l'antidoto della genialità e l'impulso, da sempre, dell'arte. La regia contemporanea, bistrattata e condannata, pecca del fraintendimento sistematico dell'idea di innovazione, che non è distruzione (diffusissima) bensì creazione illuminante. Ma la differenza tra le due strade, ad oggi, è troppo sottile per essere colta. E il crollo sembra imminente.
Happy Birthday Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band
Maggio 29
Per celebrare il cinquantesimo anniversario del disco che cambiò il volto della musica Rock e che dichiarò i Beatles centro della controcultura degli anni '60, la Apple e la Universal hanno dato una nuova veste, remixata e rimasterizzata, a Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band, un album la cui perfezione artistica non è  mai stata superata, forse neppure dagli stessi Beatles. Sgt. Pepper nacque con l'intento di Concept Album su episodi d'infanzia del gruppo, ma il progetto, che avrebbe dovuto includere canzoni come Penny Lane e Strawberry Fields Forever, naufragò per esigenze discografiche in favore di un’immaginaria esibizione di una fantasiosa band di ottoni d'epoca vittoriana, cosa che permise al gruppo di sperimentare nuove tecniche di registrazione con brani supportati da orchestre, da musicisti indiani e da tape loops. Fu proprio a causa della quantità di effetti “speciali” utilizzati durante la registrazione - il brusio di voci o di strumenti particolari troppo ingombranti per essere trasportati o l'alterazione del pitch in When I'm 64 - che all'epoca non fu possibile che la band presentasse l'album dal vivo, cosa che oggi si sorvolerebbe con l'uso di tastiere e computer. Il cambiamento di rotta non riguardava solo lo stile musicale, ma I Beatles con Sgt. Pepper Lonely Hearts Club Band cercavano di scrollarsi di dosso l'immagine di adorabili capelloni e di allontanarsi definitivamente dallo stile adolescenziale di She Loves You. In questo furono aiutati dalla consapevolezza del loro potenziale artistico e forse anche dalla marijuana e dall'LSD, sostanze che hanno influenzato la copertina del disco, ritenuta un autentico oggetto di culto, studiata, idolatrata e scopiazzata. Così l'album, uscito nel pieno della Summer of Love, divenne una psichedelica colonna sonora di una generazione che marciava per la pace, che voleva abolire i vecchi tabù e che amava partecipare a lunghi concerti Rock, Folk e Pop per celebrare più che la musica, il libero amore, la pace e la droga.
Welcome back to Twin Peaks
Maggio 27
Finalmente è accaduto.   Twin Peaks è qui, e la sensazione è un po' quella di Edna Caprapall quando Bart va alla scuola militare:«Accarezzi un sogno così a lungo che quando poi si realizza non sai che dire...»   Ma ci proveremo comunque.   Avevamo lasciato – non voglio nemmeno calcolare quanti anni fa – Cooper insanguinato fissare Bob nello specchio, sconcertati e pieni di domande:     che ne è stato del vero Dale? Il progetto Ghostwood si farà? Che è successo a Annie/Audrey/Nadine/Leo/il Maggiore Briggs/Personaggio random? Chi è Diane? Beh, da ieri sera anche qui in Italia, la nebbia ha iniziato a diradarsi.   Davvero?     Se non altro, nel corso dei due episodi trasmessi da Sky Atlantic, abbiamo rivisto molti di quei personaggi che avevamo imparato ad amare, a cominciare dall'Agente Cooper (ivi compreso il suo doppelgänger), il misterioso Gigante, Ben e Jerry Horne, Log Lady, e naturalmente Laura. Ad occhio e croce pare che Hawk, personaggio da sempre interessantissimo, avrà un ruolo più importante, avvalendosi di quel bagaglio di conoscenze della sua gente che, nelle due stagioni precedenti aveva fatto solo intravedere.   E a questi volti conosciuti, se ne affiancano altri totalmente nuovi, il cui coinvolgimento ancora non è del tutto chiaro – e ci mancherebbe altro! – dopo due sole puntate. La narrazione di Lynch procede infatti a scatti, in maniera volutamente disarticolata (una strategia narrativa a cui, sul piano del significante corrisponde la parlata disarticolata degli abitanti della Loggia Nera), presentando una serie di quadretti separati tra loro, ma allo stesso tempo proponendo alcuni bruschi scatti come nel caso del ritrovamento del primo cadavere. Nelle prossime puntate capiremo sicuramente cos'è che lega Twin Peaks a Buchorn, in South Dakota nonché a New York e Las Vegas, ma ciò che già da ora è lampante è che il Male con la "M" grande ha abbandonato i confini della provincia, così rassicurante e così terribile al tempo stesso, per estendersi e arrivare virtualmente ovunque.   Parallelamente, il soprannaturale – o meglio – il surreale, che Lynch ha introdotto in maniera graduale nelle prime due serie, dandoci il tempo di "digerirne" l'idea un po' alla volta, è qui onnipresente, palpabile sin dal primo frame. Ci viene sbattuto in faccia ad ogni piè sospinto, in una sorta di continuità ideale con quanto visto finora, sottolineando quell'idea di essere ormai dall'altra parte dello specchio.   Twin Peaks, opera capace di cannibalizzare prodotti e narrative differenti e apparentemente inconciliabili, si configura, per quanto visto finora, come un prodotto giocato su fortissimi dualismi (bene e male, bianco e nero, vita e morte, ecc...), ma anche sul loro eventuale superamento e reciproco sfocamento, esemplificato dalla figura di Laura:«I am dead. Yet I live.» Due puntate sono sicuramente poche per capire dove andrà tutto ciò, ma la sensazione è che Lynch ci stia portando da qualche parte (il confronto tra i due Cooper?) per poi sconvolgerci con qualche colpo di scena o aprire qualche filone narrativo del tutto nuovo e inaspettato.   Nel frattempo,     «Woe to those who behold the Pale Horse...»
Vomero film fest. Intervista a Nunzia Schiano
Maggio 26
In occasione del Vomero Fest, tenutosi il 12/13/14 maggio nella quinta municipalità, My Generation ha raggiunto la madrina della Manifestazione Nunzia Schiano per un’intervista in esclusiva. 1-      Tra i vari ruoli che ha interpretato, qual è il personaggio a cui è più legata o comunque più affezionata? Forse quello del film sul mare di Alessandro D’Alatri, anche per un’ affezione nei suoi confronti come regista. In ogni caso sono legata un pò a tutti i miei personaggi, e chiaramente anche quello di “ Benvenuti al Sud” che mi ha dato una grande visibilità. A quel ruolo sarò sempre legata ma, una peferenza in assoluto non ce l’ho. 2-      Nella sua carriera ha coperto diversi ruoli comici accanto ad attori brillanti, con quali di questi si è divertita di più?  Un pò con tutti, ovviamente con Alessandro ma se dovessi indicare qualcuno direi con Biagio Izzo ne  “La valigia sul letto”. 3-      Con quale regista è riuscita ad esprimersi al meglio? Forse proprio con Alessandro D’Alatri che mi ha dato la possibilità di fare un ruolo bello. Non solo comico, ma di madre, una figura molto umana. 4-      Quanto di lei c’è nei ruoli che interpreta? C’ è sempre  qualcosa di me perchè per quanto il personaggio possa essere particolare, l’attore deve mettere il proprio essere nel ruolo. Non c’è una distanza completa e definita tra l’essere e l’interpretare. 5-      Quando si è resa conto che fare l’attrice sarebbe stato il proprio futuro? Abbastanza presto in verità. Certo, quando avevo 16/17 anni, i miei genitori non erano come quelli di oggi, che assecondano i desideri dei figli e vedono la carriera artistica in maniera semplicistica. Io ho continuato a studiare al liceo e all’università, però alla fine ho capito che fare l’attrice era quello che realmente volevo fare. Me lo sono dovuto conquistare e forse per questo la mia è stata una scelta più meditata. 6-      Lei è la madrina del Vomero Film Festival e oggi, con la deposizione della prima stella, dedicata a Totò si inaugurerà la Walk of Fame parteopea. Una kermesse del genere, cosa rappresenta per Napoli e per i cittadini? Una manifestazione del genere è un fatto importantissimo in un momento come questo, dove c’è grande richiesta di cinema napoletano. Non dimentichiamo che su al Vomero c’erano 6 / 7 case di produzione cinematografiche e che una delle prime registe donne, se non proprio la prima, la Notari,  ha lavorato qui. Devo dire grazie a Sergio Sivoli, perchè mi ha fatto conoscere questo lato del cinema napoletano che a me era sconosciuto. Sergio ci crede tanto, forse grazie al fatto che lui è un direttore artistico un pò atipico, in genere il direttore artistico mette l’idea. Sergio ha messo le idee ed  anche la vil moneta. Ha fatto un investimento anche economico su questa iniziativa proprio perché crede fino in fondo nella possibilità di promuovere la cultura. 7-      Avrebbe un consiglio da dare  ai giovani che vogliono intraprendere la sua stessa carriera artistica? Innanzitutto consiglio di capire se questa è veramente la loro strada. Non è detto che tutti si possa fare questo lavoro, non è facile, bisogna avere spirito di sacrificio l’attitudine allo studio. Oggi più di ieri è fondamentale avere talento. Senza talento si può imparare a dire due battute a memoria, nulla di più. Il consiglio che mi sento di dare ai giovani e di cercare quale sia veramente la propria strada, sia essa artistica o meno.        
Barbara Giangravè, storie di “Inerti” e storie di eroi
Maggio 22
Inspiring Woman of Italy 2011, Barbara Giangravé (1982) è una giornalista siciliana, distintasi nel proprio lavoro per la determinazione con cui da ormai quattro anni conduce un’indefessa battaglia contro le organizzazioni mafiose italiane.       Il suo romanzo Inerti (Autodafé 2016) nasce soprattutto dall’esigenza di tradurre in forma artistica il bisogno di raccontare e di raccontarsi. Gioia, donna determinata e solitaria, conduce la sua personale battaglia contro la delinquenza organizzata siciliana. Pervasa da un sentimento di vendetta e dalla voglia di scoprire la verità, la storia di Gioia prende le mosse da una serie di oscure coincidenze che mettono la sua vita e quella delle persone che ha intorno in serio pericolo.   L’improvviso licenziamento e un cospicuo numero di drammi irrisolti, convincono la ragazza a tornare nel paesino d’origine, Acremonte, una piccola comunità agricola dell’entroterra siciliano, decimata dal cancro e da altri misteriosi incidenti.   Ad insospettire Gioia sono le lapidi del cimitero comunale: le date di nascita e morte dei cittadini di Acremonte confermano il sospetto che da una decina di anni non sia aumentato solo il numero di perdite, ma soprattutto quello di morti giovani. Nel piccolo paesino siciliano ogni famiglia ha i suoi drammi da affrontare: per una grave malattia, per una misteriosa scomparsa o semplicemente per la paura di farsi avanti e puntare il dito contro un’evidente verità.       La battaglia di Gioia – così come quella che Barbara conduce nella vita reale – si porta avanti non solo contro un nemico, ma anche contro chi ha paura di affrontarlo. Omertà, paura, cattiva informazione e mancata collaborazione - o addirittura occultamento di prove - delle autorità, sono terreno fertile per il radicamento di abusi, traffici illeciti e completa anarchia delle associazioni mafiose.   Il romanzo di Barbara Giangravè è, nonostante l’inventio narrativa, una testimonianza di questa difficile battaglia, un resoconto dell’impegno quotidiano di uomini e donne attivi sul territorio italiano con l’unico desiderio di restituire al nostro Paese la propria dignità e ai suoi cittadini il diritto di vivere.
Divorziare potrebbe non convenire più!
Maggio 20
Forse sta per finire l'era di chi ha pensato che con il matrimonio la sistemazione fosse assicurata! La sentenza della Cassazione, n. 11504/17, infatti ha stabilito che l'assegno di divorzio non spetta all'ex coniuge se economicamente indipendente, ma solo a quello che ne abbia effettivamente bisogno. Questa decisione rappresenta un terremoto giurisprudenziale,   innovazione secondo alcuni, sciagura per quelli che percepiscono l'assegno divorzile in base al tenore di vita che avevano durante il matrimonio, poiché la sentenza potrà essere invocata in sede di revisione. Fino ad adesso accadeva che un divorziato benestante, in possesso di rendite e proprietà immobiliari, potesse percepire comunque un cospicuo assegno solo per il fatto che durante il suo matrimonio aveva goduto di agi ben superiori a quelli che le proprie finanze gli avrebbero permesso. Ci chiediamo se questa nuova sentenza riuscirà a sostituire l'orientamento di decenni di giurisprudenza in materia, dal momento che i giudici, nel nostro ordinamento, decidono solo in base alle leggi e non sono vincolati alle sentenze dell'Alta Corte e quindi non a quest'ultima, che ha ritenuto il matrimonio un atto di libertà e di autoresponsabilità, superando la vecchia concezione patrimonialistica che vedeva l'ex coniuge conservare il tenore di vita matrimoniale. Adesso l'assegno divorzile potrà essere riconosciuto soltanto se chi lo richiede potrà dimostrare di non potersi procurare i mezzi economici sufficienti al proprio mantenimento. Questa novità giuridica sembra buona, sia perché regola in modo più equo le relazioni patrimoniali tra i coniugi, sia perché non intacca i diritti dei figli.  In molti altri Stati, le vicende economiche, in caso di rottura della coppia, sono già regolate prima del matrimonio con i cosiddetti accordi prematrimoniali e, anche se fa una certa tristezza pensare che in questo modo metta già in forse in qualche modo il progetto di vita di coppia e di famiglia, sarebbe opportuno  introdurli anche in Italia. 
Addio a Chris Cornell
Maggio 19
Che sia il destino, il caso o una scelta, il fatto è che molti esponenti del Grunge, dopo aver esternato con il canto le proprie sofferenze, hanno deciso di farla finita; tra questi ricordiamo Kurt Cobain frontman dei Nirvana, Layne Staley voce degli Alice in the Chains e a Scott Wiland cantante degli Stone Temple Pilots. Il 17 Maggio del 2017, a questa lista nera, si è aggiunto il nome di Chris Cornell, uno dei pionieri del Seattle Sound, che ha messo fine alla sua vita in una camera d'albergo di Detroit. Aveva 52 anni. La sua carriera iniziò proprio qui a Seattle, sua città natale, che oggi gli ha reso omaggio riempiendo di fiori il giardino musicale di Magnuson Park e oscurando per un'ora il sovrastante Space Needle, simbolo della città. Cornell iniziò a suonare, fondando il gruppo dei Soundgarden, consacrati nel 1994 grazie all'album Superunknown che conteneva la famosa Black Hole Sun. In seguito fu impegnato come voce degli Audioslave, gruppo formato con alcuni componenti dei Rage Against the Machine. Ha pubblicato vari dischi da solista, l'ultimo pubblicato nel 2015 è Higer Truth. Chiunque negli anni '90 sia stato un ragazzo o un adolescente, come me, non poteva fare a meno di ascoltare quella musica così particolare e di identificarsi in uno stile che cercava di andare oltre il punk e oltre l'hard rock. Sì perché con quel tipo di suono così sporco, si dava voce alla ribellione di una generazione che cercava un proprio spazio in un mondo che cambiava e si evolveva lontano dalle sue aspettative. Chi invece non è cresciuto a “pane e Rock” probabilmente non ha mai sentito nominare Chris Cornell e soprattutto non ha mai ascoltato la sua voce calda, potente e a tratti disperata in canzoni come Hunger Strike, Like Stone, Cochise, Man of Steel presente nel remake di Superman e You know my name presente in Casino Royale. A questi mi sento di suggerire che è arrivato finalmente il momento di scoprire quest’artista, magari aiutandosi con una sua playlist di canzoni, come quelle proposte da Spotify o da Deezer. 
Impariamo a difenderci dagli attacchi informatici
Maggio 18
Venerdì 12 maggio 2017 si è diffuso, in più di 100 paesi, un ransomware che è riuscito a criptare i dati di moltissimi computer appartenenti ad enti e ad internauti, evento che ha obbligato a formattare i PC e a creare una una nuova identità informatica per evitare di versare un riscatto di 300 dollari in bitcoin per rientrare (si spera) in possesso dei vecchi dati e sopratutto delle password.   Sì, è un vero e proprio ricatto. Molti esperti di sicurezza informatica hanno considerato questo attacco come uno dei più disastrosi mai apparsi sul web, poiché il nuovo virus, chiamato WannaCry, non si è diffuso tramite email come quelli precedenti, ma ha sfruttato delle falle presenti nei vecchi sistemi operativi Windows, falle a cui la Microsoft sta attualmente ponendo rimedio con delle patch. Dietro quest'operazione non c'è la mano di hacker annoiati che vogliono dimostrare al mondo la loro abilità di programmatori, ma di professionisti che, probabilmente vorranno rivendere i dati sequestrati al miglior prezzo usando tools rubati all'agenzia informatica statunitense NSA. Purtroppo c'è anche il sospetto che si vogliano costringere enti e consumatori a rivolgersi a determinati software per proteggere al meglio i propri computer, e sarebbe ancora più grave se si volessero testare le vulnerabilità informatiche militari dei paesi colpiti. Questo lo scopriremo solo in seguito. Per adesso l'unica difesa consiste nell'aggiornare i propri software, cosa che può essere da aiuto specialmente per chi è poco nerd, ma la miglior protezione è nella testa dell'utente, che deve stare attento alla navigazione, a ciò che scarica e ai siti che aprono automaticamente altre pagine. Inoltre può essere anche utile cambiare spesso password e proteggerla con la modalità in "due passaggi", svuotare la cache prima di chiudere il computer, navigare con browser che permettono la navigazione privata, aggiornare i firmware dei modem e adottare la precauzione, dopo aver eseguito un backup automatico, di tenere i file più importanti su delle chiavette.

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