A Sanremo un fiume di parole!

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A Sanremo un fiume di parole!
Febbraio 16
  L’evento canoro dell’anno, il Festival di Sanremo, non pensiate che ci perseguiti soltanto per un’intera settimana, perché i media ne parlano, in bene e in male, per lungo tempo. Le acclamazioni per i presentatori e per la kermesse si contano a bizzeffe, tuttavia, come al solito, invece di essere solo un momento di relax, diventa anche lo spunto per interminabili polemiche che mai come quest’anno non sono state, né saranno, sterili.   Durante la settimana sanremese il rapper Ghali è stato sotto la lente dei riflettori, reo di aver portato un brano pacifista in un momento in cui alle porte d’Europa, in Ucraina e in Israele, ci sono delle guerre in atto, che speriamo non siano portatrici di venti di guerra mondiale. Il cantante milanese per aver intonato “Ma, come fate a dire che qui è tutto normale/Per tracciare un confine/Con linee immaginarie bombardate un ospedale/Per un pezzo di terra o per un pezzo di pane/Non c’è mai pace/Ma il prato è verde, più verde, più verde/Sempre più verde (sempre più verde)/Il cielo è blu, blu, blu…” è stato preso di mira prima dalla comunità ebraica e poi dalla dirigenza RAI. A loro dire cantare un brano “pieno di propaganda” è stato inopportuno e sconvolgente visto i fatti del 7 ottobre scorso. Sebbene Ghali non abbia mai spiegato il significato della sua canzone, ognuno può interpretarla come vuole visto che non si fa riferimento a luoghi e a intenti precisi. Soltanto chi ha la coda di paglia si sente preso di mira perché la contestualizza in Palestina. E poco importa che in circa 4 mesi più di 100.000 palestinesi sono rimasti feriti o dispersi e che chiunque riporti questa semplice verità subisce la scure della censura. Ghali con la sua umiltà e semplicità ha ricordato che in Medio Oriente è in corso un genocidio, ma guai a farlo notare perché si rischia di passare come antisemiti.   Nemmeno si è mancato di puntare il dito verso il cantante partenopeo Geolier già da prima che mettesse piede sul palco perché si sapeva che avrebbe presentato un brano completamente in napoletano: “I p’ me, tu p’ te”. Tuttavia non è la prima volta che a Sanremo viene cantata una canzone in dialetto, basti pensare a tutte quelle volte che su quel palco si è esibito Nino D’Angelo, che in seguito ha raccontato di un sentimento antinapoletano da parte degli addetti ai lavori. Addirittura Gigi D’Alessio, ormai amato da tutti, ha riferito di una certa diffidenza nei suoi confronti, anche quando si è presentato sul palco con la Berté, proprio perché proveniva da una delle città più importanti del Sud. Quelli che remano sempre contro non hanno mai visto di buon occhio il canto napoletano al Festival, e poiché a pensar male spesso ci si indovina crediamo che le critiche sono state rivolte all’interprete proprio perché proveniva dalla periferia nord di Napoli sempre nell’occhio del ciclone. Durante la competizione canora, la denigrazione contro il rapper di Miano non è affatto cessata, raggiungendo il suo culmine con i fischi avvenuti in platea e in sala stampa e con illazioni da parte del web che ha incolpato il rapper di aver comprato i voti con i soldi della camorra.   La storia si ripete. Come al solito chi viene da una periferia problematica viene subito etichettato negativamente. Ma siamo sicuri che se Geolier fosse stato di Posillipo o del Vomero ci sarebbero state le stesse polemiche? Quello che è successo ci aiuta a riflettere su importanti aspetti sociali e non perdere tempo, come accadeva negli anni passati, sui sospetti di plagio o sui look stravaganti o su diatribe sul palco.     link all'immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Festival_di_Sanremo_2024_logo.png
TELEPATHY: NEURALINK IMPIANTA IL PRIMO CHIP IN UN CERVELLO UMANO
Febbraio 03
Dopo aver ottenuto l’approvazione dalle autorità di regolamentazione statunitensi, Elon Musk ha comunicato che Neuralink, una delle sue startup, ha impiantato il primo chip all’interno del cervello di un essere umano. Il dispositivo prende il nome di Telepathy e viene inserito nel cervello umano tramite un’operazione chirurgica abbastanza invasiva. Attualmente, è ancora sconosciuta l’identità della persona che ha ricevuto questo impianto ma Elon Musk ha annunciato che il paziente è in ripresa post-operatoria e che i risultati iniziali mostrano un promettente rilevamento di picchi neuronali.   Il dispositivo ideato promette di rilevare, tramite dei sensori, i segnali cerebrali e di inviarli a un’interfaccia che li rielabora consentendo alla persona di utilizzare un computer attraverso il proprio pensiero. L’impianto è formato da 5 elementi: una capsula esterna realizzata in materiale biocompatibile, una batteria ricaricabile, i microchip che traducono i segnali cerebrali e li trasmettono ai dispositivi ed infine 24 fili dotati di 1024 elettrodi che vengono collegati al cervello grazie ad un robot in grado di agire con estrema precisione. Il chip, dunque, viene posto nella zona del cervello che si occupa del movimento e dovrebbe riuscire a trasformare l’attività neurale in segnali, in modo da farci usare il computer o lo smartphone e, attraverso questi, qualsiasi strumento, senza muoverci ma solo pensando di muoverci. Ovviamente, è giusto sottolineare che questo impianto non è nato improvvisamente. Negli scorsi anni Neuralink aveva già fatto diversi test sugli animali, soprattutto sulle scimmie, e lo scorso maggio era stata autorizzata dall’agenzia statunitense che si occupa di farmaci e dispositivi medici una prima sperimentazione anche sull’uomo. Neuralink, però, non è la prima azienda che si occupa di questo; già da decenni altre aziende stanno studiando impianti per il cervello molto simili a Telepaty.   In ogni caso, Neurolink ha l’ambizione di migliorare le abilità umane e allo stesso tempo intervenire positivamente su disturbi neurologici come il Parkinson o la SLA. Questo chip, infatti, ha come obiettivo primario quello di fungere da dispositivo medico che aiuti le persone che hanno problematiche motorie. Le posizioni su questo tema sono contrastanti. Fino ad ora, per malattie neurologiche come quelle citate, non ci sono cure ma solo farmaci che cercano di tenere sotto controllo il decorso inevitabile della malattia dunque questo chip, se usato correttamente, potrebbe essere molto utile. Alcuni, infatti, credono che l’impiego di questa tecnologia in campo medico possa avere dei risvolti straordinari e ne individuano il vero potenziale. Chiaramente, c’è chi invece è spaventato da una tecnologia di questo genere e dal suo possibile utilizzo in altri ambiti. Un’integrazione tra uomo e macchina così potente da entrare nel nostro cervello forse è la cosa che intimorisce maggiormente anche se, molti dispositivi medici che usiamo, sono già tecnologie esterne che ci vengono impiantate e che ci permettono di vivere meglio o di sopravvivere. L’idea di un microchip nella testa, però, è molto invasiva e in effetti sono tantissimi gli aspetti etici in gioco. Chi avrà accesso a questa tecnologia? Come saranno garantite la privacy, la sicurezza, il consenso e l’autonomia dei singoli utenti? Le domande sono tante ma sicuramente prima di ogni altra cosa va testata la sicurezza di questi dispositivi.             Link alla foto: https://www.hwupgrade.it/i/n/neauralink_m_720.jpg
25 anni senza Fabrizio De André
Gennaio 21
L’ultimo grande poeta della musica italiana che ha saputo descrivere la vita degli emarginati e raccontare i vizi grotteschi di una borghesia con la puzza sotto al naso ci lasciò venticinque anni fa in fredda giornata di gennaio. Fabrizio De André, con la sua particolare voce baritonale, mise alla berlina personaggi come medici e giudici e scavò nell’animo di prostitute, transessuali, nani, matti, malati di cuore, descritti tutti con una sagacia forte e unica che resero il cantastorie genovese un personaggio unico nel panorama della musica italiana.   Ben inteso, all’estero i menestrelli Bob Dylan e Leonard Cohen descrissero la monotonia delle persone comuni, ma De André riuscì ad andare al di là della semplice ballata folk, perché inserì nei suoi testi elementi di natura medievale o, come gli piaceva ricordare, provenzale. Molti cantanti della sua stessa generazione si innamorarono dalle sonorità d’oltre oceano e da queste presero spunto per i loro brani. Faber guardava e ascoltava quel mondo con disincanto perché non gli interessava raggiungere le vette delle hit parade seguendo la scia del momento. Influenzato da chansonnier francesi, come Brassens, di cui cantò in italiano alcuni suoi brani, imparò a guardare la realtà in modo critico e pietoso.   Voleva semplicemente dare voce agli ultimi e certo non immaginava che le sue liriche sarebbero entrate nei cuori della gente allora come oggi. Quando il cantautore genovese mosse i primi passi vi furono pseudointellettuali che criticarono le sue canzoni e lo accolsero tiepidamente; tuttavia De André in vita è diventato famoso e conosciuto a livello internazionale e in morte, cosa che pensiamo non avrebbe mai voluto, ha subito un processo di beatificazione anche da parte di quella stampa che inizialmente gli remò contro.   Musicalmente De André può definirsi rivoluzionario, infatti fu uno dei primi musicisti, almeno in Italia, a non seguire uno schema preciso, tanto che possiamo citarlo come uno dei capostipiti della World Music. Alcuni compagni di viaggio, come Franz di Cioccio, hanno sottolineato questo suo ecclettismo musicale, capace di superare barriere o generi musicali. Così i suoi brani risultano sregolati sia nella metrica sia nel ritmo. De André difficilmente può essere catalogato in un genere musicale: rock, pop, folk… è lui il genere!   Questo è il personaggio, ma dal punto di vista della persona lui si considerava un uomo qualunque, né santo né predicatore, e come uomo qualunque non era esente da vizi, quali il fumo, che lo condannò a morte con un tumore ai polmoni, e le passioni che lo portarono a volare da “fiore in fiore”. E sempre l’uomo qualunque, mentre imperversavano gli anni di piombo, per dieci anni, dal ’69 al ’79 De André fu tenuto sotto controllo dal Sisde perché sospettato di essere un simpatizzante delle brigate rosse. Si diffidava di Faber senza disporre di riscontri verosimili. L’unica colpa di questo pericoloso musicista erano i versi della “Storia di un impiegato” che trattano il tema del rapporto dell’individuo con il potere lasciando diversi spazi aperti all’interpretazione. Soprattutto nel 1976, agli atti, c’è la relazione dell’Antiterrorismo in cui si menziona l’acquisto di un appezzamento di terreno in località Tempio Pausiana (Sassari) dove il cantante avrebbe deciso, secondo gli investigatori, di istituire una comune per extraparlamentari di sinistra. Naturalmente lì non ci fu nessuna comune, ma solo allegri convivi tra amici e il meno allegro sequestro, da parte dei banditi sardi, di Fabrizio e Dori, rilasciati dopo quattro mesi, solo a fronte di un cospicuo riscatto.   Oggi la sua eredità musicale è portata avanti, con amore ed entusiasmo, da suo figlio Cristiano in Italia e oltre. Noi speriamo che possa esibirsi anche a Scampia, tra i diseredati, tanto amati da suo padre, che hanno gioito per l’intitolazione dell’auditorium all’VIII municipalità a Faber e per il murales creato da Jorit, a via Labriola. 
Sanremo 2024: vengo anch’io? No, tu no!
Dicembre 26
Anche quest’anno il conduttore Amadeus ha comunicato in televisione, senza che i fortunati ne fossero stati avvisati precedentemente, i nomi dei partecipanti alla gara sanremese, kermesse che intrattiene ogni anno il pubblico italiano. E come ogni anno, a esibirsi sul palco dell’Ariston ci saranno vari artisti italiani e internazionali che si esibiranno durante le cinque serate.   Il beniamino di RaiUno, dopo aver annunciato i 27 concorrenti in gara tra cui Fiorella Mannoia, Il Volo, i Negramaro e tanti altri, (elenco completo a fine articolo), ha voluto ricordare anche le variazioni al regolamento delle votazioni della gara: dalla prossima edizione voterà non solo il pubblico da casa con il Televoto, la Giuria Sala Stampa, TV e Web, ma anche la Giuria Radio. Non abbiamo dubbi sulla regolarità della gara e del voto, perché il garante è proprio il servizio pubblico che vigila dal 1955.   Ma a distanza di più di 60 anni non ci viene ancora svelato il criterio con cui vengono scelte le canzoni e gli artisti. Tutto è messo nelle mani del direttore artistico che sceglie, in base alle sue conoscenze, al suo gusto e soprattutto a ciò che richiede il mercato canoro le canzoni e i cantanti. Proprio perché non c’è mai chiarezza su queste decisioni, ogni anno partono polemiche che fanno più rumore del normalissimo Festival. Fare un elenco completo su tutti i big esclusi da Sanremo2024 sarebbe davvero una mission impossible, tuttavia alcuni casi – pochi – balzano all’occhio più di tutti.   Il primo è sicuramente quello dei Jalisse. Non riusciamo davvero a comprendere perché dopo aver vinto nel 1997 con “Fiumi di Parole” hanno collezionato 27 no di fila. Supponiamo che il duo composto da Fabio Ricci e da Alessandra Drusian non divenne popolarissimo forse perché all’epoca non ebbe santi in paradiso capaci di promuovere una canzone al centro di numerosissime polemiche.   E i santi in paradiso non li ha nemmeno Marco Carta, vincitore di Amici nel 2008 e a Sanremo 2009, rifiutato anche lui dalla competizione dell’anno prossimo. I maligni hanno sempre affermato che il cantante sardo sia stato usato come “prodotto” dell’industria discografica, come merce creata ad hoc per il pubblico di teenager che segue la trasmissione di Maria De Filippi. Una volta uscito dal binario, la voce de La forza mia, non ha mai saputo o potuto crearsi una identità forte che lo portasse fuori dal cortile in cui è stato cresciuto ed è per questo che è costantemente stato scartato da circuiti mainstream.   E non è un caso che Povia provi da anni a portare un brano sociale, come lui lo definisce, senza successo. Ed è stato proprio il cantante a sottolineare il fatto che il mercato l’accoglie a braccia aperte quando propone brani del tipo I bambini fanno oh, ma quando propone canzoni più impegnate, di denuncia contro un certo modo di pensare, contro il sistema, l’unica risposta che ottiene è: “ritenta, la prossima volta sarai più fortunato”. Speriamo di essere più fortunati la prossima volta anche noi nello scoprire le modalità con cui vengono selezionati gli artisti, per adesso quello di sicuro sappiamo sono i nomi dei partecipanti e degli ospiti musicali.       Elenco partecipanti Festival Sanremo 2024   Ghali – Casa mia Alessandra Amoroso – Fino a qui Gazzelle – Tutto qui Ricchi e Poveri – Ma non tutta la vita Dargen D’Amico – Onda alta Angelina Mango – La noia Fred De Palma – Il cielo non ci vuole Fiorella Mannoia – Mariposa Loredana Bertè – Pazza Mr.Rain – Due altalene Geolier – I p’ me, tu p’ te Negramaro – Ricominciamo tutto Rose Villain – Click boom! Mahmood – Tuta gold Diodato – Ti muovi Annalisa – Sinceramente Il Volo – Capolavoro Emma – Apnea Francesco Renga & Nek – Pazzo di te La Sad – Autodistruttivo Irama – Tu no Big Mama – La rabbia non ti basta The Kolors – Un ragazzo una ragazza Sangiovanni – Finiscimi Il Tre – Fragili Alfa – Vai! Maninni – Spettacolare Santi Francesi – L’amore in bocca Clara – Diamanti grezzi bnkr44 – Governo punk   link immagine: https://en.wikipedia.org/wiki/Sanremo_Music_Festival#/media/File:Sanremo0006.jpg
THREADS: LA NUOVA APP DI META ARRIVA ANCHE IN ITALIA
Dicembre 23
Threads è il nuovo social che sta spopolando nelle ultime settimane. Rivisitazione del vecchio Twitter (ora X) ma questa volta firmato da Mark Zuckerberg, ha debuttato ufficialmente anche in Italia e nel resto d'Europa il 14 dicembre alle ore 12:00. Nei giorni precedenti al lancio del social network, infatti, Meta ha ufficializzato la disponibilità di uscita anche nell’UE, dopo l'iniziale uscita limitata agli USA e poche altre nazioni. Threads è un social network di tipo microblogging ossia dedicato soprattutto alla condivisione di brevi porzioni di testo (500 caratteri), ma lascia anche la possibilità di caricare link, foto e video (massimo di 5 minuti). Threads, inoltre, consentirà presto anche la comunicazione con altre piattaforme del cosiddetto fediverso ovvero altre comunità e piattaforme non legate a Meta.   La procedura d’utilizzo è molto semplice, basta scaricare l'apposita app e scegliere di accedere con l'utenza Instagram già esistente oppure crearne una nuova. Se si sceglie la prima opzione, si creerà automaticamente un link al proprio Threads nel profilo di Instagram e si manterrà anche lo stesso username e foto profilo. L'interfaccia grafica è pulita e minimalista, molto simile a quella dell'attuale versione di X e questo permette ai nuovi iscritti di potersi già orientare nella nuova app. I tag sono in fase di diffusione, ma funzionano in modo differente rispetto agli altri social. Invece di scegliere una singola parola, si potrà infatti categorizzare ogni post con un'intera frase, con spazi e caratteri speciali.   Threads può sembrare un social effettivamente utile e interessante perchè si condividono i contenuti in maniera molto spontanea e rapida e soprattutto unendo forme di comunicazione diverse, permettendo a chiunque di scegliere il metodo di condivisione che preferisce tra testo, audio, gif, foto o video. Tutto in un’unica app. L'obiettivo dell'inventore di Facebook era quello di offrire un'alternativa concreta a X e, con Threads, forse ci è riuscito. Quella di lanciare un nuovo social prevalentemente testuale potrebbe sembrare una scelta anacronistica nel 2023, ma c'è da dire che Threads è per Zuckerberg il tassello che completa il suo impero: dopo aver riprodotto i Reels ispirandosi a TikTok, ora ha replicato anche l'ex Twitter. Probabilmente è questo il vero motivo dell’uscita di questo social: la necessità di Meta di estendere il proprio monopolio comunicativo.   È ancora presto per dire se Threads riuscirà a sostituirsi ad X e se avrà lunga durata. Tuttavia, appartiene a una grossa società di social network ed è collegato a Instagram con circa 2 miliardi di utenti globali. Il punto di forza di questa app, dunque, è proprio il suo collegamento immediato con Instagram. Non solo è stato aggiunto ciò che manca alla celebre app ossia una parte testuale e l’uso di vocali ma, il collegamento tra le due piattaforme, permette ai creatori di contenuti un trasferimento più veloce dei follower di quell’app; ai fruitori di contenuti, invece, consente di ritrovare facilmente i profili che seguono sull’altro social. D’altra parte, Threads offre sostanzialmente ciò che offre Twitter/X, e gli utenti molto attivi su quest’ultima piattaforma potrebbero non avere sufficienti incentivi a spostarsi sulla nuova. Anche perché i pubblici di X e di Instagram non sono gli stessi e questo rappresenta un disincentivo all’utilizzo per i fruitori di X, che potrebbero non ritrovare su Threads i loro utenti e contenuti preferiti di X. Di recente, inoltre, molti hanno giudicato l’app come caotica e senza effettivo controllo sui contenuti visibili o sugli utenti disponibili. Per capire di più sul futuro di questa nuova app, quindi, non ci resta che attendere ulteriori evoluzioni della stessa e aggiornamenti sull’interesse che riscuoterà.                     Link alla foto: https://euwmmp8yg9n.exactdn.com/wp-content/uploads/2023/12/2023-07-04t143052z_1216481558_rc2ew1av5et6_rtrmadp_3_meta-threads-1688626945_jpg_1600x900_crop_q85.jpg?strip=all&lossy=1&quality=90&webp=90&avif=80&ssl=1
Now and Then chiude il viaggio dei Beatles
Novembre 24
Il 2 novembre scorso, come molti sapranno, è stato pubblicato l’ultimo singolo dei Beatles Now and Then, una canzone, registrata nell’arco di quasi 5 decenni e che ha dato al gruppo di Liverpool la soddisfazione di stare in vetta alle classifiche britanniche come accadde nel 1969 con The Ballad of John and Yoko.   Nel 1977 John Lennon non faceva più la vita da star, oramai tutte le sue attenzioni erano rivolte al piccolo Sean, che trascorreva gran parte del suo tempo con il padre e ciò impediva all’ex Beatle di dedicarsi alla musica a tempo pieno. Dalla trasmissione radiofonica The Lennon Lost Tapes, condotta da Elliot Mintz e andata On Air tra il 1988 e il 1992, emerse però che la voce di Imagine, ogni tanto, con l’aiuto di un registratore portatile, si accompagnava alla chitarra o al piano per registrare demo e frammenti musicali. Fu proprio in questi momenti che John registrò Free As a Bird, Real Love e Now and Then. Queste canzoni non furono mai completate perché Lennon fu ammazzato fuori al suo appartamento l’8 dicembre 1980 e, sebbene sulla cassetta che le conteneva ci fosse scritto “For Paul [McCartney]”, rimasero sepolte finché Yoko non la consegnò nelle mani dell’ex bassista dei fab four nel 1994. Fino a quel momento i Beatles rimasti o più simpaticamente i Threetles, si erano sempre opposti a riformare la band senza il loro vecchio compagno di avventure, ma quelle canzoni una volta riscoperte hanno dato alla band l’ultima occasione, per suonare assieme, almeno virtualmente.   E così John, Paul, George e Ringo, con l’aiuto del produttore Jeff Lynne registrarono Free as A Bird e Real Love per il progetto Beatles Anthology. Il tutto non senza qualche difficoltà dovuta alla qualità del nastro originale che impediva di separare il piano e la voce di John Lennon, che con il nuovo arrangiamento subiva problemi di pitching. Per Now and Then, oltre ai problemi citati, si aggiungeva anche il rumore di sottofondo dell’appartamento di New York, rendendo impossibile, dopo un paio di tentativi, di registrarci sopra, fino all’avvento, nel 2022, dell’intelligenza artificiale che è riuscita a isolare e a pulire la voce del membro occhialuto. Qualcuno l’ha battezzata “operazione Freinkstein”, ma in realtà da anni la tecnologia permette agli artisti di poter registrare in luoghi e in tempi diversi. I Beatles  hanno semplicemente sfruttato l’ultima innovazione tecnologica per dare ai fans quel giusto lieto fine.   Forse non ci saranno più inediti, ma siamo sicuri che grazie alla learning machine, utilizzata da Peter Jackson per le Get Back session e per Now and Then, ci saranno nuove operazioni commerciali per tenere in vita il brand: nuove ristampe o remaster dei loro vecchi album, ma anche il recupero di vecchi live oggi inascoltabili a causa dalle urla delle fan.      Foto presa dal sito di Rolling Stone italia    
Possibile aumento dell'IVA su Tampon Tax e prodotti per l'infanzia: i beni essenziali diventano beni di lusso
Ottobre 27
Secondo le bozze del Disegno di Legge di Bilancio in circolazione, l’Iva per l’igiene femminile e per i prodotti dell’infanzia dovrebbe passare dal 5% attuale al 10% dal prossimo anno, sebbene il testo della Manovra 2024 proposto dal Governo non sia ancora stato diffuso ufficialmente. Il raddoppio dell’aliquota sui prodotti come assorbenti, tamponi e coppette mestruali, ma anche sul latte in polvere e sui prodotti per l’alimentazione e la cura dei bambini, si inserisce in quella serie di mini tasse che il Governo si appresta a varare nella nuova legge di bilancio. In realtà, Giorgia Meloni ci aveva anticipato di questo possibile cambiamento già in conferenza stampa parlando del pacchetto natalità e suggerendo di eliminare il taglio dell’Iva sui prodotti per la prima infanzia. Oggi ci dice: “Purtroppo il taglio dell’iva è stato nella stragrande maggioranza dei casi assorbito da aumenti di prezzo e quindi non penso che valga la pena rinnovare questa misura” e ora nella bozza della manovra di bilancio si legge chiaramente che il governo dice stop alla tassazione al 5% per i prodotti per l’infanzia e per la Tampon tax.   Assorbenti e pannolini per bambini sembrano quindi essere diventati dei beni di lusso quando, in realtà, sono prodotti di prima necessità. Dei passi avanti erano stati fatti negli anni scorsi abbassando l’iva dal 22% al 10% e lo scorso anno riducendola ulteriormente al 5%. Dopo un anno, dopo che si era dato tanto spazio e attenzione al tema, ci troviamo quindi di nuovo a fare un passo indietro rispetto ai nostri miglioramenti passati ma soprattutto rispetto a molti altri paesi. Nel Regno Unito, per esempio, la Tampon tax è stata eliminata, la Scozia ha addirittura reso gratuiti gli assorbenti nelle scuole e negli edifici pubblici, mentre in Nuova Zelanda sono state promulgate leggi contro la period poverty.   Con il nuovo possibile ed ulteriore rialzo, moltissime donne e famiglie italiane, che già affrontano i rincari di tantissimi prodotti, saranno messe in difficoltà. Questa decisione, oltre ad essere un problema per molti italiani, sembra contraddire le proposte fatte negli scorsi mesi de Meloni come il favorire le nascite e dare aiuti concreti alle famiglie italiane. Basti pensare che per acquistare gli assorbenti la stima oscilla tra gli 80€ e i 130€ annui mentre, per un genitore, comprare i pannolini costa in media 726€ a figlio ogni anno finché ne ha bisogno. Altra contraddizione sta nel fatto che era stato proprio questo esecutivo nella precedente Legge di Bilancio a tagliare l’Iva dal 10% al 5% sui prodotti per l’igiene femminile e per l’infanzia. Inoltre, la riduzione dell’aliquota Iva sui prodotti e servizi per l’infanzia era uno dei punti del programma della coalizione di centrodestra alle ultime elezioni. Ma soprattutto, cosa ne è stato della prima premier italiana donna che si sperava potesse essere simbolo dell’emancipazione femminile? Il taglio dell’Iva sugli assorbenti è da sempre una lotta che caratterizza le rivendicazioni femminili prima che femministe, ma l’aumento dell’Iva al 10 % favorirà di nuovo l’aumento dei prezzi segnando una nuova sconfitta nell’abbattimento delle discriminazioni nei confronti delle donne.             Link alla foto: https://cdn.milenio.com/uploads/media/2021/06/22/menstruacion-proceso-natural-requiere-alternativas.jpg
In arrivo Spotify Superpremium
Ottobre 25
Sulla rete, durante l’epoca Covid, i maggior servizi di musica streaming, come “Amazon Music Unlimited” e “Apple Music,” hanno offerto, ai propri abbonati, un servizio di audio non compresso e finalmente con una qualità lossless su tutto il loro catalogo. Sottoscrivendo un abbonamento, con quota non superiore agli 11 euro al mese, si può ascoltare un repertorio di canzoni con la stessa qualità di un CD audio. Un prezzo giudicato accettabile sia dalla maggior parte degli internauti sia da quella delle major e dagli editori per le royalties, ma non dalla maggior parte degli artisti che vedono nell’usufruire della musica, senza supporto fisico, venir meno i loro guadagni.   Ci vorrà del tempo per capire e accettare questa rivoluzione copernicana, d’altro canto ogni cambiamento ha bisogno di un periodo di assestamento così come è accaduto per la fruizione della musica liquida che ha superato pian piano l’ascolto del ben amato CD. Anche Spotify si appresta a garantire -finalmente - ai suoi utenti una qualità non plus ultra. Ad una bella notizia, però, se ne affianca una non molto gradita in quanto i rumours annunciano un aumento del canone che passerebbe dai classici 10/11 Euro ai 19,90. Tuttavia, dalle parti di Stoccolma, i manager della azienda svedese sono sicuri del successo delle nuove sottoscrizioni specialmente da parte degli audiofili.   Da un paio di anni si è vociferato, sulla rete, di un piano Spotify HiFi che avrebbe permesso l’ascolto di musica con qualità lossless: servizio mai entrato in funzione perché ancora in fase di test. Oggi invece i beta testers hanno confermato che sui loro dispositivi è apparso il logo e le caratteristiche del nuovo piano Spotify SuperPremium che oltre a garantire un audio a 24 bit, includerà anche 30 ore di ascolto di audiolibri vari, playlist generate dall’intelligenza artificiale, un avanzato strumento di mixaggio e un’oscura Sound Capsule di cui, attualmente, non si ha nessun dettaglio. Certamente nuove funzioni, ma un prezzo così lontano dalle possibilità pecuniarie dei giovani ci lascia perplessi. Dopo tutto la musica in streaming è nata per abbattere i download illegali, quelli fatti con Emule e Torrent, così con un costo alla portata di tutti, gli utenti hanno potuto ampliare i propri orizzonti e conoscere meglio generi musicali o artisti lontani dalla propria confort zone.   Tutto bello? Assolutamente no, poiché temiamo che gli altri competitors possano fare cartello piuttosto che concorrenza tra di loro. Ci auguriamo solo che gli utenti finali non siano indotti, per il caro prezzo, nella tentazione di scaricare musica illegalmente poiché molti album non sono presenti sulle piattaforme di streaming. Ma questa non è l’unica causa del download selvaggio: il prezzo dei dischi fisici è diventato proibitivo a causa di una filiera ingorda che comprende artisti, produttori, managers ed editori che più mangiano e più vogliono mangiare.   Gli analisti del reparto commerciale agiscono furbamente perché sanno che i pezzi ascoltati tramite le casse di un computer o nelle cuffiette rappresentano la colonna sonora delle giornate di molti, una colonna sonora diventata ormai irrinunciabile, e sebbene sia comprensibile un aumento di prezzo che è anche lecito per chi vive di questo lavoro, bisogna fare attenzione. Non si può tirare troppo la corda in un momento in cui l’inflazione galoppa e gli stipendi sono fermi da più di vent’anni.   link all'immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Spotify#/media/File:Spotify_logo_with_text.svg
I Rolling stones alla riscossa
Settembre 19
Nel 2021 Mick Jagger annunciò alla stampa che la band aveva “un sacco di brani pronti” per la pubblicazione, poi la notizia passò in secondo piano rispetto ai festeggiamenti dei sessant'anni di carriera che portarono i nostri a un tour celebrativo in tutta Europa. Il gruppo non pubblica un inedito da più di 16 anni, l’ultimo è stato "A Bigger Bang", pubblicato nel 2005. Ma adesso il momento tanto atteso dai fans sembra finalmente arrivato. A luglio del 2023 sull’Hackney Gazette di Londra è comparso un criptato annuncio da parte dell’azienda Hackney Diamonds che ripara vetri rotti e, attraverso diversi indizi, portò a credere ai lettori che ci sarebbe stato un nuovo disco dei Rolling Stones. Infatti nei paratesti c’erano richiami alle canzoni di Mick Jagger.   All’inizio di settembre l’enigma è stato sciolto al Jimmy Fallon Show, dove è stata annunciata la pubblicazione dell’ellepì “Hackney Diamonds” peril 20 ottobre prossimo. Insomma le pietre rotolanti sono tornate più dirompenti che mai. Nel nuovo LP, torna la formazione classica, quella composta da Mick Jagger, Keith Richards, Ronnie Wood, Charlie Watts e Bill Wyman. in due brani registrati prima del 2021, Mess It Up e la Live by the Sword. Oltre a loro, in questa nuova avventura ci sono altri ospiti illustri che accompagnano la band inglese. Infatti in Sweet Sounds of Heaven ci sono la voce di Lady Gaga e il sintetizzatore di Steve Wonder, e nella traccia in Bite My Head Off c’è il basso Hofner di Paul McCarrtney. A completare la lista dei super cantanti c’è Elton John che canta con gli Stones in due canzoni: Get Close e Live by the Sword.   Il progetto è stato anticipato dal nuovo singolo, Angry, che sulle piattaforme di Streaming ha già avuto moltissime visualizzazioni.  Su Youtube è possibile già apprezzare il videoclip e l’ascoltatore, con l’immaginazione, può salire a bordo della Mustang assieme a Sydney Sweeney tra le vie di Los Angeles. Tra le vie della città americana non si può fare a meno di guardare i billboard che trasmettoni filmati d’epoca degli Stones mentre suonano il nuovo pezzo. Una simpatica idea avuta dal regista François Rousselet che ha voluto rendere omaggio in questo modo alla storia di Jagger e soci attraverso filmati storici che vanno dagli anni ’60 agli anni ‘80. Aspettando il 20 ottobre, elenchiamo la track list del disco che dura 48 minuti circa: Angry Get Close Depending on You Bite My Head Whole Wide World Dreamy Skies Mess It Up Live by the Sword Driving Me Too Hard Tell Me Straight Sweet Sounds of Heaven Rolling Stone Blues  
Salute mentale: i due lati dei social tra confronto e autodiagnosi
Settembre 13
Negli ultimi anni, parlare di salute mentale non è più un tabù, soprattutto per le nuove generazioni. Anche i social hanno dato un grande contributo nel normalizzare questo argomento, dando agli utenti la possibilità di esprimere le proprie opinioni e conoscenze in modo semplice e diretto, raggiungendo un gran numero di persone. Questi hanno consentito di affrontare tematiche che fino a pochi anni fa erano relegate a un contesto ristretto e familiare. La pandemia, inoltre, ha messo a dura prova la salute mentale di molti dando però così la spinta per chiedere aiuto ad esperti del settore: come ha riportato la commissione europea, a ottobre 2022 in Italia su 300.000 richieste per il bonus psicologo, oltre il 60% dei cittadini era under 35. Questa situazione, unita al contributo dei social, ha quindi permesso di normalizzare il bisogno di prendersi cura di se stessi, senza pregiudizi, dando voce a un bisogno reale soprattutto tra i più giovani.   Negli ultimi tempi, però, il tema della salute mentale è diventato un trend e si sono moltiplicati sui social contenuti che parlano di sintomi per riconoscere un disturbo mentale. Si stanno diffondendo sempre di più, su Tik Tok e Instagram, contenuti in cui si parla di diagnosi e sintomi legati ad alcuni disturbi mentali e neurodivergenze. Spesso questi video elencano una serie di sintomi in cui è facile identificarsi: avere difficoltà a mantenere la concentrazione, disagio sociale, procrastinare o provare emozioni amplificate. Di fronte a video simili è facile tendere a fare delle autodiagnosi, dimenticandosi che disturbi e neurodivergenze sono spesso difficili da diagnosticare per gli stessi professionisti che se ne occupano perchè richiedono un’analisi approfondita di come questi si inseriscono nella storia dell’individuo. Per parlare di salute mentale serve competenza e consapevolezza, soprattutto se l’obiettivo è quello di sensibilizzare gli utenti sull’argomento e aiutarli nell’affrontare le proprie paure. Quando si affrontano temi così delicati è importante porre attenzione all’impatto che le modalità con cui questi sono trattati hanno sugli altri.   Da un lato i social aiutano ad affrontare e normalizzare temi relativi alla salute mentale, permettendo alle persone di prendersi cura di sé. Dall’altro la diffusione sempre più ampia di questi contenuti richiede da parte di chi ne parla molta consapevolezza sul tipo di pubblico a cui potrebbero arrivare. I video in cui si parla di problemi psicologici potrebbero essere disturbanti per alcune persone che vedono rappresentati sintomi e disagi all’interno del flusso di contenuti social con superficialità. Un altro rischio riguarda la diffusione di un linguaggio clinico che può essere usato in modo inappropriato. Come spesso accade quando si parla di salute, i social possono essere un efficace strumento per diffondere conoscenze e combattere lo stigma, ma quando si parla di temi così delicati è importante considerare che non sempre chi crea tali contenuti possiede gli strumenti per contestualizzare le informazioni. Negli ultimi anni i social hanno reso possibile una vera e propria rivoluzione culturale intorno al tema della salute mentale, che rimane un ambito estremamente delicato. Proprio per questo è importante riuscire a sfruttare le potenzialità dei social, usando un linguaggio immediato e coinvolgente ma stando attenti ad utilizzare le parole giuste e a non banalizzare.               Link alla foto: https://greatpeopleinside.com/wp-content/uploads/2020/02/mental-health.jpg
Fassino chi? quello dei 4.718 euro.
Agosto 26
Piero Fassino l’ha fatta fuori dal vaso ancora una volta. Il 3 agosto scorso siamo rimasti sbigottiti per le affermazioni dell’ex Sindaco di Torino fatte a Montecitorio. Ha agitato il cedolino del suo stipendio, a mo’ di bandierina, proferendo testuali parole: “L’indennità che ciascun deputato percepisce ogni mese dalla Camera è di 4.718 euro al mese. Si tratta certamente di una buona indennità, ma non è certamente uno stipendio d’oro”. Un’affermazione che se fatta da un parlamentare del centro destra non avrebbe destato scalpore, ma fatta da chi dovrebbe rappresentare la classe media diventa qualcosa di surreale e inaccettabile. Quello che dà più fastidio è che nel momento storico in cui il popolo chiede a gran voce una legge per il salario minimo e il ripristino del reddito di cittadinanza c’è chi mostra le sue 4.718 euro al mese come se fosse una normale indennità a cui lui non vuole rinunciare, perché la ritiene il minimo sindacale per un parlamentare.   Dimenticando, o meglio volendo dimenticare, che è una somma che poche persone, della classe media, riescono a vedere tutta assieme. Certamente sappiamo che le spese di un parlamentare sono tante, ma Fassino sa che un comune mortale deve affrontare spese del mutuo, della scuola per i figli, le spese per dentista, per medicinali, per benzina, per alimentari, il tutto con uno stipendio, quando va bene, di circa 1500 euro mensili? Non mentiamo affermando che da anni ormai il Partito Democratico non ha più connessione sentimentale con la gente comune che arranca per arrivare alla fine del mese e che Girogia Meloni potrà continuare a governare per altri vent’anni dal momento in cui i suoi avversari politici sono certi personaggetti, come direbbe il presidente della regione Campania Vincenzo De Luca. E dal momento che in alcuni settori della pubblica amministrazione c’è anche chi ha uno stipendio ancora più corposo dei nostri onorevoli, come quello dei giudici o dei dirigenti sanitari, il nostro atto di accusa non è certamente rivolto al quantum, ma contro un sistema autarchico che decide autonomamente quanto guadagnare e soprattutto cosa inserire nelle voci di rimborso. Paradossalmente se qualcuno osa puntare il dito contro i privilegi della casta, gli viene detto che quelli sono “diritti acquisiti” che servono al loro decoro. Ma al decoro dei cittadini chi ci pensa?   E certamente con 4.700 al mese la vita sarebbe decorsa per chiunque, peccato che Fassino ha omesso di dire che oltre al trattamento economico ci sono altre voci accessorie che spettano solo a loro. Elenchiamo quelle più importanti. Diaria per le spese di soggiorno a Roma. Il giornale “Il sole 24 ore” ammonta questa cifra a 3500 euro al mese e probabilmente per vivere nella capitale di Italia, in cui c’è il record del caro affitti, saranno anche insufficienti, ma la maggior parte della attività parlamentare si concentra in 2-3 giorni alla settimana, principalmente dal martedì al giovedì. Molti degli Onorevoli usa questi soldi per alloggiare nei B&B. Il Rimborso mensile per le spese di mandato. Ogni parlamentare ha il diritto di farsi rimborsare fino a 3600 euro al mese dalla Camera di appartenenza, le spese per il proprio staff, per le attività di ricerca, per le organizzazioni degli eventi, etc. e per ottenere tale somma, il Deputato o Senatore è obbligato a rendicontare metà della somma, come ha riferito l’ex Deputato Alessandro Di Battista in un video su YouTube. Spese telefoniche. Ogni parlamentare ha diritto a 1200 euro all’anno per sostenere, con il proprio telefono, le chiamate nazionali e internazionali. È risaputo che qualsiasi operatore telefonico permette con 20-30 euro al mese traffico nazionale illimitato e attraverso Zoom, Skype o qualsiasi software di videochat si possono fare conversazioni internazionali a costo zero. Spese di Viaggio. Ogni parlamentare ha il diritto di spostarsi gratis ogni qual volta che lo ritenga, sia in prima classe, o in Business, sul territorio nazionale. Per ottenere lo stesso benefit per i voli internazionali, il deputato o Senatore deve avere uno specifico mandato o “missione” della camera di appartenenza.  Potremmo continuare con l’elenco dei privilegi dei parlamentari, ma rischieremo di cadere nella trappola del populismo, e poiché non siamo “cattivi maestri” non vogliamo certo izzare il popolo, ma ci dispiace doverci associare alle parole di Gian Antonio Stella, autore del besteller La Casta, e a mo’ di sconfitta ammettere che ci sembra di essere ancora nell’antica Roma. Da allora non è cambiato niente: nulla riesce a scalfire il sistema.     link alla foto: https://www.open.online/2023/07/24/piero-fassino-sconfitta-elezioni-torino-2016-pd-m5s/   Credits foto: ANSA/Tino Romano | Piero Fassino alla presentazione del libro “Il ritorno degli imperi” a Torino (18 novembre 2022)
Elezioni spagnole: una finestra sulle europee
Luglio 31
Domenica 23 luglio si sono svolte in Spagna le elezioni per il rinnovo del Parlamento: il partito dei Popolari è la prima forza spagnola, ma senza una maggioranza assoluta. Su fronti contrapposti si sono sfidate la coalizione di sinistra formata dal Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE) e Sumar - nato dal raggruppamento di partiti facenti parte della sinistra radicale - e guidata dal Primo Ministro socialista uscente Pedro Sánchez. Dall'altro lato del campo si è presentata la coalizione di destra formata dal Partito Popolare (PP) e Vox - partito conservatore, neofranchista e di estrema destra, nato da una scissione del PP e gemellato con Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni - e guidata dal presidente del PP Alberto Núñez Feijóo. Le elezioni sono terminate con un sostanziale pareggio: il PP è primo partito con con il 33% dei voti, tallonato dal PSOE fermatosi al 31,7% dei voti, ma la coalizione di sinistra ed i partiti autonomisti hanno ottenuto appena un seggio parlamentare in più (172) dell'asse PP - Vox (171). In base alla costituzione spagnola, una volta ottenuto l'incarico dal Re, è possibile formare un governo al raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi alla Camera Bassa oppure con maggioranza relativa dei seggi con la condizione che i "Sì" superino i "No", senza contare gli astenuti. Alla luce dei risultati elettorali raggiunti emerge come nessun partito o coalizione abbia ottenuto la maggioranza assoluta e, di conseguenza, non possa formare un governo. Questo risultato è stato sorprendente per tre motivi in particolare: -        il PP, dato come vincitore assoluto di queste elezioni, ha preso meno voti di quelli che erano previsti dai sondaggi; -        il PSOE, nonostante sia arrivato secondo, ha ottenuto più voti rispetto alla tornata elettorale del 2019 passando dal 28% al 31,7% ed ha visto aumentare il proprio numero di seggi in Parlamento; -        Vox, che avrebbe dovuto prendere un significativo numero di voti, si è fermato al 12,4% ed ha visto dimezzare i suoi seggi. Inoltre, ciò che ha reso questa tornata elettorale di fondamentale importanza è l’alleanza tra il PP e Vox, popolari e estrema destra, in quanto banco di prova della futura alleanza che formerà la Commissione Europea in seguito alle elezioni europee che si terranno a giugno 2024. Alleanza tra il Partito Popolare Europeo (PPE) e i Conservatori e Riformisti Europei (ECR),partito europeo di cui è presidente Giorgia Meloni, con l'esclusione del gruppo dei Socialisti e Democratici Europei (S&D). Guardando ai risultati spagnoli, il Partito Popolare e il Partito Conservatore, non hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, anzi il PP ha ottenuto meno del previsto mentre Vox ha dimezzato i seggi rispetto al 2019. Il risultato del PSOE, invece, ha ridato vigore ai partiti della sinistra europea ed a S&D. Dunque, le elezioni europee del 2024, con queste premesse, potrebbero non essere così scontate come previsto. Tutto è ancora aperto.
Che delusione quando gli artisti annunciano l’ultimo gin tonic
Luglio 21
  Negli anni ’70, in piena epoca punk, in Gran Bretagna, centinaia di ragazzini appassionati di musica rock, oltre a indossare vestiti strappati, vistose catenine al collo, tutto accompagnato da capigliature colorate alla moicana, andavano in giro con una simpatica T-sirth con la scritta “I hate the Pink Floyd”, resa celebre dal cantante dei Sex Pistol, Johnny Rotten, che puntava il dito contro i musicisti della vecchia generazione, ritenuti ormai dei dinosauri perché incapaci di stare al passo con i tempi e di offrire al pubblico qualcosa che li tenesse ancora sulla cresta dell’onda. Dopo 40 o 50 anni possiamo dire che quelle invettive, oltre ad essere state di cattivo gusto, hanno sortito l’effetto di un karma negativo sull’intero movimento punk. Infatti quei dinosauri hanno resistito all’onda d’urto delle mode che si sono susseguite e hanno continuato a fare musica sino ai giorni nostri nonostante l’età anagrafica, motivo per cui molti di loro hanno pensato di appendere le loro chitarre e microfoni al chiodo, perché fare un disco o fare una tournée non era più divertente o esaltante come un tempo. Peccato che non gli crediamo! Molti artisti attivi durante il “secolo breve” dicevano che l’unica cosa importante, all’epoca, era quella “di avere i soldi per farsi le piscine” e adesso ci vengono a raccontare che non riescono più a stare dietro al sacro fuoco dell’arte. Ma questo fuoco è mai esistito? Chi non ce la fa più fisicamente o non ha più idee è giusto che mandi in pensione il proprio personaggio e che si goda il tempo rimasto, ma storciamo il naso sul fatto che molti cantanti annuncino il “falso” ritiro dalle scene con un farewell tour in grande stile. Sembra proprio che non sappiano rinunciare all’ultima jacuzzi “regalata dai fans.” Non c’è nulla di artistico dietro le loro intenzioni. Ci sentiamo presi in giro perché nonostante i loro annunci, continuano a suonare e a cantare confidando nel fatto che il pubblico abbia la memoria dei pesci rossi. Gli ultimi ad aver annunciato il tour di addio sono stati gli Eagles che, timidamente, hanno annunciato di voler chiudere il cerchio dopo 52 anni di attività. Il loro The Long Goodbye Final Tour inizierà nella fine del 2023 e si concluderà nel 2025. Al momento non abbiamo altre informazioni ed è impossibile giudicare se, come altri loro illustri colleghi, stiano facendo promesse da marinaio. È impossibile fare un elenco completo di questi musicisti ma, concludiamo questo articolo con i “Pinocchi” più eclatanti. I Kiss annunciarono nel 2000 la volontà di ritirarsi, dicendo che ormai la band aveva scalato tutte le montagne e che ormai volevano dedicare il loro tempo al gardering. Ebbene sono oltre vent’anni che da dopo l’addio continuano a suonare e giurano, con le dita nascoste dietro la schiena, che nel 2023 ci saranno le loro ultime date. Tina Turner, scomparsa poco più di un mese fa, nel 2000 annunciò il ritiro dalle scene dopo 44 anni di carriera. Si rimise in gioco qualche anno dopo, per festeggiare i suoi 50 anni, dicendo che tutti gli artisti che amava continuavano a suonare, e quindi le sembra giusto continuare a ritornare on the road. Eric Clapton nel 2017, in occasione della presentazione del “Live in 12 bars”, annunciò alla stampa il ritiro definitivo perché il suo fisico non reggeva più e soprattutto perché l’epoca delle chitarre è ormai finito. La carriera dell’ex voce dei Cream è ancora attiva e a settembre suonerà a Los Angeles. I Pooh, dopo una carriera straordinaria, arrivati ai 50 anni di attività, decisero di sciogliere consensualmente la band e di salutare i fans con un tour di addio. Durante il covid morì Stefano D’Orazio e i membri in vita giurarono che, proprio per la morte dello storico batterista, non avrebbero più riformato la band. Qualcosa deve avergli fatto cambiare idea visto che nel 2023 la band di Facchinetti sarà impegnata da luglio fino a ottobre.       link all'immagine dell'articolo https://unsplash.com/it/foto/yVKGWunM960
Nel 2023 la grande musica sta diventando inclusiva
Luglio 16
In passato era impensabile che le persone non udenti potessero occuparsi di musica ma, da qualche anno, sempre più persone sfidano il silenzio e trovano nella musica una valvola di sfogo, una possibilità di comunicare e sentire in modo diverso e di inserirsi nella vita quotidiana. Il canto segnato, ovvero l'incontro tra musica e lingua dei segni, è una vera e propria disciplina artistica che tramite il movimento corporale, la mimica e la traduzione in lingua dei segni permette di rappresentare visivamente le componenti del canto. In una società che non sempre si batte per l'inclusività, per fortuna ci sono sempre più spesso artisti e persone che ci tengono a rendere l'universo musicale accessibile ai non udenti.   Per esempio, uno splendido momento nel segno dell'inclusività si è verificato l'11 luglio a San Siro durante il concerto dei Pinguini Tattici Nucleari. La band ha fatto salire sul palco una ragazza che ha interpretato in Lis uno dei loro brani di successo. "Fatemi cantare 'Ridere' con voi nella lingua dei segni". Un messaggio scritto su un semplice cartellone giallo è bastato a Giorgina Lo Nardo, giovane interprete della lingua dei segni, per convincere i Pinguini Tattici Nucleari a realizzare il suo sogno. Nei video pubblicati sui social si vedono la ragazza e Riccardo Zanotti, frontman dei Pinguini, dare vita ad un'esibizione improvvisata ed emozionante, capace di far cantare, commuovere e ballare i 70 mila fan presenti allo stadio, senza alcuna distinzione.   Un altro esempio recente di inclusività musicale si è verificato a giugno durante il concerto dei Coldplay, che hanno proposto una meravigliosa interpretazione delle proprie canzoni in lingua dei segni come inno all'inclusione ed esempio da seguire durante il loro tour mondiale per il nono album, Music of the Spheres. In realtà, non è un avvenimento nuovo: i Coldplay sono soliti rendere i loro concerti accessibili davvero a tutti. Così, in ogni loro tappa del tour, passando per Napoli e Milano, Chris Martin non ha deluso nessuno e si è diffuso sul web un video che riprende la parte più dolce dei suoi spettacoli. In una notte magica, tra voci e luci meravigliose, appaiono due ragazzi che eseguono l'intero concerto in Lis. Inoltre, agli spettatori non udenti e ipoudenti, è stata dedicata un'area apposita in cui sono stati disposti uno schienale tattile per permettere loro di percepire fisicamente il suono. I sedili sono dotati di un sistema audio che permette di vivere un'esperienza fisica del suono tramite uno zainetto vibrante (il Subpac) dalla speciale tecnologia che trasferisce le basse frequenze sul corpo. Mentre per gli spettatori ciechi e ipovedenti il gruppo inglese ha predisposto dei tour tattili prima dello spettacolo. L'intento dei Coldplay è che i loro concerti siano accessibili a chiunque e che tutti possano vivere la migliore esperienza possibile.   Dai Pinguini Tattici Nucleari, ai Coldplay fino a Sanremo, la musica sta cambiando. Bisogna riconoscere che anche un'istituzione storica della musica italiana, com'è il noto Festival, ha mostrato negli ultimi anni una sensibilità crescente a partire dal 2020 con i performer Lis. Artisti a tutto tondo che non si limitano a riprodurre le canzoni in gara, ma le interpretano, dando vita a performance artistiche autonome. Oltre a rompere le barriere dell'esclusione, può essere affascinante e interessante per tutti l'accompagnamento segnico e mimico ad ogni canzone, avvicinandoci a coloro che possono godere della musica in modo differente. Questi esempi di inclusività sono spesso posti in secondo piano in Italia, ma meritano una grande considerazione e riverbero affinchè non siano eccezioni o voci fuori dal coro, ma diventino la normalità durante ogni concerto ed esperienza musicale.
Il mainstream a caccia di streghe: musicisti nel mirino
Giugno 21
Brutte notizie per chi ha uno sguardo critico sul mondo. Potrebbe finire sulle liste di proscrizione di qualche giornale mainstream, come è accaduto proprio l’anno scorso ad Alessandro Orsini e ad altri intellettuali che avevano visto comparire la propria foto segnaletica sul “Corriere della Sera”. Erano stati presentati tutti come putiniani o semplicemente avversi al modus operandi di UE e NATO. Dopo la caduta del Muro di Berlino, i politici e i professionisti dell’informazione, ci avevano raccontato che una nuova epoca di pace e di prosperità era giunta e che potevamo archiviare faticosamente i mali del secolo scorso: i totalitarismi novecenteschi, il nazismo e comunismo. I nostri intellettuali si erano dimenticati di accantonare anche una delle pagine più vergognose dell’Occidente: il maccartismo.   Non è un caso che chi ha una posizione diversa, su qualsiasi argomento, UE, Euro, NATO, o su qualsiasi altro termine contrario al “politicamente corretto”, venga delegittimato con etichette create ad hoc per silenziare automaticamente un dibattito sui temi più caldi, ed eppure se c’è una cosa per cui le democrazie dovrebbero vantarsi è proprio quello di dare spazio alle voci che cantano fuori dal coro. Scriviamola tutta, assistiamo al paradosso che chi controlla i poteri forti e ne detta la linea comunicativa fa orecchie da mercante nei riguardi di chi pubblica in rete sciocchezze di poco conto, ma è pronto a effettuare uno shadow ban o un vero e proprio boicottaggio nei riguardi di chi esprime innocentemente il proprio dissenso. Questo trattamento è stato subito da influencer, opinion leader, giornalisti e da quelle notizie che possono disturbare il manovratore. Non è un caso che la proposta di referendum “contro le armi”, promosso dall’intellettuale Enzo Pennetta, sia rimasto in sordina sui grandi giornaloni, come anche le idee di chi diffonde il proprio pensiero con la musica.   Ultimamente, come ripotato da diversi giornali, dal “Secolo XIX”, da “La Repubblica”, o semplicemente dall’Ansa, alla pianista ucraina, Valentina Lisitsa, è stato vietato di suonare al Lerici music Festival perché l’artista si è sempre schierata a favore dell’avanzata russa. Infatti, la sua posizione si è aggravata quando , dopo la conquista da parte dell’esercito della Federazione Russa, ha suonato a Mariupol. Un’onta da cancellare con un abiura, voluta dagli organizzatori della manifestazione canora che, purtroppo, come segnala anche “Byoblu,” non è arrivata ed è per questo motivo che è scattata la censura nei suoi confronti. Peccato, però, che a nessuno sia venuto il dubbio che la regina di Rachmaninov non è sostenitrice di Putin, come scritto dai giornali locali, ma è sostenitrice di quelle popolazioni del Donbass, ucraine come lei, che da anni sono vittime del giogo del governo ucraino, come denunciato, ben prima dello scoppio della guerra, da pochissimi giornalisti.   La russofobia non ha risparmiato neanche l’ex leader dei Pink Floyd, Roger Waters, che da sempre manifesta il suo odio per le guerre, per le occupazioni, per le violazioni dei diritti dell’uomo. Il cantante britannico è una delle poche voci rimaste a scagliarsi contro l’odiosa occupazione israeliana. Per questo era già finito sotto la lente di ingrandimento dei mass media, soltanto che da quando si è espresso contro il Governo di Kiev si sta alzando un polverone nei confronti dei suoi spettacoli perché evocano alcune scene tratte dal film “The Wall” in cui il protagonista indossa una divisa nazista che nei live il bassista ha sempre messo. Peccato che il film è del 1982 e Waters rievoca le scene incriminate da oltre 30 anni proprio per ricordare che per colpa della Germania nazista suo padre perse la vita, ma se davvero gli si voleva rivolgerge un’accusa di antisemitismo, bisognava farlo allora e non di certo adesso.   Ma voi vi immaginate se negli anni ’60 avessero imbavagliato Bob Dylan o Joan Baez per le loro posizioni contro il Vietnam? O addirittura cosa avrebbero detto a Jovanotti, a Ligabue e Piero Pelu se oggi avessero pubblicato “Il mio nome è mai più?”   Non lo sappiamo e non vogliamo neanche immaginare se gli artisti citati avrebbero subito censura o pressioni, ma ci piace ricordare che la libertà di espressione è un diritto inalienabile dell’uomo, un diritto che, come recita la nostra carta costituzionale, può essere esercitato in qualunque forma. Un musicista o un cantante lo comunica nel modo in cui sa fare meglio: con la sua arte. Molti artisti sentono un dovere morale nei confronti della società: svegliare le coscienze dal torpore di un Occidentale che pensa di appartenere a un’enclave intaccabile e sicura, e non si rende conto che in quell’ enclave, come diceva Orwell, l’unica libertà è quella di non trasgredire i dettami del grande fratello.     link immagine: https://unsplash.com/it/foto/8Yxkb0SvNEM
Turismo e gentrificazione: il rischio di una napoletanità senza napoletani
Maggio 21
Sebbene il tempo in questi giorni ci stia regalando una Napoli grigia, umida, molto inglese, la sua identità visiva all’estero permane: pizza, spaghetti, sole e la squadra di calcio, questi gli elementi che attirano i turisti. La napoletanità, che attrae più della Cultura stessa (e immensa) che questa città offre, sta conquistando tanti visitatori, anche grazie alla vittoria dello scudetto da parte del Napoli. I festeggiamenti della squadra allenata da Luciano Spalletti hanno infatti puntato ancor di più i riflettori sulla città partenopea. A marzo Demoskopika aveva previsto un incremento significativo dell’apporto turistico in Campania, con circa 20,8 milioni di presenze (+12,3%) e 5,7 milioni di arrivi (+13,1%), rispetto all’anno precedente. Questi dati comportano una riflessione su una serie di questioni fortemente attuali. Da un lato, questa maggiore riconoscibilità e visibilità di Napoli all’estero, e non solo, va ad alimentare un bisogno espresso dal concetto dell’antropologia demartiniana di “presenza” di un popolo sempre relegato ad un luogo che fatica ad emergere. Dall’altro lato, però, l’arrivo di queste orde di turisti, e il conseguente allontanamento di molti residenti dai luoghi di interesse, in particolare dal centro storico della città, finiscono per annullare la partecipazione dei napoletani stessi al concetto di presenza espresso da De Martino. Chi infatti possedeva una o più case nel centro storico di Napoli si è subito reso conto di quanto potesse essere redditizio utilizzarle come appartamenti vacanze. Ciò ha innescato una corsa ai profitti, che ha innalzato il mercato immobiliare. Infatti, secondo alcuni dati della prefettura l’inizio del 2023 avrebbe visto oltre 10.000 sfratti esecutivi, rendendo quindi sempre più difficile la possibilità di trovare case in affitto. Situazione che tra l’altro va anche a scapito di un processo di rivalutazione del territorio: l’aumento dei prezzi rende più difficile la possibilità di trovare casa, da parte di famiglie, giovani lavoratori e soprattutto studenti, quest’ultimi fondamentali per determinati processi di rinascita territoriale. Ad aggiungersi alla questione del caro affitti, c’è anche quella riguardante l’occupazione senza limiti del suolo pubblico da parte di ristoranti e bar. Durante la pandemia, infatti, l’impossibilità di stare al chiuso ha permesso, giustamente, a diversi servizi la possibilità di usufruire del suolo cittadino, ma come spesso accade in queste occasioni, la situazione è ora degenerata, rendendo i quartieri dei luoghi di aggregazione culinaria a cielo aperto (rendendo così anche fisicamente difficile il passaggio di pedoni e auto). Questo meccanismo speculativo ha allontanato sempre di più gli abitanti dalla propria città, ponendo molte persone in difficoltà economica e lavorativa, in una condizione di emergenza abitativa e a costringerli a lasciare il centro della città, che fino a qualche anno fa era una delle zone economicamente più accessibili. I flussi turistici hanno accelerato un processo di gentrificazione, favorito anche dalla globalizzazione. “Gentrificazione” è un “termine coniato nel 1964 da Ruth Glass, con il quale si intende quel fenomeno di “rigenerazione e rinnov”amento delle aree urbane che manifesta, dal punto di vista sociale e spaziale, la transizione dall’economia industriale a quella postindustriale”. Tale fenomeno nel tempo sta modificando la fisionomia e l’essenza abitativa della città di Napoli. In particolare, i luoghi che caratterizzavano culturalmente il centro storico, come librerie e bancarelle di libri su via Port’Alba, sono e stanno man mano scomparendo per far posto a bar, ristoranti, negozi o posti di intrattenimento ludico. È emblematico il caso di due dei cinema storici di Napoli, come il Metropolitan, sito in via Chiaia, che ha appena chiuso i battenti per far spazio ad un’incerta sala Bingo e l’Arcobaleno, nel quartiere Vomero, che ha abbassato le saracinesche proprio durante la pandemia per poi riaprirle sotto forma di uno shop totalmente Made in China. È chiaro che da un lato un processo di gentrificazione può aiutare una città come Napoli a diventare anche più sicura sotto determinati aspetti, quali ad esempio quello della microcriminalità, ma è anche vero che tutti quegli stereotipi (giusti o sbagliati che siano, ma questo è in discorso che va affrontato in un’altra sede) che attirano tanto i turisti e che trasmettono all’estero l’idea di una napoletaneità, spesso trasformata in una mera macchietta, la quale sta scomparendo insieme agli stessi abitanti della città, costretti a trasferirsi nelle periferie.  Inoltre, se prima non siano stabiliti dei piani di gestione concreti, di tutela del territorio e dei cittadini, si rischia di far crollare un castello di carta a causa della mancanza di servizi e infrastrutture adeguate. Esse servirebbero infatti non solo ad accogliere i numeri eclatanti di visitatori, ma anche a rendere la vita nelle periferie accessibile a tutti. Ora non è più il caso di arrangiarsi, ma di costruire situazioni stabili in grado di rendere Napoli una vera metropoli.
Il cinema distorto ed assurdo di Quentin Dupieux
Maggio 20
Quentin Dupieux (Parigi, 14 aprile 1974) conosciuto anche come Mr. Oizo nel mondo della musica elettronica, ha iniziato la sua carriera come musicista, producendo musica e remixando brani per vari artisti. Successivamente si è interessato al cinema, iniziando a dirigere cortometraggi e video musicali. Nel corso degli anni ha costruito una carriera unica nel panorama cinematografico contemporaneo, grazie alla sua visione del mondo distorta e iperbolica.Il suo stile distintivo si caratterizza per l'umorismo surreale, per trame apparentemente insensate e non convenzionali, con ambientazioni e atmosfere stravaganti.Gli spettatori sono immersi in situazioni che sfidano le logiche umane, accompagnati da personaggi eccentrici, protagonisti di gag e dialoghi paradossali, sempre ossessionati da qualcosa.Dupieux fa leva su una comicità che lascia lo spettatore interdetto ed anche sconcertato, perché tutto risulta imprevedibile, inatteso e folle.Oltre alla regia, compone anche le colonne sonore dei suoi film, scegliendo con cura le tracce in modo da permettere una totale fusione e coesione tra immagine e musica. La filmografia di Quentin Dupieux include una serie di film notevoli, ma quello che incarna meglio il suo stile è "Wrong" del 2012. È la storia di un uomo che ha perso il suo cane e nel tentativo di ritrovarlo si imbatte in personaggi ed eventi assurdi. Come dice il titolo del film, non c'è niente di giusto nella storia raccontata, è tutto sbagliato, a partire dall'orologio che segna le 7.60. I personaggi sono soggetti fastidiosi ma allo steso tempo fanno compassione e divertono; il protagonista è un perdente che prova a mantenere una parvenza di normalità in un mondo completamente al contrario. Dupieux analizza la monotonia della quotidianità, stravolgendola attraverso una narrazione non lineare ed un umorismo grottesco, con discussioni filosofiche stranamente coinvolgenti. Uno dei lavori più iconici di Dupieux è però "Rubber" del 2010: la storia di un copertone di gomma che prende vita e grazie a poteri telecinetici diventa un assassino seriale. Il film dall'inizio mette in guardia il pubblico, con il personaggio di un poliziotto che esce dal bagagliaio della volante e si rivolge direttamente allo spettatore affermando: "Tutti i grandi film, senza eccezione alcuna, contengono un importante elemento di "nessun motivo". E sapete perché? Perché la vita stessa è piena di cose "per nessun motivo". Questo è l'essenza stessa dei film di Dupieux e con questa opera vuole scimmiottare i cliché dei film horror. Interessante è considerare l'aspetto meta-cinematografico del film, poiché le azioni omicide del copertone sono osservate da un gruppo di spettatori che verranno poi coinvolti in una situazione spiacevole. Il 5 settembre 2020 venne presentato fuori concorso alla 77ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia "Mandibules", uno dei suoi lavori che ha ottenuto una grande attenzione a livello internazionale. La trama segue due amici, Jean-Gab e Manu, che scoprono un'enorme mosca nella loro macchina e decidono di addomesticarla per poterci guadagnare. Intraprendono così un viaggio fatto di assurdità, comicità nera e tenera umanità, lasciando lo spettatore in balia di sentimenti contrastanti e con il compito di trovare un'interpretazione personale a ciò che ha appena visto.L'ultima opera di Dupieux è "Fumer fait tousser" (Fumare fa tossire) del 2022: l'onirica storia della Tabacco Force, composta da Benzene, Nicotina, Ammoniaca, Mercurio e Metanolo, improbabili supereroi che sconfiggono mostri facendoli esplodere di tumori. In una pausa tra una missione ed un'altra, si riuniscono in un campeggio improvvisato, ed iniziano una sessione di "piccoli brividi", raccontandosi storie dell'orrore splatter ed eccentriche. Il film prende volutamente in giro il genere supereroistico, ormai totalmente inflazionato, e ha come unico scopo quello di divertire lo spettatore, a patto che sia pronto ad accettare il mondo contraddittorio del regista. Dupieux è da considerarsi uno dei registi più originali e visionari del cinema contemporaneo, perché riesce a creare sempre delle esperienze cinematografiche stravaganti fuori dal comune e provocatorie, giocando con la percezione della realtà e spingendo gli spettatori a interrogarsi sui confini tra il reale e l'immaginario.
Due vite, two flags: cosa cela il gesto di Marco Mengoni all’Eurovision 2023?
Maggio 19
Come ogni anno, anche quest'anno si è tenuto l'Eurovision Song Contest. La 67ª edizione del concorsocanoro si è svolta presso la Liverpool Arena nel Regno Unito, dal 9 al 13 maggio 2023. Sebbene la vincitricedi quest'anno sia stata la cantante svedese Loreen con la canzone "Tattoo", anche l'Italia ha avuto un ruolodominante e si è fatta sentire. In primis, perché il nostro rappresentante era il grande Marco Mengoni, checon la sua voce limpida ed emozionante ci ha regalato il 4° posto con il brano "Due Vite" ed è stato premiatodalla critica con i Marcel Bezençon Awards. La sua partecipazione, però, ha provocato un grande eco anche perché, nella serata finale del 13 maggio durante la presentazione degli artisti, il cantante di Ronciglione ha voluto portare con sé, oltre alla bandiera italiana Tricolore, anche la Pride Progress Flag per i diritti della causa LGBTQIA+.   La bandiera esibita, in realtà, presentava 5 colori in più: il bianco, il rosa, l'azzurro, il marrone e il nero. Questa è stata disegnata dal graphic designer Daniel Quasar per rendere la celebreRainbow Flag ancora più inclusiva. Le nuove strisce colorate sono dedicate alla comunità di colore, a quella transgender, ai malati di Hiv e a chi si è sacrificato per portare avanti la battaglia dei diritti.   La decisione di sventolare entrambe le bandiere ha trovato consensi nel pubblico e sui social. Questo anche perché, su Twitter, Marco Mengoni ha scritto: "Due Vite, two flags", alludendo alla connessione tra il gesto compiuto e il titolo della canzone che ha presentato. Tutto ciò non è passato inosservato in Italia, ma anche all'estero; sui social infatti sono state migliaia le ricondivisioni e i commenti di apprezzamento al gesto del cantante italiano che ha condiviso un messaggio importante, che porta l'attenzione sull'inclusività e sulla battaglia per i diritti.   Tra i principali commenti al suo post troviamo, ad esempio: "Tanta stima per chi nonha timore di esporsi, nulla è dovuto o scontato. Se vogliamo una società che rispetti le persone, nondobbiamo smettere di pretenderlo". Mario Colamarino, presidente del Circolo di Cultura OmosessualeMario Mieli, commenta invece dicendo: "Ringraziamo Marco Mengoni per un gesto che ci ha molto colpiti.Brandire la Rainbow Flag è un atto di supporto nei confronti del movimento LGBTQIA+, motivo di orgoglioper la responsabilità che ne consegue".   Il 17 maggio è stata la giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia e senza dubbio parlarne e ricordarlo è necessario al fine di intervenire per contrastare ogni tipo di discriminazione. Quest'anno, per la prima volta, il Parlamento Europeo ha condannato i membri dell'attuale governo italiano per retorica anti-LGBTQIA+. Secondo Ilga-Europe, l'Italia è uno degli ultimi paesi d'Europa per rispetto delle persone LGBTQIA+ e uno degli ultimi paesi d'Europa a non avere una legge contro l'omotransfobia.   In una tale situazione è evidente che parlare del rispetto dei diritti umani non basta ed è necessario agire. Un gesto come quello compiuto da Marco Mengoni, dunque, vale molto più di quanto possa sembrare. Non ha portato sull'Arena di Liverpool solo una canzone coinvolgente, ma anche una riflessione sui temi in cui crede come l'amore, l'uguaglianza e il rispetto. Manda un messaggio carico di significato ad un ampio pubblico, comunica che non tutti in Italia la pensano allo stesso modo sull'omotransfobia e che la libertà di pensiero e di espressione deve essere più forte della tracotanza di potere. Spesso c'è chi si dice attivista e più raramente c'è chi l'attivismo lo pratica; il nostro Marco Mengoni ha deciso di praticarlo tramite il gesto più semplice ma anche più potente possibile in un contesto internazionale come quello dell'Eurovision.
I rischi dell’intelligenza artificiale in campo musicale
Maggio 10
Sulla rete, e non solo, sta suscitando scalpore l'uso dell'intelligenza artificiale applicata in diversi ambiti, infatti si stautilizzando, ad esempio, per il semplice fotoritocco o per la creazione di miniprogrammi. L'avanzamento tecnologicopotrebbe portare l'AI a nutrirsi enormemente e a prendere sempre più potere tanto da portare a falseconsapevolezze perché potrebbe indurre a un delirio di onniscienza chi la utilizza.In questi anni i programmatori hanno offerto strumenti ad hoc anche all'industria musicale, già invasa da strumentiinformatici che hanno minato e minano tutti i settori: dalla distribuzione attraverso i portali di Youtube e di Spotify,alle performance dal vivo che con trucchetti dopano la bravura e le esibizioni degli interpreti, cosa che avviene conil famigerato autotune. Finora il compositore univa ingegno e talento nelle proprie creazioni, oggi invece anche inquesto campo le software house stanno drogando l'inventiva a discapito di chi usa ancora le note, gli accordi e lescale. Ma per fortuna una macchina rimarrà pur sempre tale visto che per funzionare ha bisogno di unprogrammatore che gli dia istruzioni su come funzionare.Sotto accusa non ci sono i loops o le drum machine, usati anche in ambito professionale, ma programmi chepossono letteralmente emulare pattern musicali o addirittura voci di cantanti noti.Vogliamo citare, una per tutte, l'AI creata da Google, MusicLM, un programma in grado di generare melodie earmonie sfruttando le librerie senza copyright presenti in rete. Chi vorrà interrogare la macchina non dovrà fornirleuna partitura o una tablatura ma gli basterà descrivere su un file doc la sua idea generica. Al resto ci penserà ilcomputer, anni dedicati allo studio non serviranno più!Per quanto riguarda l'emulazione di voci ormai non è più fantascienza: esistono già diversi dispositivi che, partendoda modelli vocali, possono presentare una falsa realtà. Adesso con l'intelligenza artificiale possiamo ascoltare daartisti, sia morti che vivi, dei brani interpretati, con la loro "presunta" voce, canzoni di altri cantanti. I risultati sonodavvero notevoli. Noi incuriositi dalla novità abbiamo voluto ascoltare Thriller cantata da Freddie Mercury (link sulnome del brano) eseguita con l'aiuto di Music-AI. Al primo ascolto Il risultato è eccezionale, ma al secondo sorgonodubbi a chi ha orecchio musicale perché si rende conto di trovarsi davanti a una banconota falsa. Mancano lesfumature tipiche della voce dei Queen!Qualcuno chiamerà quello che vediamo sotto ai nostri occhi evoluzione o progresso, sta di fatto che questi softwarese da un lato democratizzano il processo creativo, dall'altro lo ammazzano perché chiunque potrebbe fingere diessere un ingegnere senza avere le competenze né quel guizzo delle menti geniali. E poiché siamo consapevoliche alcune menti umane agiscono soltanto per interesse, dobbiamo sperare che il legislatore intervenga sueventuali rischi in cui si potrebbe incorrere qualora si sfiorassero temi sia etici che morali.
MAD DETECTIVE di Johnnie To: la psicologia del thriller
Maggio 10
Se è vero che il thriller psicologico ha avuto un forte exploit negli ultimi trent'anni grazie al cinema di registi quali David Fincher con Seven e Fight Club, Denis Villeneuve ed il suo labirintico Enemy, l'intramontabile Mullholand Drive di David Lynch e il blasonatissimo Shutter Islanddell'immortale Martin Scorsese, solo per citarne alcuni, è anche vero che difficilmente le grandi distribuzioni italiane si interessano ai prodotti orientali. Nelle ultime due decadi, in paesi come il Giappone, la Corea del Sud e la Cina (da intendersi quindi anche Taiwan e Hong Kong), sono stati girati numerosi film validissimi appartenenti al sopracitato sottogenere (Confessions di Tetsuya Nakashima, Burning di Lee Chang-dong, Port of call di Philip Yung); film che, neanche a dirlo, o sono mai arrivati nelle nostre sale o non hanno avuto il risalto che invece avrebbero meritato. Essendo abituato da sempre all'egemonia del cinema americano, per il pubblico generalista è diventato sostanzialmente impossibile approcciare le distribuzioni orientali, dalle quali spesso arrivano prodotti che, se non addirittura migliori, sono assolutamente all'altezza dei più famosi Blockbuster (e non) statunitensi. In questo contesto si inserisce quello che a mio modestissimo avviso è probabilmente il migliori thriller psicologico degli ultimi anni: Mad Detective di Johnnie To. Dopo il fenomenale Exiled uscito solo l'anno prima, nel 2007 il cineasta hongkonghese firma un altro capolavoro che, per altro, rappresenta praticamente un unicum nella filmografia del regista. Presentato al festival di Venezia nel 2007, Mad Detective è senza ombra di dubbio uno dei migliori thriller psicologici del terzo millennio per intuizioni narrative e resa complessiva, capace d'anticipare largamente l'idea alla base dello Split di Shyamalan ma riuscendo a sfruttarla decisamente meglio aggiungendo alla ricetta un particolare tanto determinante quanto affascinante: Bun, il detective protagonista, è in grado di scrutare la vera personalità degli individui.Su questo presupposto si snoderanno gli intrecci messi in scena alla grande dalla regia di uno dei maestri dell'action thriller contemporaneo che, come altri prima di lui, sul finale cita La signora di Shanghai senza particolari trovate narrative ma utilizzando soluzioni visive che coordinate mirabilmente alla narrazione riescono a colpire senza ricorrere ad inutili artifici.Le ombre e le luci che insediano la città, i primissimi piani, gli sguardi e i dialoghi, la caratterizzazione dei personaggi, le dinamiche narrative. Tutti gli elementi dell'opera si mescolano in un'armonia d'immagini audiovisive che non può lasciare in nessun modo indifferenti se si apprezza il genere di riferimento e i relativi stilemi. Considerata una delle opere minori del regista,Mad Detective è invece a mio parere l'esempio perfetto delle sensazioni e della malinconia che un thriller psicologico dovrebbe essere in grado di restituire ad un pubblico che non sa cosa aspettarsi ma che intuisce strada facendo cosa deve prepararsi a sostenere. Mad Detective rappresenta un'affidabile disamina di come dovrebbe essere scritto e visivamente costruito un thriller psicologico che non abbia solo la pretesa di intrattenere ma che, al contrario, miri a suscitare nello spettatore il disorientamento e lo stupore necessari a ripercorrere quanto appena visto per poter conferire un senso più personale all'opera. Johnnie To con Mad Detective dirige un thriller psicologico che rielabora la psicologia del thriller. Ne più, ne meno.
“Mad God”: l’incubo alla Bosch di Phil Tippett
Aprile 25
Nel 2022, dopo ben trent'anni di lavorazione, è stato distribuito quello che si può definire come il capolavoro dell'animazione in stop-motion: "Mad God" di Phil Tippett.Tippet è un famoso designer di effetti speciali, ricordato soprattutto per il suo lavoro di effetti visivi in Guerre stellari e Jurassic Park. Ma è anche un regista e da sempre si occupa della stop-motion e go-motion, realizzando diversi corti che sono il preludio di questo film sconvolgente."Mad God" è un film d'animazione sperimentale per adulti che non ha una trama vera e propria ma è un'esperienza visiva e simbolica, capace di toccare ed affrontare diverse tematiche incentrate sul concetto di vita e morte, creazione e distruzione. Lo spettatore segue le vicende di questo viaggiatore, l'Assassino, che lungo il suo percorso sarà e ci renderà testimoni e partecipi di un teatro angosciante di crudeltà e miseria. Il suo viaggio giungerà a termine ma quello dello spettatore no, catapultato in un trip allegorico angosciante e raccapricciante.Il film, nonostante la sua presunta assurdità, racchiude tutto il male e la cattiveria che c'è al mondo. L'orrore della guerra e la disumanità dell'uomo, in un mondo dove si conosce solo distruzione e in cui entra in gioco lo spirito di sopravvivenza ed una forma di egoismo che vince su tutto. Ciò che realmente angoscia è vedere la totale assenza di compassione e la solitudine in cui versano gli strani esseri del film. È un opera con una visione scettica e cinica sul senso della vita e dell'esistenza: nulla ha realmente importanza, tutti sono fagocitati in una realtà volta alla creazione ma che porta e prevede la distruzione come atto creativo. È una catena di montaggio infernale in cui Tippet condanna tutti, senza possibilità di redenzione e riscatto.Il titolo del film fa riferimento ad un altro tema fondamentale: la religione, l'autodeterminazione e libero arbitrio. Tutte le creature del film sono governate da un'entità superiore che le costringe a sacrificare la loro vita per portare avanti la "grande macchina". L'unico personaggio che sembra "libero" è l'esploratore, ma in realtà si scoprirà che anche esso è costantemente mosso e guidato da un burattinaio. C'è un conflitto quindi tra esseri comandanti, le "divinità", ed esseri comandati, i sudditi, ma entrambi devono sottostare all'unica divinità a cui non possono opporsi: il tempo, reso visivamente attraverso ragnatele e decomposizione e sonoramente con un ticchettio martellante che anima le scene.Phil Tippet è esso stesso un Mad God: "God" perché è un dio creatore di mondi e creature; "Mad" perché dà vita a qualcosa di tanto mostruoso quanto umano.Ha regalato un viaggio folle in un mondo tormentato, fatto solo di suoni animaleschi e mostruosi che riescono quasi ad infastidire la visione e rendono appieno l'atmosfera apocalittica creata.Tecnicamente parlando Tippet ha raccolto e ampliato i suoi esperimenti in stop-motion facendoli esplodere in un'opera immensa, con una regia fatta di primi e primissimi piani per poi spaziare sui campi lunghi e catapultare lo spettatore in questo modellino perverso, facendogli vivere emozioni scomode."Mad God" è un incubo alla Bosch, talmente inquietante che si sente il bisogno di continuare a guardare e riguardare.
Kvara, Olivera, Raspadori e le preventive: questo Napoli può ancora migliorare (e tanto)
Aprile 20
L'eliminazione del Napoli dai Quarti di Champions League, arrivata al termine di una cavalcata pazzesca da parte degli uomini di Luciano Spalletti, non deve scoraggiare i tifosi azzurri per non essere arrivati fino in fondo a una competizione in cui, sulla carta, la conquista della finale era possibile (vista anche e soprattutto la forza della squadra, più che la presunta "abbordabilità" delle avversarie). Non solo, infatti, il doppio confronto col Milan non ridimensiona il valore di Osimhen e compagni, ma ci dice anche che questa squadra ha ancora ampi margini di miglioramento. Sì, avete capito bene: per quanto la chiave del successo del Napoli in questa stagione sia rappresentata dal vivacissimo sperimentalismo tattico di Spalletti, questa rosa ha ancora molte possibilità inesplorate.   Prima di tutto: le preventive   Se nella prossima estate dovesse essere confermata l'ossatura del gruppo squadra e, soprattutto, se dovesse restare l'attuale guida tecnica, allora non c'è modo di dubitare del fatto che mister Spalletti si metta al lavoro anche su aspetti su cui possono e devono essere apportati vistosi cambiamenti. Il primo riguarda sicuramente le marcature preventive, vero punto debole della fase di possesso del Napoli, venuto fuori non solo in occasione della doppia sfida di Champions col Milan, ma anche in quella d'andata con l'Inter a San Siro e nello 0-4 rifilato proprio dai rossoneri agli azzurri nel match del Maradona.   Contro avversari che difendono con blocchi medi e medio-bassi e che ricorrono a lunghe fasi di difesa posizionale, agli azzurri non sono concessi né la profondità giusta per innescare Osimhen né la possibilità per gli esterni offensivi di saltare l'uomo. Di conseguenza, a causa della densità di uomini dentro e a ridosso dell'area e di continui raddoppi in marcatura sugli esterni, Spalletti chiede non solo ai terzini di assumere compiti di rifinitura, ma anche ai centrali di salire per far circolare velocemente la palla e forzare la giocata. A maggior ragione quando Lobotka è schermato efficacemente, come fatto da Bennacer, che ha eseguito alla perfezione l'ottima intuizione di Pioli di schierarlo vertice alto di centrocampo nei tre incontri con i partenopei.   Insomma, il Napoli, predisposto fisiologicamente ad avere un baricentro molto alto, in queste situazioni richiede ai suoi difensori un coinvolgimento ancor più grande rispetto a quello impiegato solitamente in fase di possesso. Cosa che, unita alle ottime capacità di pressing e all'intensità di avversarie come Milan (ma anche l'Inter), di fatto rappresenta una trappola per gli uomini di Spalletti che, negli incontri con i rossoneri, con i propri centrali hanno lasciato spesso e volentieri palla scoperta agli avversari e non hanno provveduto adeguatamente a curare marcature e coperture preventive.   Un vulnus nell'ambizioso sistema di gioco dei partenopei, che è costato caro in campionato in occasione del gol di Dzeko e del secondo gol di Leao e in Champions in occasione di quello di Giroud. Se, forse, Kim si è già dimostrato un calciatore affidabile in questo tipo di situazioni, qualche dubbio ci sovviene su Rrahmani, che invece ha mostrato grandi difficoltà in campo aperto, sia quando deve recuperare che quando deve seguire l'uomo. Probabilmente, da questo punto di vista, occorrerà intervenire sul mercato visto che anche Ostigard, per espressa ammissione di Spalletti, è un po' carente in questo fondamentale.   Napoli-Milan, sfida di campionato. Tonali va in pressione su Zielinski per rubargli la palla: una volta conquistata, la servirà a Leao che, lasciato solo da Rrahmani (il difensore del Napoli è fuori dall'inquadratura), ha tutto il tempo per iniziare quella discesa micidiale da cui nascerà il gol del bellissimo 0-3   Secondo: la connessione Kvaratskhelia-Olivera   In secondo luogo, c'è da migliorare l'integrazione nel sistema di gioco degli azzurri dei giocatori acquistati nello scorso calciomercato estivo. Può sembrare paradossale, dato che siamo stati ingannati dal gran lavoro fatto da Spalletti quest'anno, ma in realtà anche questa è una cosa assolutamente fisiologica (d'altronde, non serve ricordare che il Napoli si trova di fatto al primo anno dell'attuale ciclo tecnico).   È indubbio, infatti, che calciatori come Olivera e Raspadori non abbiano ancora reso al meglio del proprio potenziale e che non abbiano ancora trovato l'intesa giusta con i propri compagni. Se però dell'ex attaccante del Sassuolo (su cui torneremo tra poco) si può dire che tutto sommato il bilancio della stagione è positivo, più incerto resta invece il giudizio sul difensore uruguagio, ancora lontano dal top di ruolo che abbiamo ammirato con la maglia del Getafe.   Oscurato dalla grande stagione sin qui disputata da Mario Rui, Olivera ha dato solamente in poche occasioni saggio delle sue grandi capacità nelle sovrapposizioni interne che, grazie all'esuberanza fisica, sono davvero difficili da assorbire per le difese avversarie. Lo abbiamo visto in diversi spezzoni di gara e ne abbiamo avuto la riprova con il Milan al Maradona: il Napoli ha fortemente bisogno di affinare l'intesa tra Kvaratskhelia e Olivera, che con ogni probabilità saranno i padroni della fascia sinistra nella prossima stagione.   È una questione di timing, di fluidità posizionale e di connessioni, ma se Khvicha non fosse stato costretto a giocare largo, in isolamento, contro Calabria e Krunic che raddoppiava costantemente, probabilmente non avrebbe prodotto quell'ingente e frenetica, ma infruttuosa, mole di gioco che ha condizionato le difficoltà offensive degli azzurri per quasi 90'. Mentre il georgiano si dannava per creare dal nulla occasioni con un coefficiente di difficoltà altissimo, infatti, veniva da chiedersi dove fosse Olivera e perché, anche quando si inseriva con i tempi giusti, di fatto non riusciva mai a dar vita ad un scambio di palla veloce con Kvara. Sulla sinistra, dunque, hanno giocato due uomini talentuosi, ma soli, e su cui Spalletti dovrà lavorare per affinarne l'intesa. Da questo punto di vista, l'infortunio di Mario Rui – che con ogni probabilità ha già terminato la stagione – è l'occasione giusta per farlo.    Infine: Raspadori dodicesimo uomo   L'ultimo aspetto riguarda, come dicevamo, Giacomo Raspadori. L'attaccante classe 2000 sin qui è stato utilizzato come rincalzo, l'uomo che ha dovuto sopperire, ancor più di Simeone, all'assenza di Osimhen quando il nigeriano è stato infortunato. In realtà, però, l'ex Sassuolo ha la qualità e lo spessore per fare da dodicesimo uomo in questo Napoli, un po' come Elmas. Grazie alla sua brevilineità e alla grande intelligenza degli spazi, infatti, Raspadori è la pedina giusta al centro della trequarti quando gli azzurri si trovano a fronteggiare avversari schierati in fase di difesa posizionale e che, magari, rinculano tutti in area quando il Napoli prova a muovere velocemente il pallone a terra da una parte all'altra del campo a ridosso dei diciassette metri.   D'altronde, contro il Milan abbiamo assistito ad uno Zielinski molto svagato, incapace di andare in soccorso di Kvaratskhelia quando questi si trovava a fronteggiare due o anche tre uomini alla volta e poco ambizioso nelle giocate (eppure avrebbero fatto assai comodo le sue capacità di inserimento e il suo calcio da fuori), mentre l'ingresso di Raspadori come sottopunta ha cambiato la partita. Non è un caso, infatti, che nei 16' finali il Napoli abbia conquistato un calcio di rigore (poi fallito da Kvaratskhelia) e abbia segnato un gol (proprio su assist dell'attaccante della Nazionale).   Raspadori, infatti, è un giocatore che si trova a suo agio anche quando ci sono molti difendenti in area e, grazie ai suoi movimenti, è riuscito a sganciare la coppia Tomori-Kjaer da Osimhen laddove, fino a quel momento, i due centrali rossoneri hanno dovuto badare solo al nigeriano per evitare di concedergli spazi. Contro il Milan, dunque – ma anche contro la Fiorentina alla terza giornata e contro l'Inter alla sedicesima –, abbiamo avuto modo di osservare come Raspadori possa essere un'alternativa tattica validissima nello scacchiere di Spalletti. E, come per Kvaratskhelia e Olivera, il tecnico toscano dovrà lavorare per migliorare le connessioni tra la giovane punta e Osimhen. Ammesso sempre che il nove azzurro non lasci Napoli nella prossima estate.    Ritorno dei Quarti di finale di Champions League, azione del rigore del Napoli. Di Lorenzo può dettare il passagio a Lozano, dato che ha due possibilità di scarico: Osimhen, finalmente libero, e Raspadori, che invece "blocca" la posizione di Tomori e Kjaer. Da questa azione nascerà il rigore fallito da Kvaratskhelia   Sono tutti aspetti, questi, a cui l'ex allenatore della Roma porrà mano dal prossimo ritiro estivo (conosciamo tutti la sua maniacalità). D'altronde, se nella passata stagione il Napoli era piuttosto molle nel pressing alto e macchinoso nelle rotazioni laterali, grazie alla cura e alla meticolosità con cui si è svolto il lavoro a Dimaro nello scorso luglio, oggi possiamo dire che proprio questi ultimi due sono tra gli strumenti principali che hanno consentito agli azzurri di dominare il campo in Italia e in Europa. Non c'è motivo, dunque, di dubitare che Spalletti lo faccia anche con le preventive e con una maggior centralità degli acquisti di quest'anno nel suo sistema di gioco.
Napoli Città Libro, Maurizio Vicedomini ci racconta il suo ultimo libro "Canto della pioggia"
Aprile 19
Lo scorso giovedì 13 aprile molti hanno raggiunto – non senza problemi dovuti al caos che perdura da anni in città – la Stazione Marittima di Napoli per partecipare alla prima giornata del Salone del Libro e dell'Editoria, intitolata anche quest'anno Napoli Città Libro.   Eppure gli eventi culturali dovrebbero essere la punta di diamante della nostra città. Ma, ogni volta che c'è una kermesse, ci viene voglia di fare un atto di j'accuse nei confronti di chi amministra Napoli e nei confronti di chi organizza questi eventi.   Mediaticamente non c'è stata una forte informazione per la manifestazione che doveva ricordare lo spirito di Galassia Gutenberg, svolta anni fa nello stesso luogo: promuovere il libro, la lettura e la cultura. Un luogo che anni fa era perfetto, per la posizione, per il fascino e per i larghi spazi interni, ma che oggi è difficile da raggiungere, causa cantieri che stazionano da anni in quella zona. È vero, qualcuno dirà che ci sono i mezzi pubblici, ma dimentica che chi vuole recarsi con la famiglia o chi è demofobico usa mezzi propri. Così, questi coraggiosi si sono trovati in un girone infernale, sottoposti a una snervante attesa dovuta a lunghe code di traffico e senza una cartellonistica che li aiutasse ad arrivare alla desiata meta.   Sprezzanti del trambusto urbano, della pioggia e delle barriere architettoniche, anche noi siamo giunti, sani e salvi, alla Stazione Marittima per godere del fascino dei libri nei vari stand, fogli di carta a cui è affidata la possibilità che ognuno di noi ha di formarsi e informarsi come persona e come cittadino in modo autonomo e libero da costrizioni mentali. C'era soltanto l'imbarazzo della scelta: libri horror, gialli, romanzi, libri di poesie, pubblicazioni pregiate. L'unica pecca era la pochezza di fruitori, forse non invogliati sufficientemente all'ennesima fiera del libro di Napoli. Come ha detto Rosario Esposito La Rossa, sul Mattino di Napoli, Ceo della Marotta e Cafiero Editori «A Napoli ci sono troppe fiere del Libro, tra questa, Ricomincio dai Libri e Campania Libri Festival a ottobre. Le forze economiche e culturali si disperdono e le fiere perdono qualità».   Tra i vari scrittori abbiamo incontrato l'editor Maurizio Vicedomini – fondatore della rivista culturale Grado Zero, sulle cui pagine sono apparsi racconti di grandi autori italiani e internazionali –, che in questi giorni ha presentato il suo ultimo libro di narrativa, Canto della pioggia, edito dalla casa editrice Readerforblind. Abbiamo letto la sinossi di questo libro che ci ha fortemente intrigato, per cui abbiamo deciso di rivolgere all'autore poche domande.   Buonasera dottor Vicedomini le va di presentare questo suo lavoro al pubblico di Mygeneration?È un intreccio tra due anime: una tormentata dalle ossessioni, l'altra che cerca di salvare l'amato. Daniele, il protagonista, è ossessionato dalla ricerca della tempesta perfetta verso cui costruisce la sua vita, da meteorologo sui generis, scruta costantemente il cielo alla ricerca di questo evento che è sicuro possa acquietare le sue ansie; dall'altra parte c'è Barbara, sua moglie, che fa di tutto affinché il marito non precipiti in un girone infernale. Quindi è un libro non solo sulle ossessioni, ma è anche una storia d'amore, unico sentimento che può portare alla salvezza chi si sta perdendo.   Senza svelarci il finale, può farci entrare un po' di più nella trama?Daniele si troverà faccia a faccia con le sue ossessioni, se da questo confronto ne uscirà vittorioso, si salverà.   Su Facebook ha scritto che ha dedicato tre anni alla stesura di questo romanzo. Forse l'essere editor frena il lavoro di scrittore?Sì, è vero. Inizialmente non me ne rendevo conto, ma quando ho avuto uno stallo ho capito che quello era il problema. Mal si conciliava l'essere editor di se stesso con l'essere scrittore. C'era bisogno di qualcuno che non ragionasse da editor per indicarmi la strada giusta. Mi ha dato le giuste dritte lo scrittore Ivano Porpora dandomi modo di andare avanti.   La Readerforblind ha subito accettato di pubblicare il suo libro?Sì, ho mandato il file alla Readerforblind, perché apprezzo il loro stile e le loro pubblicazioni, affinché fosse valutato. È piaciuto immediatamente e si è deciso di stamparlo.   Quando uscirà?Il libro, in prossima uscita, è stato presentato in anteprima alla fiera, ma la data ufficiale è quella del 21 aprile. Quel giorno ci sarà la presentazione ufficiale alla Scugnizzeria di Melito.   L'ultima è una domanda personale: l'autore è portatore sano di ossessioni?Non lo so, ma penso che ognuno di noi abbia delle ossessioni e pochi sono consapevoli di averle e questo stato mentale impedisce di esserne liberi.   La visita al salone si è conclusa in tarda serata, la nostra ossessione è stata quella del ritorno a casa, consapevoli del traffico che avremmo trovato, della pioggia e delle barriere architettoniche. Fortunatamente tutto è andato bene.  
NOROI - THE CURSE di Koji Shiraishi: il perfetto found footage
Aprile 14
L’horror rappresenta forse il genere cinematografico più affascinante per tematiche e soluzioni visive — sovente al limite del sostenibile — perché, non avendo necessità di edulcorarne forma e sostanza, può permettersi di veicolare contenuti e concetti senza dover sottostare a particolari vincoli logistico-produttivi. Come qualsiasi altro genere cinematografico, anche l’horror vanta diversi tipi di sottogeneri: dal body horror allo slasher, dal ghost movie all’home invasion passando per monster movie, zombie movie e splatter. Il mokumentary (o found footage) è però quello che nella prima decade del 2000, sull’onda del successo ottenuto da The Blair Witch Project nel ‘99, ha sostanzialmente saturato le sale cinematografiche. Sono diversi i film divenuti instant cult che devono il loro successo proprio al found footage: Rec, Cloverfield, Diary of the dead e Paranormal Activity solo per citarne alcuni. La febbre del mokumentary si deve soprattuto allo straordinario potenziale d’immedesimazione che lo stesso scaturisce nel fruitore. Il principio del sottogenere è infatti quello di modellare e strutturare la narrazione attorno al (diegetico) materiale video reperito dai personaggi del film, costruendo così un prodotto sì di finzione ma in grado di ancorarsi dannatamente bene alla nostra realtà. È in questo contesto che, nel 2005, nelle sale giapponesi esce quello che con tutta probabilità utilizza la tecnica nel migliore dei modi: Noroi - the curse di Koji Shiraishi   Masafumi Kobayashi è un ghost hunter autore di libri e documentari sull'attività soprannaturale in Giappone. Durante il processo di realizzazione di un documentario intitolato “The Curse”, Kobayashi scompare nel nulla senza lasciare traccia. Questo l’incipit del film che, insospettabilmente, inizia prendendo in contropiede lo spettatore. L’opera di Shiraishi sembra infatti avere un impianto comunicativo più rilassato, quasi giocoso, tensivo ma mai davvero terrificante. Tutta la prima parte vede Kobayashi intervistare persone che testimoniano avvenimenti inspiegabili quali apparizioni, scomparse misteriose e convulsioni anomale senza che si scada mai nella banalità del telefonatissimo jumpscare all’americana. Chiaro: per necessità ci sono anche qui sequenze più disturbanti delle altre, ma il tono generale sembra davvero quello di un documentario amatoriale senza chissà quale segreto da svelare. È però negli ultimi 20-30 minuti che la narrazione subisce un drastico e imprevedibile cambio di rotta per precipitare vertiginosamente nell’abisso del terrore più profondo, avvicinandosi così ai tòpoi del genere.   Quello di Shiraishi può definirsi un film intelligente e assolutamente coraggioso – se considerato in relazione alle ambizioni e agli obiettivi della produzione –, perché altrimenti un approccio narrativo così pretenzioso avrebbe rischiato di minare sensibilmente la fruibilità di un film nato per incassare al botteghino. Il regista giapponese vuole infatti raccontare senza imboccare in nessun modo lo spettatore:gli è richiesta, anzi, una soglia dell’attenzione piuttosto alta, almeno per chiè voglioso d’assemblare i pezzi del puzzle per poter risolvere il tremendo ed intricato enigma. La peculiarità di Noroi risiede proprio in questo aspetto: se si riesce a risolvere il caso prima che sia il film stesso a farlo (ammesso che ciò avvenga), allora, col senno di poi, ci si renderà conto di quanto in realtà le prime sequenze siano tremendamente più inquietanti delle ultime.   Noroi ha comunque una chiusura abbastanza tipica, ma non necessariamente scontata: il sistema narrativo adottato dal giapponese sceglie di aiutare lo spettatore collegando indizi qua e là così da rendere più o meno sensato quanto appena visto, ma non illustra mai per filo e per segno l’intera vicenda, ed anzi traveste da supposizione quello che, alla fine dei conti, risulta essere il tanto inflazionato spiegone. Shiraishi pretende dal suo pubblico un interesse ed una partecipazione attiva nei confronti delle immagini, caratteristica che entra in forte contrapposizione ai più classici stereotipi del genere, ma che contestualmente coincide indubbiamente con il più rilevante pregio del film. In definitiva, Noroi rappresenta, sia per meriti narrativi che per soluzioni visive, il miglior connubio fra l’horror di genere ed il mokumentary post 2000.

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